sabato 11 febbraio 2017

Le strade di polvere, di Rosetta Loy

Il Piemonte contadino, dalla fine del Settecento ai primi anni dell'Unità d'Italia, vive, palpita, soffre e gioisce in questo romanzo che narra un'epopea lenta e umile, tutta vissuta attorno alla grande casa fatta costruire dal Grand Masten, un particulare "che aveva terra di suo, buoi, mucche, galline e conigli e tante moggia da avere bisogno di altre braccia". Due figli ha il Gran Masten, Pietro e Giuseppe. Muore giovane quest'ultimo e sua moglie Maria, bruna e bella, sposa in seconde nozze il fratello, Pietro detto Sacarlott. Questi, solido e massiccio, è uomo concreto, legato alla terra e ai suoi possedimenti. Attorno a lui, di poche parole e tuttavia dominante, ruota tutta la famiglia, i cinque figli, la moglie, la cognata. Di tutti conosciamo desideri, patimenti, amori, speranze, partenze, lungo le strade di polvere dei soldati in guerra e quelle degli amori clandestini. Assistiamo a nascite e morti che si snodano in un tempo del quotidiano che, pur attraverso le stagioni e il lavoro consueto, sembrerebbe sempre uguale se non fosse per i moti del cuore e l'ardire del pensiero dei protagonisti. Seguiamo quindi Gavriel che parte la notte a cavallo per raggiungere l'amata, ormai sposa di un altro, e Luìs che torna cambiato, ma non fiaccato, dalla guerra; parteggiamo poi per Pietro Giuseppe, figlio di primo letto di Luìs (eh sì, quante giovani spose morivano allora!) che vuole lasciare la campagna per avviarsi al mondo degli studi. Ci commuovono le fanciulle che frugano alla ricerca di nastri in fondo ai cassetti e si animano di speranze, di sogni e di languore alle musiche dei balli estivi sull'aia. Mentre, giunti all'ultima pagina, triste e pensoso ci è l'incontro con i due fratelli, Gavriel e Luìs. Ormai vecchi e soli, trascorrono le serate accanto al fuoco, nella casa orfana delle presenze e delle voci che un tempo l'avevano animata, e che ora scricchiola "come un vascello in rada".


sabato 4 febbraio 2017

L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, di Eleonora Bellini

Copertina di Claudia Benassi
L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno propone ai ragazzi di oggi la storia di una grande personalità del passato e lo fa suscitando emozioni più che offrendo nozioni, con riguardo anche a frammenti di mitologia e di leggenda della più antica tradizione indiana.
Una cartelletta sottile, un mazzetto di lettere del nonno scritte in anni lontani con calligrafia regolare e accurata. Ghaffar vi riscopre frammenti di una grande storia, quella del Mahatma Gandhi, il padre della forza dell'amore, della resistenza non violenta e dell'indipendenza dell'India. Le lettere sono un regalo di affetto e di memoria che il nonno gli fece quand'era ragazzino. E lui che ne farà ora? Le farà conoscere ad altri, qui, in questo libro.

LA STORIA COMINCIA COSI':

Primavera dell'anno 1952

La luce dell'alba tinge di rosa e oro la città di Ahmedabad. Nell'ashram sulla sponda del fiume gli abitanti delle umili casette bianche circondate da pochi alberi di mango, si risvegliano e si affrettano alle occupazioni quotidiane. I fabbri, i falegnami, i barbieri, i vasai corrono al lavoro, aprono le botteghe, espongono la merce. Alcune donne e bambini si dirigono al pozzo ad attingere l'acqua per la giornata. Sulle scalinate digradanti verso il fiume stanno prendendo posto i lavandai. Le botteghe di ristoro, che vendono té, tisane e altre bevande, sono già aperte. Nelle case c'è chi sta già cucinando e il profumo di fuoco di legna e spezie si diffonde nell'aria.
Il vecchio Raykhumar esce sulla veranda di casa. Ha appena terminato di filare il cotone con il suo charkha, l'arcolaio a ruota che gli è caro...

Eleonora Bellini, L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, NonSoloParole Edizioni 2016 (euro 12,00)

mercoledì 18 gennaio 2017

Il quaderno vegetariano con Gianni Rodari, di MaVi e Stefano Panzarasa

Quando Gianni Rodari scriveva le sue mirabili fiabe e filastrocche per bambini, l'era dello spreco e del feroce anonimato del fast food non era ancora radicata nel nostro Paese, anche se già, complice il boom economico, se ne avvertivano le prime avvisaglie. Però la memoria delle privazioni del tempo di guerra era ancora ben viva nella mente dei più e la sobrietà era ritenuta un valore grande. Rodari che, come tutti i veri poeti, era un precursore e un saggio, oltre con un raro scrittore civile, certo aveva avvertito i pericoli di un progresso che non fosse votato al rispetto delle persone. I suoi messaggi di libertà ed eguaglianza, di dignità e giustizia, così come le sue battute curiose e i suoi personaggi divertenti sono ancora estrememante attuali, a volerle comprendere. E soprattutto, sono profondi, memorabili e non bamboleggiano, come si addice a ogni vero scrittore per l'infanzia.
Dell'opera di Rodari questo libro esplora l'aspetto dedicato all'alimentazione, un'alimentazione certo meno sovrabbondante e più rispettosa dei ritmi della natura e delle stagioni di quella a cui i decenni più recenti ci hanno abituato. Ma soprattutto ricerca nelle sue storie citazioni di piatti vegetariani o vegani, in un'ottica di rispetto per gli amici animali e per il creato tutto, fidando nel fatto che questa scelta fosse già ben presente e consapevole nel pensiero di Gianni Rodari: "... se come lui vogliamo sperare in un mondo migliore [...] perché non cominciare dall'alimentazione?" si e ci chiede Stefano Panzarasa nell'introduzione.
Nelle settantacinque pagine del volumetto apprendiamo dunque una serie di ricette semplici (alcune) e saporite (tutte) ispirate alle storie di Rodari: quella del pane più grande del sole e quella dell'insalata sbagliata; quella del minestrone di Cipollino e quella del risotto del cavalier Pomodoro. E così via, con uno spazio di riguardo anche per i dolci più favolosi che si possano immaginare, come il "gelato del Palazzo di gelato con triscotti" e la torta di cioccolato "dal cielo".
Il quaderno, infine, si presenta con un vero quaderno d'antan; è scritto in bella calligrafia e rifinito a mano da Nicoletta Piol e ha il taglio delle pagine di un bel rosso. Correte dunque a procurarvene una copia e poi, svelti, andate in cucina a sperimentare la prima ricetta. Buon appetito!


MaVi e Stefano Panzarasa, Il quaderno vegetariano con Gianni Rodari. Le ricette fantastiche dell'era ecozoica, Kellermann editore 2016

domenica 15 gennaio 2017

ANIMA BIANCA. La neve da De Nittis a Morbelli


"Anima bianca" è il titolo di una mostra aperta alla GAM MANZONI di Milano fino al 19 febbraio 2017 e anche del catalogo che la illustra. Quale momento migliore dell'anno per contemplare i paesaggi innevati dipinti da numerosi maestri tra metà Ottocento e primi decenni del Novecento? 
Angelo Inganni vi è presente con La colonna di San Martiniano del Verziere sotto la neve (1844-1845), dipinto nel quale la piazza è animata come la scena di un teatro: signore che conversano, un padre con due fanciullini, una donna accanto al bottegaio, gli spazzini con le pale da neve, un cane nero incantato a contemplare lo spettacolo dei fiocchi che scendono. Peculiarità del dipinto, che fu apprezzata moltissimo da critica e pubblico contemporanei dell'Inganni, è proprio la rappresentazione del "cader della neve", i fiocchi bianchi e leggeri che scendono e si posano a terra imbiancando il selciato.
Di Giovanni Segantini si può ammirare un'opera giovanile, Il Naviglio sotto la neve (1879-1881) nella quale le barche in primo piano, ferme sotto la nevicata, contrastano con i movimenti lenti e curiosi e con il cicalare delle donne raggruppate sulla riva.
Il capolavoro dell'esposizione è, a mio avviso, La lezione di pattinaggio (1875 circa) di Giuseppe De Nittis, nel quale le due pattinatrici, immerse nel bianco rosato del ghiaccio, danzano leggere l'una accanto all'altra. Nell'inverno 1874-1875 Parigi fu imbiancata da abbondanti nevicate. De Nittis, che viveva allora nella capitale francese, eseguì una serie di scene invernali en plein air, ispirato dal nuovo volto di pietre, palazzi, giardini dentro tutto quel bianco caduto dal cielo. "Parigi è sotto la neve" scrisse "Il bosco risplende sotto il cielo pallido. E' la solitudine completa. Solo noi in uno spazio immenso". 
Ventidue sono gli artisti in mostra, le cui opere sono tutte riprodotte nel catalogo, corredato anche da una interessante bibliografia relativa ad ogni pittore. I loro nomi? A. Inganni, T. Signorini, G. Induno, G. De Nittis, N. Cannicci, G. Segantini, S. Bruzzi, F. Rossano, G. Di Chirico, E. Spreafico, G. Boldini, M. Bianchi, F. Filippini, G. De Sanctis, F. Carcano, A. Tominetti, C. Fornara, E. Longoni, C. Maggi, A. Morbelli, L. Bazzarro, G. Bozzalla.  

G. De Nittis, Lezione di pattinaggio

ANIMA BIANCA, a cura di Francesco Luigi Maspes ed Enzo Savoia, saggio introduttivo di Elisabetta Chiodini, GAMMANZONI, 2016

venerdì 30 dicembre 2016

L'uomo che sorrideva, di Henning Mankell

L'avvocato Gustaf Torstensson trova la morte in un incidente stradale in una fredda e buia sera d'ottobre mentre sta tornando a casa dopo essersi recato da un cliente. Non molto tempo dopo suo figlio Sten viene ucciso nel suo ufficio. La morte violenta del figlio getta un'ombra di dubbio anche sulla morte del padre. L'investigatore Kurt Wallander che, mentre vagava in preda a una forte depressione sulla spiaggia di Skagen, all'estremo nord della Danimarca, era stato contattato da Sten affinché indagasse sulla morte del padre, rientra al lavoro. Senza esitare, anche se la ripresa e l'uscita dal tunnel del dolore e della malinconia si rivelano estremamente dure. L'indagine conduce Wallander a occuparsi di un personaggio insospettabile, ritenuto addirittura un benefattore della società; un uomo ricco, elegante, colto, sicuro di sé e sempre sorridente, Alfred Harderberg. Man mano che si accumulano nuovi elementi di accusa, l'inchiesta diviene sempre più difficile, pericolosa e costringe il nostro ad andare controcorrente, a sfidare l'opinione comune: testardaggine e pazienza lo sorreggono e lo aiutano a individuare la strada giusta. "Quando le pietre iniziano a rotolare giù da una china, non bisogna corrergli dietro immediatamente" riflette Kurt "perché altrimenti ti trascineranno con sé. Rimani dove sei e osservale mentre rotolano, e poi guarda dove si sono fermate".
Le pietre che man mano edificano e completano l'indagine conducono alla scoperta di un traffico orrendo, quello di organi e preferibilmente di organi freschi e sani, quelli dei bambini e dei ragazzini: un bambino viene ucciso in Sud America o in un altro paese povero per allungare la vita di una persona che, nel nostro mondo "ricco", può permettersi di pagare senza rispettare le liste di attesa degli ospedali. Harderberg, il benefattore, organizza e dirige questo traffico.
L'indagine si conclude la vigilia di Natale ma, pur se i malvagi sono assicurati alla giustizia, non si può gioire certo del fatto che giustizia e bontà trionfino. Una domanda infatti risuona alta e inquietante: "Alfred Harderberg era una persona che tutti ammiravano. Come è possibile fare donazioni ad associazioni caritatevoli con una mano e uccidere esseri umani con l'altra?"
Nessuno può dire se vi sia un limite alla malvagità umana e nessuno può dire quanto profondamente il romanzesco rispecchi la realtà e quanti sedicenti e falsi benefattori alberghino anche tra noi. 

Henning  Mankell, L'uomo che sorrideva, Marsilio 2004

martedì 13 dicembre 2016

Tecnobarocco. Tecnologie inutili e altri disastri, di Mario Tozzi

Pensavo di essere la sola ad avere nostalgia del vecchio telefono a disco collegato solo alla linea telefonica e non alla rete elettrica. Poi acquisto per la biblioteca questo libro e constato che anche Mario Tozzi soffre della medesima nostalgia: "Perché il telefono meccanico" scrive a pag. 41 " aveva un pregio il cui valore ci è chiaro solo quando, e succede, manca la corrente elettrica e, di conseguenza, il suo uso sarebbe urgente e dovrebbe essere assicurato". Già, perché i moderni telefoni se manca la corrente sono inutilizzabili e bisogna aspettare che questa ritorni, presto o tardi chissà!
Un altro apparecchio che non amo è il GPS; una carta stradale o un atlante portatile mi sembrano più funzionali e, alla fine, capaci di fornire indicazioni più durature sul luogo in cui ci si trova o sulla direzione da prendere, favorendo in qualche modo la creazione nel viaggiatore del senso di orientamento, utile sia a piedi che in auto, che in treno (Alzi la mano chi non ha mai incontrato qualcuno che, in una stazione, gli chiedesse: "Da che parte va il treno per... ?"). Una considerazione molto empirica, certo, e limitata allo spostamento nelle città o da paese a paese o da città a città. Tozzi rileva molti di più, accenna alla storia di mappe e carte e rileva che "una carta geografica non è solo una mappa, è molto di più, ed è esattamente quella ricchezza di significati e di conoscenze che stiamo perdendo [...] una carta non è una pura rappresentazione ridotta della superficie terrestre, ma è anche altamente simbolica e la sua consultazione permette di sognare, riflettere e conoscere, oltre che di orientarsi." (pag 43). 
E che dire dei giochi elettronici? E' sicuro che perdono punti se confrontati ai loro omologhi tradizionali, il calciobalilla e il flipper tra tutti. Questi ultimi favorivano la socialità e non fomentavano l'aggressività; non si potevano giocare all'infinito - quasi mai si poteva averli in casa e richiedevano un certo impegno muscolare per giocare e vincere - come i moderni giochi elettronici: non producevano ludopatie, insomma. 
Tozzi in questo breve saggio, assolutamente da leggere, passa in rassegna tutte le "conquiste" tecnologiche a cui siamo ormai abituati e che qualcuno ci ha fatto apparire indispensabili, da Wikipedia che sostituisce l'enciclopedia cartacea alla memoria artificiale a cui affidiamo immagini e ricordi; dai trasporti alla climatizzazione alle grandi opere. Il tutto con attenzione al principale fattore che dovrebbe presiedere a ogni nostra conquista tecnica: la sostenibilità.  Il livello utile di sosteniblità nell'Occidente in cui viviamo è stato ampiamente superato, sostiene Tozzi, ed è incrementabile solo a prezzo di disastri ambientali e ingenti spese "tali da far pensare se non sia meglio astenersi da ulteriori miglioramenti" (pag. 183-184).


sabato 3 dicembre 2016

Il fiore della poesia italiana


Cinquecentocinquanta pagine suddivise in due tomi per offrire una panoramica sulla poesia italiana dagli autori dei primi secoli fino ai contemporanei. Opera esemplare, curata da Vincenzo Guarracino insieme a Mauro Ferrari e ad Emanuele Spano per quanto riguarda il secondo tomo, l'antologia propone una poesia per ciascun autore presente. Ogni testo poetico è introdotto da una breve ma acuta nota critica. In appendice si possono leggere sintetiche note biografiche di tutti i poeti presenti in ciascun volume. 
"Perché proporre un'antologia?" abbiamo chiesto ai curatori. 
"Perché un'antologia" ha risposto subito Mauro Ferrari, editore oltre che curatore "oggi più che in passato è in grado di portare la poesia all'attenzione di tutti. Le singole sillogi si rivolgono spesso a un pubblico super specializzato e per questo ristretto, mentre l'antologia, il florilegio, si rivolge soprattutto a chi, pur avendo meno dimestichezza con critica e correnti letterarie, è coinvolto in maniera personale - e magari anche emotiva - dalla parola poetica. Oggi l'antologia, a mio avviso, è destinata a restare, a segnare un punto fermo nella storia letteraria".
"Nel termine antologia, natura e arte condensano una conquista di bellezza e preziosità e vicendevolmente si illuminano nell'immagine di una miracolosa fioritura di testi, colti nella loro unicità e singolarità" ha aggiunto Vincenzo Guarracino, spiegando così anche il titolo estremamente classico che si è voluto dare alla raccolta.
I poeti di un tempo hanno dunque ancora una voce viva e vicina al nostro vissuto e quelli contemporanei ci offrono spesso visioni, squarci di luce, intuizioni su una realtà complessa, perfino dolorosa, sottraendola all'incomprensione e all'effimero. La poesia è viva, dunque, e di questo le siamo grati.

Il fiore della poesia italiana, puntoacapo editore 2016

lunedì 28 novembre 2016

IO, GIACOMO, di Palmina D'Alessandro

Nella bella cornice della settecentesca villa Marazza di Borgomanero si è svolta sabato 26 novembre, nel salone d'onore lo spettacolo condotto e recitato da Alessandro Sorrentino "Io Giacomo". L'evento, realizzato con il contributo della Fondazione Marazza, che in questo edificio ha la sua sede, rientra perfettamente nello spirito di Achille Marazza (Borgomanero 20 luglio 1894-Verbania 7 febbraio 1967), uomo di alto profilo politico e di grande spessore culturale, il quale, nel lasciare al Comune di Borgomanero la villa di famiglia, volle che essa divenisse una casa di cultura e che fosse mantenuta al suo interno una biblioteca pubblica, che oggi possiede un ingente patrimonio di libri, stampe, documenti, pergamene, incunaboli.
Proprio questa mi ha riportato alla mente un'altra biblioteca, quella di Palazzo Leopardi a Recanati, dove il giovane Giacomo sacrificò la sua giovinezza e la salute.
Ed è sulla vita di Giacomo (il titolo " Io Giacomo" lo conferma), ad di là degli stereotipi e degli accademismi, che Alessandro Sorrentino ha voluto porre l'accento nel suo intervento, offrendo al numeroso pubblico presente in sala un'immagine inedita del poeta recanatese.
Le letture da lui proposte e ben documentate, frutto evidente di uno studio attento e profondo di autorevoli fonti bibliografiche, hanno evidenziato il difficile rapporto di Giacomo con i genitori, in particolare con la madre, gelida e dispotica; il suo profondo legame con i fratelli, Carlo e Paolina; i sogni, i giochi dell'infanzia nel soffocante ambiente familiare; il primo innamoramento per la cugina Geltrude a causa della quale, di cui ammirava la bellezza (alta, magra, occhi neri,intensi), proverà i primi tormenti d'amore. Gli ultimi anni nella chiassosa Napoli dei lazzaroni su cui incombe il terribile colera del 1837.
Insomma, da questi scritti emerge un Leopardi molto diverso da come ci viene presentato sui banchi di scuola. Alessandro Sorrentino, alternando letture, dalle quali affiora, in tutta la sua complessità, la personalità di Giacomo, e declamazione delle sue liriche, ha saputo perfettamente immedesimarsi nello scrittore suscitando in chi lo ascoltava una profonda emozione.
La sua calda, profonda voce difficilmente lascia indifferente chi lo ascolta e non è un caso che recentemente, in occasione del 60° Anniversario del " Trebbo Poetico recanatese" dedicato a Giacomo Leopardi gli sia stata consegnata dal presidente del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, Fabio Corvatta, una pergamena con questa motivazione:
"Riconoscimento a un artista che offre la sua arte e la sua anima nel far rivivere i poeti. Con la sua importante voce entra con garbo nella interpretazione delle liriche, riconsegnando intatta al poeta la sua centralità. Un mestiere che gli permette di offrire alla società e al prossimo momenti di bellezza. Un interprete molto speciale del nostro Giacomo"
(C) Palmina D'Alessandro

"Nessun prete voleva riceverlo in chiesa. Il Ranieri parlò a parecchi parrochi, e tutti no: gli fu indicato quello di San Vitale come uomo di manica larga e ghiotto di pesci. Ei tosto corse a la Pietra del pesce, comperò triglie e calamai, e ne mandò un bel regalo al parroco, il quale si lasciò persuadere, e fece allogare il cadavere nel muro esteriore accanto la porta della chiesa. Così per pochi pesci Giacomo Leopardi ebbe sepoltura. Queste cose me le diceva il Ranieri, ed è bene che il mondo le sappia queste cose. (Luigi Settembrini) 

sabato 5 novembre 2016

La Società Letteraria di Guernsey, di Mary Ann Shaffer

Juliet Ashton è una giovane scrittrice di successo che sta cercando il soggetto per il suo secondo romanzo. Mentre si arrovella senza trovare un tema abbastanza avvincente, le arriva una lettera di Dawsey Adams, fattore dell’isola di Guernsey, che ha trovato il suo indirizzo su una vecchia edizione usata di Charles Lamb, scrittore che entrambi amano molto. Inizia una fitta corrispondenza tra i due e Juliet decide di partire per l'isola, incuriosita dalla descrizione dei suoi eccentrici abitanti e specialmente dalla Società letteraria "Torta di patate". Nata da un escamotage ideato per giustificare la violazione del coprifuoco durante l'occupazione nazista, la società letteraria ha dispiegato dinanzi agli occhi e alle menti degli isolani il mondo della letteratura e ha cambiato la loro vita con la lettura delle pagine di Marco Aurelio, Shakespeare, Emily e le altre sorelle Brontë, per citare solo alcuni degli scrittori discussi durante le serate di riunione della società. 
"Leggevamo, parlavamo, discutevamo di libri e così diventammo sempre più uniti" scrive a Juliet Amelia, tra le più attive componenti del sodalizio. I libri infatti sono qui coprotagonisti del romanzo, "perchè ci scaldano il cuore nei momenti difficili, ci arricchiscono l’anima, ci avvicinano agli altri, a volte ci salvano la vita.”
Inno ai libri e ai loro lettori dunque, La Società Letteraria di Guernsey, romanzo scritto in forma di epistolario tra più persone, offre anche una interessante visione sul periodo dell'occupazione nazista delle isole del canale della Manica, dalle difficoltà della vita quotidiana, alle fonti di informazione precarie, alla fame e alla perenne ricerca di derrate alimentari, alla partenza dei bambini verso località segrete della Gran Bretagna, per mettere almeno loro al sicuro dalla guerra.  
Mary Ann Shaffer (Martinsburg 1934-2008) fu spinta dal suo club letterario a scrivere un libro. Ricordando Guernsey, dove si era recata durante una visita in Europa, scrisse questo romanzo, la sua sola opera, ma di grande successo.

M. A. Shaffer, La Società Letteraria di Guernsey, Sonzogno 2011

Grazie a Giulio Martinoli per la segnalazione del romanzo.

lunedì 10 ottobre 2016

Suite francese, di Irène Némirovsky

Soltanto nel 1992 Denise Epstein, figlia di Irène Nemirovsky, trova il coraggio di trascrivere per la pubblicazione il testo che sua madre aveva vergato su un grosso quaderno mentre erano rifugiate in un villaggio della Borgogna tra il 1941 e il 1942. Nata a Kiev nel 1903 Irène è figlia di un ricco banchiere di Odessa. La mamma è dedita alle feste e alla vita mondana più che alla famiglia e la piccola, allevata da due bambinaie, una francese e l'altra inglese, cresce trilingue. La famiglia riesce a sfcampare ai pogrom contro gli ebrei che sconvolsero la capitale ucraina nel 1905 e nel 1912. Trasferitisi nel 1914 a San Pietroburgo, i Némirovsky fuggono nel 1918 dalla Russia rivoluzionaria dei Soviet. Dopo un breve soggiorno in Finlandia e in Svezia, si stabiliscono a Parigi nel 1919. E' in francese che Irene scrive, esordendo a soli 18 anni. Nel 1929 il suo romanzo David Golder, storia di un finanziere ebreo, conosce un grande successo editoriale, tanto che nel 1931 ne viene curata anche una trasposizione cinematografica. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Irène con il marito e le figlie Denise ed Elisabeth si trasferisce a Issy-l'Évêque. Qui, l'anno seguente, la famiglia si converte al cattolicesimo nell'illusione di poter sfuggire alla persecuzione nazista. Il 13 luglio 1942 viene comunque arrestata. Muore ad Auschwitz il 19 agosto dello stesso anno. La medesima sorte tocca al marito. Le sue bambine, invece, affidate ad amici proprio la sera precedente l'arresto e poi nascoste sotto falso nome in un istituto cattolico, si salvano. 
Suite francese nell'edizione italiana è l'insieme di due romanzi. Il primo, Tempesta di giugno, racconta la fuga di gruppi diversi di persone da una Parigi cupa e tremebonda, minacciata e poi invasa dai nazisti. Gruppi diversi, che lasciano la capitale smarriti, impauriti, increduli: ci sono i Péricand che sperano di rifugiarsi presso parenti;  Conte, scrittore famoso, che parte alla volta di Vichy; i Michaud, impiegati di banca che, comandati dal direttore a Tours, non riescono a raggiungere quest'ultima città e sono costretti a rientrare nella capitale senza mezzi e senza più notizie del figlio soldato. Durante la lunga marcia a piedi così riflette Maurice Michaud, uno tra i pochi profughi a interrogarsi sul senso degli eventi e a non smarrire se stesso: "Quella gente che aveva intorno era convinta che la sorte si accanisse in modo particolare su di loro, sulla loro sciagurata generazione, mentre lui ricordava che gli esodi c'erano sempre stati in ogni tempo. Quanti uomini erano caduti su quella terra (come su tutte le terre del mondo) spargendo lacrime di sangue, fuggendo il nemico, abbandonando città in fiamme, stringendo al petto i figli: nessuno aveva mai pensato a quei morti innumerevoli condividendone il dolore..."
La seconda parte, Dolce, racconta la vita di un paese di campagna occupato. La durezza dell'occupazione tedesca qui pare a volte mitigata dal vivere fianco a fianco con l'occupante, come nel caso di Lucile, il cui marito distratto e infedele combatte lontano. La giovane donna e un ufficiale tedesco, gentile, colto e amante della musica, sperimentano una comune sensibilità che, pur fugacemente, li unisce. La storia si conclude quando, nel giugno 1941 le truppe tedesche vengono spostate sul fronte orientale e ha inizio l'invasione nazista dell'Unione Sovietica: "Gli uomini cominciarono a cantare, un canto grave e lento che si perdeva nella notte. Poco dopo, sulla strada, del reggimento tedesco non restò che un po' di polvere".


I. Némirovsky, Suite francese. Prefazione e traduzione di Lanfranco Binni, Garzanti 2014