venerdì 27 luglio 2018

Leggendo CASA DI BAMBOLA, di Angelo Vecchi


Un saluto, un augurio e un auspicio per la biblioteca pubblica. Questo è il pezzo di Angelo Vecchi, che trascrivo qui, non certo per vanto ma sicura che possa essere una bella, meditativa lettura per tutti.

Protagonista di Casa di bambola, il dramma di Henrik Ibsen, è Nora.
Nora è fervida, gaia, generosa e appassionata, guidata da un profondo e personale senso del dovere e della giustizia a cui rimane fedele al di là delle convenienze e del calcolo immediato. Detesta la meschinità e spera in un «miracolo», in un «prodigio»: la capacità di chi le sta attorno di comprendere e apprezzare le ragioni profonde del suo agire, di vedere al di là di quelle apparenze che spingono il marito a chiamarla con aria di indulgente superiorità «passerotto sventato», «lucherino spendereccio», «strana creaturina» o a sbottare: «sei proprio una donna!»
Il marito di Nora si chiama Torvald Helmer ed è un avvocato in carriera. Dopo una lunga malattia e otto anni di un modesto ménage familiare, alla vigilia di Natale, ha ottenuto la promozione a direttore della banca in cui lavora. Helmer è “risparmioso”, non vuole «sciupar denaro»; è cauto, convinto che «non possiamo poi darci ai lussi»; aborrisce i debiti, «Debiti niente! Prestiti mai!»; è alla ricerca di «una posizione solida e sicura»; è laboriosissimo, tanto da usare la pausa natalizia per avvantaggiarsi nel lavoro, «felice di lavorare giorno e notte»; è molto attento alle «apparenze» legate al suo status e al suo nome. Il suo mondo finisce qui, è racchiuso da questi confini.
La lettura ci conduce per mano sulla strada del pensiero analogico. L’analogia, la scoperta di somiglianze nascoste, sorprendenti perfino bizzarre ha nutrito le radici delle parole e della fantasia, ha accompagnato per millenni il cammino dell’umanità, è stata la solida base della civiltà contadina, ha rappresentato il sale dell’immaginazione dei poeti e dei narratori delle nostre letterature.
Basta poco, un nonnulla, un punto di vista differente, un piccolo particolare rivelatore ed ecco che dentro al disegno di un cappello appare con evidenza cristallina «un boa che digeriva un elefante» o, per dirla con le parole di Giovanni Pascoli, ecco che è possibile parlare «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle» oppure popolare «l’ombra di fantasmi e il cielo di dèi».
Così mi sono detto: quanto assomiglia il costume di Torval Helmer a quello borgomanerese di qualche decennio fa: una sorta di calvinismo agognino fatto di previdenza e cautela, di laboriosità e accumulazione, sempre preoccupato della reputazione del nome presso la gente, una inquietudine quasi ossessiva che faceva esclamare in endecasillabi al mio poeta di famiglia, nella poesia intitolata “Lesji” (Leggere):

L’è méju léji
un libbru den par denti
ke no lèsjidrégghi
la vitta a la sjénti

Il nome di Nora invece ci conduce, per suono e per analogia, a Eleonora, alla passione, alla generosità alla coerenza con la quale ha condotto questa fondazione per trentotto anni, alla sua pazienza davanti alle piccinerie e grettezze quotidiane, al grande sogno di contribuire con la cultura a un miracolo: la costruzione di un’umanità migliore. E di passione, di coerenza e di pazienza ce n’è voluta assai a considerare quelle che erano le condizioni del nostro borgo all’incirca quaranta anni fa. Quel calvinismo agognino infatti aveva ben scarsa considerazione di quella che in senso lato possiamo chiamare la cultura. Certo la scuola era apprezzata ma soprattutto per la capacità di insegnare un mestiere e quindi migliorare le condizioni materiali. Per questo, ancora negli anni Sessanta, ci si accapigliava tra i guelfi sostenitori della necessità d’impiantare un liceo e i ghibellini partigiani dell’istruzione tecnica e professionale. Per il resto, il fabbisogno di cultura era soddisfatto – si fa per dire – da alcuni cinematografi e dalla carnevalata settembrina della sagra dell’uva. Quanto all’arte, alla musica, al teatro, all’editoria, a giornali e riviste, Borgomanero non poteva certo vantare le tradizioni secolari di cittadine simili a lei per dimensione e importanza civile ed economica.
A fecondare questo terreno in gran parte incolto o malcoltivato è venuta la Fondazione, che, con spirito veramente previdente, il suo istitutore, Achille Marazza, volle Casa della cultura. Villa Marazza è diventato il nostro Taj Mahal, un grande tesoro all’interno del quale sono passate e cresciute le generazioni, grazie al quale Borgomanero è cambiata.
Forse del valore di questa istituzione non sempre ci si rende conto e capita di sentire affermazioni azzardate: «Quanto spazio sprecato! Nell’era digitale [meglio sarebbe dire: dell’ignoranza digitale], a che cosa servono tutti questi libri?» Ebbene la risposta cercatela nelle differenze tra il presente e il passato, cercatela nella robusta crescita del livello medio di istruzione della cittadinanza, nello sviluppo di una domanda di cultura più alta e più esigente, cercatela nello sviluppo dell’economia, di nuove professionalità, di un dinamismo che ha consentito a Borgomanero di nuotare nella società liquida e di limitare gli effetti negativi di una grande crisi nella quale siamo tuttora immersi.
Dentro a questo c’è anche il lavoro culturale dei tanti operatori e sostenitori della fondazione, dentro a ciò c’è la passione, la generosità e la pazienza di Eleonora.
Casa di bambola si conclude con l’avvocato Torvald Helmer che rimane solo, seduto su di una seggiola vicino alla porta a guardarsi intorno. Nora se ne va e la porta si chiude dietro di lei. Anche Eleonora se ne va. Torna all’amore delle figlie, ai suoi adorati nipotini, alla lettura e alla scrittura che tanto ama e al suo mondo poetico. Tornerà di quando in quando a specchiarsi nella «parva gemma» della marina di Sapri che custodisce gli echi delle antiche navigazioni e delle leggende che non hanno tempo.
A Eleonora, un caldo e riconoscente grazie nella certezza che una parte di lei rimarrà qui per sempre.

Angelo Vecchi, Borgomanero, 25 luglio 2018

lunedì 23 luglio 2018

Voci di donne in versi: Maria Lenti e Barbara Pumhösel

Mettiloro

Esistono ancora i mettiloro?
mi chiede un bambino sgranata la parola dalla TV
(un programma d'arte, penso, su un quadro del passato
vero quell'oro).

No, rispondo. Invece,sì,
gli incensatori di parole
i battitori cottimisti mani spellate
i dispensatori di lodi a piena voce
                        s'ignorano i motivi
gli urlanti i declamanti gli osannanti i titolanti
i timpani-rompenti
i debordanti oltre lo schermo
gli scriventi quotidiane righe su più pagine

non durerà quest'oro.
Quello, invece, splende ancora,
lo rincuoro.

(Maria Lenti in Ai piedi del faro, La vita felice 2016)


ai primi numeri, in memoriam

il fuoco è nemico da sempre
della carta, ma rende
più dura l'argilla, sembrano
eterne le tavolette, eterni i numeri
i segni incisi d'autunno
cinquemila anni orsono
contano tori, misure di grano
conche d'olio, raccontano
un'abbondanza passata a ogni
nuovo futuro che si presenta

si presentava - fino a oggi -
ci voleva una guerra moderna
per distruggerle insieme a vite
a noi per sempre sconosciute

(Barbara Pumhösel in Prugni, Cosmo Iannone Editore 2008)

Accomunano le poesie di Maria Lenti, scrittrice urbinate, e di Barbara Pumhösel, scrittrice toscana di origine austriaca, la forza dei versi, la profondità e l'originalità dei temi. Lo dimostrano le due poesie che propongo qui a titolo di esempio e che potrebbero ben essere definite anche poesie civili. Toni civili chiari e pacati, affidati all'intelligenza anziché allo strombazzamento.
Molto ricca è la poesia delle due autrici, di temi, di forma e di stile. Scrive Gualtiero De Santi a proposito della Lenti: "La scrittura è uno degli strumenti che possiamo impiegare, giacché in essa, come mostrano i versi di Maria Lenti, vengono messi in causa corpo e mente. Questo con forme e piani definiti, e con l'ingaggio di strutture, materiali espressivi, identità e differenze che competono, nel nostro caso, al lato sperimentale dell'autrice urbinate, che non contrasta tuttavia con il coinvolgimento della biografia..."
Della raccolta di Barbara Pumhösel scrive Maria Grazia Greco:
" [le] sillogi contenute in questa antologia ci introducono nel mondo poetico dell'autrice che si snoda tra un'investigazione del reale nelle sue forme più minute con la presenza, forte, della natura da una parte e, dall'altra parte una capacità di decifrazione delle sfumature spesso impercettibili del mondo umano, i cui segni più ricorrenti sono l'attesa, l'incomunicabilità, il silenzio".

Poesia da leggere e da approfondire, senza dubbio.

(C) Eleonora Bellini

mercoledì 18 luglio 2018

Lungo cammino verso la libertà, di Nelson Mandela

“L'istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l'istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, che ilfiglio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione.” 


Presidente del Sudafrica dopo le prime elezioni democratiche a suffragio universale del 1994, leader dell'African National Congress, premio Nobel per la pace per la sua attività politica in difesa dei diritti degli africani nel 1993, Mandela è il simbolo della lunga lotta dei neri sudafricani contro l'apartheid, per la libertà e per il riconoscimento dei diritti, umani e politici di ogni uomo, lo schiavo così come il suo persecutore, come ebbe a notare in una memorabile osservazione: “Sapevo che l'oppressore era schiavo quanto l' oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell' odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L' oppressore e l' oppresso sono entrambi derubati della loro umanità. Mandela patì il carcere per 27 lunghi anni, la segregazione, il dolore negli affetti più intimi senza mai perdersi d'animo e percorrendo il lungo cammino della sua vita con coraggio e abnegazione. Oggi ricorrono 100 anni dalla sua nascita e lo ricordiamo come mito, certo, ma soprattutto come uomo: “... lentamente ho capito che non solo non ero un uomo libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libertà era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. È stato allora che sono entrato nell’African National Congress, e la mia sete di libertà personale si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente.”

Nelson Mandela Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, 2013



mercoledì 20 giugno 2018

La sposa Yemenita, graphic novel di Laura Silvia Battaglia e Paola Cannatella

In tredici capitoli (preceduti da un prologo e chiusi da un epilogo) Laura Battaglia racconta con passione ed efficacia un Paese lontano, lo Yemen, del quale abbiamo poche occasioni di avere notizie chiare ed esaustive. L’antico regno della Regina di Saba, con la sua capitale Sana’a, definita da Pasolini “una Venezia selvaggia sulla polvere”, è ora deturpato e distrutto da una guerra interminabile e crudele. 
Le autrici ci raccontano con naturalezza non priva di preoccupazione ma colma di affetto, aspetti poco noti della vita quotidiana yemenita: le celebrazioni nuziali, sfarzose e vissute in rigorosa separazione tra uomini e donne; la vanità e la civetteria delle ragazze, celate sotto lo scuro niqab in pubblico, ma pronte ad abbigliamenti moderni e seducenti in privato; il traffico di minorenni spregiudicatamente impiegati nello spaccio della droga più comune, il qat; le innocenti vitteme dei droni delle nostre forze alleate; gli scellerati attacchi kamikaze; la profonda cultura, la saggezza, l'acume e la tolleranza religiosa dello sceicco Hassan Abdullah, attraverso il quale si svela il vero Islam, fraterno e pietoso, che è poi quello della maggioranza dei suoi più autentici fedeli.
La graphic novel racconta con estrema efficacia, spiccato stile giornalistico e la forza che deriva dagli eventi vissuti in prima persona lo Yemen e il suo popolo allo stesso modo di come potrebbe farlo un saggio, ma con linguaggio - testo e immagini - alla portata di tutti.  
A. S. Battaglia/ P. Cannatella, La sposa Yemenita, Becco Giallo 2017



lunedì 18 giugno 2018

Le ricette della signora Tokue, di Durian Sukegawa

Fino al 1996 la legge giapponese costrinse chi era stato contagiato dal morbo di Hansen, la lebbra, a vivere segregato. Fin dal 1907, le autorità giapponesi decisero che i lebbrosi non dovessero  circolare liberi e che li si dovesse allontanare sia dai luoghi pubblici che privati, dai templi e dalle strade ma anche dalle famiglie e dalla vista dei sani. Fu creata una rete di sanatori nei quali i malati furono costretti a risiedere per legge, dimenticati dal resto del mondo. Questa prima normativa, che tramutava una malattia in colpa e i malati in colpevoli, fu ribadita nel 1931 e nel 1953. Nel 1959 venne isolata la rifampicina, un antibiotico dagli effetti prodigiosi per debellare, oltre ad altre gravi malattie, anche la lebbra, patologia non ereditaria. I malati giapponesi, però, restarono rinchiusi, muti e invisibili, per altri trentacinque anni. La signora Tokue, protagonista di questo romanzo e del film omonimo, sa preparare deliziosi dorayaki, dolcetti di pan di spagna e confettura di fagioli azuki e la sua arte risolleva le sorti del negozio di Sentaro, che, di malavoglia, lavora in una piccola pasticceria della periferia di Tokyo. Minuta e anziana, abile malgrado le sue mani deformi, dolce e paziente, la signora Tokue conquista il rude Sentaro e le studentesse che frequentano il negozietto. Ma tutto cambia, e in peggio, quando viene alla luce il segreto di Tokue, che deve lasciare il lavoro e tornare al sanatorio. La paura di contrarre una malattia antica, sempre vissuta come maledizione, il pregiudizio e l’ostracismo sociale non piegano la donna, che ha imparato, nei lunghi anni di reclusione ad ascoltare e riflettere, a sentirsi sempre e comunque in relazione con altri viventi e perfino a volgere la sfortuna in qualcosa di positivo. "La notte, basta prestare ascolto al mormorio delle stelle per sentire lo scorrere eterno del tempo. Noi siamo nati per guardare e ascoltare il mondo. E il mondo non desidera altro. Perciò, anche se non potevo diventare insegnante o lavorare, il mio essere venuta al mondo aveva un senso".
 Durian Sukegawa, Le ricette della signora Tokue, Einaudi 2018, traduzione di Laura Testaverde.

domenica 10 giugno 2018

Clandestino. Graphic novel di Eoin Colfer e Andrew Donkin, illustrata da Giovanni Rigano


Ebo ha dodici anni e vive in un villaggio del Niger con uno zio ubriacone, il solo familiare rimasto con lui: il fratello maggiore, Kwame, è partito all'improvviso alla volta dell'Europa per raggiungere Sisi, la sorella della quale non hanno più notizie. Ebo parte di notte, sperando di poter raggiungere Kwame prima che quest'ultimo intraprenda la traversata del deserto. Già, perché "per arrivare in Europa, bisogna attraversare due deserti, uno di sabbia e uno di acqua". Ad Agadaz il bambino si guadagna da vivere con piccoli lavori e cantando meravigliosamente. Proprio in occasione di un matrimonio a cui è invitato come cantante, Ebo ritrova il fratello. Insieme partono per un viaggio che sarà difficilissimo, duro e drammatico molto più di quanto avessero immaginato nel loro sogno europeo. Lo sbarco in Sicilia, come naufrago esausto e impaurito, gli aprirà non una nuova patria, ma una prigione, il centro d'accoglienza. Attraverso la rete metallica il bambino ogni giorno guarda il mare e pensa a tutti coloro che riusciranno a toccare terra, ma anche ai tanti che nel mare profondo sono rimasti. 
La storia del viaggio di Ebo "è un'opera di fantasia, ma gli elementi che la compongono sono tutti veri", avvertono gli autori. "Speriamo che Clandestino raggiunga i lettori di tutto il mondo, speriamo che abbiano cura verso i personaggi, una cura che può tradursi in preoccupazione reale per gli immigrati" ha affermato Colfer. 
Il viaggio è raccontato e visto dal punto di vista di un bambino, perciò non sarà difficile ai suoi coetanei identificarsi in lui e agli adulti provare quel sentimento di solidarietà che la cronaca recente potrebbe farci temere universalmente spento.

E. Colfer / A. Donkin, Clandestino, illustrato da Giovanni Rigano e tradotto da Tommaso Varvello, Mondadori 2017.

mercoledì 6 giugno 2018

Ranocchio salva Tokyo, di Murakami Haruki

Ranocchio salva Tokyo è una bella favola, già contenuta nella raccolta di racconti Tutti i figli di Dio danzano, scritta da Murakami dopo un forte terremoto che, nel 1995, danneggiò seriamente la città di Kobe, il luogo della sua infanzia e adolescenza. Qui viene ripubblicata in un volume a sé, arricchito dalle belle illustrazioni di Lorenzo Ceccotti. Il Gran Lombrico, che vive sotto la filiale della Cassa di Credito e Sicurezza, prepara un terremoto devastante, che mieterà numerosissime vittime nella città di Tokyo. Bisogna fermarlo. E chi può combatterlo meglio del signor Katagiri, diligente impiegato della medesima Cassa, insieme a Ranocchio, un gigante apparso improvvisamente una sera nel suo appartamento proprio per condurre questa battaglia?
Il Gran Lombrico vive nelle viscere della terra ed è quasi sempre immerso in lunghi sonni, in un interminabile letargo di anni, ma, quando si sveglia in preda all'ira, può provocare terremoti tremendi. Ranocchio, mediante un'abile dialettica e dotte citazioni, si adopera a convincere Katagiri, bassetto e mingherlino, a sostenerlo nella lotta contro il crudele Lombrico. 
E' difficile per l'ometto accettare. Le obiezioni che oppone sono tante, ma la principale riguarda il fatto che lui, Katagiri, è una persona comune, non esente da difetti. E' solitario e timido, privo di doti artistiche e atletiche: gli può spiegare Ranocchio perché proprio una persona insignificante come lui dovrebbe salvare Tokyo?
Anche e soprattutto le persone comuni possono e devono combattere grandi battaglie, risponde Ranocchio, e, soprattutto, Katagiri tenga presente che "... l'immaginazione è il nostro campo di battaglia. E' lì che vinciamo e siamo sconfitti. Naturalmente siamo tutti esseri limitati, e alla lunga finiremo col perdere. Però, come aveva intuito Ernest Hemingway, il valore definitivo della nostra vita non sarà determinato da come avremo vinto, ma da come avremo perso". 
Una metafora profonda e poetica si sviluppa nelle pagine di questo libro e alimenta, fino all'ultima riga, l'interesse e la curiosità del lettore, indotto alla meditazione su sogni e realtà, su coraggio e paura, sulla fiaba che può celarsi dentro ogni vita, anche la più monotona.


Murakami Haruki, Ranocchio salva Tokyo, Einaudi 2017; illustrazioni di Lorenzo Ceccotti, traduzione di Giorgio Amitrano

lunedì 28 maggio 2018

Italia coloniale: non eravamo poi così buoni

Nelle scorse settimane ho letto, grazie a un felice suggerimento del caso, due libri nei quali, pur in modi molto diversi, si parla dell'avventura coloniale italiana. Il primo è un romanzo, Lo sguardo del leone, di Maaza Mengiste, ambientato ad Addis Abeba tra il 1974 e il 1975. Una grave carestia flagella l'Etiopia e la popolazione, ma soprattutto l'esercito, si ribellano all'imperatore e ai suoi ministri, ritenuti responsabili della fame dei più poveri nel Nord del Paese. Hailè Selassiè, il monarca che discende da Salomone, il Leone di Giuda, l'eroe che combatté le truppe di Mussolini, viene imprigionato e ucciso. Protagonisti del romanzo, dai toni drammatici e profondi, sono Hailu, medico dell'ospedale cittadino e la sua famiglia. Distrutto dal dolore per la malattia della moglie, l'uomo vive con figli, Dawit e Yonas, studente il primo, professore sposato con Sara e padre di una bimba il secondo. Dopo la presa del potere da parte del Derg del crudele Mengistu, la vita della famiglia si ammanta di paura, la sera è annientata dal coprifuoco e costante è la paura della morte. Ogni giorno, infatti, gli oppositori, ma anche la gente comune, vengono imprigionati o uccisi. Anche il nostro Hailu conoscerà l'esperienza del carcere. Questi tragici fatti riaccendono in alcuni, più anziani, e particolarmente nelle donne, l'incubo vissuto al momento dell'occupazione italiana, il terrore della violenza e dell'iprite. Pur secondario all'interno della vicenda romanzesca, tuttavia il riferimento alla dominazione italiana ci conduce a riflettere sui crimini compiuti dai nostri avi, sfatando, come già fece lo storico Angelo Del Boca, lo stereotipo degli "italiani brava gente". 
 
Il secondo libro, del quale ho già brevemente detto su Mangialibri è Invasioni. 
L'autore, Enzo Antonio Cicchino, ricostruisce tutta l'avventura coloniale italiana con lo sguardo di chi oggi, assistendo alle migrazioni dall'Africa verso l'Europa e agli sbarchi sulle spiagge italiane, non può non ripensare a un nostro passato certamente non glorioso. "Stop alle belle abissine, qui si torna a discutere di razza. E la razza nostra, la razza bianca, la razza italica è una razza superiore" così Mussolini ammoniva Badoglio e Graziani in un telegramma (pag. 237). Aberranti concetti la cui eco però anche oggi non è muta. 

Maaza Mengiste, Lo sguardo del leone, Neri Pozza 2010 (trad. di Massimo Ortelio)
Enzo Antonio Cicchino, Invasioni, MnM edizioni 2017

martedì 22 maggio 2018

Ciao, ciao, maestra!

E' tempo di saluti, anche per i più piccini. Alcuni lasciano il nido, altri la scuola dell'infanzia: il loro cammino continua in nuovi luoghi, per nuovi sentieri.
Alle bimbe e ai bimbi, alle maestre e ai (pochi) maestri, ai genitori, sono dedicate queste due filastrocche. 

Ultimo giorno di asilo nido

C'era una volta un bebé
che strillava ué ué,
ero io senza parole,
gatton gattoni e capriole.

Gatton gattoni, poi ho imparato
e sue due piedi mi sono alzato,
mi sono alzato a camminare,
non ero più da solo a giocare.

Il cucchiaino stretto in mano
ho mangiato piano piano,
piano piano ho preso a parlare,
ho imparato perfino a cantare.

Ho imparato così bene
che ora fermo nessuno mi tiene,
care tate, devo andare,
però mai vi potrò scordare.

©Eleonora Bellini


Ultimo giorno di scuola materna

Cara maestra ti prendo per mano,
fuori di classe ti accompagno,
fuori di classe come fiori nel prato
vedo le cose che mi hai insegnato:

fogli di carta da colorare,
storie di voci da ascoltare,
suoni di canti da cantare,
libri di pagine da sfogliare.

Cara maestra io devo andare,
mi aspetta la scuola elementare.
Mi piacerebbe portarti con me
(sono sicuro: piacerebbe anche a te),

io vado da solo perché sono cresciuto
ma qui ti lascio un augurio e un saluto:
che il prossimo anno i nuovi piccini
facciano sempre i bravi bambini.

©Eleonora Bellini



domenica 29 aprile 2018

I gatti di San Pellegrino


Ci sono strade a San Pellegrino
che si passeggiano gradino per gradino,
non ci passano né auto né motori
e i muri fioriscono di fiori.

Di antica nobiltà e gran riserbo
le abitano i gatti di Viterbo.

Al numero uno incontri, tutta sola,
la gatta grigia dagli occhi di viola.


Al numero tre siede serio e fiero
il gatto rosso dall’occhio nero.

Al numero cinque, sul gradino,
sonnecchia un gatto piccolino;
di pelo bianco e naso rosa
di soppiatto osserva ogni cosa.

Sotto la volta, molto elegante
nella pelliccia di nero brillante,
il gatto francese di coda bruna
attende di incontrare Biancaluna.

Sul lato opposto son titolari
di ogni soglia dei numeri pari
i gatti grigi e i gatti tigrati,
vigili, composti, beneducati.

Nella piazzetta, sotto la volta,
aiuola fiorita chiama a raccolta
gattine e gattini di tutti i colori
che annusano erbe, starnutano fiori.

Tra i gerani di via delle Caiole
le giovani gatte prendono il sole.
Son gatte bianche e gatte pezzate,
un poco deste e un poco assonnate.

Aspettano il latte dalla vecchina
che sosta assorta davanti alla porta,
che versa il latte dalla bottiglia
versa e racconta, versa e bisbiglia.

@Eleonora Bellini (da Gatti, progetto parzialmente inedito: filastrocche per albo illustrato e/o illustrabile)