sabato 7 ottobre 2017

Mario Lodi. Pratiche di libertà nel paese sbagliato


La graphic novel, scritta da Alessio Surian e Diego Di Masi, disegnata da Silvio Boselli, racconta la storia di Mario Lodi, valoroso esponente di tutta una generazione di maestri del dopoguerra della quale fecero parte, tra gli altri, Gianni Rodari, Fiorenzo Alfieri, Albino Bernardini, Bruno Ciari e Alberto Manzi, insieme a una nutrita schiera di maestre e maestri "ignoti", che furono i fondatori e i costruttori della scuola, libera ed egualitaria, della nascente Repubblica italiana.
Ispirato dal metodo di Célestin Freinet, Lodi fu tra i fondatori del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) che contò, nei suoi anni migliori, oltre seimila iscritti. La sua attività didattica è stata documentata da libri fondamentali come C'è speranza se questo accade al Vho, Il paese sbagliato (vincitore del premio Viareggio), e dall'impresa, curata e realizzata insieme ad altri educatori, della Biblioteca di lavoro, serie di quaderni didattici (ben 127), editi da Manzuoli di Firenze. Ma come non citare Cipì, che uscì in prima edizione nel 1961, avendo come autori "Mario Lodi e i suoi ragazzi"?
"Oggi è difficile educare - notò Lodi in un suo intervento - perché il nostro impegno di formare a scuola il cittadino che collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell'emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza. A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre l'educazione dei sentimenti: parlare di amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra". Un messaggio sempre di attualità e che, provenendo da chi operò in anni difficili ma pervasi di speranza e di fervore, ben diversi dagli attuali contraddistinti dal crollo di ogni utopia e dall'amarezza della disillusione, ha il sapore perfino della chiaroveggenza. 
Nel 1989 Mario Lodi fondò la Casa delle Arti e del Gioco, eccezionale centro di documentazione sull'arte e il pensiero infantile, e ne divenne presidente. 

Autunno, M. Lodi e i suoi scolari, 4B

I bambini osservano il mondo e lo leggono, lo indagano e lo interpretano, divengono essi stessi protagonisti di pensiero e di cultura, di ricerche e di scoperte, insieme al maestro che li guida e li sostiene: "Ci mettevamo in cerchio per poterci guardare in faccia... Nasceva così la base della democrazia". Il rispetto fondamentale per i più piccoli coincide nella scuola di Piadena con la consapevolezza delle loro potenzialità intellettuali e con la volontà di costruire una società nella quale nessuno sia escluso. 
Questo libro, nell'accativante forma di graphic novel, offre a tutti coloro che hanno vissuti gli anni mitici del primo dopoguerra fino alla metà dei Settanta, il piacevole sapore del ricordo e la nostalgia dell'impegno, agli altri, i giovani, il piacere della scoperta di una figura di educatore imprescindibile nella storia del Novencento italiano.

A. Suriani/ D. Di Masi/ S. Roselli, Mario Lodi, Becco Giallo 2015

giovedì 5 ottobre 2017

Kazuo Ishiguro, Premio Nobel per la Letteratura 2017


Il Premio Nobel per la letteratura 2017 è stato assegnato a Kazuo Ishiguro, scrittore inglese di origine giapponese. Giunto in Gran Bretagna bambino di sei anni, vi ha studiato letteratura e filosofia e, dopo aver desiderato per qualche tempo di tornare nel natio Giappone, ha abbandonato del tutto l'idea quando ha conosciuto la moglie, di origine scozzese. Con lei e la figlia vive attualmente a Londra. E' dunque uno scrittore britannico a tutti gli effetti.
La motivazione del Nobel ha rilevato che in Ishiguro "i temi della narrazione più frequenti sono il ricordo, il tempo, la disillusione. Attraverso romanzi di estrema potenza emozionale lo scrittore svela l'abisso nascosto sotto l'illusorio senso di benessere del mondo". 
"E' un incommensurabile onore, principalmente perché questo premio significa che sto seguendo le orme dei più grandi autori del passato", ha dichiarato lo scrittore alla BBC nel momento in cui ha ricevuto la notizia.
Tra i suoi personaggi uno particolarmente ci è scolpito nella memoria: chi non ricorda il maggiordomo Stevens di Quel che resta del giorno, la sua estrema dignità, il suo penetrante senso del dovere? E chi non ha condiviso almeno per un attimo la sua nostalgia per quello che nella sua propria vita sarebbe potuto essere e non è stato?
"Il fatto è che io ho dato a lord Darlington tutto ciò che avevo di meglio. Gli ho dato assolutamente tutto ciò che avevo di meglio e adesso, eh, adesso mi accordo che non mi resta più tanto da donare" riflette il vecchio Stevens e conclude "Gli anni che mi restano da vivere si stendono davanti a me come un immenso deserto". 

martedì 12 settembre 2017

José Ortega, di Nicola Cobucci


José Ortega nasce ad Arroba de los Montes, piccolo paese della Castiglia del Sud nel 1921. A quindici anni, al momento dello scoppio della guerra civile spagnola, a soli 15 anni, ha già le idee chiare e si schiera dalla parte della libertà contro i miliziani di Francisco Franco che terrà sotto il suo giogo la Spagna fino al 1975. Oppositore del regime, José sconta diversi anni di carcere. Grazie a una borsa di studio del governo francese frequenta prestigiose scuole d'arte a Parigi. Trascorre un periodo di esilio in Francia, mentre le sue opere cominciano a essere apprezzate in diversi Paesi d'Europa, tra cui l'Italia. A partire dalla prima metà degli anni Sessanta, vive a Roma, a Matera e scopre infine, nel 1969, Bosco, piccolo paese del Cilento, posto su una collina tra il monte Bulgheria e il mare e vi stabilisce la sua principale dimora.
"Sto bene con voi perché qui ho trovato un'angoscia e una miseria esistenziale che sono quelle della mia gente. Perché i colori sono quelli della mia terra. Sono rimasto perché la pelle dei braccianti è scura e secca come quella dei contadini spagnoli" scrisse ai suoi concittadini cilentani.
Ora Nicola Cobucci, medico pediatra di Bosco e fraterno amico di Ortega, ricorda l'artista con un libro, denso di testi e ricco di immagini, ma soprattutto prezioso per la sua testimonianza di vita e di affetti. "Uno della sua gente" scrive Cobucci nella Prefazione "sente il dovere di ricordare l'uomo che volle farci compagnia qui nel Cilento per un lungo periodo della sua vita di esiliato politico". 
Il paese di Bosco fu protagonista dei Moti Cilentani del 1828 e fu per questo distrutto e incendiato dalla truppe borboniche. Anche per questo Ortega lo amò, perché avvertiva tra quella gente e quelle mura la comune fratellanza che contraddistingue e unisce che difende la libertà sotto ogni cielo e in ogni tempo. 
Il libro di Cobucci, dopo aver inserito la vicenda dell'uomo Ortega nel contesto storico, dedica un significativo, inedito spazio, al ricordo dei momenti vissuti insieme all'artista, spazio non superfluo perché fondamentale per raccontare l'umanità e la profondità di una personalità complessa e affascinante. Seguono un'antologia degli scritti dell'artista stesso e poi, corredata da un ampio catalogo di immagini, un'antologia storico critica dei principali testi critici dedicati all'opera di Ortega, ormai sparsi qua e là e quasi irreperibili. Un prezioso capitolo è dedicato alla poesia, quella dell'artista stesso e quella degli amici poeti, Lorca, Machado, Neruda, Alberti, Celaya con il quale concludiamo: "José Ortega, distintos, mas por igual sufriendo,/ los hombres de tus cuadros, el cuadro de mi España/...

Presentazione del libro a Bosco, 24 agosto 2017





José Ortega. Pittore e incisore, nel ricordo di Nicola Cobucci, M2 Industrie Grafiche 2017

giovedì 17 agosto 2017

Poesia in musica 1

Inauguro in questo penultimo scorcio d'estate una piccola rubrica dedicata a mie poesie musicate. Per cominciare propongo due liriche ("Brezza" e "Aria") tratte da RADICI, raccolta di liriche ispirate agli antichi quattro elementi costitutivi del mondo: fuoco, aria, terra, acqua. La rivisitazione avviene in chiave contemporanea e si muove tra filosofia e vivere quotidiano, spazi non così lontani come potrebbe apparire a prima vista. 

BREZZA

La brezza s'infrange sulla selva
d'antenne dei tetti di Roma, langue
sulle tegole arse, nel cavo dei terrazzi.
Ma stormi di storni la ridestano, 
prendono il largo, volano compatti,
scendono, divagando alti sugli umani
richiami e sugli ingorghi del traffico.

Il vecchio che alza il capo
ricorda stagioni verdi e chiare,
stacca dal geranio qualche foglia,
la pone tra le pagine del libro che abbandona
sul davanzale, inerme,
le carte scompigliate.

"Brezza", musicata e cantata da Royston Vince, si può  ascoltare qui: https://www.youtube.com/watch?v=KTQxEhOgXH0&feature=youtu.be

ARIA

Pesci d'aria nell'elemento
invisibile nuotano, li vedi?
Parola di breve radice
amica di vento, luce, cielo,
celeste nei graffiti bambini
soffio di lettere nelle antiche
lingue indoeuropee.
Aria annientata dai gas
opaca cortina, nuvola bassa e ritornello
di polvere. E' ancora
aria questa che ci avvolge maligna
e che ci stringe?
                          Lavora
come rete a strascico, impietosa.
Aria.

Royston Vince, londinese, è musicista e docente di musica.

J. Brueghel, Aria, 1613 c.a.

Eleonora Bellini, ριζώματα radici, 2014 (edizione a tiratura limitata, numerata e firmata dall'autrice)

venerdì 21 luglio 2017

Arrestati, di Can Dündar

Direttore del quotidiano turco laico e indipendente Cumhuriyet, Dündar fu arrestato il 26 novembre 2015 con l'accusa di spionaggio e divulgazione di informazioni segrete. Il suo giornale aveva svelato il coinvolgimento diretto della Turchia nella questione siriana, pubblicando immagini tratte da un video che mostrava un tir dei servizi segreti turchi intento a trasportare in Siria un carico d'armi pesanti nascosto sotto casse di medicinali, armi verosimilmente destinate alle forze del radicalismo islamico, al-Qaida e Isis. La notizia imbarazzò il governo di Ankara e il presidente Erdoğan in persona minacciò pubblicamente i responsabili della diffusione della notizia. Con Can viene interrogato e arrestato anche Erdem Gül, capo redattore della sede di Cumhuriyet ad Ankara. Le accuse sono infondate, ma l'arresto si inscrive perfettamente nella diffusa politica di respressione degli intellettuali "non omologati" che il governo turco persegue. Imprigionato nel carcere di Silivri, cittadella di reclusione per gli oppositori politici voluta da Erdoğan dopo la sua ascesa al potere, Can trascorre tre mesi, di cui quaranta giorni in isolamento, combattendo due battaglie: la prima per non soccombere all'ingiustizia, per non lasciarsi andare allo sconforto; la seconda di resistenza attiva, di rivendicazione inesausta del diritto alla libertà di stampa. Arrestati racconta i giorni del carcere, con minuzia, con attenzione al quotidiano, perfino con un poco di ironia. Can ed Erdem furono poi liberati il 26 febbraio 2016 in seguito al pronunciamento della Corte costituzionale. Al processo di primo grado Dündar è stato condannato a cinque anni e dieci mesi. Attualmente vive in esilio in Germania, dove ha fondato il portale d'informazione turco-tedesco Özgürüz. 
Arrestati reca nell'edizione italiana un capitolo finale "Dopo", che aggiorna sulla vicenda fino all'aprile 2017. L'autore, fra l'altro, vi scrive, inserendo la sua personale vicenda nel quadro generale della storia e del futuro europeo che tutti ci riguarda e coinvolge: "Presentando Arrestati ai lettori italiani voglio fare un appello non solo in qualità di giornalista che combatte per la libertà di stampa, ma anche di cittadino di una nazione che cerca di tenere in vita la propria democrazia che oscilla pericolosamente tra la caserma e la moschea: siate di supporto alla lotta per l'esistenza delle forze democratiche in Turchia. Questo aiuto è tanto indispensabile alla Turchia quanto all'Europa. [...] Convincere la Turchia che l'Europa non è un club della cristianità, ma un consorzio di principi contemporanei; e l'Europa, aprendo le braccia all'unica democrazia laica del mondo musulmano, sconfigga l'islamofobia dilagante. Solo in questo modo potremo arrestare la sporca guerra macchiata di terrorismo in nome dell'Islam e la scalata di nazionalismo che ne è conseguenza in Occidente". 


Can Dündar, Arrestati,  Nutrimenti Editore 2017; trad. Giulia Ansaldo

lunedì 26 giugno 2017

Il prezzo dei soldi, di Petros Markaris

Anche questa volta - è la decima - l'indagine del commissario Kostas Charitos non ci offre semplicemente un razionale e teso percorso nel farsi della soluzione di un delitto, ma soprattutto lo spaccato di una precisa reltà storica e sociale, in Grecia e non solo. Tre delitti si avvicendano in pochi giorni e sono tutti commessi ai danni di persone influenti: un funzionario dell'ente del turismo, un armatore, un giornalista d'inchiesta. I presunti colpevoli degli omicidi vengono presto individuati, quasi per caso o coincidenza fortunata, e sono offerti a Charitos su un piatto d'argento. A patto che l'indagine sia presto chiusa e che il commissario non vada oltre, smettendo di indagare per rispondere alle numerose domande che rimangono aperte e che gli assillano la mente. Ma il nostro non è tipo né da resa, né da obbedienza cieca e la sua ostinazione rischia addirittura di fargli perdere il posto...
Nella Grecia del romanzo ci sono segnali di ripresa economica e lo si vede dai cambiamenti nella vita quotidiana: le auto hanno ripreso a circolare; Adriana, la moglie di Kostas, ha ripreso a  cucinare i ghemistà; al governo è salita una coalizione trasversale, né di sinistra né di destra come usa oggi, ma dedita al "fare". E pare proprio che il denaro abbia ripreso a circolare. La gente spende di più perché gli stipendi sono aumentati e addirittura gli armatori, tutti fuggiti a Londra o nei paradisi fiscali per evadere le tasse, pian piano fanno ritorno in patria. Ma da dove vengono queste potenti iniezioni di soldi a ravvivare il corpo di un Paese fiaccato ed esangue? Charitos medita, raccoglie informazioni e le collega, ricerca fino a scoprire con certezza che gli investimenti costituiscono una sorta di pulizia del denaro sporco, pulizia che sarebbe illegale se non godesse il muto beneplacito del governo e perfino delle istituzioni europee. Potrà rendere noto questo meccanismo malato ed ingiusto additando i colpevoli e ristabilendo almeno un poco le ragioni dell'onestà e della giustizia il nostro Kostas, un uomo solo?
Lo scoprirete solo leggendo il romanzo, che consiglio con convinzione.

Petros Markaris, Il prezzo dei soldi, La nave di Teseo

venerdì 9 giugno 2017

Lago d'arte e di poesia, di Vincenzo Guarracino

"E' in te primavera perenne/ mentre ti ammanti di verdi gemme/  mentre vinci il gelo è in te primavera perenne" scriveva Paolo Diacono (720-799) contemplando le acque del Lario dei tempi suoi lontani. E poi Ugo Foscolo: "più gaio Euro provoca/ su l'alba il queto Lario..." e poi ancora Gadda, Cardarelli, Marinetti, Montale, Pasolini, Stendhal dedicarono a queste acque parole ed affetti. Sono oltre trecento i poeti, gli scrittori, i pensatori che incontriamo in questo libro, splendidamente curato e commentato da Vincezo Guarracino, e tutti pronti ad accompagnarci sulle rive del lago di Como. Non solo di manzoniana memoria, com'è noto ai più, dunque, è questo specchio d'acqua che si sdoppia sinuoso tra i monti verdazzurri e le prealpi affacendate. Grazie alla fortunata intuizione dell'autore e dell'editore, abbiamo tra le mani un'antologia nuova e originale, perché alla memoria letteraria affianca un itinerario turistico preciso e intenso, sulle rive di un lago tra i più amati, nel tempo, da artisti, musicisti, intellettuali e letterati. L'opera, memore della lezione di Carlo Dionisotti, traccia una minuziosa e appassionata mappa intrecciando versi, prose, memorie, scorci di paesaggio, riferimenti geografici antichi e nuovi: il volto - anzi i molteplici volti - del Lario contemplato, narrato e cantato lungo i secoli.
Vincenzo Guarracino, poeta e critico, ci offre dunque, con questa sua ennesima fatica un libro che è, insieme, antologia letteraria, guida di viaggio, memoria storica, sostegno alla riflessione e al pensiero. Un grande regalo per i nostri frenetici, smemorati giorni.



Vincenzo Guarracino, Lago d'arte e di poesia. In gita sul Lario in compagnia di artisti e scrittori, Carlo Pozzoni fotoeditore 2016

giovedì 25 maggio 2017

L'incanto e il disinganno: Leopardi, di Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello

Leopardi filosofo e scienziato oltre che poeta è il protagonista di questo saggio nel quale Boncinelli, genetista, e Giorello, filosofo della scienza, raccontano di lui. Un modo nuovo e nient'affatto scolastico per affrontare la visione del mondo del geniale recanatese.
Lucido e di bruciante attualità, Leopardi  "malinconico, sconsolato, disperato" acquisisce certezze essenziali sulla condizione umana: il mondo non esiste in funzione degli uomini, che non sono i figli prediletti della natura; la natura non mantiene quelle promesse che i giovani che s'aprono al mondo credono di intravvedere nel loro futuro; gli esseri umani godono di un privilegio difficile e spesso straziante, sono dotati di pensiero, difficilmente si appagano, spesso il tedio li assale.
Boncinelli conclude il suo saggio - la prima parte del libro - con un'emblematica frase di Leopardi: "Nessun maggiore segno d'essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita" (Pensieri, XXVII).
Giorello si occupa di Leopardi e della scienza, esordendo da La sera del dì di festa, lucidissima elegia delle cose e degli affetti perduti, per giungere all'esame dell'idea di religione nel nostro poeta. Le domande si affollano nella mente e nei versi di Giacomo, e sono le domande essenziali che ogni essere pensante degno di questo nome incessantemente si pone. Il fatto che non ricevano - e non possano ricevere - risposta non le rende né meno urgenti, né meno autentiche. 
Il saggio si conclude con un dialogo "leopardiano" tragli autori, dialogo che riprende i temi dei due saggi precedenti, li approfondisce e li amplia. Dal colloquio trascriviamo un'interessante e molto attuale considerazione di Boncinelli sul senso di colpa:
"Leopardi ci libera dal pensiero dominante di Dio e non dà alcuno spazio al senso di colpa, che è uno dei sentimenti più diffusi al giorno d'oggi: ne siamo macerati tanto a livello individuale quanto collettivo. Sorprendentemente Leopardi, che ci aspetteremmo riversare nei suoi versi il male di vivere e la malinconia di tutti gli eventi negativi che accadono, non parla quasi mai di colpa. Questo è, io credo, una conseguenza del suo naturalismo: solo se si pensa che Dio sia buono e l'essere umano cattivo si crea spazio per il senso di colpa". 


L'incanto e il disinganno: Leopardi poeta, filosofo, scienziato, di Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello, Guanda 2016


sabato 13 maggio 2017

Bibliothèques troisième lieu, Association des bibliothécaires de France

Il libro francese, insieme ad alcune relazioni del Convegno "La biblioteca aperta" tenutosi un paio di mesi fa a Milano, offrono l'occasione per alcuni spunti di riflessione a proposito del rapporto tra biblioteche e società. La nozione di "luogo terzo" fu coniata dal sociologo statunitense Ray Oldenburg agli inizi degli anni Ottanta del Novecento. Il "luogo terzo" si distingue dal primo, la casa con i suoi legami, e dal secondo, l'ambiente di lavoro: è il luogo della vita sociale e degli spazi di incontro informali, liberamente scelti e liberamente aperti. Oldenburg, osservando il declino dei luoghi di incontro tradizionali come la chiesa, il mercato, le botteghe di quartiere, declino determinato dai nuovi, anonimi, spazi urbani e dall'uso dei trasporti individuali (l'automobile) constata la chiusura in se stessi e l'isolamento degli individui e insiste sulla necessità del "terzo luogo", spazio capace di ricostruire i legami sociali e di dare valore alle persone. 
Oldenburg non indica fra i luoghi "terzi" le biblioteche, ma lo fa un altro sociologo, Robert Putnam, mentre lo storico britannico Alistair Black ne descrive le qualità: "[le biblioteche] storicamente hanno testimoniato di possedere le qualità essenziali proprie del terzo luogo: sono luoghi neutrali, comunitari, che cancellano le disparità sociali e non avanzano pretese; sono ambienti familari, confortevoli, favoriscono l'interazione e (con qualche limite) la conversazione; sono frequentati da habitués e sono quasi una seconda casa, ristorano le persone dal tran tran quotidiano procurando conforto e distrazione". Le biblioteche, dunque, nella società contemporanea, rimangono forse l'unico luogo pubblico capace di accogliere tutti, offrendo una importante occasione di "meticciato" sociale e di opportunità di incontro e di scambio culturale.
Se il libro rimane al centro dell'offerta della biblioteca, altre opportunità vi si aggiungono: dai gruppi di discussione e lettura alla proposta di materiali (e spazi) dedicati al digitale, dalla creazione  di un punto ristoro al suo interno all'offerta di eventi come presentazioni di libri, mostre, dibattiti, concerti. La capacità di rispondere a bisogni culturali a tutto campo diviene la caratteristica principale di questo tipo di biblioteca; caratteristica che necessita di seri e qualificati investimenti in termini di capitali (spazi, ambienti, strutture) e di personale preparato e creativo. Un modello attraente, dunque, anche se forse non unico, quello della biblioteca "terza".
Rimangono alcuni interrogativi e un tranello in cui non cascare: 
- la biblioteca "terzo luogo" non finirà per impoverire e far dimenticare le competenze specifiche dei bibliotecari nel trattamento dei diversi supporti culturali (libri, documenti, filmati, fotografie, materiali digitali ecc..) trasformandoli in semplici intrattenitori o - peggio - managers?
-  la biblioteca "terzo luogo" non potrebbe incorrere nel pericolo di ampliare ancor più la forbice tra la cultura "popolare" e quella "d'élite"? Tradizionalmente le biblioteche pubbliche agiscono e hanno agito come mediatrici culturali tra le proposte "di qualità" (o "del centro") e quelle effimere, puramente commerciali (talvolta "ruspanti") delle periferie, a favore soprattutto dell'educazione permanente e gratuita. Riusciranno le biblioteche "terze" ad assolvere ancora anche a questo compito, fondamentale nelle (tante) nostre periferie dell'intelletto? 
- il concetto di "terzo luogo" ha forte sviluppo nel marketing e negli spazi commerciali, con intenti meramente utilitaristici e non certo di libera scelta, di offerta gratuita, di crescita intellettuale ed egualitaria. Le biblioteche, luogo libero ed indipendente per definizione, devono guardarsi dal cadere nel tranello del merchandising? A mio avviso, sì.
(Eleonora Bellini)  

domenica 23 aprile 2017

La svedese, di Anna Pavignano

Sono i momenti in cui la passione brucia, l'amore scuote come una bufera e il dolore morde quelli che più si fissano, indelebili, nel ricordo, quelli che daranno, in futuro, la sensazione di aver vissuto. Gli impicci e la ripetitività del quotidiano, il tempo senza scosse, tutti si dissolvono in polvere. Livia, che da qualche tempo evita legami, invita a cena Marco. Entrambi vivono a Roma e hanno un cane, pastori tedeschi, un maschio e una femmina. Li faranno incontrare e dall'incontro, forse, nasceranno dei cuccioli. Ma c'è un imprevisto: scende a Roma da Torino, senza preavviso, Milo, vecchio amico di Marco. Si aggrega alla cena anche lui. Tra Livia e Milo è colpo di fulmine. L'amore, inatteso, scuote la vita della donna, che lo vive dapprima come sogno, tempo sospeso, poi come divorante passione. Perché è un amore a tempo, un amore da lontano: gli spazi per gli incontri sono brevi anche se molto intensi e ricchi di quella forza che solo la passione può regalare. E tuttavia per amare bene bisogna poter essere se stessi. Entrambi i protagonisti hanno difficoltà in questo. Milo è sposato, quello che ha con la moglie è un rapporto aperto, quasi contrattuale più che amoroso. Sembra un rapporto chiaro, invece è turbato da ombre inattese. Livia vorrebbe essere come Sara, la protagonista di una passata avventura di Milo, forse un suo vecchio amore. Adotta camuffamenti e strategie per apparire sempre più uguale a lei, arriva a provocare un incontro con Sara e ad infilarsi con pretesti in casa sua. Ma sarà questa la strada giusta per legare sempre più a sé - e sempre più definitivamente - Milo?  
Anna Pavignano, raccontando in prima persona, indaga. Indaga mente e moti, anche minuti, dell'animo della protagonista e ne svela momenti importanti dell'infanzia: i difficili rapporti tra i genitori della Livia bambina, i rimproveri ricevuti da una madre triste e assente, le osservazioni di "zia" Klarissa, le attenzioni affettuose di un padre dolorante, diviso tra due donne. Nel romanzo, a ogni capitolo che narra le vicende dell'amore presente, se ne alterna un altro che riporta a galla ricordi, momenti e anche sensi di colpa dell'infanzia lontana. I primi anni della vita rimangono infatti, magari sopiti, ma non distrutti, nella mente: una bimba che ha constatato quanto dolore possa causare un amore infelice o non ricambiato, potrà da adulta imporsi distacco, discrezione, riservatezza, disimpegno perfino nell'espressione dei sentimenti più forti. "Come una svedese", per dirla con le parole di Milo nell'ultimo capitolo del romanzo. E invece - Livia lo ha dolorosamente appreso - "abbiamo bisogno delle parole per decifrare tutto, anche l'amore [...] senza le parole si può confondere la dedizione col disinteresse, l'amore con un gioco superficiale".

A. Pavignano, La svedese, Verdechiaro Edizioni 2017