sabato 3 dicembre 2016

Il fiore della poesia italiana


Cinquecentocinquanta pagine suddivise in due tomi per offrire una panoramica sulla poesia italiana dagli autori dei primi secoli fino ai contemporanei. Opera esemplare, curata da Vincenzo Guarracino insieme a Mauro Ferrari e ad Emanuele Spano per quanto riguarda il secondo tomo, l'antologia propone una poesia per ciascun autore presente. Ogni testo poetico è introdotto da una breve ma acuta nota critica. In appendice si possono leggere sintetiche note biografiche di tutti i poeti presenti in ciascun volume. 
"Perché proporre un'antologia?" abbiamo chiesto ai curatori. 
"Perché un'antologia" ha risposto subito Mauro Ferrari, editore oltre che curatore "oggi più che in passato è in grado di portare la poesia all'attenzione di tutti. Le singole sillogi si rivolgono spesso a un pubblico super specializzato e per questo ristretto, mentre l'antologia, il florilegio, si rivolge soprattutto a chi, pur avendo meno dimestichezza con critica e correnti letterarie, è coinvolto in maniera personale - e magari anche emotiva - dalla parola poetica. Oggi l'antologia, a mio avviso, è destinata a restare, a segnare un punto fermo nella storia letteraria".
"Nel termine antologia, natura e arte condensano una conquista di bellezza e preziosità e vicendevolmente si illuminano nell'immagine di una miracolosa fioritura di testi, colti nella loro unicità e singolarità" ha aggiunto Vincenzo Guarracino, spiegando così anche il titolo estremamente classico che si è voluto dare alla raccolta.
I poeti di un tempo hanno dunque ancora una voce viva e vicina al nostro vissuto e quelli contemporanei ci offrono spesso visioni, squarci di luce, intuizioni su una realtà complessa, perfino dolorosa, sottraendola all'incomprensione e all'effimero. La poesia è viva, dunque, e di questo le siamo grati.

Il fiore della poesia italiana, puntoacapo editore 2016

lunedì 28 novembre 2016

IO, GIACOMO, di Palmina D'Alessandro

Nella bella cornice della settecentesca villa Marazza di Borgomanero si è svolta sabato 26 novembre, nel salone d'onore lo spettacolo condotto e recitato da Alessandro Sorrentino "Io Giacomo". L'evento, realizzato con il contributo della Fondazione Marazza, che in questo edificio ha la sua sede, rientra perfettamente nello spirito di Achille Marazza (Borgomanero 20 luglio 1894-Verbania 7 febbraio 1967), uomo di alto profilo politico e di grande spessore culturale, il quale, nel lasciare al Comune di Borgomanero la villa di famiglia, volle che essa divenisse una casa di cultura e che fosse mantenuta al suo interno una biblioteca pubblica, che oggi possiede un ingente patrimonio di libri, stampe, documenti, pergamene, incunaboli.
Proprio questa mi ha riportato alla mente un'altra biblioteca, quella di Palazzo Leopardi a Recanati, dove il giovane Giacomo sacrificò la sua giovinezza e la salute.
Ed è sulla vita di Giacomo (il titolo " Io Giacomo" lo conferma), ad di là degli stereotipi e degli accademismi, che Alessandro Sorrentino ha voluto porre l'accento nel suo intervento, offrendo al numeroso pubblico presente in sala un'immagine inedita del poeta recanatese.
Le letture da lui proposte e ben documentate, frutto evidente di uno studio attento e profondo di autorevoli fonti bibliografiche, hanno evidenziato il difficile rapporto di Giacomo con i genitori, in particolare con la madre, gelida e dispotica; il suo profondo legame con i fratelli, Carlo e Paolina; i sogni, i giochi dell'infanzia nel soffocante ambiente familiare; il primo innamoramento per la cugina Geltrude a causa della quale, di cui ammirava la bellezza (alta, magra, occhi neri,intensi), proverà i primi tormenti d'amore. Gli ultimi anni nella chiassosa Napoli dei lazzaroni su cui incombe il terribile colera del 1837.
Insomma, da questi scritti emerge un Leopardi molto diverso da come ci viene presentato sui banchi di scuola. Alessandro Sorrentino, alternando letture, dalle quali affiora, in tutta la sua complessità, la personalità di Giacomo, e declamazione delle sue liriche, ha saputo perfettamente immedesimarsi nello scrittore suscitando in chi lo ascoltava una profonda emozione.
La sua calda, profonda voce difficilmente lascia indifferente chi lo ascolta e non è un caso che recentemente, in occasione del 60° Anniversario del " Trebbo Poetico recanatese" dedicato a Giacomo Leopardi gli sia stata consegnata dal presidente del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, Fabio Corvatta, una pergamena con questa motivazione:
"Riconoscimento a un artista che offre la sua arte e la sua anima nel far rivivere i poeti. Con la sua importante voce entra con garbo nella interpretazione delle liriche, riconsegnando intatta al poeta la sua centralità. Un mestiere che gli permette di offrire alla società e al prossimo momenti di bellezza. Un interprete molto speciale del nostro Giacomo"
(C) Palmina D'Alessandro

"Nessun prete voleva riceverlo in chiesa. Il Ranieri parlò a parecchi parrochi, e tutti no: gli fu indicato quello di San Vitale come uomo di manica larga e ghiotto di pesci. Ei tosto corse a la Pietra del pesce, comperò triglie e calamai, e ne mandò un bel regalo al parroco, il quale si lasciò persuadere, e fece allogare il cadavere nel muro esteriore accanto la porta della chiesa. Così per pochi pesci Giacomo Leopardi ebbe sepoltura. Queste cose me le diceva il Ranieri, ed è bene che il mondo le sappia queste cose. (Luigi Settembrini) 

sabato 5 novembre 2016

La Società Letteraria di Guernsey, di Mary Ann Shaffer

Juliet Ashton è una giovane scrittrice di successo che sta cercando il soggetto per il suo secondo romanzo. Mentre si arrovella senza trovare un tema abbastanza avvincente, le arriva una lettera di Dawsey Adams, fattore dell’isola di Guernsey, che ha trovato il suo indirizzo su una vecchia edizione usata di Charles Lamb, scrittore che entrambi amano molto. Inizia una fitta corrispondenza tra i due e Juliet decide di partire per l'isola, incuriosita dalla descrizione dei suoi eccentrici abitanti e specialmente dalla Società letteraria "Torta di patate". Nata da un escamotage ideato per giustificare la violazione del coprifuoco durante l'occupazione nazista, la società letteraria ha dispiegato dinanzi agli occhi e alle menti degli isolani il mondo della letteratura e ha cambiato la loro vita con la lettura delle pagine di Marco Aurelio, Shakespeare, Emily e le altre sorelle Brontë, per citare solo alcuni degli scrittori discussi durante le serate di riunione della società. 
"Leggevamo, parlavamo, discutevamo di libri e così diventammo sempre più uniti" scrive a Juliet Amelia, tra le più attive componenti del sodalizio. I libri infatti sono qui coprotagonisti del romanzo, "perchè ci scaldano il cuore nei momenti difficili, ci arricchiscono l’anima, ci avvicinano agli altri, a volte ci salvano la vita.”
Inno ai libri e ai loro lettori dunque, La Società Letteraria di Guernsey, romanzo scritto in forma di epistolario tra più persone, offre anche una interessante visione sul periodo dell'occupazione nazista delle isole del canale della Manica, dalle difficoltà della vita quotidiana, alle fonti di informazione precarie, alla fame e alla perenne ricerca di derrate alimentari, alla partenza dei bambini verso località segrete della Gran Bretagna, per mettere almeno loro al sicuro dalla guerra.  
Mary Ann Shaffer (Martinsburg 1934-2008) fu spinta dal suo club letterario a scrivere un libro. Ricordando Guernsey, dove si era recata durante una visita in Europa, scrisse questo romanzo, la sua sola opera, ma di grande successo.

M. A. Shaffer, La Società Letteraria di Guernsey, Sonzogno 2011

Grazie a Giulio Martinoli per la segnalazione del romanzo.

lunedì 10 ottobre 2016

Suite francese, di Irène Némirovsky

Soltanto nel 1992 Denise Epstein, figlia di Irène Nemirovsky, trova il coraggio di trascrivere per la pubblicazione il testo che sua madre aveva vergato su un grosso quaderno mentre erano rifugiate in un villaggio della Borgogna tra il 1941 e il 1942. Nata a Kiev nel 1903 Irène è figlia di un ricco banchiere di Odessa. La mamma è dedita alle feste e alla vita mondana più che alla famiglia e la piccola, allevata da due bambinaie, una francese e l'altra inglese, cresce trilingue. La famiglia riesce a sfcampare ai pogrom contro gli ebrei che sconvolsero la capitale ucraina nel 1905 e nel 1912. Trasferitisi nel 1914 a San Pietroburgo, i Némirovsky fuggono nel 1918 dalla Russia rivoluzionaria dei Soviet. Dopo un breve soggiorno in Finlandia e in Svezia, si stabiliscono a Parigi nel 1919. E' in francese che Irene scrive, esordendo a soli 18 anni. Nel 1929 il suo romanzo David Golder, storia di un finanziere ebreo, conosce un grande successo editoriale, tanto che nel 1931 ne viene curata anche una trasposizione cinematografica. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Irène con il marito e le figlie Denise ed Elisabeth si trasferisce a Issy-l'Évêque. Qui, l'anno seguente, la famiglia si converte al cattolicesimo nell'illusione di poter sfuggire alla persecuzione nazista. Il 13 luglio 1942 viene comunque arrestata. Muore ad Auschwitz il 19 agosto dello stesso anno. La medesima sorte tocca al marito. Le sue bambine, invece, affidate ad amici proprio la sera precedente l'arresto e poi nascoste sotto falso nome in un istituto cattolico, si salvano. 
Suite francese nell'edizione italiana è l'insieme di due romanzi. Il primo, Tempesta di giugno, racconta la fuga di gruppi diversi di persone da una Parigi cupa e tremebonda, minacciata e poi invasa dai nazisti. Gruppi diversi, che lasciano la capitale smarriti, impauriti, increduli: ci sono i Péricand che sperano di rifugiarsi presso parenti;  Conte, scrittore famoso, che parte alla volta di Vichy; i Michaud, impiegati di banca che, comandati dal direttore a Tours, non riescono a raggiungere quest'ultima città e sono costretti a rientrare nella capitale senza mezzi e senza più notizie del figlio soldato. Durante la lunga marcia a piedi così riflette Maurice Michaud, uno tra i pochi profughi a interrogarsi sul senso degli eventi e a non smarrire se stesso: "Quella gente che aveva intorno era convinta che la sorte si accanisse in modo particolare su di loro, sulla loro sciagurata generazione, mentre lui ricordava che gli esodi c'erano sempre stati in ogni tempo. Quanti uomini erano caduti su quella terra (come su tutte le terre del mondo) spargendo lacrime di sangue, fuggendo il nemico, abbandonando città in fiamme, stringendo al petto i figli: nessuno aveva mai pensato a quei morti innumerevoli condividendone il dolore..."
La seconda parte, Dolce, racconta la vita di un paese di campagna occupato. La durezza dell'occupazione tedesca qui pare a volte mitigata dal vivere fianco a fianco con l'occupante, come nel caso di Lucile, il cui marito distratto e infedele combatte lontano. La giovane donna e un ufficiale tedesco, gentile, colto e amante della musica, sperimentano una comune sensibilità che, pur fugacemente, li unisce. La storia si conclude quando, nel giugno 1941 le truppe tedesche vengono spostate sul fronte orientale e ha inizio l'invasione nazista dell'Unione Sovietica: "Gli uomini cominciarono a cantare, un canto grave e lento che si perdeva nella notte. Poco dopo, sulla strada, del reggimento tedesco non restò che un po' di polvere".


I. Némirovsky, Suite francese. Prefazione e traduzione di Lanfranco Binni, Garzanti 2014

martedì 26 luglio 2016

Noi che gridammo al vento, di Loriano Macchiavelli

"La strage di Portella non si è esaurita a Portella e non quel primo maggio del '47. Una lettera, un memoriale e alcune pagine strappate a un quaderno per le scuole elementari continuano a far paura e a far traballare le fragili fondamenta di questa nostra precaria Repubblica".
"Il destino lo chiamano in causa coloro che non vogliono sia dato un nome agli assassini. A Portella non fu destino. Fu omicidio premeditato. Come lo sarà per le stragi che seguiranno. Adesso, Professore, hai conosciuto la nostra tragedia. Portala in giro, racconta di noi che morimmo e in fretta fummo dimenticati".
Così narra ed esorta Omero, millenaria voce della storia e della coscienza, testimone anche della strage di Portella, che avvenne nel 1947 durante una commemorazione del primo maggio nella località siciliana poco lontana da Piana degli Albanesi.
Durante la Festa del Lavoro Salvatore Giuliano, con la sua banda, sparò sulla folla e uccise 12 persone, ferendone più di 30. Quell'eccidio è considerato il primo grande mistero dell'Italia repubblicana.
Infatti, Salvatore Giuliano, bandito protagonista del dopoguerra criminale in Sicilia quale motivo aveva per accanirsi contro un gruppo di poveri lavoratori? Chi fu il mandante di quell'eccidio? Chi lo ordinò? E chi coperse le indagini successive? E fu quello il primo momento in cui si consumò la trattativa Stato-mafia?
Loriano Macchiavelli narra in questo romanzo - opera di fantasia però saldamente radicata nella storia - della strage di Portella e di quello che in Italia seguì.
Siamo nel 1980 e Stella, ricercatrice di origini siciliane presso l'Università di Basilea, parte all'improvviso per Piana degli Albanesi. Stringe amicizia con Eva, matura, brillante e accogliente signora, con Ditria, già conosciuta nell'infanzia e con Vito, uomo originale e solitario.
Che cosa cerca Stella? E di che cosa è venuto a parlare con i potenti del luogo George, 'u miricanu?
La bellezza e il fascino profondo di paesi e paesaggi, qui descritti non solo con abilità letteraria, ma anche con  sguardo penetrante e non privo d'affetto, fa da sfondo all'intreccio di vicende personali (d'invenzione) e storiche (reali), conducendo il lettore a una meditazione profonda sulla storia (e le tragedie) dell'Italia repubblicana. L'Epilogo è dedicato alle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, che, nell'immaginario romanzesco, si lega alla vicenda di una delle protagoniste. 


Loriano Macchiavelli, Noi che gridammo al vento, Einaudi 2016

sabato 2 luglio 2016

Ancora su "ριζώματα, radici", di Eleonora Bellini


Sulla rivista novarese INFORMALE si può leggere una nuova recensione a "ριζώματα, radici", la raccolta pubblicata in occasione dell'evento di Mimesis. La natura svelata ad arte, tenutosi a Belgirate, in collaborazione con l'associazione culturale "Pietro Borsieri" nel 2014 e nel 2015. Autore della recensione Giannino Piana.


Recensione di Giannino Piana, su INFORMALE, n. 5/2016

giovedì 16 giugno 2016

Da Nuvola rossa ad Ansciana. Letture infantili di un'estate alla fine degli anni Cinquanta



Che cosa induceva una mamma maestra a permettere che la sua bambina trascorresse le calde ore del primo pomeriggio d'estate leggendo libri di storie anziché costringerla ai compiti delle vacanze? Di sicuro un'antica saggezza: si cresce e si impara vivendo. E ogni narrazione, desiderata e attesa, letta o ascoltata, apre mondi, favorisce incontri, definendo e chiarendo a ciascuno la sua essenza unica attraverso il divenire delle esperienze e degli anni.  Dunque leggevo. Più volte lo stesso libro, due, tre anche otto volte, come avvenne, nel corso di due estati e durante l'inverno che le separava per Il cucciolo di M. K. Rawlings, nel quale la personcina che ero allora aveva trovato - e a ogni rilettura evidentemente ritrovava -  tutto ciò che può soddisfare un immaginario bambino: la casa isolata e immersa nel verde del bosco, le occupazioni condivise con gli adulti che ti fanno sentire "già grande", il sogno dell'amicizia, l'affetto per un piccolo animale, la solitudine del figlio unico, il dolore, anche, che, contrariamente a quanto pensano alcuni, non è estraneo al vissuto infantile. Avrei visto il film solo molti e molti anni dopo. Mi piacque. Tuttavia ciò che mi è rimasto scolpito nella mente è quel fondale di verde umido e profondo attorno alla radura in cui tante volte avevo "visto" la casa dei Baxter, lo sventolare del codino di Flag il cerbiatto, le corse di Jody, il fratello maggiore che avrei voluto e non avevo.
Non otto volte, ma certo almeno una mezza dozzina nel medesimo biennio, lessi Nuvola rossa e altre storie di indiani di T. W. Ressler. Gli indiani erano allora compagni costanti dei giochi dei bambini miei coetanei e, qualche volta, purtroppo confinate al ruolo di ausiliarie o di "angeli del tepee", anche delle bambine. Adesso la maggioranza dei ragazzini non conosce quasi nulla dei pellerossa: durante due laboratori ho chiesto a scolari tra gli otto e i dieci anni che cosa sapessero degli indiani e solo un paio di loro mi ha raccontato qualcosa. Peccato. Le storie che leggevo allora in quella raccolta di ventitré racconti erano meravigliose, proprio in senso letterale. Vita nei villaggi, pesca sulla canoa, copricapi di penne, villaggi di tende o di case di terracotta, sciabordare dell'acqua, mormorio dei salici, ma anche sole a picco e vento d'inverno. E come scordare i nomi dei protagonisti? Ciascuno di questi era già in sé storia, psicologia, profezia: Piccolo Coniglio, Quarto di Luna, Piccolo Alce, Piccola Volpe Bianca, Piccolo Tuono, Vitello Grigio, Piccolo Orso e tanti ancora. Piccoli e giovani protagonisti per i quali l'onestà, la verità, il coraggio costituivano virtù e comportamenti naturali, come camminare, parlare, sfamarsi e dormire. Forse proprio quest'ultimo aspetto me li ha ricondotti oggi alla memoria.
Diverso ambiente, non meno avventuroso ma questa volta europeo e cittadino, è quello de Il circo di N. Stratfeild, altro romanzo inserito nella classifica delle mie letture d'infanzia preferite. Protagonisti sono Pietro e Santa, orfani dei genitori allevati dalla zia Rebecca. Dopo la scomparsa anche di quest'ultima apprendono di essere destinati a due diversi orfanotrofi. Ma i bambini vogliono rimanere insieme e un fortunato caso fa scoprire loro una cartolina inviata a Rebecca da zio Gus, del Circo Cob. E' dunque da Gus che bisogna andare per sfuggire all'orfanotrofio e restare uniti. Inizia così l'avventura di Pietro e Santa, non facile, all'inizio, ma ricca di scoperte perché il mondo del Circo, il più grande spettacolo del mondo, non delude mai l'immaginario dei bimbi. Un racconto, questo, più vicino ai tradizionali clichés della letteratura infantile classica nella quale gli orfani abbondano e la loro sorte, attraverso prove difficili e fortunati incontri, personale coraggio e catartiche scoperte, alla fine volge al sereno.
E infine, di K. von Roeder-Gnadenberg,  Ansciana, fanciulla indiana della grande India asiatica questa volta, trapiantata in Germania. Giunta da un mondo diviso in caste, permeato da una religiosità ricca di simboli e di rituali, la fanciulla incontra abitudini e usanze tanto diverse dai suoi da sentirsi turbata e offesa, turbando e offendendo a sua volta gli ospiti europei, ignari dei costumi e della cultura indiana: è uno scontro tra mondi, causato dall'incomprensione dovuta al pregiudizio e alla mancata informazione. Perché mi piaceva tanto questo libro, storia di una fanciulla trapiantata lontano, molto lontano, da casa? Certo per solidarietà: sono sempre stata incline a pormi (anche) dalla parte dell'altro; ma forse soprattutto perché ciascuno di noi, ad ogni nuovo incontro, è straniero all'interlocutore - ed egli per noi. La comprensione si conquista piano, grazie alla disposizione all'ascolto e alla conoscenza, superando pregiudizi e paure. E si sa che anche il mondo dei bambini sa essere tagliente e crudele, duro e circospetto nei confronti del "nuovo" che arriva, anche solo dal paese vicino: incontrare qualcuno che è stato lasciato fuori dal gruppo è esperienza comune, non solo nella letteratura, ma anche nel vivere quotidiano.  
Letture infantili da fine anni Cinquanta? Forse. Certo letture capaci di condurre lontano, in altri mondi, fuori dalle ristrettezze di palazzo, quartiere, paese. Letture per viaggiare, con la testa innanzitutto, perché, come aveva detto Orazio "coelum non animum mutant qui trans mare currunt": non basta correre qua è là per capire il mondo e per capire se stessi. Letture meglio dei compiti delle vacanze, permesse - est modus in rebus - purché non sottraessero tempo ai giochi all'aperto in cortile e alla passeggiata quotidiana. Com'era strana la mia mamma-maestra, che più tardi, iniziata la scuola media, mi avrebbe consigliato I miserabili e David Copperfield e Resurrezione. Furono anni belli, perle rare nel gran baule di cianfrusaglie che è la vita.

(C) Eleonora Bellini

PS. Tranquilli non crediate che io abbia fatto solo queste letture strane: una zia mi regalò Piccole Donne e Piccole donne crescono; la mia madrina un libro di Vite di sante bambine. Li lessi tutti e mi piacquero, molto Piccole donne, meno le vite di sante. In seguito, durante un soggiorno in colonia, mi comperai Tom Sawyer.
PPS. Nell'autunno, a scuola, mi sarebbe stato donato gratuitamente  "La via migliore", un giornaletto stampato dalla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Lì si potevano leggere le prime (per me) filastrocche di Gianni Rodari, tra cui Il pellerossa nel presepe.

sabato 4 giugno 2016

Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, di Salvatore Settis

"... la costituzionalista Lorenza Carlassare ha espresso un pensiero radicale: le stesse leggi di bilancio dello Stato dovrebbero essere approvate guardando alla loro coerenza con il programma costituzionale. Se un tale principio fosse applicato, a nessun Parlamento verrebbe in mente di finanziare guerre, privatizzazioni, mastodontiche e inutili opere che distruggono il paesaggio a beneficio di pochi, perché sarebbe ritenuto incostituzionale. Viceversa, il rafforzamento della scuola e della sanità pubblica, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, la tutela del suolo e delle acque, il diritto a un lavoro e a un salario degnamente retribuito, la redistribuzione della ricchezza a vantaggio delle fasce sociali più deboli, la pianificazione di opere pubbliche realmente utili e compatibili con la fisionomia dei territori, la promozione della ricerca scientifica e umanistica e, in generale, di una cultura tanto eccellente quanto diffusa, sarebbero tra i compiti primari di ogni legislatura" (p. 243).
L'ambizioso e doveroso progetto illustrato dalla Carlassarre è in fase di rottamazione, sostiene Settis in questo suo recentissimo libro, e non da adesso ma fin dalla riforma del 2005 (Berlusconi - Bossi) - poi bocciata dal referendum popolare del 2006 - e della quale l'attuale (2016) riprende le caratteristiche.
Questo saggio non nasce principalmente dalla contingenza del referendum che si terrà nel prossimo ottobre, ma ha una genesi più antica; raccoglie infatti alcuni dei molti interventi pubblici che l'autore ha tenuto in anni recenti su temi costituzionali, ed esce grazie alla cura editoriale di Anna Fava. Il libro si struttura in trentasei capitoli che, partendo dal dettato costituzionale, trattano di numerosi e urgenti temi del vivere civile nella Repubblica: economia e tutela del patrimonio culturale, diritti civili e consumo di suolo, prepotenza dei mercati e patrimonio pubblico, partecipazione politica dei cittadini e bugie sulle riforme, scuola e cultura fondamentali beni comuni. Ogni capitolo meriterebbe una recensione e un commento propri. Ci soffermiamo un poco sul capitolo trentasei che legge il testo della Costituzione vigente dal punto di vista "della dignità più alta che il nostro ordinamento preveda, quella di cittadino" (p. 217). A margine nel capitolo sono indicati sostantivi ed espressioni fondamentali nella Carta: da "bene comune", espressione che non c'è nel testo, ma ispirazione che lo impronta per intero, a "popolo", titolare della sovranità; da "cittadino", titolare di diritti inviolabili e di precisi doveri, a "lavoro", fonte di sostentamento e condivisione di responsabilità; da "solidarietà", pilastro dello sviluppo economico, a "cultura", fonte dello sviluppo della personalità degli individui e del progresso della società; ad ambiente a proprietà, a sovranità.


Segue un intervento di Anna Fava, "Difesa dei diritti, difesa della Costituzione", e conclude il libro un'appendice fondamentale che offre al lettore il testo della Costituzione del 1948 affiancato dal testo delle riforme fin qui apportate, compreso quello della riforma attualmente in atto (Renzi - Boschi), la più ampia che sia mai stata fatta, modificando ben 47 articoli della Carta (pag. 291 - 314).     
Il libro è senz'altro da leggere, e con attenzione, con devozione, forse, perché "mentre cala la notte della democrazia, meglio vederci chiaro che lasciarsi accecare", come afferma Settis in conclusione del paragrafo "Gufi e corvi".

Salvatore Settis, Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, a cura di Anna Fava, Einaudi 2016

martedì 10 maggio 2016

Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi, di Carlo Cipparrone

Nel 1957, in occasione di una conferenza su "Il frontespizio" e altre riviste letterarie, che tenne all'Accademia Cosentina, Carlo Betocchi incontrò Cosenza, la città, i suoi cittadini e, in particolare un giovane poeta, Carlo Cipparrone, che in questo libro rievoca le ore di quell'incontro "occasionale [...] che segnò l'inizio di un'amicizia tra un aspirante poeta, quale ero io allora, e un poeta affermato, da cui ho molto appreso".
Desideroso di visitare la città, Betocchi, torinese di nascita e poi (dopo la prima guerra mondiale, una parentesi come volontario in Libia e alcuni trasferimenti lungo la penisola) per lunghi anni fiorentino, aveva annotato accuratamente ciò che più gli interessava vedere. Cipparrone e un altro giovane aspirante poeta, Nerio Nunziata, lo condussero dunque ai luoghi di quell'itinerario ideale, nato dalla lettura di Viaggio in Italia di Guido Piovene, uscito proprio in quell'anno a Milano.
Betocchi restò un poco deluso dal Duomo, ma ammirò a lungo il castello Svevo. Dinanzi all'ara dedicata ai fratelli Bandiera, nel vallone di Rovito, non seppe frenare "un moto di stizza, avendo trovato quel luogo veramente desolante per l'incuria in cui era tenuto". I trasferimenti da un luogo all'altro della città avvenivano in carrozzella e, per una di quelle vie misteriose che solo la poesia sa trovare elevando l'episodio quotidiano a frammento indimenticabile, l'esosa tariffa chiesta da un conducente truffaldino fu l'occasione per la poesia Il vetturale di Cosenza, composta di getto da Betocchi e poi confluita nella raccolta L'estate di San Martino (1961) e qui riproposta al lettore. Vale la pena rileggerne le prime due quartine, un incipit severo e denso, eppure non privo di malinconico affetto per quella terra, meta di un breve viaggio occasionale:
 
Cavallino che vai, alba che langue,
piazza meridionale cui sgomenta
un fischio solitario come sangue
che fila da una piaga sonnolenta,
 
piaga impigrita d'antica stazione
di Capovalle, dove scende il Crati
presso i cipressi e l'antica oblivione
dei fratelli Bandiera fucilati
[...]
 
Fa seguito alla lirica di Betocchi un magistrale poemetto di Cipparrone, che rievoca l'incontro col poeta-maestro, in toni che possiamo porre tra nostalgia, arguzia, meditazione. Leggiamone alcuni versi, dedicati ai "geometri poeti":
 
"Tra coloro che scrivono non siamo
un'eccezione, geometri sono anche
Quasimodo, Lisi, Bargellini" - disse,
un po' compiacendosi - aggiungendo
all'elenco gli ingegneri Gadda, Sinisgalli
e l'assistente edile Vittorini,
per dimostrare che due mestieri
tanto diversi possono convivere.
[...]
 
Cipparrone e Betocchi tennero per lunghi anni una corrispondenza, riprodotta in parte nel libro (sole lo missive di Betocchi), con riproduzione degli originali e loro trascrizione.
Il libro, infine, oltre al merito di riportare alla nostra attenzione un poeta che realizzò "il miracolo di identificare la propria vita nella poesia", come ebbe a dire Giorgio Caproni, ha anche quello di ricordare alcuni notevoli poeti calabresi, oggi scomparsi: Lorenzo Calogero solitario e visionario, Nerio Nunziata meditativo e crepuscolare nonché animatore culturale, Ermelinda Oliva eclettica e romantica, Gilda Trisolini instancabile promotrice culturale e scrittrice feconda anche se avara nel pubblicare, Silvio Vetere aspro e vitale. Poeti nei confronti dei quali Betocchi dimostrò interesse e stima, confermando disponibilità al dialogo e "alla comprensione che ha caratterizzato costantemente l'ethos dello scrittore fiorentino", come nota Pietro Civitareale nella prefazione.
 
Il castello normanno - svevo di Cosenza in una foto d'epoca
 
Carlo Cipparrone, Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi, prefazione di Pietro Civitareale, Edizioni Orizzonti Meridionali - Biblioteca di Capoverso, 2015
 

lunedì 18 aprile 2016

La contro storia dalla parte degli umiliati. Discorso al Nobel, di Albert Camus

A cura di Antonio Castronuovo è disponibile gratuitamente in nuova traduzione il discorso che Albert Camus tenne a Stoccolma il 10 dicembre 1957, quando gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura (Strade bianche libri testimonianza, emerita ormai, di quella letteratura resistente, nata negli anni Ottanta del Novecento con Stampa Alternativa di Marcello Baraghini, libri di qualità e LIBRI MILLELIRE e che ora prosegue con il laboratorio di idee di Strade Bianche). Scrive il curatore:
 
"Dopo il banchetto d’onore del Nobel è d’uso che il vincitore tenga un discorso nell’antico municipio di Stoccolma, cosa che Camus fece il 10 dicembre 1957. La densità del testo va misurata sull’epoca in cui fu pronunciato, quegli anni Cinquanta gravidi di questioni di coscienza: la guerra fredda, i processi di epurazione, lo stalinismo, l’angoscia atomica, il colonialismo tramontante. Camus guardava con attenzione a quei problemi e, semplicemente, vide che in nome della storia venivano annientati milioni di innocenti, vide che gli intellettuali giustificavano –contacito o palese assenso – il terrore staliniano, e che divinizzando la storia ne avevano fatto unanuova religione, venendo clamorosamente meno al dettato laico: si è infatti laici se,cancellata in sé l’esigenza religiosa, non la si sostituisce con nuove genuflessioni."
 
Il discorso, di grande intensità, si concentra sul ruolo dell'intellettuale e sulla solidarietà - con i poveri, gli umiliati, i diseredati - che deve contraddistinguere la sua ricerca, le sue parole e la sua azione. Camus si sentiva profondamente coinvolto perché era consapevole del fatto che "anche il silenzio ha un significato. Nel momento in cui perfino l'astensione può essere considerata una scelta, punita o lodata che sia, l'artista, che lo voglia o no, è imbarcato. Imbarcato mi pare qui più giusto che impegnato. Non si tratta infatti per l'artista di un impegno volontario, ma piuttosto di un servizio militare obbligatorio. Ogni artista oggi è imbarcato sulla galea del suo tempo" avrebbe detto quattro giorni dopo nella conferenza tenuta nel grande anfiteatro dell'Università di Uppsala.
Lucido e profondo, chiaro e forte, pacato ma non rassegnato, questo breve discorso merita veramente di essere letto, meditato, conservato, specialmente da chi ricopre ruoli di responsabilità sociale, educativa, politica. Perché "lo scrittore non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono", come si legge nel discorso a pag. 10.
 
Albert Camus, La contro storia dalla parte degli umiliati, Strade Bianche 2016