domenica 23 aprile 2017

La svedese, di Anna Pavignano

Sono i momenti in cui la passione brucia, l'amore scuote come una bufera e il dolore morde quelli che più si fissano, indelebili, nel ricordo, quelli che daranno, in futuro, la sensazione di aver vissuto. Gli impicci e la ripetitività del quotidiano, il tempo senza scosse, tutti si dissolvono in polvere. Livia, che da qualche tempo evita legami, invita a cena Marco. Entrambi vivono a Roma e hanno un cane, pastori tedeschi, un maschio e una femmina. Li faranno incontrare e dall'incontro, forse, nasceranno dei cuccioli. Ma c'è un imprevisto: scende a Roma da Torino, senza preavviso, Milo, vecchio amico di Marco. Si aggrega alla cena anche lui. Tra Livia e Milo è colpo di fulmine. L'amore, inatteso, scuote la vita della donna, che lo vive dapprima come sogno, tempo sospeso, poi come divorante passione. Perché è un amore a tempo, un amore da lontano: gli spazi per gli incontri sono brevi anche se molto intensi e ricchi di quella forza che solo la passione può regalare. E tuttavia per amare bene bisogna poter essere se stessi. Entrambi i protagonisti hanno difficoltà in questo. Milo è sposato, quello che ha con la moglie è un rapporto aperto, quasi contrattuale più che amoroso. Sembra un rapporto chiaro, invece è turbato da ombre inattese. Livia vorrebbe essere come Sara, la protagonista di una passata avventura di Milo, forse un suo vecchio amore. Adotta camuffamenti e strategie per apparire sempre più uguale a lei, arriva a provocare un incontro con Sara e ad infilarsi con pretesti in casa sua. Ma sarà questa la strada giusta per legare sempre più a sé - e sempre più definitivamente - Milo?  
Anna Pavignano, raccontando in prima persona, indaga. Indaga mente e moti, anche minuti, dell'animo della protagonista e ne svela momenti importanti dell'infanzia: i difficili rapporti tra i genitori della Livia bambina, i rimproveri ricevuti da una madre triste e assente, le osservazioni di "zia" Klarissa, le attenzioni affettuose di un padre dolorante, diviso tra due donne. Nel romanzo, a ogni capitolo che narra le vicende dell'amore presente, se ne alterna un altro che riporta a galla ricordi, momenti e anche sensi di colpa dell'infanzia lontana. I primi anni della vita rimangono infatti, magari sopiti, ma non distrutti, nella mente: una bimba che ha constatato quanto dolore possa causare un amore infelice o non ricambiato, potrà da adulta imporsi distacco, discrezione, riservatezza, disimpegno perfino nell'espressione dei sentimenti più forti. "Come una svedese", per dirla con le parole di Milo nell'ultimo capitolo del romanzo. E invece - Livia lo ha dolorosamente appreso - "abbiamo bisogno delle parole per decifrare tutto, anche l'amore [...] senza le parole si può confondere la dedizione col disinteresse, l'amore con un gioco superficiale".

A. Pavignano, La svedese, Verdechiaro Edizioni 2017

venerdì 14 aprile 2017

Conta le stelle se puoi, di Elena Loewental

"Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo" (Genesi 22.17). Conosce di certo questa benedizione Moise Levi, Moisìn, quando nel 1872, a ventitré anni, lascia la natìa Fossano con un carretto pieno di stracci da vendere. Minuto, ma robusto, parte alla ricerca di fortuna. La troverà a Torino, dove, grazie a Monsù Malvano e a una certa pratica con la produzione e il commercio dei tessuti fatta a Verzuolo durante il viaggio, diverrà presto un commerciante agiato. A Torino, una sorta di terra promessa dopo che il re Carlo Alberto ("Che sia benedetto") aveva decretato la libertà di culto per ogni professione religiosa e soppresso il ghetto, Moise trascorrerà tutta la vita. Una vita piena, di successo economico, di amori, di figli e nipoti. Seguiamo le loro vicende lungo il cammino di un secolo, e non solo nella città sabauda, ma qua e là, nell'una o nell'altra parte del mondo. Ci appassioniamo e ci commuoviamo alla visione di Moise che, ormai vecchio, visitando una figlia mette piede, se pur temporaneamente, nella terra promessa. Vediamo lui e la sua famiglia passare indenni attraverso il secolo dell'orrenda Shoa, dimenticati dalle leggi razziali del 1938: una inspiegabile fortuna, che ci incuriosisce e ci rallegra. Al termine del romanzo, però, l'autrice avverte: "questa non è una storia vera [...] quella vera è svanita dentro le ciminiere dei forni crematori, nelle camere a gas, nelle fosse comuni". E' l'artificio, quello della letteratura e del sogno, a permettere a Elena Loewental di raccontare una storia "senza". Senza la persecuzione razziale, senza la Shoa. La storia che avrebbe potuto essere e non è stata. La storia dei perduti e dei morti, degli sconfitti e dei perseguitati. Che sono stati e forse sono ancora. Anche loro come le stelle. Non quelle di una numerosa discendenza sparsa per ogni dove sulla terra, ma quelle che, nell'universo già morte, ancora risplendono per noi, dinanzi ai nostri occhi. 

Il Ghetto di Torino, scorcio

E. Loewental, Conta le stelle, se puoi, Einaudi 2008


sabato 8 aprile 2017

Paura chi sei? Paure in poesia da un laboratorio con bambini di 10 anni

Paure in poesia. Poesie con i bambini. Paure dei bambini.
Ogni laboratorio prevede l'ascolto e la lettura di versi poeti classici. In questo vengono proposte tre liriche di Giovanni Pascoli: Notte di vento, Il lampo, Notte dolorosa. Tre momenti di oscurità e di solitudine di un grande poeta, un letterato dal cuore che indugia a contemplare tremori e timori dell'infanzia, un'infanzia che l'anagrafe ha sepolto, ma che nel cuore è dura a morire: il vento che scuote la notte; il temporale dalle livide luci crudeli; il sospiro roco del mare; la solitudine di un bimbo che piange mentre le stelle, lontane, passano senza curarsi né di lui né di altri umani quaggiù.
Ma prima di leggere Pascoli si parla, tutti insieme, delle nostre paure. Le prime che i bambini citano sono le paure fiabesche: le streghe, i fantasmi, i mostri, gli zombies e le altre mostruose creature che narrazioni, film e cartoni animati insegnano. Poi, quando il ghiaccio un po' s'è rotto, emergono le paure quotidiane: l'abbandono e il rimanere soli, nel doppio senso del "soli in casa" che "soli al mondo"; le malattie dei familiari; la morte; alcuni animali, dai cani ai calabroni; i temporali violenti; l'ascensore; la notte e i suoi rumori, ma anche quel silenzio profondo che talvolta si diffonde nel buio.
Non è difficile per le bambine e i bambini esprimerle anche in poesia.

Le tenebre buie
che ti circondano
e ti spaventano.
Il corridoio scuro
e silenzioso,
il rumore dell'interruttore,
che si accende e si spegne.
Le lunghe scale,
che sono vuote
e continuano una sopra l'altra,
e la paura si fa sentire

scrive Giada dipingendo, come in una sequenza cinematografica, il preludio della paura. E le fa eco Aurora:

Ho una grande agitazione,
come se
mi uscisse il cuore.
Alessandro insiste con una visione notturna:

Quanto sei scura e nera,
paura, come un calabrone.
Durante la notte, pensando
agli spettri nell'aria,
anche l'ombra
hai fatto sparire.
Quanto scura
questa notte.

Maria Jiang traccia in versi essenziali, che mi piace pensare dettati dalla tradizione antica delle liriche cinesi, il ritratto di una notte senza luna, nella quale i bambini tremano, prigionieri del buio:

Notte tempestosa,
con la luna nascosta
e le porte chiuse.
I bambini hanno paura.

E Alex ci conferma nella sua poesia che:

La paura ti colpisce al cuore,
non puoi liberartene.
Per esempio un ladro
ruba e fugge,
la paura ruba ma non fugge.
Quando sei in compagnia
te ne dimentichi,
appena torni a casa
e sei solo
ti ritorna in mente.

Ascoltare, riflettere, esprimersi sono tre passaggi essenziali per conoscere le proprie paure e la poesia è una grande amica e un grande sostegno in questo percorso capace di accomunare adulti e bambini. Nella consapevolezza comune che molte paure si superano, altre si aggirano con strategie diverse, altre fanno parte della vita e conviveranno sempre con noi. Le parole della poesia, nel nostro percorso, ci sono vicine perché appartengono al profondo, al vero, all'essenziale.


(C) Eleonora Bellini

sabato 11 febbraio 2017

Le strade di polvere, di Rosetta Loy

Il Piemonte contadino, dalla fine del Settecento ai primi anni dell'Unità d'Italia, vive, palpita, soffre e gioisce in questo romanzo che narra un'epopea lenta e umile, tutta vissuta attorno alla grande casa fatta costruire dal Grand Masten, un particulare "che aveva terra di suo, buoi, mucche, galline e conigli e tante moggia da avere bisogno di altre braccia". Due figli ha il Gran Masten, Pietro e Giuseppe. Muore giovane quest'ultimo e sua moglie Maria, bruna e bella, sposa in seconde nozze il fratello, Pietro detto Sacarlott. Questi, solido e massiccio, è uomo concreto, legato alla terra e ai suoi possedimenti. Attorno a lui, di poche parole e tuttavia dominante, ruota tutta la famiglia, i cinque figli, la moglie, la cognata. Di tutti conosciamo desideri, patimenti, amori, speranze, partenze, lungo le strade di polvere dei soldati in guerra e quelle degli amori clandestini. Assistiamo a nascite e morti che si snodano in un tempo del quotidiano che, pur attraverso le stagioni e il lavoro consueto, sembrerebbe sempre uguale se non fosse per i moti del cuore e l'ardire del pensiero dei protagonisti. Seguiamo quindi Gavriel che parte la notte a cavallo per raggiungere l'amata, ormai sposa di un altro, e Luìs che torna cambiato, ma non fiaccato, dalla guerra; parteggiamo poi per Pietro Giuseppe, figlio di primo letto di Luìs (eh sì, quante giovani spose morivano allora!) che vuole lasciare la campagna per avviarsi al mondo degli studi. Ci commuovono le fanciulle che frugano alla ricerca di nastri in fondo ai cassetti e si animano di speranze, di sogni e di languore alle musiche dei balli estivi sull'aia. Mentre, giunti all'ultima pagina, triste e pensoso ci è l'incontro con i due fratelli, Gavriel e Luìs. Ormai vecchi e soli, trascorrono le serate accanto al fuoco, nella casa orfana delle presenze e delle voci che un tempo l'avevano animata, e che ora scricchiola "come un vascello in rada".


sabato 4 febbraio 2017

L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, di Eleonora Bellini

Copertina di Claudia Benassi
L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno propone ai ragazzi di oggi la storia di una grande personalità del passato e lo fa suscitando emozioni più che offrendo nozioni, con riguardo anche a frammenti di mitologia e di leggenda della più antica tradizione indiana.
Una cartelletta sottile, un mazzetto di lettere del nonno scritte in anni lontani con calligrafia regolare e accurata. Ghaffar vi riscopre frammenti di una grande storia, quella del Mahatma Gandhi, il padre della forza dell'amore, della resistenza non violenta e dell'indipendenza dell'India. Le lettere sono un regalo di affetto e di memoria che il nonno gli fece quand'era ragazzino. E lui che ne farà ora? Le farà conoscere ad altri, qui, in questo libro.

LA STORIA COMINCIA COSI':

Primavera dell'anno 1952

La luce dell'alba tinge di rosa e oro la città di Ahmedabad. Nell'ashram sulla sponda del fiume gli abitanti delle umili casette bianche circondate da pochi alberi di mango, si risvegliano e si affrettano alle occupazioni quotidiane. I fabbri, i falegnami, i barbieri, i vasai corrono al lavoro, aprono le botteghe, espongono la merce. Alcune donne e bambini si dirigono al pozzo ad attingere l'acqua per la giornata. Sulle scalinate digradanti verso il fiume stanno prendendo posto i lavandai. Le botteghe di ristoro, che vendono té, tisane e altre bevande, sono già aperte. Nelle case c'è chi sta già cucinando e il profumo di fuoco di legna e spezie si diffonde nell'aria.
Il vecchio Raykhumar esce sulla veranda di casa. Ha appena terminato di filare il cotone con il suo charkha, l'arcolaio a ruota che gli è caro...

Recensione su PAGINE GIOVANI, 4/2016

Un'altra interessante recensione si può trovare al link dell'editore, qui: Luigi Alviggi, su "L'elefante e la formica"


Eleonora Bellini, L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, NonSoloParole Edizioni 2016 (euro 12,00)

mercoledì 18 gennaio 2017

Il quaderno vegetariano con Gianni Rodari, di MaVi e Stefano Panzarasa

Quando Gianni Rodari scriveva le sue mirabili fiabe e filastrocche per bambini, l'era dello spreco e del feroce anonimato del fast food non era ancora radicata nel nostro Paese, anche se già, complice il boom economico, se ne avvertivano le prime avvisaglie. Però la memoria delle privazioni del tempo di guerra era ancora ben viva nella mente dei più e la sobrietà era ritenuta un valore grande. Rodari che, come tutti i veri poeti, era un precursore e un saggio, oltre con un raro scrittore civile, certo aveva avvertito i pericoli di un progresso che non fosse votato al rispetto delle persone. I suoi messaggi di libertà ed eguaglianza, di dignità e giustizia, così come le sue battute curiose e i suoi personaggi divertenti sono ancora estrememante attuali, a volerle comprendere. E soprattutto, sono profondi, memorabili e non bamboleggiano, come si addice a ogni vero scrittore per l'infanzia.
Dell'opera di Rodari questo libro esplora l'aspetto dedicato all'alimentazione, un'alimentazione certo meno sovrabbondante e più rispettosa dei ritmi della natura e delle stagioni di quella a cui i decenni più recenti ci hanno abituato. Ma soprattutto ricerca nelle sue storie citazioni di piatti vegetariani o vegani, in un'ottica di rispetto per gli amici animali e per il creato tutto, fidando nel fatto che questa scelta fosse già ben presente e consapevole nel pensiero di Gianni Rodari: "... se come lui vogliamo sperare in un mondo migliore [...] perché non cominciare dall'alimentazione?" si e ci chiede Stefano Panzarasa nell'introduzione.
Nelle settantacinque pagine del volumetto apprendiamo dunque una serie di ricette semplici (alcune) e saporite (tutte) ispirate alle storie di Rodari: quella del pane più grande del sole e quella dell'insalata sbagliata; quella del minestrone di Cipollino e quella del risotto del cavalier Pomodoro. E così via, con uno spazio di riguardo anche per i dolci più favolosi che si possano immaginare, come il "gelato del Palazzo di gelato con triscotti" e la torta di cioccolato "dal cielo".
Il quaderno, infine, si presenta con un vero quaderno d'antan; è scritto in bella calligrafia e rifinito a mano da Nicoletta Piol e ha il taglio delle pagine di un bel rosso. Correte dunque a procurarvene una copia e poi, svelti, andate in cucina a sperimentare la prima ricetta. Buon appetito!


MaVi e Stefano Panzarasa, Il quaderno vegetariano con Gianni Rodari. Le ricette fantastiche dell'era ecozoica, Kellermann editore 2016

domenica 15 gennaio 2017

ANIMA BIANCA. La neve da De Nittis a Morbelli


"Anima bianca" è il titolo di una mostra aperta alla GAM MANZONI di Milano fino al 19 febbraio 2017 e anche del catalogo che la illustra. Quale momento migliore dell'anno per contemplare i paesaggi innevati dipinti da numerosi maestri tra metà Ottocento e primi decenni del Novecento? 
Angelo Inganni vi è presente con La colonna di San Martiniano del Verziere sotto la neve (1844-1845), dipinto nel quale la piazza è animata come la scena di un teatro: signore che conversano, un padre con due fanciullini, una donna accanto al bottegaio, gli spazzini con le pale da neve, un cane nero incantato a contemplare lo spettacolo dei fiocchi che scendono. Peculiarità del dipinto, che fu apprezzata moltissimo da critica e pubblico contemporanei dell'Inganni, è proprio la rappresentazione del "cader della neve", i fiocchi bianchi e leggeri che scendono e si posano a terra imbiancando il selciato.
Di Giovanni Segantini si può ammirare un'opera giovanile, Il Naviglio sotto la neve (1879-1881) nella quale le barche in primo piano, ferme sotto la nevicata, contrastano con i movimenti lenti e curiosi e con il cicalare delle donne raggruppate sulla riva.
Il capolavoro dell'esposizione è, a mio avviso, La lezione di pattinaggio (1875 circa) di Giuseppe De Nittis, nel quale le due pattinatrici, immerse nel bianco rosato del ghiaccio, danzano leggere l'una accanto all'altra. Nell'inverno 1874-1875 Parigi fu imbiancata da abbondanti nevicate. De Nittis, che viveva allora nella capitale francese, eseguì una serie di scene invernali en plein air, ispirato dal nuovo volto di pietre, palazzi, giardini dentro tutto quel bianco caduto dal cielo. "Parigi è sotto la neve" scrisse "Il bosco risplende sotto il cielo pallido. E' la solitudine completa. Solo noi in uno spazio immenso". 
Ventidue sono gli artisti in mostra, le cui opere sono tutte riprodotte nel catalogo, corredato anche da una interessante bibliografia relativa ad ogni pittore. I loro nomi? A. Inganni, T. Signorini, G. Induno, G. De Nittis, N. Cannicci, G. Segantini, S. Bruzzi, F. Rossano, G. Di Chirico, E. Spreafico, G. Boldini, M. Bianchi, F. Filippini, G. De Sanctis, F. Carcano, A. Tominetti, C. Fornara, E. Longoni, C. Maggi, A. Morbelli, L. Bazzarro, G. Bozzalla.  

G. De Nittis, Lezione di pattinaggio

ANIMA BIANCA, a cura di Francesco Luigi Maspes ed Enzo Savoia, saggio introduttivo di Elisabetta Chiodini, GAMMANZONI, 2016

venerdì 30 dicembre 2016

L'uomo che sorrideva, di Henning Mankell

L'avvocato Gustaf Torstensson trova la morte in un incidente stradale in una fredda e buia sera d'ottobre mentre sta tornando a casa dopo essersi recato da un cliente. Non molto tempo dopo suo figlio Sten viene ucciso nel suo ufficio. La morte violenta del figlio getta un'ombra di dubbio anche sulla morte del padre. L'investigatore Kurt Wallander che, mentre vagava in preda a una forte depressione sulla spiaggia di Skagen, all'estremo nord della Danimarca, era stato contattato da Sten affinché indagasse sulla morte del padre, rientra al lavoro. Senza esitare, anche se la ripresa e l'uscita dal tunnel del dolore e della malinconia si rivelano estremamente dure. L'indagine conduce Wallander a occuparsi di un personaggio insospettabile, ritenuto addirittura un benefattore della società; un uomo ricco, elegante, colto, sicuro di sé e sempre sorridente, Alfred Harderberg. Man mano che si accumulano nuovi elementi di accusa, l'inchiesta diviene sempre più difficile, pericolosa e costringe il nostro ad andare controcorrente, a sfidare l'opinione comune: testardaggine e pazienza lo sorreggono e lo aiutano a individuare la strada giusta. "Quando le pietre iniziano a rotolare giù da una china, non bisogna corrergli dietro immediatamente" riflette Kurt "perché altrimenti ti trascineranno con sé. Rimani dove sei e osservale mentre rotolano, e poi guarda dove si sono fermate".
Le pietre che man mano edificano e completano l'indagine conducono alla scoperta di un traffico orrendo, quello di organi e preferibilmente di organi freschi e sani, quelli dei bambini e dei ragazzini: un bambino viene ucciso in Sud America o in un altro paese povero per allungare la vita di una persona che, nel nostro mondo "ricco", può permettersi di pagare senza rispettare le liste di attesa degli ospedali. Harderberg, il benefattore, organizza e dirige questo traffico.
L'indagine si conclude la vigilia di Natale ma, pur se i malvagi sono assicurati alla giustizia, non si può gioire certo del fatto che giustizia e bontà trionfino. Una domanda infatti risuona alta e inquietante: "Alfred Harderberg era una persona che tutti ammiravano. Come è possibile fare donazioni ad associazioni caritatevoli con una mano e uccidere esseri umani con l'altra?"
Nessuno può dire se vi sia un limite alla malvagità umana e nessuno può dire quanto profondamente il romanzesco rispecchi la realtà e quanti sedicenti e falsi benefattori alberghino anche tra noi. 

Henning  Mankell, L'uomo che sorrideva, Marsilio 2004

martedì 13 dicembre 2016

Tecnobarocco. Tecnologie inutili e altri disastri, di Mario Tozzi

Pensavo di essere la sola ad avere nostalgia del vecchio telefono a disco collegato solo alla linea telefonica e non alla rete elettrica. Poi acquisto per la biblioteca questo libro e constato che anche Mario Tozzi soffre della medesima nostalgia: "Perché il telefono meccanico" scrive a pag. 41 " aveva un pregio il cui valore ci è chiaro solo quando, e succede, manca la corrente elettrica e, di conseguenza, il suo uso sarebbe urgente e dovrebbe essere assicurato". Già, perché i moderni telefoni se manca la corrente sono inutilizzabili e bisogna aspettare che questa ritorni, presto o tardi chissà!
Un altro apparecchio che non amo è il GPS; una carta stradale o un atlante portatile mi sembrano più funzionali e, alla fine, capaci di fornire indicazioni più durature sul luogo in cui ci si trova o sulla direzione da prendere, favorendo in qualche modo la creazione nel viaggiatore del senso di orientamento, utile sia a piedi che in auto, che in treno (Alzi la mano chi non ha mai incontrato qualcuno che, in una stazione, gli chiedesse: "Da che parte va il treno per... ?"). Una considerazione molto empirica, certo, e limitata allo spostamento nelle città o da paese a paese o da città a città. Tozzi rileva molti di più, accenna alla storia di mappe e carte e rileva che "una carta geografica non è solo una mappa, è molto di più, ed è esattamente quella ricchezza di significati e di conoscenze che stiamo perdendo [...] una carta non è una pura rappresentazione ridotta della superficie terrestre, ma è anche altamente simbolica e la sua consultazione permette di sognare, riflettere e conoscere, oltre che di orientarsi." (pag 43). 
E che dire dei giochi elettronici? E' sicuro che perdono punti se confrontati ai loro omologhi tradizionali, il calciobalilla e il flipper tra tutti. Questi ultimi favorivano la socialità e non fomentavano l'aggressività; non si potevano giocare all'infinito - quasi mai si poteva averli in casa e richiedevano un certo impegno muscolare per giocare e vincere - come i moderni giochi elettronici: non producevano ludopatie, insomma. 
Tozzi in questo breve saggio, assolutamente da leggere, passa in rassegna tutte le "conquiste" tecnologiche a cui siamo ormai abituati e che qualcuno ci ha fatto apparire indispensabili, da Wikipedia che sostituisce l'enciclopedia cartacea alla memoria artificiale a cui affidiamo immagini e ricordi; dai trasporti alla climatizzazione alle grandi opere. Il tutto con attenzione al principale fattore che dovrebbe presiedere a ogni nostra conquista tecnica: la sostenibilità.  Il livello utile di sosteniblità nell'Occidente in cui viviamo è stato ampiamente superato, sostiene Tozzi, ed è incrementabile solo a prezzo di disastri ambientali e ingenti spese "tali da far pensare se non sia meglio astenersi da ulteriori miglioramenti" (pag. 183-184).


sabato 3 dicembre 2016

Il fiore della poesia italiana


Cinquecentocinquanta pagine suddivise in due tomi per offrire una panoramica sulla poesia italiana dagli autori dei primi secoli fino ai contemporanei. Opera esemplare, curata da Vincenzo Guarracino insieme a Mauro Ferrari e ad Emanuele Spano per quanto riguarda il secondo tomo, l'antologia propone una poesia per ciascun autore presente. Ogni testo poetico è introdotto da una breve ma acuta nota critica. In appendice si possono leggere sintetiche note biografiche di tutti i poeti presenti in ciascun volume. 
"Perché proporre un'antologia?" abbiamo chiesto ai curatori. 
"Perché un'antologia" ha risposto subito Mauro Ferrari, editore oltre che curatore "oggi più che in passato è in grado di portare la poesia all'attenzione di tutti. Le singole sillogi si rivolgono spesso a un pubblico super specializzato e per questo ristretto, mentre l'antologia, il florilegio, si rivolge soprattutto a chi, pur avendo meno dimestichezza con critica e correnti letterarie, è coinvolto in maniera personale - e magari anche emotiva - dalla parola poetica. Oggi l'antologia, a mio avviso, è destinata a restare, a segnare un punto fermo nella storia letteraria".
"Nel termine antologia, natura e arte condensano una conquista di bellezza e preziosità e vicendevolmente si illuminano nell'immagine di una miracolosa fioritura di testi, colti nella loro unicità e singolarità" ha aggiunto Vincenzo Guarracino, spiegando così anche il titolo estremamente classico che si è voluto dare alla raccolta.
I poeti di un tempo hanno dunque ancora una voce viva e vicina al nostro vissuto e quelli contemporanei ci offrono spesso visioni, squarci di luce, intuizioni su una realtà complessa, perfino dolorosa, sottraendola all'incomprensione e all'effimero. La poesia è viva, dunque, e di questo le siamo grati.

Il fiore della poesia italiana, puntoacapo editore 2016