lunedì 26 giugno 2017

Il prezzo dei soldi, di Petros Markaris

Anche questa volta - è la decima - l'indagine del commissario Kostas Charitos non ci offre semplicemente un razionale e teso percorso nel farsi della soluzione di un delitto, ma soprattutto lo spaccato di una precisa reltà storica e sociale, in Grecia e non solo. Tre delitti si avvicendano in pochi giorni e sono tutti commessi ai danni di persone influenti: un funzionario dell'ente del turismo, un armatore, un giornalista d'inchiesta. I presunti colpevoli degli omicidi vengono presto individuati, quasi per caso o coincidenza fortunata, e sono offerti a Charitos su un piatto d'argento. A patto che l'indagine sia presto chiusa e che il commissario non vada oltre, smettendo di indagare per rispondere alle numerose domande che rimangono aperte e che gli assillano la mente. Ma il nostro non è tipo né da resa, né da obbedienza cieca e la sua ostinazione rischia addirittura di fargli perdere il posto...
Nella Grecia del romanzo ci sono segnali di ripresa economica e lo si vede dai cambiamenti nella vita quotidiana: le auto hanno ripreso a circolare; Adriana, la moglie di Kostas, ha ripreso a  cucinare i ghemistà; al governo è salita una coalizione trasversale, né di sinistra né di destra come usa oggi, ma dedita al "fare". E pare proprio che il denaro abbia ripreso a circolare. La gente spende di più perché gli stipendi sono aumentati e addirittura gli armatori, tutti fuggiti a Londra o nei paradisi fiscali per evadere le tasse, pian piano fanno ritorno in patria. Ma da dove vengono queste potenti iniezioni di soldi a ravvivare il corpo di un Paese fiaccato ed esangue? Charitos medita, raccoglie informazioni e le collega, ricerca fino a scoprire con certezza che gli investimenti costituiscono una sorta di pulizia del denaro sporco, pulizia che sarebbe illegale se non godesse il muto beneplacito del governo e perfino delle istituzioni europee. Potrà rendere noto questo meccanismo malato ed ingiusto additando i colpevoli e ristabilendo almeno un poco le ragioni dell'onestà e della giustizia il nostro Kostas, un uomo solo?
Lo scoprirete solo leggendo il romanzo, che consiglio con convinzione.

Petros Markaris, Il prezzo dei soldi, La nave di Teseo

venerdì 9 giugno 2017

Lago d'arte e di poesia, di Vincenzo Guarracino

"E' in te primavera perenne/ mentre ti ammanti di verdi gemme/  mentre vinci il gelo è in te primavera perenne" scriveva Paolo Diacono (720-799) contemplando le acque del Lario dei tempi suoi lontani. E poi Ugo Foscolo: "più gaio Euro provoca/ su l'alba il queto Lario..." e poi ancora Gadda, Cardarelli, Marinetti, Montale, Pasolini, Stendhal dedicarono a queste acque parole ed affetti. Sono oltre trecento i poeti, gli scrittori, i pensatori che incontriamo in questo libro, splendidamente curato e commentato da Vincezo Guarracino, e tutti pronti ad accompagnarci sulle rive del lago di Como. Non solo di manzoniana memoria, com'è noto ai più, dunque, è questo specchio d'acqua che si sdoppia sinuoso tra i monti verdazzurri e le prealpi affacendate. Grazie alla fortunata intuizione dell'autore e dell'editore, abbiamo tra le mani un'antologia nuova e originale, perché alla memoria letteraria affianca un itinerario turistico preciso e intenso, sulle rive di un lago tra i più amati, nel tempo, da artisti, musicisti, intellettuali e letterati. L'opera, memore della lezione di Carlo Dionisotti, traccia una minuziosa e appassionata mappa intrecciando versi, prose, memorie, scorci di paesaggio, riferimenti geografici antichi e nuovi: il volto - anzi i molteplici volti - del Lario contemplato, narrato e cantato lungo i secoli.
Vincenzo Guarracino, poeta e critico, ci offre dunque, con questa sua ennesima fatica un libro che è, insieme, antologia letteraria, guida di viaggio, memoria storica, sostegno alla riflessione e al pensiero. Un grande regalo per i nostri frenetici, smemorati giorni.



Vincenzo Guarracino, Lago d'arte e di poesia. In gita sul Lario in compagnia di artisti e scrittori, Carlo Pozzoni fotoeditore 2016

giovedì 25 maggio 2017

L'incanto e il disinganno: Leopardi, di Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello

Leopardi filosofo e scienziato oltre che poeta è il protagonista di questo saggio nel quale Boncinelli, genetista, e Giorello, filosofo della scienza, raccontano di lui. Un modo nuovo e nient'affatto scolastico per affrontare la visione del mondo del geniale recanatese.
Lucido e di bruciante attualità, Leopardi  "malinconico, sconsolato, disperato" acquisisce certezze essenziali sulla condizione umana: il mondo non esiste in funzione degli uomini, che non sono i figli prediletti della natura; la natura non mantiene quelle promesse che i giovani che s'aprono al mondo credono di intravvedere nel loro futuro; gli esseri umani godono di un privilegio difficile e spesso straziante, sono dotati di pensiero, difficilmente si appagano, spesso il tedio li assale.
Boncinelli conclude il suo saggio - la prima parte del libro - con un'emblematica frase di Leopardi: "Nessun maggiore segno d'essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita" (Pensieri, XXVII).
Giorello si occupa di Leopardi e della scienza, esordendo da La sera del dì di festa, lucidissima elegia delle cose e degli affetti perduti, per giungere all'esame dell'idea di religione nel nostro poeta. Le domande si affollano nella mente e nei versi di Giacomo, e sono le domande essenziali che ogni essere pensante degno di questo nome incessantemente si pone. Il fatto che non ricevano - e non possano ricevere - risposta non le rende né meno urgenti, né meno autentiche. 
Il saggio si conclude con un dialogo "leopardiano" tragli autori, dialogo che riprende i temi dei due saggi precedenti, li approfondisce e li amplia. Dal colloquio trascriviamo un'interessante e molto attuale considerazione di Boncinelli sul senso di colpa:
"Leopardi ci libera dal pensiero dominante di Dio e non dà alcuno spazio al senso di colpa, che è uno dei sentimenti più diffusi al giorno d'oggi: ne siamo macerati tanto a livello individuale quanto collettivo. Sorprendentemente Leopardi, che ci aspetteremmo riversare nei suoi versi il male di vivere e la malinconia di tutti gli eventi negativi che accadono, non parla quasi mai di colpa. Questo è, io credo, una conseguenza del suo naturalismo: solo se si pensa che Dio sia buono e l'essere umano cattivo si crea spazio per il senso di colpa". 


L'incanto e il disinganno: Leopardi poeta, filosofo, scienziato, di Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello, Guanda 2016


sabato 13 maggio 2017

Bibliothèques troisième lieu, Association des bibliothécaires de France

Il libro francese, insieme ad alcune relazioni del Convegno "La biblioteca aperta" tenutosi un paio di mesi fa a Milano, offrono l'occasione per alcuni spunti di riflessione a proposito del rapporto tra biblioteche e società. La nozione di "luogo terzo" fu coniata dal sociologo statunitense Ray Oldenburg agli inizi degli anni Ottanta del Novecento. Il "luogo terzo" si distingue dal primo, la casa con i suoi legami, e dal secondo, l'ambiente di lavoro: è il luogo della vita sociale e degli spazi di incontro informali, liberamente scelti e liberamente aperti. Oldenburg, osservando il declino dei luoghi di incontro tradizionali come la chiesa, il mercato, le botteghe di quartiere, declino determinato dai nuovi, anonimi, spazi urbani e dall'uso dei trasporti individuali (l'automobile) constata la chiusura in se stessi e l'isolamento degli individui e insiste sulla necessità del "terzo luogo", spazio capace di ricostruire i legami sociali e di dare valore alle persone. 
Oldenburg non indica fra i luoghi "terzi" le biblioteche, ma lo fa un altro sociologo, Robert Putnam, mentre lo storico britannico Alistair Black ne descrive le qualità: "[le biblioteche] storicamente hanno testimoniato di possedere le qualità essenziali proprie del terzo luogo: sono luoghi neutrali, comunitari, che cancellano le disparità sociali e non avanzano pretese; sono ambienti familari, confortevoli, favoriscono l'interazione e (con qualche limite) la conversazione; sono frequentati da habitués e sono quasi una seconda casa, ristorano le persone dal tran tran quotidiano procurando conforto e distrazione". Le biblioteche, dunque, nella società contemporanea, rimangono forse l'unico luogo pubblico capace di accogliere tutti, offrendo una importante occasione di "meticciato" sociale e di opportunità di incontro e di scambio culturale.
Se il libro rimane al centro dell'offerta della biblioteca, altre opportunità vi si aggiungono: dai gruppi di discussione e lettura alla proposta di materiali (e spazi) dedicati al digitale, dalla creazione  di un punto ristoro al suo interno all'offerta di eventi come presentazioni di libri, mostre, dibattiti, concerti. La capacità di rispondere a bisogni culturali a tutto campo diviene la caratteristica principale di questo tipo di biblioteca; caratteristica che necessita di seri e qualificati investimenti in termini di capitali (spazi, ambienti, strutture) e di personale preparato e creativo. Un modello attraente, dunque, anche se forse non unico, quello della biblioteca "terza".
Rimangono alcuni interrogativi e un tranello in cui non cascare: 
- la biblioteca "terzo luogo" non finirà per impoverire e far dimenticare le competenze specifiche dei bibliotecari nel trattamento dei diversi supporti culturali (libri, documenti, filmati, fotografie, materiali digitali ecc..) trasformandoli in semplici intrattenitori o - peggio - managers?
-  la biblioteca "terzo luogo" non potrebbe incorrere nel pericolo di ampliare ancor più la forbice tra la cultura "popolare" e quella "d'élite"? Tradizionalmente le biblioteche pubbliche agiscono e hanno agito come mediatrici culturali tra le proposte "di qualità" (o "del centro") e quelle effimere, puramente commerciali (talvolta "ruspanti") delle periferie, a favore soprattutto dell'educazione permanente e gratuita. Riusciranno le biblioteche "terze" ad assolvere ancora anche a questo compito, fondamentale nelle (tante) nostre periferie dell'intelletto? 
- il concetto di "terzo luogo" ha forte sviluppo nel marketing e negli spazi commerciali, con intenti meramente utilitaristici e non certo di libera scelta, di offerta gratuita, di crescita intellettuale ed egualitaria. Le biblioteche, luogo libero ed indipendente per definizione, devono guardarsi dal cadere nel tranello del merchandising? A mio avviso, sì.
(Eleonora Bellini)  

domenica 23 aprile 2017

La svedese, di Anna Pavignano

Sono i momenti in cui la passione brucia, l'amore scuote come una bufera e il dolore morde quelli che più si fissano, indelebili, nel ricordo, quelli che daranno, in futuro, la sensazione di aver vissuto. Gli impicci e la ripetitività del quotidiano, il tempo senza scosse, tutti si dissolvono in polvere. Livia, che da qualche tempo evita legami, invita a cena Marco. Entrambi vivono a Roma e hanno un cane, pastori tedeschi, un maschio e una femmina. Li faranno incontrare e dall'incontro, forse, nasceranno dei cuccioli. Ma c'è un imprevisto: scende a Roma da Torino, senza preavviso, Milo, vecchio amico di Marco. Si aggrega alla cena anche lui. Tra Livia e Milo è colpo di fulmine. L'amore, inatteso, scuote la vita della donna, che lo vive dapprima come sogno, tempo sospeso, poi come divorante passione. Perché è un amore a tempo, un amore da lontano: gli spazi per gli incontri sono brevi anche se molto intensi e ricchi di quella forza che solo la passione può regalare. E tuttavia per amare bene bisogna poter essere se stessi. Entrambi i protagonisti hanno difficoltà in questo. Milo è sposato, quello che ha con la moglie è un rapporto aperto, quasi contrattuale più che amoroso. Sembra un rapporto chiaro, invece è turbato da ombre inattese. Livia vorrebbe essere come Sara, la protagonista di una passata avventura di Milo, forse un suo vecchio amore. Adotta camuffamenti e strategie per apparire sempre più uguale a lei, arriva a provocare un incontro con Sara e ad infilarsi con pretesti in casa sua. Ma sarà questa la strada giusta per legare sempre più a sé - e sempre più definitivamente - Milo?  
Anna Pavignano, raccontando in prima persona, indaga. Indaga mente e moti, anche minuti, dell'animo della protagonista e ne svela momenti importanti dell'infanzia: i difficili rapporti tra i genitori della Livia bambina, i rimproveri ricevuti da una madre triste e assente, le osservazioni di "zia" Klarissa, le attenzioni affettuose di un padre dolorante, diviso tra due donne. Nel romanzo, a ogni capitolo che narra le vicende dell'amore presente, se ne alterna un altro che riporta a galla ricordi, momenti e anche sensi di colpa dell'infanzia lontana. I primi anni della vita rimangono infatti, magari sopiti, ma non distrutti, nella mente: una bimba che ha constatato quanto dolore possa causare un amore infelice o non ricambiato, potrà da adulta imporsi distacco, discrezione, riservatezza, disimpegno perfino nell'espressione dei sentimenti più forti. "Come una svedese", per dirla con le parole di Milo nell'ultimo capitolo del romanzo. E invece - Livia lo ha dolorosamente appreso - "abbiamo bisogno delle parole per decifrare tutto, anche l'amore [...] senza le parole si può confondere la dedizione col disinteresse, l'amore con un gioco superficiale".

A. Pavignano, La svedese, Verdechiaro Edizioni 2017

venerdì 14 aprile 2017

Conta le stelle se puoi, di Elena Loewental

"Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo" (Genesi 22.17). Conosce di certo questa benedizione Moise Levi, Moisìn, quando nel 1872, a ventitré anni, lascia la natìa Fossano con un carretto pieno di stracci da vendere. Minuto, ma robusto, parte alla ricerca di fortuna. La troverà a Torino, dove, grazie a Monsù Malvano e a una certa pratica con la produzione e il commercio dei tessuti fatta a Verzuolo durante il viaggio, diverrà presto un commerciante agiato. A Torino, una sorta di terra promessa dopo che il re Carlo Alberto ("Che sia benedetto") aveva decretato la libertà di culto per ogni professione religiosa e soppresso il ghetto, Moise trascorrerà tutta la vita. Una vita piena, di successo economico, di amori, di figli e nipoti. Seguiamo le loro vicende lungo il cammino di un secolo, e non solo nella città sabauda, ma qua e là, nell'una o nell'altra parte del mondo. Ci appassioniamo e ci commuoviamo alla visione di Moise che, ormai vecchio, visitando una figlia mette piede, se pur temporaneamente, nella terra promessa. Vediamo lui e la sua famiglia passare indenni attraverso il secolo dell'orrenda Shoa, dimenticati dalle leggi razziali del 1938: una inspiegabile fortuna, che ci incuriosisce e ci rallegra. Al termine del romanzo, però, l'autrice avverte: "questa non è una storia vera [...] quella vera è svanita dentro le ciminiere dei forni crematori, nelle camere a gas, nelle fosse comuni". E' l'artificio, quello della letteratura e del sogno, a permettere a Elena Loewental di raccontare una storia "senza". Senza la persecuzione razziale, senza la Shoa. La storia che avrebbe potuto essere e non è stata. La storia dei perduti e dei morti, degli sconfitti e dei perseguitati. Che sono stati e forse sono ancora. Anche loro come le stelle. Non quelle di una numerosa discendenza sparsa per ogni dove sulla terra, ma quelle che, nell'universo già morte, ancora risplendono per noi, dinanzi ai nostri occhi. 

Il Ghetto di Torino, scorcio

E. Loewental, Conta le stelle, se puoi, Einaudi 2008


sabato 8 aprile 2017

Paura chi sei? Paure in poesia da un laboratorio con bambini di 10 anni

Paure in poesia. Poesie con i bambini. Paure dei bambini.
Ogni laboratorio prevede l'ascolto e la lettura di versi poeti classici. In questo vengono proposte tre liriche di Giovanni Pascoli: Notte di vento, Il lampo, Notte dolorosa. Tre momenti di oscurità e di solitudine di un grande poeta, un letterato dal cuore che indugia a contemplare tremori e timori dell'infanzia, un'infanzia che l'anagrafe ha sepolto, ma che nel cuore è dura a morire: il vento che scuote la notte; il temporale dalle livide luci crudeli; il sospiro roco del mare; la solitudine di un bimbo che piange mentre le stelle, lontane, passano senza curarsi né di lui né di altri umani quaggiù.
Ma prima di leggere Pascoli si parla, tutti insieme, delle nostre paure. Le prime che i bambini citano sono le paure fiabesche: le streghe, i fantasmi, i mostri, gli zombies e le altre mostruose creature che narrazioni, film e cartoni animati insegnano. Poi, quando il ghiaccio un po' s'è rotto, emergono le paure quotidiane: l'abbandono e il rimanere soli, nel doppio senso del "soli in casa" che "soli al mondo"; le malattie dei familiari; la morte; alcuni animali, dai cani ai calabroni; i temporali violenti; l'ascensore; la notte e i suoi rumori, ma anche quel silenzio profondo che talvolta si diffonde nel buio.
Non è difficile per le bambine e i bambini esprimerle anche in poesia.

Le tenebre buie
che ti circondano
e ti spaventano.
Il corridoio scuro
e silenzioso,
il rumore dell'interruttore,
che si accende e si spegne.
Le lunghe scale,
che sono vuote
e continuano una sopra l'altra,
e la paura si fa sentire

scrive Giada dipingendo, come in una sequenza cinematografica, il preludio della paura. E le fa eco Aurora:

Ho una grande agitazione,
come se
mi uscisse il cuore.
Alessandro insiste con una visione notturna:

Quanto sei scura e nera,
paura, come un calabrone.
Durante la notte, pensando
agli spettri nell'aria,
anche l'ombra
hai fatto sparire.
Quanto scura
questa notte.

Maria Jiang traccia in versi essenziali, che mi piace pensare dettati dalla tradizione antica delle liriche cinesi, il ritratto di una notte senza luna, nella quale i bambini tremano, prigionieri del buio:

Notte tempestosa,
con la luna nascosta
e le porte chiuse.
I bambini hanno paura.

E Alex ci conferma nella sua poesia che:

La paura ti colpisce al cuore,
non puoi liberartene.
Per esempio un ladro
ruba e fugge,
la paura ruba ma non fugge.
Quando sei in compagnia
te ne dimentichi,
appena torni a casa
e sei solo
ti ritorna in mente.

Ascoltare, riflettere, esprimersi sono tre passaggi essenziali per conoscere le proprie paure e la poesia è una grande amica e un grande sostegno in questo percorso capace di accomunare adulti e bambini. Nella consapevolezza comune che molte paure si superano, altre si aggirano con strategie diverse, altre fanno parte della vita e conviveranno sempre con noi. Le parole della poesia, nel nostro percorso, ci sono vicine perché appartengono al profondo, al vero, all'essenziale.


(C) Eleonora Bellini

sabato 11 febbraio 2017

Le strade di polvere, di Rosetta Loy

Il Piemonte contadino, dalla fine del Settecento ai primi anni dell'Unità d'Italia, vive, palpita, soffre e gioisce in questo romanzo che narra un'epopea lenta e umile, tutta vissuta attorno alla grande casa fatta costruire dal Grand Masten, un particulare "che aveva terra di suo, buoi, mucche, galline e conigli e tante moggia da avere bisogno di altre braccia". Due figli ha il Gran Masten, Pietro e Giuseppe. Muore giovane quest'ultimo e sua moglie Maria, bruna e bella, sposa in seconde nozze il fratello, Pietro detto Sacarlott. Questi, solido e massiccio, è uomo concreto, legato alla terra e ai suoi possedimenti. Attorno a lui, di poche parole e tuttavia dominante, ruota tutta la famiglia, i cinque figli, la moglie, la cognata. Di tutti conosciamo desideri, patimenti, amori, speranze, partenze, lungo le strade di polvere dei soldati in guerra e quelle degli amori clandestini. Assistiamo a nascite e morti che si snodano in un tempo del quotidiano che, pur attraverso le stagioni e il lavoro consueto, sembrerebbe sempre uguale se non fosse per i moti del cuore e l'ardire del pensiero dei protagonisti. Seguiamo quindi Gavriel che parte la notte a cavallo per raggiungere l'amata, ormai sposa di un altro, e Luìs che torna cambiato, ma non fiaccato, dalla guerra; parteggiamo poi per Pietro Giuseppe, figlio di primo letto di Luìs (eh sì, quante giovani spose morivano allora!) che vuole lasciare la campagna per avviarsi al mondo degli studi. Ci commuovono le fanciulle che frugano alla ricerca di nastri in fondo ai cassetti e si animano di speranze, di sogni e di languore alle musiche dei balli estivi sull'aia. Mentre, giunti all'ultima pagina, triste e pensoso ci è l'incontro con i due fratelli, Gavriel e Luìs. Ormai vecchi e soli, trascorrono le serate accanto al fuoco, nella casa orfana delle presenze e delle voci che un tempo l'avevano animata, e che ora scricchiola "come un vascello in rada".


sabato 4 febbraio 2017

L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, di Eleonora Bellini

Copertina di Claudia Benassi
L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno propone ai ragazzi di oggi la storia di una grande personalità del passato e lo fa suscitando emozioni più che offrendo nozioni, con riguardo anche a frammenti di mitologia e di leggenda della più antica tradizione indiana.
Una cartelletta sottile, un mazzetto di lettere del nonno scritte in anni lontani con calligrafia regolare e accurata. Ghaffar vi riscopre frammenti di una grande storia, quella del Mahatma Gandhi, il padre della forza dell'amore, della resistenza non violenta e dell'indipendenza dell'India. Le lettere sono un regalo di affetto e di memoria che il nonno gli fece quand'era ragazzino. E lui che ne farà ora? Le farà conoscere ad altri, qui, in questo libro.

LA STORIA COMINCIA COSI':

Primavera dell'anno 1952

La luce dell'alba tinge di rosa e oro la città di Ahmedabad. Nell'ashram sulla sponda del fiume gli abitanti delle umili casette bianche circondate da pochi alberi di mango, si risvegliano e si affrettano alle occupazioni quotidiane. I fabbri, i falegnami, i barbieri, i vasai corrono al lavoro, aprono le botteghe, espongono la merce. Alcune donne e bambini si dirigono al pozzo ad attingere l'acqua per la giornata. Sulle scalinate digradanti verso il fiume stanno prendendo posto i lavandai. Le botteghe di ristoro, che vendono té, tisane e altre bevande, sono già aperte. Nelle case c'è chi sta già cucinando e il profumo di fuoco di legna e spezie si diffonde nell'aria.
Il vecchio Raykhumar esce sulla veranda di casa. Ha appena terminato di filare il cotone con il suo charkha, l'arcolaio a ruota che gli è caro...

Recensione su PAGINE GIOVANI, 4/2016

Un'altra interessante recensione si può trovare al link dell'editore, qui: Luigi Alviggi, su "L'elefante e la formica"


Eleonora Bellini, L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, NonSoloParole Edizioni 2016 (euro 12,00)

mercoledì 18 gennaio 2017

Il quaderno vegetariano con Gianni Rodari, di MaVi e Stefano Panzarasa

Quando Gianni Rodari scriveva le sue mirabili fiabe e filastrocche per bambini, l'era dello spreco e del feroce anonimato del fast food non era ancora radicata nel nostro Paese, anche se già, complice il boom economico, se ne avvertivano le prime avvisaglie. Però la memoria delle privazioni del tempo di guerra era ancora ben viva nella mente dei più e la sobrietà era ritenuta un valore grande. Rodari che, come tutti i veri poeti, era un precursore e un saggio, oltre con un raro scrittore civile, certo aveva avvertito i pericoli di un progresso che non fosse votato al rispetto delle persone. I suoi messaggi di libertà ed eguaglianza, di dignità e giustizia, così come le sue battute curiose e i suoi personaggi divertenti sono ancora estrememante attuali, a volerle comprendere. E soprattutto, sono profondi, memorabili e non bamboleggiano, come si addice a ogni vero scrittore per l'infanzia.
Dell'opera di Rodari questo libro esplora l'aspetto dedicato all'alimentazione, un'alimentazione certo meno sovrabbondante e più rispettosa dei ritmi della natura e delle stagioni di quella a cui i decenni più recenti ci hanno abituato. Ma soprattutto ricerca nelle sue storie citazioni di piatti vegetariani o vegani, in un'ottica di rispetto per gli amici animali e per il creato tutto, fidando nel fatto che questa scelta fosse già ben presente e consapevole nel pensiero di Gianni Rodari: "... se come lui vogliamo sperare in un mondo migliore [...] perché non cominciare dall'alimentazione?" si e ci chiede Stefano Panzarasa nell'introduzione.
Nelle settantacinque pagine del volumetto apprendiamo dunque una serie di ricette semplici (alcune) e saporite (tutte) ispirate alle storie di Rodari: quella del pane più grande del sole e quella dell'insalata sbagliata; quella del minestrone di Cipollino e quella del risotto del cavalier Pomodoro. E così via, con uno spazio di riguardo anche per i dolci più favolosi che si possano immaginare, come il "gelato del Palazzo di gelato con triscotti" e la torta di cioccolato "dal cielo".
Il quaderno, infine, si presenta con un vero quaderno d'antan; è scritto in bella calligrafia e rifinito a mano da Nicoletta Piol e ha il taglio delle pagine di un bel rosso. Correte dunque a procurarvene una copia e poi, svelti, andate in cucina a sperimentare la prima ricetta. Buon appetito!


MaVi e Stefano Panzarasa, Il quaderno vegetariano con Gianni Rodari. Le ricette fantastiche dell'era ecozoica, Kellermann editore 2016