martedì 6 febbraio 2018

L'ultima notte del Rais, di Yasmina Khadra

"Non mi ha mai amato, il mio popolo; si è limitato a blandirmi per ottenere favori, al pari dei miei cortigiani, dei miei parenti, delle mie puttane. Avrei dovuto capirlo: un sovrano non può avere amici...". Così riflette Gheddafi negli ultimi momenti della sua vita, prima che il suo corpo venga straziato dalla furia dei ribelli. E pensa che avrebbe dovuto capire di più, di se stesso e del popolo; e che avrebbe dovuto dare ascolto a Bassem Tanut, un poeta libico, "una bella persona sincera come la risata di un bambino", che lo aveva ammonito: "Non ti fidare delle acclamazioni del popolo. Il popolo è un canto di sirena. Il suo fervore crea una dipendenza perniciosa. E' il vizio per eccellenza degli ego esaltati, il loro nirvana di una sera e la loro perdizione programmata". Parole dure, ma sincere, parole da amico. Però Gheddafi il dittatore ne era stato ferito, perfino ossessionato, e aveva fatto rinchiudere il poeta in prigione. Ora, negli ultimi momenti della vita, comprende. E' tardi, tuttavia. I ribelli sono arrivati, hanno riconosciuto, nell'uomo nascosto, il dittatore, e si accaniscono su di lui con la ferocia propria dell'esasperazione e del delirio. Dell'odio.
La storia di Gheddafi possiede tutti i connotati della tragedia e nella tragedia Khadra si cala in prima persona, narrando, con pathos e lucidità insieme, i pensieri e le azioni di un uomo che assiste incredulo al proprio fallimento, che rigira tra le mani brandelli di glorie passate e la propria suprema solitudine e che si interroga. Si interroga non solo sui motivi della disfatta ma su di sé, sulla propria vita, che lo ha condotto da un'infanzia povera al potere più alto ed assoluto, al trionfo vorace e crudele che esigeva vittime su vittime per mantenersi alto e saldo, per poi precipitarlo nella presente irrimediabile caduta. Dinanzi alla morte ineluttabile il Rais prende coscienza della "condizione umana" e si trasforma, senza però esprimere né rimpianti né rimorsi, nel giudice di se stesso. "Gheddafi è un personaggio che avrebbe colpito i più grandi scrittori del passato, Tolstoj, Shakespeare, perfino Omero" ebbe a dire Yasmina Khadra in un'intervista apparsa all'uscita del libro nel 2015. La sfida, riuscita, dello scrittore algerino ci dona anche qui, come nei precedenti romanzi, una lettura agile e profonda a un tempo, "uno scavo vertiginoso nel profondo del pensiero di un tiranno feroce e megalomane", per usare le parole del suo editore francese.

Yasmina Khadra (Mohammed Moulessehoul), L'ultima notte del rais, Sellerio 2015

domenica 28 gennaio 2018

Il ritorno di Achille, di Luisa Mattia

Quando alla vecchia scuola media si leggeva per intero, o quasi, l'Iliade, chi non è stato affascinato dalla figura di Achille, forte, bellissimo, quasi divino? Ora è raro che il poema omerico venga affrontato per intero a scuola e le traduzioni classiche o letterarie risultano difficili per le ragazzine e i ragazzini abituati a letture svelte, veloci, nonché a un linguaggio secco ed essenziale. E' importante, allora, che esista questo libro, in cui Luisa Mattia racconta, come un romanzo, l'epica di Achille e la storia di Akel, il suo figlioletto. "Mi è capitato di scoprire che esisteva un piccolo poema che raccontava di come la dea Teti, madre di Achille, non volle rassegnarsi alla morte del figlio e invocò Zeus affinché lo facesse tornare alla vita. E il re degli dei la accontentò... - scrive l'autrice nella Nota conclusiva - Come potevo resistere alla voglia di raccontare?"
Il romanzo inizia con un sogno di Akel, il figlio di Achille, che vive a Skyros con il nonno e la mamma Deidamia. Il bambino sogna grandi imprese: sconfiggere mostri, sgominare malvagi, trionfare di forza, coraggio e intelligenza sono le fantasie costanti dei suoi giorni. Tuttavia un pensiero lo rattrista: perché suo padre non torna? Sarà vero ciò che la mamma e il nonno raccontano di lui descrivendolo come eroe di rara bellezza e di grande valore? O sarà vero ciò che si mormora in città  e ciò che il perfido Aris gli sibila in faccia con cattiveria: tu sei un bastardo!
Un giorno Achille il grande arriva, su una maestosa nave; sta radunando guerrieri per superare l'impasse dei Greci attorno a Troia. Achille non sa che cosa significhi avere un figlio e Akel è stupefatto e affascinato insieme dalla parola che gli sale alle labbra e che finalmente è indirizzata a un essere umano in carne e ossa, non a una sua fantasia: padre. Achille però si fermerà solo pochi giorni che, tuttavia, saranno fondamentali per la formazione del piccolo Akel, anche se una mancata promessa e la partenza furtiva dell'eroe causeranno una profonda delusione al ragazzino. Dopo aver giurato di non credere mai più agli adulti, Akel si impegna per diventare un guerriero forte e indomito, come suo padre, forse di più. Lo ritroveremo dieci anni dopo nascosto nel cavallo di legno che espugnerà Troia, insieme ai più forti e nobili guerrieri greci. Ma Akel, a quel punto, sarà cresciuto non solo di muscoli, ma anche di mente e sentimento: il giorno della vittoria, contempla il trionfo e insieme piange i morti, i troppi morti di quella guerra; i morti tra i vinti e i morti tra i vincitori. Lo invade la nostalgia di casa, della sua isola, di Atina che giocava con lui bambina: "Ora che conosceva la guerra, era il tempo di imparare la pace".

Luisa Mattia, Il ritorno di Achille, Illustrazioni di Rita Petruccioli, Piemme, 2017

martedì 23 gennaio 2018

Campo dei Fiori, di Massimo Bucciantini

 
Questo interessantissimo saggio svela o, meglio, riporta alla memoria la biografia di una statua, biografia tormentata e controversa, entusiastica e libera insieme. "L'erezione a Roma, capitale d'Italia, di una statua a un eretico, a un acerrimo nemico della Chiesa, diventò un gesto di sfida [...] Si trattò di una vera e propria battaglia laica e anticlericale: una delle poche combattute nel nostro Paese, che credo sia giusto non dimenticare" (pag. XX).
E' difficile dire, afferma Bucciantini, quanto di queste vicende di fine Ottocento possa interessare oggi, quando transitiamo in fretta attraverso, vie, piazze, larghi e giardini e prestiamo poca o nessuna attenzione alle statue, ai cippi, alle lapidi che vi sono poste.
Nel 1876 Adriano Colocci e Alfredo Comandini, studenti all'Università La Sapienza, danno vita al Comitato universitario internazionale per il monumento a Giordano Bruno, con l'entusiasmo tipico dei giovani che credono che l'affermazione di una cosa giusta equivalga pressoché a renderla concreta nei fatti e a raggiungerla. L'impresa degli studenti coinvolse molti, soprattutto fuori dall'Università romana, poco favorevole alle idee liberali, e ampie discussioni si svolsero nelle trattorie, prima di tutte quella del Melone e nei caffè accanto al Teatro Valle. Se ufficialmente l'idea del monumento a Bruno venne attribuita in tutto a Pietro Cossa, molto amato dal popolo romano, essa era in realtà figlia di Armand Lévy, repubblicano francese che dedicò la vita alla liberazione dei popoli oppressi e conobbe Mazzini e Garibaldi, Benedetto Cairoli e Felice Cavallotti. A favore del monumento al Nolano fu lanciata una sottoscrizione universitaria internazionale e giunsero aiuti economici da tutta la penisola, da Sondrio a Bergamo, da Milano a Lecce, a Trapani; perfino da Montevideo.
Dinnanzi a questo plebiscito geograficamente diffuso, però, l'amministrazione comunale della Città di Roma, legata al Vaticano, adottò dapprima la politica del silenzio e del rinvio (armi dei pavidi), ma successivamente si pronunciò in modo deciso contro l'ubicazione del monumento a Campo dei Fiori: per motivi urbanistici, si affermò, la piazza non era adatta a nessun tipo di monumento (8 marzo 1880). Fino al 1884 la situazione politica della capitale fu avversa ad ogni idea liberale e l'idea del monumento venne accantonata. Poi la sfida riprese, dal Circolo del Rione di ponte Sant'Angelo venne rilanciata in toto la sottoscrizione iniziata dagli studenti del '76, "per un monumento a Giordano Bruno in Campo dei Fiori". E l'anno successivo fu lanciata una nuova sottoscrizione, internazionale anch'essa. 
Ci sarebbero voluti altri quattro anni prima che il monumento, affidato allo scultore Ettore Ferrari, potesse essere completato. E finalmente il 9 giugno del 1889, una folla, proveniente da ogni parte d'Italia poté partecipare all'inaugurazione non tanto di una statua, ma di un simbolo, elevato quant'altri mai, della libertà di pensiero e di coscienza, posto proprio nella medesima piazza in cui l'eretico martire era stato bruciato vivo il 17 febbraio dell'anno 1600, in pieno Giubileo. Un lungo corteo si snodò da Termini a Campo dei Fiori, una folla immensa partecipò ordinata e commossa alla festa per l'inaugurazione del monumento: "un'onda di popolo che dilaga, calma e solenne", scrisse il Messaggero, "lo spettacolo è superiore a qualsiasi speranza, a qualsiasi aspettativa, a qualsiasi immaginazione, è addirittura sublime". 
Da allora il 17 febbraio è divenuto per molti il giorno in cui si commemora "una vittima dell'intolleranza, l'assertore del diritto dell'uomo di credere a ciò che pensa, non di pensare per forza quello che altri vuole che egli creda" (Luigi Firpo).

Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto, Einaudi 2015.

sabato 6 gennaio 2018

Rima Befana, di Eleonora Bellini

Vengo vengo da lontano
con la scopa stretta in mano,
con la scopa che è un cavallo,
nastro rosso, nastro giallo.
La Befana sono sono
porto sempre qualche dono.

Gonna lunga scialle lana
sono sono la Befana.

Nelle calze ben appese
metto un sacco di sorprese,
tanti piccoli e bei doni,
fichi e noci con torroni,
caramelle, mandarini,
bambolette, aeroplanini.

Scarpe grosse scialle lana
sono sono la Befana.

Il sei gennaio a notte fonda
faccio faccio la mia ronda,
sonno sonno è assai profondo
se volteggio sopra il mondo.

Spunta il sole della festa
e io sparisco, lesta lesta.

Luna luna scialle lana
vola in alto la Befana
a incontrare la cometa.

Luna luna scialle seta
cielo notte, nubi panna
la Befana fa la nanna.


domenica 24 dicembre 2017

Un incontro, una canzone, la speranza

La tentazione di parafrasare il titolo di un mitico libro di Mario Lodi, "C'è speranza se questo accade al Vho" è grande. Perchè la bandiera della speranza non conosce barriera, non si arrende al vento, non si affloscia alla tempesta. E perché, come ogni anno, l'incontro di un giorno, il festival Scampia Storytelling, promosso da ICWA, lascia tracce profonde e si prolunga nel ricordo e nell'impegno. Così ha raccontatoun momento dell'edizione di quest'anno, Stefano Panzarasa, musicista e animatore culturale, sulla sua pagine facebook.

LA CANZONE PER GANDHI

Una bella occasione per me, un giorno da cantautore. Tempo fa l’invito dell’amica poetessa Eleonora Bellini di accompagnarla a presentare il suo ultimo libro su Gandhi in una scuola media di Scampia (Napoli), nell’ambito del Festival letterario “Scampia Storytelling”, organizzato dall’Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi (ICWA), coordinato da Tiziana Bruno. In questo festival autori e autrici di letteratura per ragazzi e ragazze sono invitati a presentare le loro opere nelle scuole medie ed elementari del famoso e problematico quartiere napoletano.
Ci organizziamo e partiamo, incontrandoci giovedì sera sul treno per Napoli e la mattina seguente, poco dopo l’alba, per raggiungere Scampia con tutta un’intera tratta di metro. Con noi una decina di persone, tutti gli autori e le autrici partecipanti al festival. Un’ora di metro e di gallerie e infine Scampia, strade larghe, luminosità, grandi palazzi, le famose “vele”, segnali di dissesto urbano qua e là. Andiamo a piedi, il tempo è bello, ma io ho uno zaino, la chitarra e una valigia con i miei libri, camminare di solito mi piace, ma così carico non è che sia proprio agevole…
Infine arriviamo alla scuola elementare, bella e colorata. La giovane preside ci accoglie con molta cordialità e poi ci porta in giro per un saluto collettivo alla sua scuola. Le classi sono luminose e moderne, sembrano ambienti di una scuola Montessori, tutte le LIM (lavagne interattive multimediali) funzionanti, bambini e bambine simpatiche e bravi insegnanti. In una classe cantano per noi la canzone della scuola, la Scuola senza Zaino, e io allora regalo alla preside per tutti il mio libro su Gianni Rodari, per me un vero ecopacifista ante litteram, corredata dal cd con le canzoni che ho composto sulle sue filastrocche. Alcuni del gruppo si fermano lì, invece Eleonora e altre autrici sono attese alla scuola media Pertini. Questa volta si va in macchina, altro giro per il quartiere e stavolta l’arrivo alla scuola si presenta molto diverso. Triste edificio, inferriate, grate alle finestre, persino all’interno. Pare prima fosse un centro di raccolta per terremotati, ora è una scuola molto disadorna. Cosa e chi ci aspetterà?
Il personale ci accompagna in una classe affollata di alunni e alunne e subito dopo ne arriva un’altra intera, quindi invece di due incontri ne faremo uno solo con ragazzi e ragazze di terza media (le classi G e N). Di solito unendo due classi la confusione è assicurata, io spero almeno in una confusione creativa…
Ci presentiamo, Eleonora Bellini, poetessa e autrice di “L’elefante e la formica”, io cantautore romano. In questi casi l’imprinting iniziale è molto importante. Io non dico nulla e mi dedico ad accordare la chitarra, Eleonora si presenta e comincia tranquillamente a parlare del suo racconto, leggendo anche alcuni brani, in cui, con un bell’artificio letterario, si viene a conoscere la storia di Gandhi e della non violenza, a partire da varie lettere scritte su di lui per ravvivarne la memoria.
Eleonora parla e legge in modo calmo e l’attenzione è raggiunta (in questi casi con tante persone nella classe è quasi un miracolo), ogni tanto interloquisce con alunni e alunne che pongono domande e fanno belle riflessioni…
Ora tocca a me attaccare una canzone; seguendo un’idea del momento chiedo ad Eleonora di raccontare la storia della “Marcia del sale” che Gandhi attuò come opposizione non-violenta agli inglesi che utilizzavano il prezioso sale indiano esclusivamente per i loro commerci lasciandone prive le popolazioni locali. Dopo la bella storia posso quindi eseguire una mia ballata rock dal testo di Gianni Rodari “Il cielo è di tutti”:
https://www.youtube.com/watch?v=JMZJzp7Nq3k&feature=youtu.be (eseguita alcuni annifa con il gruppo Insalata Sbagliata dedicato a Gianni Rodari che avevo all’epoca).
Poi Eleonora racconta dell’impegno di Gandhi a favore dell’eliminazione delle caste e della parità dei diritti del popolo indiano e io mi aggancio subito dopo cantando un’altra filastrocca di Gianni Rodari, “Lo zampognaro”, un po’ sullo stile musicale di Edoardo Bennato, dove si parla di una società diversa dove tutti hanno diritto di dire la loro, persino gli animali…
https://www.youtube.com/watch?v=Zv7MuqqcAZQ (sempre con Insalata Sbagliata questa volta in un nostro concerto).
Poi l’incontro prosegue con la presentazione di una poesia sui migranti, argomento tristemente molto di attualità, scritta da Eleonora che io ho musicato e canto, “La filastrocca dello zio Tano” (per ora inedita).
A questo punto, mancano circa tre quarti d’ora alla fine dell’intervento, cosa fare? Ormai è un bel po’ di tempo che abbiamo iniziato e le due classi cominciano ad agitarsi. Per riprendere in mano la situazione propongo ad Eleonora di cercare di creare sul momento un testo poetico su Gandhi insieme ad alunni e alunne, poi io potrei musicarlo, potremo cantarlo tutti insieme e fare persino un video. Sembra un’impresa quasi impossibile e rischiosa, ma ad Eleonora l’idea piace molto, così decidiamo per una rima sempre uguale,. Creeremo due strofe e un ritornello.
Eleonora scrive alla lavagna il primo verso e poi proviamo ad andare avanti lasciando la parola ai ragazzi.
In poco tempo arrivano i primi versi in rima, “Nessuna paura tanto coraggio/Lui come uomo era molto saggio/Guidava il suo popolo in ogni passaggio”. Evidentemente “il gioco” poetico-musicale risulta intrigante e piace, forse anche perché nel frattempo cantando i primi versi, io faccio sentire quale potrebbe essere la canzone, molto ritmata, allegra, una specie di filastrocca rock…
E così, verso dopo verso, le strofe sono terminate. Infine, trovato il motivo del ritornello, io eseguo tutta la canzone. Il testo qua e là zoppica un po’, ma sono convinto che la canzone funzioni e quindi si può andare avanti, e poi, anche volendo, non c’è tempo per raffinatezze…

LA CANZONE PER GANDHI

Nessuna paura tanto coraggio
Lui come uomo era molto saggio,
Guidava il suo popolo in ogni passaggio.
Di sale, sul mare, fecero assaggio
Dopo chilometri di lungo viaggio
Donando fiori e rose di maggio.

Nessuna paura tanto coraggio
Lui come uomo era molto saggio.

Aveva la forza della verità
Al suo popolo donò la libertà
In un percorso di tanta felicità
Lavorando con grande volontà
Affermando tra gli uomini la parità.

Nessuna paura tanto coraggio
Lui come uomo era molto saggio.

Abbiamo ancora una ventina di minuti e quindi ora provo a cantare con i ragazzi e ragazze. Leggono il testo alla lavagna, ma la voce non si sente, evidentemente sono un po’ imbarazzati, anche perché nel frattempo ho chiesto ad Eleonora di provare a fare delle riprese con la mia macchina fotografica (che in questi casi di video-di frontiera se la cava abbastanza bene).
Dopo un po’ di prove, un po' forzando la situazione, ma vedo e sento che tutti mi vengono dietro ed Eleonora ha capito bene come fare, la ripresa può cominciare… La CANZONE PER GANDHI è pronta, canteremo un testo che parla di un uomo speciale, della libertà, dell’uguaglianza dei diritti e, ovviamente, della non-violenza.
Ci vuole un bel po’ di energia per trascinare un gruppo di decine di adolescenti a cantare in coro…
Il testo però l’hanno scritto loro, la musica (l’ho creata con cura) è sufficientemente trascinante e poi probabilmente vedere il mio impegno, il fatto che credo in quello che sto facendo e in loro, dà lo stimolo giusto.
E così miracolosamente e proprio allo scadere del tempo a disposizione, il video è terminato con la speranza che Eleonora abbia fatto una ripresa decente. E fortunatamente ci è riuscita, anche se l’audio è molto disturbato dal microfono, andato in saturazione. Siamo comunque tutti contenti del risultato.
Ed Eleonora conclude con queste parole: "Scampia è la più grande piazza di spaccio italiana, si dice. Ma è anche una "piccola città" nella quale molti vivono e agiscono per il bene comune. Nelle associazioni magari, nelle scuole di certo. Qui insegnanti e alunni fanno un passo in più per credere nel futuro. E non è poco". 

domenica 26 novembre 2017

Le dee e gli dei dell'antica Europa, di Marija Gimbutas

Questo studio, originale, innovatore e molto documentato, determinò la notorietà della sua autrice, Marija Gimbutas, archeologa lituana rifugiata negli Stati Uniti alla fine degli anni Quaranta del Novecento.  Marija Gimbutas, infatti, tra il 1967 e il 1980 diresse numerosi scavi relativi allo studio del neolitico nell'Europa sud-orientale, durante i quali fu scoperta una gran quantità di manufatti artistici e di uso quotidiano risalenti a un periodo precedente a quello che si riteneva allora l'inizio del neolitico. La civiltà europea, fiorita tra il 6.500 e il 3.500 a. C., affermò la Gimbutas, non fu un riflesso delle culture orientali coeve, ma, in modo del tutto originale, elaborò un proprio immaginario mitico completo. L'archeologa evidenziò, attraverso lo studio dei ritrovamenti, un'Europa antica dal carattere pacifico, dalla struttura sociale egualitaria nella quale era fondamentale l'importanza del ruolo femminile. Una cultura matriarcale testimoniata dall'abbondanza di statuine antropomorfe femminili e dalla scarsità di sculture a soggetto maschile e guerresco suggerisce infatti l'importanza e la preminenza del ruolo delle donne all'interno di queste comunità preistoriche.
La prima stesura del libro, inizialmente intitolato Gli dei e le dee dell'antica Europa, risaliva al 1974. Successivamente si rese disponibile molto nuovo materiale, raccolto in questa successiva edizione nella quale il titolo è stato modificato anteponendo "le dee" agli "dei", in modo da ottenere la percezione immediata dei caratteri di questa cultura matrilineare, sedentaria, agricola e pacifica, molto diversa dalla successiva proto europea, a noi più nota, che era patriarcale, nomade e pastorale nonché orientata in senso bellico.

Il saggio comprende dieci capitoli, ampiamente illustrati, che trattano i seguenti argomenti: Definizione di "Civiltà dell'antica Europa"; Sculture; Costumi rituali; La Maschera; Luoghi di culto e ruolo delle statuine; Immagini cosmogoniche e cosmologiche; Le signore delle acque: dea serpente e dea uccello; La grande dea di vita, morte e rinascita; La dea gravida della vegetazione; Il dio dell'anno. Nell'ultimo capitolo, "Il bimbo divino", si tratta del ciclo del dio dell'anno, che inizia con la nascita del fanciullo divino, che rappresenta qui il risveglio dello spirito neonato della vegetazione e che ci riporta al mito greco di Erittonio e poi al fanciullo virgiliano destinato a portare nel mondo l'età dell'oro e poi, su su, fino al nostro bambino Gesù di Natale. Un inno risalente al secondo o terzo secolo a. C. e ritrovato su una stele di pietra a Creta ci trasmette suggestioni e similitudini profonde:
" [...] le nutrici protettrici ti hanno preso, bambino immortale, togliendoti a Rea [...] e sono andate a nasconderti. Ti saluto, grande Kouros (fanciullo). Balza per noi affinché gli orci siano pieni e affinché le greggi siano villose e affinché i frutteti e le arnie possano moltiplicarsi..."
I concetti mitici dell'antica Europa sono dunque sopravvissuti fino a noi, in un substrato dello spirito che, silenzioso e nascosto, non cessa di arricchire la psiche contemporanea.

Marija Gimbutas, Le dee e gli dei dell'antica Europa, traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia, Stampa Alternativa 2016

lunedì 30 ottobre 2017

Fondare biblioteche

"Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire." Così scriveva Marguerite Yourcenar ne Le memorie di Adriano. Come tutti i grandi vedeva oltre, oltre le mode, oltre le contingenze. Avvertiva il futuro. Sì, perché l'inverno dello spirito  può essere individuale e abitare nel cuore del singolo ma diviene particolarmente gelido e minaccioso quando è l'inverno di una società, di una nazione, di un'epoca. E l'inverno della cultura, tanto più gelido e oscuro quanto più viene negato, pare proprio incombere sul nostro tempo. Però ci sono le eccezioni, a volte mirabili. Una ne ho incontrata, felicemente e inaspettatamente, proprio due giorni fa, a Torre Orsaia, piccolo borgo del Cilento, nel quale ha preso vita l'estate scorsa, nell'antico palazzo Vassalli, una biblioteca esemplare per più di un motivo. Innanzitutto per la sede, rinnovata, ampia, funzionale, bene illuminata ed accessibile a tutti, grazie a spazi per bambini e giovani, stanze riservate alle associazioni culturali - prima fra tutte L'Università Popolare del Cilento -  e ad attività per gruppi di anziani, un'ampia sala per convegni. La ricca dotazione libraria è stata catalogata on line (OPAC SBN), elemento fondamentale affinché un fondo librario possa essere conosciuto e consultato (I dati della biblioteca nell'anagrafe delle biblioteche italiane), l'orario di apertura è ampio, considerato il fatto che si tratta di un comune che conta poco più di 2.000 abitanti e che la struttura vive grazie al volontariato. Non pensate, però, a volontarie passive, che si limitano ad aprire le porte in attesa degli eventuali utenti. Le volontarie di Torre Orsaia sono informate, determinate, molto attive e ben formate avendo frequentato corsi su libri, cataloghi, letture. Grazie a tutto questo, hanno potuto elaborare un ricco programma per far vivere la biblioteca in tutte le sue potenzialità, fortemente sostenute dal sindaco Pietro Vicini che, convito, afferma: "La biblioteca è uno spazio che certamente diventerà il punto di ritrovo e il fulcro della vita sociale fino a costituire un volano per l’arricchimento della comunità.’

Concludendo, dunque, possiamo affermare con Isaac Asimov: "Auguri per la nuova biblioteca, perché non si tratta semplicemente di una raccolta di libri. Si tratta di una nave spaziale che porterà fino agli estremi confini dell’universo, di una macchina del tempo che porterà in un remoto passato e in un futuro lontano, di un insegnante che ne sa più di ogni essere umano, di un amico che divertirà e consolerà  e, soprattutto, di un ponte verso una vita migliore, più felice e più utile".

lunedì 23 ottobre 2017

Poesia in musica 2

Sogno

"Mare di sabbia e poi mare nero
un filo di luna guida la barca
conduce a terra, disvela il vero:
che il sogno s'infrange quando si sbarca"

L'uomo nero vestito d'amaro
cercava riposo, cercava riparo.

Quando raggiunse la stazione
non una panca, non un cartone.

L'uomo nero andò alla fontana,
carezzò l'acqua, si lavò il viso
e la donna di pietra gli fece un sorriso.

L'uomo nero alla gran cattedrale
Su questi gradini non dormirò male”
disse e si stese sul marmo bianco:
carezze di luna lungo il suo fianco.

Col miele in bocca si aperse il mattino.
Si alzò l'uomo nero e riprese a fuggire,
camminò strade e stretti sentieri,
leggero il fardello dei suoi pensieri.
Ritornò indietro, alla riva del mare,
entrò nell'onda sereno e leggero.

La bianca spuma brillò perle al suo nero.

Fu così che ai piedi del faro mai spento
salpò l'uomo nero col favore del vento.


Questo è il testo di una filastrocca (di speranza e nostalgia, di solitudine e meraviglia), nata nel 2012, che divenne due volte canzone nel corso degli anni.
La prima, in sordina e con il titolo assai descrittivo "L'uomo nero", ad opera di Royston Vince, musicista inglese cultore della lingua italiana, che ci lavorò nel 2015 in forma privata  e solo quest'anno l'ha ripresa e pubblicata sul web; la trovate qui, decorata da una mia foto di circa quindici anni fa: You tube.
La seconda, che ha portato anche all'edizione di un CD e di un video, è dovuta al coinvolgente entusiasmo di Stefano Panzarasa, che, in una sola estate, l'ha musicata e diffusa. Il video delle versione acustica è su You Tube (SOGNO), ma non è il solo: sempre su you tube potete ascoltare anche una bella versione arrangiata con i contributi preziosi di Dario Stabile e di Roberto D'Ambrosio, che hanno interpretato a fondo, attraverso inserti musicali, il vissuto del protagonista del nostro sogno. Per farlo, cliccate qui Sogno, con arrangiamenti .
Infine, del CD vedete le caratteristiche nell'immagine.


Che altro? Una considerazione sul Caso, che non sempre vive di intrecci crudeli, ma offre anche qualche serena radura, come nel caso di questo lavoro, incontro e invenzione di più creativi intorno a un progetto ri-scoperto quasi per caso e subito condiviso.

© Tutti i diritti riservati a Eleonora Bellini, Stefano Panzarasa, Dario Stabile, Roberto D'Ambrosio e Silvia Caligari

sabato 7 ottobre 2017

Mario Lodi. Pratiche di libertà nel paese sbagliato


La graphic novel, scritta da Alessio Surian e Diego Di Masi, disegnata da Silvio Boselli, racconta la storia di Mario Lodi, valoroso esponente di tutta una generazione di maestri del dopoguerra della quale fecero parte, tra gli altri, Gianni Rodari, Fiorenzo Alfieri, Albino Bernardini, Bruno Ciari e Alberto Manzi, insieme a una nutrita schiera di maestre e maestri "ignoti", che furono i fondatori e i costruttori della scuola, libera ed egualitaria, della nascente Repubblica italiana.
Ispirato dal metodo di Célestin Freinet, Lodi fu tra i fondatori del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) che contò, nei suoi anni migliori, oltre seimila iscritti. La sua attività didattica è stata documentata da libri fondamentali come C'è speranza se questo accade al Vho, Il paese sbagliato (vincitore del premio Viareggio), e dall'impresa, curata e realizzata insieme ad altri educatori, della Biblioteca di lavoro, serie di quaderni didattici (ben 127), editi da Manzuoli di Firenze. Ma come non citare Cipì, che uscì in prima edizione nel 1961, avendo come autori "Mario Lodi e i suoi ragazzi"?
"Oggi è difficile educare - notò Lodi in un suo intervento - perché il nostro impegno di formare a scuola il cittadino che collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell'emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza. A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre l'educazione dei sentimenti: parlare di amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra". Un messaggio sempre di attualità e che, provenendo da chi operò in anni difficili ma pervasi di speranza e di fervore, ben diversi dagli attuali contraddistinti dal crollo di ogni utopia e dall'amarezza della disillusione, ha il sapore perfino della chiaroveggenza. 
Nel 1989 Mario Lodi fondò la Casa delle Arti e del Gioco, eccezionale centro di documentazione sull'arte e il pensiero infantile, e ne divenne presidente. 

Autunno, M. Lodi e i suoi scolari, 4B

I bambini osservano il mondo e lo leggono, lo indagano e lo interpretano, divengono essi stessi protagonisti di pensiero e di cultura, di ricerche e di scoperte, insieme al maestro che li guida e li sostiene: "Ci mettevamo in cerchio per poterci guardare in faccia... Nasceva così la base della democrazia". Il rispetto fondamentale per i più piccoli coincide nella scuola di Piadena con la consapevolezza delle loro potenzialità intellettuali e con la volontà di costruire una società nella quale nessuno sia escluso. 
Questo libro, nell'accativante forma di graphic novel, offre a tutti coloro che hanno vissuti gli anni mitici del primo dopoguerra fino alla metà dei Settanta, il piacevole sapore del ricordo e la nostalgia dell'impegno, agli altri, i giovani, il piacere della scoperta di una figura di educatore imprescindibile nella storia del Novencento italiano.

A. Suriani/ D. Di Masi/ S. Roselli, Mario Lodi, Becco Giallo 2015

giovedì 5 ottobre 2017

Kazuo Ishiguro, Premio Nobel per la Letteratura 2017


Il Premio Nobel per la letteratura 2017 è stato assegnato a Kazuo Ishiguro, scrittore inglese di origine giapponese. Giunto in Gran Bretagna bambino di sei anni, vi ha studiato letteratura e filosofia e, dopo aver desiderato per qualche tempo di tornare nel natio Giappone, ha abbandonato del tutto l'idea quando ha conosciuto la moglie, di origine scozzese. Con lei e la figlia vive attualmente a Londra. E' dunque uno scrittore britannico a tutti gli effetti.
La motivazione del Nobel ha rilevato che in Ishiguro "i temi della narrazione più frequenti sono il ricordo, il tempo, la disillusione. Attraverso romanzi di estrema potenza emozionale lo scrittore svela l'abisso nascosto sotto l'illusorio senso di benessere del mondo". 
"E' un incommensurabile onore, principalmente perché questo premio significa che sto seguendo le orme dei più grandi autori del passato", ha dichiarato lo scrittore alla BBC nel momento in cui ha ricevuto la notizia.
Tra i suoi personaggi uno particolarmente ci è scolpito nella memoria: chi non ricorda il maggiordomo Stevens di Quel che resta del giorno, la sua estrema dignità, il suo penetrante senso del dovere? E chi non ha condiviso almeno per un attimo la sua nostalgia per quello che nella sua propria vita sarebbe potuto essere e non è stato?
"Il fatto è che io ho dato a lord Darlington tutto ciò che avevo di meglio. Gli ho dato assolutamente tutto ciò che avevo di meglio e adesso, eh, adesso mi accordo che non mi resta più tanto da donare" riflette il vecchio Stevens e conclude "Gli anni che mi restano da vivere si stendono davanti a me come un immenso deserto".