sabato 19 gennaio 2019

Puo' una bibliotecaria/un bibliotecario non leggere libri?


Chi lavora in biblioteca si sente dire spesso: "Che fortuna! Chissa' quanti libri puoi leggere. Deve essere bello trascorrere le giornate leggendo libri. Piacerebbe anche e me!". Quasi sempre l'interlocutore sottintende inoltre, dopo"leggendo libri", la parola "gratis".
Il mestiere di bibliotecaria/o, pero' e in tutta verita', non comporta la possibilita' di leggere libri nelle ore di lavoro.
Premesso che i libri non saltano da soli sugli scaffali in ordine casuale e men che meno in schiera ben ordinata, nelle ore di lavoro in biblioteca il bibliotecario o la bibliotecaria fanno altro. Eseguono principalmente le seguenti operazioni (se non le eseguono si tratta di bibliotecari negligenti o incompetenti):
  • programmano l'aggiornamento dei fondi della loro biblioteca in relazione alla sua storia, alla sua specificita', ai suoi utenti reali e anche, forse soprattutto, ai potenziali;
  • elaborano un piano degli acquisti che non comprendera' solo libri, ma anche periodici, film, musica;
  • consapevoli degli spazi di accesso al sapere che web e digitali aprono, ne studiano le oppurtunita' reali e l'utilita' per la biblioteca in cui lavorano;
  • catalogano e ordinano le raccolte con procedure coerenti e rigorose, che hanno anche la funzione di orientare i lettori e, se la biblioteca non e' di grandi dimensioni, di renderli autonomi nella ricerca e di accrescere le loro conoscenze in fatto di libri e lettura. Questo compito e' molto importante e direi fondamentale soprattutto nelle cittadine e nei paesi, che in Italia non sono pochi, nei quali non esistono librerie ben fornite e documentate. Ed e' ancora piu' importante se lo pensiamo rivolto ai bambini e ai ragazzi (Ricordate l'affermazione di Umberto Eco: vado in biblioteca non per cercare i libri che conosco, ma per trovarvi quelli che non conosco?);
  • elaborano e aggiornano bibliografie su temi dibattuti, attuali, importanti, divertenti, curiosi, trascurati ma interessanti ecc.; le promuovono e le diffondono presso gli utenti;
  • favoriscono il contatto dei lettori adulti e bambini con scrittori o esperti del libro, quando questo e' possibile (il limite a questo tipo di iniziativa di solito e' dato da mancanza di risorse economiche e, qualche volta, da inidoneita' degli spazi disponibili);
  • comunicano la biblioteca e i suoi libri in modi adatti e finalizzati alle diverse tipologie (eta', professione, nazionalita', grado di istruzione, ecc.) dei cittadini che vivono sul territorio di competenza;
  • registrano i prestiti, svolgono consulenza nei confronti di chi fa ricerche particolari (adesso si dice reference), illustrano le tipologie di cataloghi consultabili in sede oppure on line, le loro modalita' di funzionamento e potenzialita', indirizzano alle diverse sale e le sorvegliano se necessario, riproducono copie cartacee o digitali di pagine o documenti, rispondono a domande specifiche poste di persona, via posta elettronica, per telefono o altro; talvolta indirizzano pure le persone ad altri servizi come quelli sociali, le agenzie per il lavoro eccetera...;
  • e molte altre cose, infine, come la timbratura, etichettatura, foderatura spolveratura e riparazione dei volumi; la verifica di quali volumi non siano restituiti, quali sottratti, quali danneggiati e usurati, in modo da prendere i provvedimenti necessari sia nei confronti dell'utenza che riguardo alla salvaguardia del patrimonio della biblioteca; come l'organizzazione e riorganizzazione degli spazi interni alla biblioteca sia in relazione ai documenti librari sia in relazione all'utenza; come la redazione e l'aggiornamento degli inventari.
Detto questo e non detto cio' che di certo ho dimenticato, e' chiaro che il bibliotecario, quando e' in servizio, non legge libri. O ne legge quel che poco che basta a classificarli, quando nella biblioteca si utilizza la CDD, oppure a elaborare uno o piu' soggetti coerenti con il contenuto di ciascun testo: titolo, sottotitolo, indice, prefazione, scheda editoriale, notizia sull'autore, qualche pagina qua e la' se permangono dubbi.
Ma la domanda di apertura si riferiva al leggere libri fuori dalla biblioteca, a casa, al bar, sul tram, sul divano o a letto: puo' un bibliotecario/a non leggere nulla o poco nel suo tempo libero? Certo che no. Chi non ama la parola scritta, chi non ama leggere libri, chi fatica a prenderne in mano almeno una dozzina l'anno, chi non si ferma davanti alla vetrina di una libreria, chi non sbircia oltre la porta di una biblioteca, chi non occhieggia curioso le bancarelle degli usati non e' adatto al mestiere di bibliotecario/a (mi piacerebbe poter dire che non e' adatto nemmeno a molti altri mestieri e forse a nessuno, ma in questo, lo riconosco, sono di parte e quindi faccio finta di non averlo detto e nemmeno pensato). Perche' quello del bibliotecario/a e' un mestiere profondamente concettuale, in cui il pensiero va esercitato, sollecitato, rinnovato, aperto. "Anche solo per piazzare i libri sugli scaffali?" chiedera' qualcuno. "Anche solo per per questo, o forse soprattutto per questo" rispondo. Perche' chi non ama i libri come testimoni di vita, di storia, di umanita', chi non ama leggerli, insomma, e averli tra le mani ogni giorno, chi non ama comunicarli agli altri, al piu' alto numero di persone a lui possibile, non potra' fare il bibliotecario/a. Non ne avra' la competenza, l'entusiasmo e la disponibilita', doti che ogni libro richiede, esige, pretende. Se no ti casca in testa e ti fa male.



martedì 15 gennaio 2019

Il quaderno rosso, di Michel Bussi

Port-de-Bouc
Leyli, giovane donna originaria del Mali vive a Port-de-Bouc, vicino a Marsiglia, in un appartamento minuscolo. Il suo viaggio dal Mali verso l'Europa è stato tremendo e sconvolgente, irto di difficoltà e di violenza. Infine la donna è riuscita a raggiungere la Francia, a trovare lavoro, dapprima precario e poi a tempo pieno. Ora finalmente ha le carte in regola per richiedere all'assistenza sociale una casa più grande, nella quale i suoi tre figli possano trovare tutto lo spazio necessario, condividendo l'amore di una madre coraggiosa e guardando al futuro con fiducia. 
"Tre anni a sopportare umiliazioni, battute di caccia al clandestino, fregature, ricatti, schiavitù, ma tenevo duro perché mese dopo mese accumulavo semestri. Accettavo perfino di lavorare gratis pur di avere il pezzo di carta. Alla fine ho capito che era questo il motivo per cui lo Stato ci lasciava in pace: noi invisibili paghiamo le tasse, consumiamo, ci pieghiamo a tutti doveri come gli altri cittadini e non pretendiamo il minimo diritto", afferma la donna.
Tuttavia Leyla nasconde un segreto, pesante e da tenere ben nascosto, come fosse un tesoro. Un segreto che le pare quasi come un'assicurazione, una garanzia per il futuro della famiglia.
Nel romanzo non manca la tensione tipica del giallo, ma occupa un posto importante e non secondario la riflessione sul tema dei migranti, del loro percorso per raggiungere l'Europa, dello sfruttamento a cui sono sottoposti, particolarmente le donne, delle frontiere oltrepassate, ciascuna incastonata in modo indelebile nella memoria, tappa precaria, ma anche granello in più infilato nel rosario delle speranze.
I guadagni illeciti sulla pelle dei migranti, le ambiguità perfino da parte di alcuni funzionari e preposti all'accoglienza, i drammi dei richiedenti asilo che sono obbligati a “girare in tondo all’infinito, sportello A, sportello B, sportello C, uffici per gli alloggi popolari, comune, prefettura, ufficio immigrazione e integrazione, ognuno aggrappato ai propri moduli, ottenebrato dalle caselle da riempire”, vengono narrate senza mezzi termini e assurgono spesso alla forza della denuncia politica.
Bussi, scrittore francese di gialli attualmente più venduto oltralpe e secondo più letto in Francia, preferisce definire questo suo libro non thriller, ma romanzo umanista, che si occupa di eroi ordinari i quali si trovano in luoghi ordinari, ma in situazioni straordinarie.
Libro in cui i colpi di scena si susseguono a ritmo incalzante e in cui la verità dei fatti si chiarisce progressivamente, ma in modo sempre nuovo e inatteso, Il quaderno rosso appassiona il lettore in ogni sua pagina e , fatto non secondario, lo induce a riflettere.

M. Bussi, Il quaderno rosso, Edizioni E/O 2018, traduzione di Alberto Bracci Testasecca


mercoledì 9 gennaio 2019

Scrittori di uno scrittore, di Vidiadhar Surajprasad Naipaul

"Il mio intento in questo libro non è la critica letteraria né la biografia. Voglio soltanto, e in maniera del tutto personale, passare in rassegna i tipi di scrittura che mi hanno influenzato nel corso del mio lavoro. Ho detto scrittura, ma intendo più precisamente visione, modo di guardare e di sentire" afferma lo stesso Naipaul. Dall'infanzia in una numerosa famiglia allargata di immigrati indiani a Trinidad, all'esperienza londinese di studente povero, lo scrittore racconta dei colleghi che hanno influenzato la sua vita e la sua scrittura, ma soprattutto gli hanno donato quello sguardo meravigliato e curioso sul mondo e sugli esseri umani che è indispensabile ad uno scrittore. Incontriamo in queste pagine numerosi autori, da Walcott a Antony Powell, ai classici inglesi e a quelli latini, ai racconti di ambientazione indiana del padre di Vidiadhar. Un lungo capitolo è dedicato a Gandhi, alla sua formazione, all'esperienza sudafricana e ai suoi rapporti con Londra e il regno Unito, alla nascita e alla crescita della sua utopia spirituale e politica. Per concludere amaramente che, conquistata l'indipendenza, aperte le porte all'ingresso della modernità, scomparso il Mahatma, per gli Indiani divenne "difficile capire che cosa fosse esattamente il gandhismo. Era la dhoti, era il filatoio a mano, il tessuto fatto in casa, il Thoreau, il Ruskin (che cosa c'entravano Walden o Fors Clavigera con gli indiani?), l'astinenza sessuale, il vegetarianismo, gli inni cristiani, il rifiuto di bere latte vaccino, la pulitura delle latrine? Era impossibile essere un perfetto gandhiano, nessuno poteva rifare il suo viaggio pionieristico".
Il mondo originale e multiforme del premio Nobel per la Letteratura 2001, scrittore insieme caraibico, indiano, inglese ma soprattutto universale in questo piccolo libro si offre al lettore con limpidezza e fascino esemplari.


V. S. Naipaul, Scrittori di uno scrittore, Adelphi 2010

lunedì 7 gennaio 2019

L'equazione africana, di Yasmina Khadra

Medico a Francoforte, Kurt conduce una vita agiata e tranquilla insieme alla moglie Jessica. Ma quando la donna si toglie la vita per una banale mancata promozione al lavoro, precipita nella disperazione. Hans, suo caro amico, ricco industriale da tempo dedito a beneficenza a favore degli ultimi della terra, lo invita ad accompagnarlo sulla sua barca a vela fino alle isole Comore, dove ha preso vita un progetto umanitario da lui finanziato. Ma, al largo della costa somala, l'imbarcazione viene attaccata dai pirati e i due vengono rapiti. Inizia cosi' un tremendo, devastante viaggio attraverso l'Africa. Un'Africa spossata da poverta' e malattie, da violenze e crudelta', affamata e desertica, feroce e tenace ma anche estremamente tenera e ricca di speranza. Un' Africa continente che per la maggior parte degli Europei non esiste. Distrattamente infatti essi ascoltano le notizie riferite dai telegiornali, faticando spesso a visualizzare sulla carta geografica i Paesi e i conflitti di cui si parla, i drammi delle popolazioni che ne sono vittime. Il rapimento precipita Kurt e Hans, il benefattore, dentro questa realta', realta' vera e vissuta non piu' soltanto brevemente raccontata. I guerriglieri che hanno rapito Hans e Kurt vivono in estrema precarieta'  e reagiscono con inaudita ferocia contro chi si oppone loro, avendo smarrito la via che, diretta a giustizia e uguaglianza, li aveva fatti reagire, al momento della loro scelta di ribellione. Sono ormai soltanto sbandati in fuga. Lo realizza il giovane Blackmoon, che fa osservare a Joma, il suo capo, spietato gigante: Non ti posso piu' seguire Joma, perche' non so dove mi stai portando. Quando mi guardo alle spalle non vedo niente di quello che eravamo un tempo. Non sono orgoglioso della strada che abbiamo percorso...
Kurt attraversa l'esperienza della prigionia con rabbia e orrore, riflette sull'ingiustizia della sorte nei suoi confronti e non la comprende. La disperazione lo invade nonostante l'incontro con due persone innamorate dell'Africa, Bruno, un francese che da molti anni ha scelto di vivere in quel continente, abitando non nelle residenze di lusso ma nelle citta' dei poveri, ed Elena, giovane dottoressa della Croce Rossa. Anche al rientro in Germania Kurt continuera' a vagare smarrito in un dedalo di giornate senza speranza, fino a quando non comprendera' che il demone che lo tormenta sta dentro di lui, lo lega al passato, lo invischia in eventi ormai chiusi. Ricorda la parole di un saggio, vecchissimo guerriero che aveva combattuto la invasione italiana di Mussolini riscuotendo onorificenze e riconoscimenti,  e che ora giace immobile in un giaciglio poverissimo: Sei triste. Non devi. Solo i morti sono tristi perche' non possono piu' rialzarsi... 
Kurt trova la forza per rialzarsi, rinasce, si scopre vivo e pronto a iniziare una nuova vita nella quale l'Africa sara' presente.



Yasmina Kadra (Mohammed Moulessehoul), L'equazione africana, Marsilio 2012

giovedì 27 dicembre 2018

Il demone del moto, di Stefan Grabiński

Stefan Grabiński, nato il 26 febbraio del 1887 a Kamionka Strumiłowa (oggi Kamianka-Buzka) nella provincia di Leopoli facente parte ai tempi della Galizia Polacca e attualmente in Ucraina, è scrittore sinora poco conosciuto in Italia, nonostante sia stato definito dal critico Karol Irzykowski “il Poe Polacco”e sia stato una delle più interessanti figure del fantastico europeo del Novecento. Per conoscere almeno una parte della sua opera narrativa merita di essere letta questa raccolta di racconti fantaferroviari, uscita per Stampa Alternativa a cura di Mariagrazia Pelaia. Scrive la curatrice nell'approfondito saggio che commenta e chiude il libro: L'aspetto piu' originale dell'opera di Grabiński è l'aver rappresentato il mondo del fantastico e del mistero attraverso medium nuovi e inconsueti come la ferrovia e attraverso l'irruzione di stati psicopatologici e di alterazione della coscienza nel mondo della quotidianita' ispirati alle nuove ricerche sulla relativita' di Einstein.
Il primo racconto, La zona morta, è un piccolo capolavoro nel quale si racconta di un controllore in pensione, Wawera, che decide di dedicarsi al recupero, del tutto volontario, di un tratto ferroviario dismesso. Solitario, devoto al dovere, instancabile e sognatore tanto commuovere il lettore, Wawera fa rivivere un passato che resta indelebile nel suo cuore, ma soprattutto combatte a suo modo disordine e caos, in attesa che qualcosa si compia, che la vecchia ferrovia torni a vivere, se non nella realta', almeno per lui, nelle immagini della mente e nella visione. 
E che dire del treno Infernal Méditerrané il cui mitico itinerario si snoda da Barcellona al Corno d'oro e che una sera, dopo il suo passaggio da Ventimiglia, sparisce nel nulla?
Maestro della letteratura fantastica europea e tra i giganti di questo genere letterario, Grabiński merita di essere scoperto anche attraverso questi racconti di viaggiatori e di treni che introducono inquietudini e mistero nell'esperienza, ormai consueta e perfino banale, del viaggio su rotaie. Non siate disattenti, aguzzate le orecchie, sentite? Le rotaie chiacchierano...



Stefan Grabiński, Il demone del moto, traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia, Stampa Alternativa 2015

martedì 6 novembre 2018

Suburra, di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo

La suburra nella Roma antica era il quartiere abitato dal sottoproletariato urbano che viveva in condizioni miserabili. Era il quartiere nel quale le virtù erano quasi totalmente sconosciute e imperavano povertà, violenza, amoralità. Suburra, titolo evocativo più di ogni altro, è nel nostro caso il romanzo della Roma dell'anno 2011, tra fantasia e, purtroppo, molta realtà. Sono gli anni della banda della Magliana, quando allo stesso tavolo degli affari illegali sedevano, senza scrupolo alcuno, politici corrotti, prostitute, criminali della nuova e dell'antica mafia, alti prelati vaticani, speaker radiofonici e giornalisti al soldo del potere, carabinieri e magistrati sensibili al denaro e per questo corrotti e corruttibili. Coordinatore e sovrano tra tutti è il Samurai, esponente della vecchia destra fascista e violenta, sedicente uomo del destino, imperturbabile e crudele ma di raffinata intelligenza, capace di tirare i fili di una massa criminale informe, incline alla violenza e al delitto, anche quando "non necessario". Suburra è sicuramente un romanzo, ma profondamente radicato nella realtà, che appare irrimediabilmente corrotta, in una capitale di splendida bellezza, offuscata e annerita dall'abitudine al delitto pubblico e privato. Leggiamo e vediamo una Roma notturna, grigia, volgare nelle periferie nate dalla speculazione più intensa e non doma. Non tutti però sono malvagi, vi sono anche i buoni: servitori dello stato fedeli, coraggiosi e intelligenti, idealisti un po' sprovveduti, ingenua gente perbene. Costoro, nel finale provvisoriamente ristabiliscono un equilibrio, esorcizzano il (troppo) male. Anche se l'operazione di riciclaggio ai vertici degli esponenti politici, in costante e inossidabile accordo con le camaleontiche gerarchie vaticane, non fanno sperare in un orizzonte definitivamente sgombro dalla menzogna, dalla corruzione e dal male. E nel lettore rimane l'inquietante sensazione che la suburra sia, ancora e sempre, più diffusa e radicata di quanto si vorrebbe far credere e che la redenzione sia, se non impossibile, lontana.

I. Mitoraj, Ikaro. Dalla copertina del libro

    C. Bonini, G. De Cataldo, Suburra, Einaudi 2013

sabato 13 ottobre 2018

Popolocrazia, di Ilvo Diamanti e Marc Lazar

La dinamica politica è diventata elementare, povera di argomentazioni e ricca di slogan, priva di visioni di lungo periodo e serva degli umori immediati e mutevoli, e non solo in Italia. In questo saggio Diamanti e Lazar descrivono ed esaminano la genesi e le manifestazioni del fenomeno del populismo in Italia e in Francia. Il populismo, come è noto, si è nutrito e si nutre di qualunquismo, di rancore e di diffidenza nei confronti di tutti quelli che "stanno in alto", al governo ma anche in posizioni di responsabilità amministrativa o esecutiva. Richiede soluzioni immediate ed estemporanee, disprezza le procedure di garanzia, la divisione dei poteri. Nega la corresponsabilità di elettori ed eletti. Si affida a opinioni primitive e a procedure semplificate al limite della illegittimità e dell'errore. Chiede interventi veloci e miracolosi, impossibili e pericolosi. Pericolosi perché mettono in serio pericolo la democrazia, così come la conosciamo nel suo evolversi, pur perfettibile, nei Paesi occidentali. Questo saggio esamina, in sette densi e documentati capitoli, la genesi del fenomeno del populismo e il suo trasformarsi in popolocrazia. Gli autori sintetizzano, in conclusione, i risultati della loro disamina in tre punti:
1. Personalizzazione delle istituzioni e dei sistemi di governo, in modo tale da far coincidere organismi con singole persone. A causa di questo, identificate nell'uno o nell'altro volto, le istituzioni perdono la loro capacità di intermediazione tra interessi, idee, valori diversi, tutti chiamati a contemperarsi e interagire verso un fine (e un bene) comune.
2. Metodi e canali di comunicazione. La sedi istituzionali e i partiti di massa sono sostituiti dai media. Non solo la televisione, con la sua modalità di comunicazione "verticale", ma soprattutto la Rete. In quest'ultima non è detto che "uno valga uno", perché vi sono blogger più autorevoli ed abili di altri, vi sono piattaforme costruite con lo scopo non tanto di favorire il dialogo e l'informazione, ma con quello di condizionare e orientare l'opinione altrui. 
3. Adattamento di tutti gli attori politici al linguaggio e alle rivendicazioni dei populisti. Per contrastare la deriva dell'intelligenza e del pensiero, si tende spesso ad imitarla, impoverendo sia il dibattito che l'individuazione di soluzioni. 


I. Diamanti/ M. Lazar, Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie, Laterza 2018

lunedì 17 settembre 2018

Prove d’autunno, di Eleonora Bellini



"Eleonora Bellini ci conduce attraverso un viaggio che si vuole nel contempo evocazione e meditazione intimamente legata all’esperienza del vivere. Le sue Prove d’autunno hanno quindi delle “prove” sia l’accezione del “tentativo” (gli essaisdi montaigniana memoria) sia della “prova” d’autore (d’arte, l’abbozzo, la fotografia...), non senza dimenticare l’accezione più dolorosa del termine, ovvero quella di “pena” subita".
Dalla Presentazione di Fabio Scotto.

Il sottotitolo avverte : “raccolta composita e stravagante mentre già incombe l’assurdo” quasi a suggerire una chiave di lettura particolare che valga contro i luoghi comuni, che cercano di omologare impazienza e polemica , suggestioni e realtà. Un tentativo di scavo nella quotidianità con un intento pittorico di gradevole fattura tra i momenti del tempo e le immagini colorate. Questa silloge si sviluppa in molteplici figurazioni e scomparti, da brevi e concisi pensieri nelle fragili rose di ottobre a incursioni distratte per camminamenti da scoprire , da rincorse improvvise per inseguire il volo dei gabbiani a incisioni e rammendi tra i fogli dispiegati per lettere mai terminate, dalle inconsuete invasioni di una ruspa agguerrita al saltellante ultimo poemetto dal titolo invitante “dentro l’estate dei giorni”. Schiettezza e rigore sono a testimonianza di un lavoro poetico portato con salvifico intento di partecipazione.
Dalla recensione di Antonio Spagnuolo su Poetrydream

La raccolta ultima di Eleonora Bellini, che ha esordito nel 1980 con Metadizionario, si snoda in varietà di versi e di poesie, di sezioni, che in un prosieguo tutto particolare vanno ad una confluenza in cui gli elementi (memoria, paesaggio, radici, sentire, referenti, ecc.) via via si mescolano o si distinguono, emergono o vengono accennati (“Sai che è importante scegliere con cura / le parole, ad una ad una, / e che è meglio poche usarne e abusarne mai / specie in poesia”, Parole, p. 48), si dispiegano e si danno apertamente come in Sera di maggio (p. 86) nel loro significato non univoco e a raggiera. O insistono nel giro di una poesia ironica, con punte di sarcasmo, irridente e sentenziosa di verità tanto vere alla ragione quanto negate da chi si nega alla mente agli occhi alle orecchie, al cuore: così nella sezione Distici.
Dalla recensione di Maria Lenti su Literary



Eleonora Bellini col suo “Prove d’autunno” ci conduce in un universo poetico dove, ancora una volta, gli affetti familiari sono la molla del verso; dove le esperienze personali mettono in azione l’istinto poetico; dove la poesia, talvolta, s’apre a forme di narrazione. Perciò il linguaggio è sempre aperto, chiaro, lindo, levigato, elegante nel suo canto sommesso e delicato. Ma come spesso accade, la poesia sa rivelare, dietro i quadri (familiari, naturali…) apparentemente sereni, un lato oscuro non sempre rassicurante. E non c’è nulla di artificioso o di scontato in questo movimento poetico. Poesia sospesa tra la favola e la realtà, tra la Storia e la quotidianità, poesia che accompagna fedele il viaggio della vita, poesia che a volte si trasforma in libro d’ore e altre volte mostra lo sguardo fermo dell’indignazione.
Insomma un libro che, nella sua articolazione, sa proporre registri diversi, compreso quello della poesia civile. Bellini sa coniugare “una vena elegantemente crepuscolare” come ha rilevato Fabio Scotto nella prefazione, con una ironia epigrammatica pungente che sorprende, senza nulla togliere alla grazia dei versi.
Il piccolo ciliegio
L’ombra s’allunga e il bosco
spande nel giardino la rugiada.
Il piccolo ciliegio
ha già perso le foglie, nudo
dorme nei suoi quattro rami.
La tristezza avanza
con passo oscillante di tartaruga.

Al largo
Duc in altum. Il largo
del tempo plasma più intensi
colori e silenzi, fa acuto
lo sguardo salde ancorando
le voci e le parole.
Dalla recensione di Stefano Vitale su ilgiornalaccio.net
Scheda dell'editore:
http://docs.wixstatic.com/ugd/465b88_4352adad2db34059b4c9449c0f5a5cc8.pdf

domenica 9 settembre 2018

Il lupo è ritornato, di Geoffroy de Pennart


Il signor Coniglio ha paura di andare a dormire perché ha letto sul suo quotidiano preferito, "La gazzetta della carota", una notizia terrificante: il lupo è ritornato! Il giornale consiglia di chiudere bene la porta a chiave. Ma, all'improvviso, qualcuno bussa. Sarà il lupo? No di certo, sono i tre porcellini che, a loro volta, sempre sul quotidiano preferito che per loro è "Il cavatappi", hanno appena appreso del ritorno del lupo nella regione. Che sollievo per il signor Coniglio vedere che il terzetto è sano e salvo! Ma l'arrivo di ospiti non è finito perché tutti i personaggi delle più celebri fiabe dedicate al lupo e perfino l'agnello di mitologica memoria arrivano a rifugiarsi a casa di messer Coniglio. E alla fine, quando ormai più nessun ospite è atteso, arriva anche lui, il lupo tanto temuto. Che faranno gli altri protagonisti? Avranno ancora paura e si lasceranno sopraffare? Sapranno difendersi? Naturalmente il finale non si svela, ma è davvero indovinato.
Il libro è divertente, ricco di umorismo, specialmente nei titoli dei quotidiani, diversi a seconda dei personaggi che li tengono in mano, e nell'illustrazione, ricca di particolari divertenti, e narratrice tanto quanto il testo, anzi suo indispensabile complemento.
Il libro fa riferimento ai racconti tradizionali che riguardano i lupi, dai tre porcellini a Cappuccetto Rosso, e questo offre ai bambini l'occasione per leggerli o rileggerli se già li conoscono. Inoltre l'andamento della storia, con piccole sequenze ripetitive a introdurre ogni nuovo ospite, può offrire spunti di drammatizzazione se la lettura viene fatta ad alta voce dall'adulto a gruppi di bambini. In questo caso si potrà riflettere insieme sul valore dell'unione e della solidarietà (insieme è più facile vincere la paura) e sulla possibilità di modificare relazioni difficili o problematiche spiegando le proprie ragioni e ascoltando quelle degli altri. E meglio se si riesce a farlo con il sorriso.

Geoffroy de Pennart, Il lupo è ritornato!Babalibri, Milano 2017

venerdì 17 agosto 2018

Adalgiso e il mistero del maniero, di Eleonora Bellini



Adalgiso 357, un vecchio signore, abita con il gatto Nobilius nel grande castello già appartenuto ai suoi antenati. Il numero 357 posto dopo il suo nome ricorda la illustre e lunga progenie da cui discende. Oltre al gatto gli fanno compagnia solo le armature dei suoi illustri predecessori e, qualche volta, il postino Pino. Un giorno Adalgiso si accorge di alcune stranezze: ombre che corrono sugli spalti, un disegnino di recente fattura nascosto in un affresco e croste di formaggio abbandonate sul marmo degli scaloni... Riusciranno Adalgiso 357 e Nobilius a scoprire chi si nasconde dietro a questo mistero? Certamente (soprattutto grazie alle brillanti capacita' deduttive del gatto). E ne trarranno una graditissima sorpresa e grandi doni come la scoperta di nuove amicizie e della meravigliosa musica tzigana. 

Temi. Amicizia, solitudine, intelligenza animale, accoglienza, uguaglianza, storie e genti rom e anche un discreto umorismo.

Autrice Eleonora Bellini 

Illustratrice: Claudia Benassi 
Editore: La Ruota 
Collana: Mirtilli 
Data di edizione: 24 luglio 2018 
Pagine: 64 p., ill. , Brossura 
EAN: 9788899660536 
ISBN-13: 9788899660536 
euro 10,00 
Età di lettura: da 8 anni