sabato 28 gennaio 2012

Io e Dio, di Vito Mancuso

Se un libro di teologia arriva alla sesta edizione (sempre che mentre scrivo non ne siano state stampate altre) significa che è capace di condividere gli interrogativi di molti e sicuramente anche che ha il dono di saper trattare e approfondire in modo chiaro concetti difficili, sempre aperti, nuovi, incalzanti.
“Oggi le utopie sono morte, ma con esse purtroppo sembra che siano morti anche gli ideali. Talora ne discende una specie di depressione collettiva della speranza e dell'immaginazione sociale e, ancora peggio, una sfiducia di fondo dell'umanità in se stessa. […] Questo libro nasce dalla consapevolezza della gravità del momento presente e dall'esigenza interiore di rifondare al cospetto delle perplessità odierne il pensiero di Dio, inteso come verità della vita del mondo”, afferma l'autore nel Prologo. Ma, al contrario di quanto avvenuto sinora nelle forme storiche della religiosità occidentale, e particolarmente nel cattolicesimo romano, il fondamento del pensiero di Dio viene qui posto nell'Io, cioè nella “libertà che si compie come amore” e non nel magistero ecclesiastico, espressione storica più di potere che di fede autentica, di intellettualismo più che di intelligente serenità interiore.
Un grande maestro del pensiero, da un'affermazione del quale Mancuso esordisce nel suo argomentare fu Norberto Bobbio, figura esemplare di filosofo nel nostro Paese: “come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero” scrisse Bobbio nelle sue ultime volontà e Mancuso nota che questa è una condizione di perplessità comune a molti contemporanei (il sottotitolo del libro lo definisce appunto “una guida dei perplessi”). Le domande che l'opera pone sono quelle, sul senso della vita - e della morte - che ogni giorno ci premono e ci incalzano, sia che siamo credenti e non credenti.
Il libro, di oltre 400 pagine, si struttura in 10 capitoli che offrono al lettore: analisi fenomenologica dello “stato delle cose” (religione, società, cultura; fede, vita, sacro, Dio; dogmi cattolici, ateismi, scienza); analisi critica (libertà religiosa e santa inquisizione; libertà di stampa e indice dei libri proibiti; la storia – non storia della salvezza; la lunga elaborazione dei Vangeli); costruzione della proposta personale dell'autore (che culmina nei capitoli finali “Itinerario della mente verso Dio”; “Una fede più umana”). Seguono il testo ventuno pagine di proposte bibliografiche ragionate e l'utilissimo indice dei nomi. Altro non sarei capace di “riassumere” di questo libro: la semplificazione di ciò che è complesso non gli rendebbe infatti un buon servizio. Ma è possibile leggerlo, il libro, scorrerlo tutto di seguito o andando a cercare singoli temi che riteniamo più urgenti; oppure centellinarlo, discuterne i contenuti con altri. In una recente presentazione a Lesa (Lago Maggiore, sulle rive che assistettero alle passeggiate e ai dialoghi di Alessandro Manzoni con Antonio Rosmini e, più vicino a noi, l'argomentare di un altro filosofo, Pietro Prini ) Vito Mancuso, che oltre al dono dell'intelligenza ha anche quello dell'umanità e della tolleranza, ha conversato per oltre due ore con un pubblico attentissimo, forse non sempre d'accordo con le sue tesi ma autenticamente coinvolto. E' stato come un risveglio e un apririsi al giorno delle menti, alle quali non abbastanza spesso, noi gente comune, concediamo spazi ampi di approfondimento e di pensiero. E dialoghi privati sono proseguiti nei giorni seguenti, ormai partito l'autore. E' questo che un libro deve fare, non è forse così?

Recensioni che vi consiglio:

Mancuso (al centro) a Lesa il 13 gennaio 2012
Sul sito del teologo, http://www.vitomancuso.it/ , trovate il calendario di tutte le presentazioni del libro e la rassegna delle recensioni, anche di quelle “contro” o volgari, che ovviamente non condivido.

Vito Mancuso, Io e Dio. Una guida dei perplessi, Garzanti 2011

mercoledì 11 gennaio 2012

L'uomo che odiava i martedì, di Hakan Nesser

"Richard Berglund era per molti aspetti un ragazzo razionale, eppure odiava i martedì. Non era sempre stato così. La razionalità c'era sempre stata, ma verso la fine degli anni Cinquanta [...] era venuta a mancare nel suo atteggiamento verso i martedì. Quel giorno sembrava circondato da un'aura singolare. Almeno verso la fine dell'inverno e in primavera. La ragione era semplice o, piuttosto, duplice: ogni martedì nella cassetta delle lettere trovava "Paperino & C." e, ogni martedì, quando tornava a casa per la pausa, la mamma gli faceva trovare i dolci con la panna montata e il latte caldo. [...] Poi i martedì cominciarono ad assumere un aspetto diverso. Nel 1963 e, soprattutto, nel 1964, dopo aver cambiato scuola, era diventato troppo grande per Paperino e papà Josef era ricoverato al sanatorio di Adolfshytta, dove poi sarebbe morto. Perché ogni martedì Richard ed Ethel, la sua mamma, prendevano l'autobus e lo andavano a trovare."
Nesser riesce sempre a non annoiare il lettore e a riservargli nei suoi gialli sia le soprese che le riflessioni filosofiche, che l'introspezione psicologica. La storia dell'uomo che odiava i martedì e dei suoi più stretti amici, si snoda tra gli anni Sessanta ed i nostri giorni: capitoli del presente si alternano a capitoli del passato. Tutto ruota attorno a due delitti - o forse a due suicidi? - consumati nello stesso luogo a trentacinque anni di distanza. Gli investigatori sono l'italo-svedese Gunnar Barbarotti e la sua collega Eva Backman, simpatica e collaudata coppia di poliziotti ben nota ai lettori di Nesser.

H. Nesser, L'uomo che odiava i martedì, Traduzione di Barbara Fagnoni, Guanda 2011

giovedì 5 gennaio 2012

Per una biblioteca indispensabile, di Nicola Gardini

Siamo nella prima settimana del 2012. Ecco un libro che ci potrà accompagnare per tutto l’anno e anche oltre quest’ anno. Si tratta di un “libro di libri”, perché ci propone cinquantadue classici della letteratura italiana, cinquantadue, appunto, come le settimane di un anno solare. Nell’introduzione l’autore, che insegna letteratura italiana all’università di Oxford, esordisce così: “Volevo scrivere un libro sull’Italia migliore, avendo chiara cognizione di quella peggiore; e cercare nel passato, per amore della vita, perché la vita è più nel passato che nel presente, come è stato detto; e parlare di letteratura, ma fuori degli schemi falsificanti della storia letteraria. Ecco com’è nato questo catalogo di 52 libri, che propongo, chissà quanto per caso, nel centocinquantesimo anno dell’Unificazione”.
I cinquantadue classici ci vengono incontro in ordine alfabetico di titolo, per primo si fa avanti L’Adone di Giambattista Marino, e seguono Alcione di Gabriele D’Annunzio, L’allegria di Giuseppe Ungaretti, Aminta di Torquato Tasso, Il barone rampante di Italo Calvino, Canti di Giacomo Leopardi, Canzoniere di Francesco Petrarca, Il Canzoniere di Umberto Saba, La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, La coscienza di Zeno di Italo Svevo, Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Decameron di Giovanni Boccaccio, Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei, Divina Commedia di Dante Alighieri, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, Il giorno di Giuseppe Parini, Iliade di Omero di Vincenzo Monti, Il libro del cortegiano di Baldassar Castiglione e poi La locandiera di Carlo Goldoni, I Malavoglia di Giovanni Verga e, più avanti, Ossi di seppia di Eugenio Montale, Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, Se questo è un uomo di Primo Levi, fino allo Zibaldone dei pensieri di Giacomo Leopardi, che figura qui con più di un’opera (come Alfieri e Petrarca).
Gardini ci parla di ogni opera con passione e rigore, ma in modo non scolastico: anzi, spesso fa notare come, quando e quanto le “letture” scolastiche, quasi sempre parziali e gravate sia da superficiali “etichette” sia dall’ansia del controllo e della verifica a cui vengono sottoposte e finalizzate, allontanino dalla lettura autentica di un’opera o di un autore. Un esempio? Le Confessioni di un italiano di Nievo, nei manuali ridotte ed emarginate rispetto alla tradizione manzoniana preponderante (non del tutto a torto) nel nostro approccio scolastico, ci sono qui proposte in modo così positivo ed accattivante, che il lettore non potrà fare a meno di andare a cercarsi il libro, in biblioteca o in libreria, e di leggerlo per intero.

Nicola Gardini, Per una biblioteca indispensabile. Cinquantadue classici della letteratura italiana, Einaudi 2011.

sabato 17 dicembre 2011

Un gatto nero, di Giovanni Pascoli


[...] Uomo che vegli nella stanza
illuminata, che ti fa vegliare?
dolore antico o giovine speranza?

Tu cerchi un Vero. Il tuo pensier somiglia
a un mare immenso; nell'immenso mare,
una conchiglia; dentro la conchiglia,

una perla: la vuoi. Vecchio, un gran bosco
nevato, ai primi languidi scirocchi,
par la tua faccia. Un gatto nero, un fosco
viso di sfinge, t'apre i suoi verdi occhi...

da "Finestra illuminata" in Miricae

lunedì 12 dicembre 2011

Come funziona la memoria, di Larry Squire ed Eric Kandel

Cogito ergo sum, l'affermazione cartesiana molto nota e molto citata ancor oggi (risale al 1644) è errata, sostengono gli autori di questo libro, Squire, docente di medicina e psichiatria all'Università di California e Kandel, premio Nobel per la medicina nel 2000. Il detto cartesiano oggi appare "sbagliato" perché i biologi contemporanei sono giunti alla certezza del fatto che le attività della mente appartengono ad una parte specializzata del corpo (e perciò il motto sarebbe semmai da capovolgere in Sum ergo cogito) ed anche perché un ruolo importantissimo - addirittura fondamentale - nel determinare chi noi siamo è svolto non solo dal pensiero, ma anche, e fondamentalmente, dalla memoria. Il libro esplora e descrive dunque, come recita il sottotitolo, i meccanismi molecolari e cognitivi della memoria, attraverso dieci capitoli:
- Dalla mente alle molecole
- Sinapsi modificabili per la memoria non dichiarativa
- Le molecole della memoria a breve termine
- La memoria dichiarativa
- I sistemi cerebrali della memoria dichiarativa
- Un meccanismo di immagazzinamento sinaptico per la memoria dichiarativa
- Dalla memoria a breve termine alla memoria a lungo termine
- Priming, apprendimento percettivo e apprendimento emozionale
- La memoria per le abilità per le abitudini e per il condizionamento
- La memoria e la base biologica dell'individualità
L'esposizione è molto chiara ed è integrata da molte illustrazioni, è tuttavia necessario possedere nozioni abbastanza approfondite di biologia umana per poter affrontare agevolmente ed in fretta la lettura completa del libro. 

L. Squire/ E. Kandel, Come funziona la memoria. Meccanismi molecolari e cognitivi, Zanichelli 2011

martedì 6 dicembre 2011

Le ceneri del poeta

Ne ha parlato POESIA di Crocetti, in breve, ne ha parlato dettagliatamente Francesca Santucci
(http://www.wandamontanelli.it/CdD/edit/2011/cp.htm), ora, contrariamente a quello che mi piace di solito fare, anzi di ciò che in genere ritengo doveroso fare, inserisco anch'io qui qualcosa su questo mio libro. A chi, come me, è stata educata all'insegna del "non è necessario che tu parli di te, di ciò che sai fare, di ciò che ti riesce bene, tutto quanto è lì da vedere, se vale altri se ne accorgeranno, lo apprezzeranno, ne parleranno" è la decisione ha richiesto molta ponderazione. Ma i tempi sono cambiati da quei lontanissimi anni Sessanta nei quali l'Italia sembrava essere un altro pianeta, ricco di promesse, di bellezza, di affetti. Il berlusconismo ha assuefatto un popolo, non importa di che parte politica, ne ha viziato e corrotto la percezione delle cose e delle persone, ha incoraggiato l'esibizionismo: chi non esibisce, non esiste. Ora, esibire mai. Il pudore e la decenza lo vietano. Ma dare una notizia anche qui, su questo mio blog dedicato, nel modo più libero, personale ed "arbitrario" alle letture, sì. Dunque, Le ceneri del poeta è uscito per le Edizioni Orizzonti Meridionali, certo non uno degli editori dominanti: perciò considero molto importante la menzione della silloge su POESIA, perchè si tratta della raccolta di un'autrice che non ha né poteri né valori di scambio, né fa parte di gruppi o riviste dell'uno o dell'altro giro, non è dunque spendibile, non frutta neanche un euro. Poco ti arriva, anche in questo campo, se non hai "valori di scambio"; il merito, diversamente da ciò che accade in altri ambiti "economicamente sensibili", viene riconosciuto ma, insieme, anche taciuto o in fretta scordato. Eppure la poesia merita molto, che la si coltivi, che la si legga, che la si tenga come compagna quotidiana di vita. Questo libro raccoglie poesia civile, ma anche intima di affetti, e scaturisce da fatti e passioni di quattro anni di vita.
Oltre ai giudizi ai quali ho accennato sopra, me ne sono giunti altri privati, ne ricordo qui due proponendone sintetici estratti:
"... vi è come un crescendo verso la profondità, un filo conduttore che via via si assottiglia, dal vigore delle poesie civili alla rarefazione dell´ultima sezione. I finali, poi, sono spesso sorprendenti e davvero conclusivi e stranianti" (Giulio Martinoli)
"... circolano nei versi rimembranze come echi e moti civili dell'animo, a partire da quelli della prima composizione: sintesi di uno slancio interiore stimolato da desolanti realtà. E' lungo il processo degli eventi, e devo dire che Venticinque aprile è una delle più sentite lodi della Resistenza" (Manrico Murzi)
Venticinque aprile venne già pubblicato qui nel post che segue
http://leletturedidonchisciotte.blogspot.com/2010/04/25-aprile-festa-della-liberazione.html

POESIA, novembre 2011 (rec. Simonelli)
Eleonora Bellini, Le ceneri del poeta. Poesie 2007 - 2011, Edizioni Orizzonti Meridionali 2011

venerdì 2 dicembre 2011

"Fratelli a un tempo stesso, Amore e Morte" presentazione al libro CHE QUANTO PIACE AL MONDO E' BREVE SOGNO di Francesca Santucci

Riporto qui l'inizio della mia presentazione al più recente libro di Francesca Santucci, come invito alla lettura ed alla riflessione. Si tratta infatti di un'opera ricca di notizie e forte di passione.

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.

Così comincia il XXVII canto di Leopardi, che torna immediatamente alla memoria alla lettura del titolo e del sottotitolo di questo mirabile libro di Francesca Santucci: amore e morte nel tempo umano della storia e nel tempo immortale dell’arte e del mito, della poesia e del romanzo.
Da Orfeo ed Euridice ad Ugo e Fosca, l’autrice ripercorre le storie di amore distrutti da un destino avverso, dal caso malevolo, o sbriciolati dall’inesorabile involversi del tempo. Mostra come già negli antichi miti, nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree, insieme all’apoteosi del bello - i corpi desideranti oppure placati e calmi oppure già distrutti dal dolore e poi ricomposti nella fissità della morte, la maestria degli artisti, l’espressività del colore e della luce - si insinui lo sgomento profondo delle creature gettate in un mondo che non ha mantenuto le sue promesse. Mostra quanto forte urli la disperazione delle creature tradite da abbagli, illusioni, chimere, da tutte le promesse impossibili da mantenere, dopo l’effimera apoteosi della prima conquista d’amore. “Dall'azione congiunta e opposta di entrambi (l'impulso di vita e quello di morte) scaturiscono i fenomeni della vita, ai quali mette fine la morte", così si sarebbe espresso Freud nell’ Introduzione alla psicoanalisi anni dopo Fosca, l’ultima opera sulla quale si sofferma la Santucci in questo libro, a conferma delle grandi ed immortali verità contenute ed espresse da sempre nell’arte, nella letteratura, nella musica.

Rubens, Orfeo ed Euridice
Francesca Santucci, Che quanto piace al mondo è breve sogno. La vanità, il tempo, l'amore, la morte, Kimerik 2011. Altre notizie e un video sul libro qui: http://www.francescasantucci.it/chequantopiacealmondoèbrevesogno.htm

giovedì 24 novembre 2011

Libri da evitare 1: Fai 'sta ..... di nanna

Poche settimane fa la scrittrice Giusi Quarenghi commentava qui http://topipittori.blogspot.com/2011/11/orfanita-precoce-colpo-di-quasi-fortuna.html  "un libro illustrato uscito da qualche mese e salutato come capolavoro di umorismo" del quale non mi piace ripetere il titolo. Ai numerosi commenti del post ho aggiunto anche il mio, che riporto qui sotto. Si avvicinano le feste, tempo di regali, ed è un'occasione per consigliare quali regali non fare ai bambini.


“Non tutti possono essere orfani” (J. Renard, Pel di Carota)
La bella analisi di Giusi Quarenghi mi fa tornare alla mente i romanzi per bambini e ragazzi d’antan (quelli che la mia generazione, avendoli letti nell’infanzia, ha reputato di far leggere solo “a margine” e non troppo presto ai propri figli). E mi fa pensare che quei plotoni di orfani celassero un’utopia di libertà e di crescita indipendente dall’autoritarismo, e dalla crudeltà perfino, di alcuni genitori. Strappalacrime, sì, ma forse anche liberatori: “Ce la farò anche da solo, sarà brava anche da sola” poteva pensare chi li leggeva identificandosi nei protagonisti e immergendosi nella lettura. I bambini di oggi - si parla di quelli di ceto medio, quello che non ha stretti problemi di sopravvivenza - da soli non possono farcela più: perché sono iperstimolati e iperprotetti. Conosco il caso di chi, a poco più di tre anni, frequenta un asilo normale, ma anche uno bilingue a metà tempo, una piscina, una fattoria per attività con gli animali, l’amichetto per non restare mai solo, il ristorante nel quale i genitori vanno a cena (il tutto ogni settimana). Un regime che non consente di essere abbastanza distesi per ascoltare, per rilassarsi, per concentrarsi e nemmeno per annoiarsi un po’, che non fa male e stimola la fantasia, né per dormire. Ovvio. Ma, ciò che è più grave, i genitori che sottopongono i loro figlioletti a questo regime di vita hanno ovviamente nei loro confronti grandi aspettative, attese di successo che nascono fin dal parto e dalla culla. I bambini, per fortuna, non sono in genere superbambini e non corrispondono perfettamente a tali aspettative. Quindi nei genitori si generano nervosismo, intolleranza, turpiloquio, violenza (Chi non ha visto al supermercato tre e quattrenni aggirarsi “va da solo che sei grande”, servirsi, sparire, poi essere ritrovati dalla genitrice o dal genitore urlanti, e strattonati e schiaffeggiati? Chi non ha visto sul treno rifilare un videogioco o un telefonino a bambini che chiedono notizie sul paesaggio, sulle stazioni in cui ci si ferma?). I genitori che si comportano in questo modo sono molto stanchi, delusi, nervosi; se reagiscono con violenza in situazioni pubbliche, ovvio che lo facciano anche in momenti privatissimi, come la nanna. Perché anche il turpiloquio continuo e reiterato è violenza. Dunque l’operazione editoriale che presiede alla pubblicazione di questo libro, si iscrive, mi pare più nella volgarità che nella comicità: che cosa c’è di comico nelle parole di un più forte che apostrofa con una parolaccia un più debole? E’ un’operazione che mi pare grave, diseducativa, superficiale.
Consigli ai genitori? Avere figli fa status, d’accordo, ma non è obbligatorio in un mondo già sovrappopolato. Si possono sostituire con: un animaletto da accudire una sola volta al giorno e non saprà mai ripetere le parolacce che gli dite; una pianta da accudire una volta la settimana o ogni quindici giorni se grassa – idem per le parolacce; la pet society di facebook. E per chi ha già figli? Ricordarsi: che siamo mammiferi, la nostra crescita completa richiede qualche tempo; che la primissima infanzia dei nostri figli dura molto poco se considerata nell’arco complessivo della nostra vita e che può essere l’occasione per scoperte felici. Così da grandi i figli non rimpiangeranno di non essere stati orfani.
(E.B.)

lunedì 21 novembre 2011

Le chagrin, di Lionel Duroy

Un dispiacere profondo, nato nella più tenera infanzia, radicato nella quotidianità, inflitto dalle persone che più dovrebbero proteggerti, può accompagnare un essere umano per tutta la vita. E questo indipendentemente dall’evoluzione positiva, appagante, talvolta perfino brillante dell’esistenza professionale, amorosa, familiare in età adulta. La prima considerazione che sovviene alla lettura di Le chagrin, romanzo autobiografico di Lionel Duroy, scrittore e giornalista di Libération autore anche di importanti reportages in zone di guerra dall’Algeria ai Balcani, è proprio questa. E richiama all’antico precetto troppo disatteso “maxima debetur puero reverentia”.
La storia è quella della famiglia dello scrittore: il padre reca nel nome le proprie nobili origini (si chiama Théophile, ma viene sempre chiamato con il nome affatto illustre di Toto), la madre, Suzanne, di origini piccolo borghesi, idolatra il proprio padre, mentre aborrisce tutto ciò che riguarda la famiglia del marito. Di professione cattolica integralista, di idee politiche più che conservatrici - parteciperanno attivamente alle campagne elettorali di Le Pen - i due mettono al mondo undici figli. Non per gioia, salvo forse nel caso dei primissimi nati, tanto che, molto presto, oltre alle difficoltà economiche, la coppia e la famiglia esperimentano tensioni, intemperanze verbali, scenate al limite dell’isterismo, soprattutto da parte della madre, disinteresse, al limite dell’abbandono, per i figli. Tutto ciò è raccontato da William (il nome dietro cui si cela l’autore) in prima persona, con ricchezza di particolari, precisione di date, chiara descrizione di ambienti. William cresce, diventa uomo, ma non può liberarsi dalla tristezza - e dalla rabbia - dei suoi anni di infanzia e di adolescenza in famiglia. O, meglio, l’unico modo per liberarsene, per fare la pace con quegli anni è quello di scriverne, di raccontarli, senza indulgenza e senza veli. Duroy aveva già scritto un altro romanzo, assai discusso, sulla sua storia familiare, Priez pour nous. La lettura di questo libro, che ha vinto prestigiosi premi, offre molteplici spunti di discussione, ad esempio: può la scrittura fare le veci della psicanalisi? quanti danni possono produrre nella vita familiare l'integralismo e la letterale applicazione dei precetti cattolici sulla procreazione? quanto questo cattolicesimo si apparenta con la destra politica? Vi sono poi diversi riferimenti alla storia e alla politica internazionale francese ed europea, vissuti dal protagonista ormai adulto nell'esercizio della propria professione giornalistica.
Le chagrin comincia così:
"All'origine della mia venuta al mondo, della venuta al mondo di tutti noi undici, c'è l'amore che si sono dichiarati i nostri genitori. Tutte le sofferenze che poi essi si inflissero, tutti gli orrori dei quali siamo stati testimoni, non possono cancellare le dolci parole che si scambiarono nell'inverno 1944. Si vollero, attesero, desiderarono, tanto da amarsi appassionatamente nel bel mezzo del pomeriggio, nelle settimane seguenti il matrimonio. Ho in mente una scena che mi riferì zio Armando, fratello minore della mamma: aprendo distrattamente una porta, li scopre seminudi, i corpi intrecciati, confusi e senza fiato. Al tempo la mamma non ha che un rimprovero da fare a papà, un rammarico più che altro: lo trova un po' troppo basso se paragonato ai due uomini della sua vita, suo padre e suo fratello. Papà, lui, non ha nessun rammarico; sembra che la gente si giri per strada per ammirare la bellezza di mamma." (trad. E.B)

Lionel Duroy, Le chagrin, éditons Julliard 2010.

mercoledì 16 novembre 2011

Museo dei viaggiatori in Sicilia. Guida all'esposizione, di Francesca Gringeri Pantano

A Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, c'è un museo unico: il Museo dei Viaggiatori in Sicilia. L'isola, in posizione privilegiata al centro del Mediterraneo, ponte tra Europa ed Africa, fu approdo di navigatori sin dai tempi più antichi (pensiamo ai viaggi di Ulisse) e divenne meta imprescindibile, insieme ad altre d'Italia, del viaggio formativo della gioventù nobile e degli intellettuali europei tra la fine del XVIII e la prima metà del XIX secolo.
Questo libro introduce alla raccolta museale e la illustra ampiamente anche attraverso una ricca iconografia. Scorrono tra le pagine immagini tratte dal  Voyage Pittoresque dell'abate parigino Jean-Claude Richard, che giunge in Sicilia da Napoli nell'aprile del 1778, vi resta sei mesi e pubblica in patria tra il 1781 e il 1786 quattro volumi ricchi di carte geografiche, vedute, itinerari. Segue il viaggio da Siracusa a Ragusa di Jean Houel (edito sempre a Parigi tra 1782 e 1787,): ancora oggi il Centro Studi Jean Houel partecipa insieme al Comune alla promozione e al sostegno del Museo e delle sue attività. Poi possiamo ammirare immagini del santuario rupestre della dea Cibele, carte geografiche, libri antichi sulla Sicilia, corredati da dettagliate schede descrittive. Un bel viaggio tra le pagine, in attesa o dopo un viaggio reale.

La dea Cibele, raffigurata sulla copertina del libro


Museo dei viaggiatori in Sicilia. Guida all'esposizione, cur. F. Gringeri Pantano, Palazzolo Acreide 2008, pag. 150