martedì 23 luglio 2024

Jack e il T-Rex, di Thé Tjong-Khing

Questo albo, elegante e di grande formato, racconta il mondo preistorico, oltre che attraverso il testo, anche attraverso le sue dettagliate, accuratissime e magistrali illustrazioni. Thé Tjong-Khing, nato a Purworejo nell'isola di Giava nel 1933, si è trasferito in Olanda per studiare arte nel 1956. Qui ha iniziato la sua carriera di illustratore. Dopo avere realizzato affascinanti silent book e avere illustrato le opere di molti scrittori di successo, in questo albo ha realizzato sia il testo che le immagini, creando una storia sospesa tra realtà e fantasia. Nello scorso inverno Thé Tjong-Khing ha festeggiato il suo novantesimo compleanno con una mostra delle tavole originali di questo libro, esposte presso la libreria del palazzo delle Esposizioni di Roma. Per la sua capacità di unire nelle sue opere elementi e dettagli storici e realistici a situazioni fantastiche e oniriche, nonché per la freschezza delle sue immagini, è stato definito “l’eterno ragazzo dell’illustrazione fantastica”. 

Thé Tjong-Khing, Jack e il T-Rex, Beisler 2023, traduzione di Anna Patrucco Becchi

La recensione integrale si legge su Mangialibri a questo link: Jack e il T-Rex | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

martedì 16 luglio 2024

Sarà estate e altre poesie, di Emily Dickinson

Il piccolo mondo della Dickinson ci apre le porte e ci invita alla contemplazione e alla scoperta, in punta di piedi, con discrezione, dei suoi abitanti e delle loro vite. Leggiamo nella lirica di apertura (14): 

“Ho una sorella nella nostra casa / e l’altra alla distanza di una siepe. / Ce n’è una sola nei registri / ma l’una e l’altra sono mie sorelle […]”. Qui la poetessa narra e celebra, insieme, la sorella minore Lavinia e la cognata Susan, evocando gli svaghi comuni, “il tenersi per mano”, nell’infanzia lontana, “su e giù per le colline”. 

La casa di famiglia, i luoghi che da essa si contemplano, le attese, i sogni e i sentimenti sono elementi che caratterizzano ogni poesia. Li troviamo con forza, ad esempio, in 342, “Sarà estate, alla fine. / Signore con parasoli, / signori a passeggio col bastone / e bambine con bambole // daranno colore al pallido paesaggio / come fosse un bouquet luminoso, / e tuttavia lontano, trasportato nel marmo / si stende oggi il villaggio. / […] finché l’estate ripieghi il suo miracolo / come le donne ripiegano le vesti / o i preti i simboli / quando è compiuta la celebrazione”. 

E, infine, (1540), l’estate, compiutosi il suo destino, se ne va: “L’estate se ne andava / impercettibilmente, come il dolore / troppo lieve alla fine / per sentirlo come un tradimento / […] Il crepuscolo scese in anticipo / il mattino brillò straniero / con la grazia cortese ma dolente / dell’ospite che vorrebbe partire”…

 Emily Dickinson, Sarà estate e altre poesie, Via del Vento 2022, traduzione di Piera Mattei

La recensione si legge per intero su Mangialibri, al link Sarà estate e altre poesie | Mangialibri dal 2005 mai una dieta


giovedì 4 luglio 2024

Stazioni, di Eleonora Bellini


"C'è un'idea di movimento verso l'ignoto, di libertà, di fuga oltre i confini dello spazio e del tempo in questa silloge emblematicamente intitolata Stazioni. C'è la rappresentazione di un mondo circoscritto che prelude però a qualcosa di più ampio che si apre alla vista di una umanità variegata, alla ricerca di altro da ciò che già possiede mentre porta con sé cose e idee di mondi lontani, di tempi passati, profumi, odori, colori. Eleonora Bellini rappresenta persone e situazioni con estrema delicatezza e verosimiglianza, dipingendo passeggeri di tutte le età e di diversi pensieri con parole nitide, precise e misurate, anche quando subentrano la malinconia o la nostalgia o visioni incantate negli occhi dei bambini o anche quando il disagio delle attese genera malumore o preoccupazione. L'osservazione è acuta, la resa “pittorica” efficace e lascia spazio a riflessioni sui luoghi, le vicende, la storia" è la motivazione stilata dalla giuria del Premio internazionale di poesia Kanaga per questa raccolta che, pur in tempi e spazi diversi, si lega alla precedente Il rumore dei treni (Book Editore, 2007 qui si può leggere una poesia da Il rumore dei treni | Ago & contrAgo (wordpress.com).
 Se la precedente raccolta affrontava temi più esistenziali e narrava il mondo dei sentimenti di una vita, ora Stazioni dipinge volti, mani, piedi, di persone còlte nel variegato mondo in movimento delle stazioni dei treni: effimeri, passeggeri eppure eterni nello scatto dei ricordi, così come avviene per le stazioni della vita.


"... il suo libro mi ha (nuovamente) colpito per l'essenzialità del dettato e la civiltà dell'universo al quale rinvia. In questo senso è un libro profondamente, radicalmente inattuale, e dunque nelle mie corde [...] "Stazioni" allude alla quasi totalità della mia vita; e mi richiama alla memoria il titolo un po' misterioso del libro di un amico morto da anni, Marcello Venturi: "Più lontane stazioni", del tutto degno del figlio del capostazione di Querceta che Marcello era stato" (Franco Contorbia).


"Il mondo variegato delle stazioni, belle, piccole, vecchie abbandonate e perse che muovono il cosmo ferroviario e gli umani pensieri che affollano i treni " (Rosalba Le Favi).

Le figure si stemperano con agilità tra “i grandi sogni volati via sulle pagine” e “la luna che corre più veloce del vento”, tra “il brusio del mercato” e “la canzone delle ruote dei giunti e dei binari”. I registri allora si mescolano luminosamente al linguaggio più colloquiale, in una sorta di concerto che plasma e adatta il mutare della quotidianità al ritmo cadenzato delle sillabe (Antonio Spagnuolo), link alla recensione completa Poetrydream: SEGNALAZIONE VOLUMI = ELEONORA BELLINI

In estrema sintesi, in questa raccolta le stazioni sono viste come:
    • Luoghi di passaggio e di transizione: simboli della vita in movimento, dell’attesa e della promessa di nuovi inizi.

    • Spazi di memoria e ricordo: legami con il passato, le storie individuali e collettive dei viaggiatori si intrecciano tra loro.

    • Metafore di isolamento e connessione: tra viaggio e attesa emerge un senso di solitudine, ma allo stesso tempo di fraternità tra coloro che condividono uno stesso spazio di attesa e di transito.

    • Simboli di riti di passaggio: le stazioni rappresentano momenti di trasformazione personale, di incontri e di riconnessioni con sé stessi e con gli altri. Le stazioni sono dunque simboli di cambiamento, di attesa e di speranza, ma anche di complessità emotiva e di relazioni umane che si sviluppano nel continuum del viaggio.


lunedì 1 luglio 2024

NOTTE, catalogo della mostra di Palazzo Pirola a Gorgonzola

L’Associazione Arte tra la Gente, nata nel 2007 a Pozzuolo Martesana (MI), ha proposto dal 1° al 16 giugno 2024 un'avvincente mostra di arte contemporanea sul tema della notte, con il patrocinio del Comune di Gorgonzola. L'esposizione si è tenuta nel settecentesco, prestigioso Palazzo Pirola ed è stata accompagnata anche da un momento di letture di poesia. Il catalogo, sobrio ed elegante, è introdotto da un testo di Giovanni Mattio, che suggerisce al lettore e al visitatore i molteplici aspetti, i variegati "volti" della notte, la quale "può portare consiglio, o può essere perdita di senno, può portare ristoro o sprofondare nell'angoscia, innescare sogni confortanti o essere lacerata dall'incubo...", e da una lirica di Serena Rossi.

Qui ogni artista e ogni poeta racconta il proprio personale viaggio nel profondo della notte, d'oscurità o di luce che sia: notti di luna o di stelle, notti di incubi e pensieri amari, notti di attesa e notti brevi, notti oscure e senza fine. In appendice alle immagini e ai testi poetici si trova un'utile rassegna biografica degli artisti e dei poeti in catalogo a cui fa seguito un cenno storico sulle principali attività dell'Associazione negli anni. Strumenti, questi, utili a favorire la conoscenza di realtà artistiche e letterarie presenti nel milanese e oltre: testimonianze di intelligenza, creatività e impegno nell'ideazione e nella diffusione di proposte culturali aperte e accoglienti.

Artisti in mostra: MARIA AMALIA CANGIANO – FRANCESCO COLOMBO – JONE DEL BALZO – FABIO FACCHINETTI – ANNA FINETTI –ANNAMARIA GAGLIARDI – UMBERTO GIORGIONE – PAOLA FAGGELLA – LUISA FONTALBA – MARIO GRANDI – ANNA LAMBARDI – ANNA LENTI – PINO LIA – NADIA MAGNABOSCO – CARLO MALANDRA – GIOVANNI MATTIO – VERONICA MENGHI CARLA OLIVA – ROSALIA NORDIO – ELISABETTA ONETO – ROBERTA PALEARI – CHIARA PELLEGRINI – MARI JANA PERVAN MARIAGRAZIA ROMANO’ – SERENA ROSSI – LUCREZIA RUGGIERI – DANUTA SANDOMIERSKA – SALVATORE SANNA – IDA ROSA SCOTTI – CELINA SPELTA – MADDALENA SPROVIERO MORJANA STOJANOFF – GIOVANNA BRIGIDA TONAZZO.

Poeti presenti nel catalogo: ELEONORA BELLINI – LUIGI CANNILLO – MADDALENA CAPALBI – LIDIA CHIARELLI – GABRIELLA COLLETTI – ANNITTA DI MINEO – ROSALBA LE FAVI – ALESSANDRO MAGHERINI – EMANUELA NIADA – ANTJE STEHN.


martedì 25 giugno 2024

Le poesie dell'Oca Loca, di Gloria Fuertes e Miguel Ángel Pacheco

Le poesie dell’Oca Loca, che ricordano per alcuni tratti Toti Scialoja e per altri il García Lorca più incantato e fantastico, uscirono in Spagna quarantacinque anni fa, eppure non hanno perso nulla della nativa verve, né della capacità di divertire i lettori, aprendo loro spazi, visioni e inviti ad assaporare le parole in tutta la loro musicalità e in tutte le loro possibilità reali e fantastiche. Gloria Fuertes (Madrid 1917-1998), poetessa e scrittrice, si caratterizza per una scrittura colloquiale, semplice e frizzante, ricca di giochi verbali, ma non priva di suggerimenti a riflettere e di allusioni a temi sociali. Quest’ultimo elemento derivò forse anche dalle sue origini modeste, la mamma era sarta e il papà portinaio, e dalla sua indole fantasiosa e sognatrice. Gloria dedicò molta parte della sua opera, fresca, colorata e musicale ai bambini. Le poesie dell’Oca Loca escono ora per la prima volta in Italia, a cura di Federico Martin e Antonio Rubio, nella traduzione degli studenti della laurea magistrale in Specialized Traduction dell’Università di Bologna, coordinati dalla professoressa Gloria Bazzocchi. 

Gloria Fuertes e Miguel Ángel Pacheco,
Le poesie dell'Oca Loca
                                                                     Kalandraka 2023

La recensione integrale si legge qui Le poesie dell’Oca Loca | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

mercoledì 12 giugno 2024

I migranti, di Marcelo Simonetti e Maria Girón

Fratello e sorella - maglietta e righe multicolori lei, maglioncino verde oliva lui - fanno appena in tempo a sentire la voce della maestra Alicia comunicare una novità, “domani arriveranno in classe due migranti”, che squilla il campanello per annunciare la fine delle lezioni. I due si precipitano verso casa, dove li aspetta il risolatte della nonna, il loro piatto preferito del quale fanno sempre il bis. Tuttavia non riescono a dimenticare quella parola, detta dalla maestra, che alle loro orecchie suona ignota e misteriosa. Chi saranno infatti “i migranti”? Pauli, la bimba, golosa, immagina che si tratti di un tipo di dolci, magari ripeni di cioccolato. Il fratello, dopo aver riflettuto un po’, decide che non si può trattare di dolci perché in classe ci sono quattordici scolari e due dolci sarebbero troppo pochi...

La recensione completa è su I migranti | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

Marcelo Simonetti e Maria Girón, I migranti, Traduzione di Francesco Citarella, Tiziana Masoch, 
Ilide Carmignani, Kalandraka 2024 

lunedì 27 maggio 2024

Scaffale locale 12: Legami tra la famiglia Bonola - Marazza e Alessandro Manzoni, di Carlo Carena

Il 15 marzo 1986 si tenne alla Fondazione Achille Marazza di Borgomanero un Incontro manzoniano, tavola rotonda con Carlo Carena, Umberto Colombo, Maurizio Corgnati. Contemporaneamente vennero esposte al pubblico due mostre: la prima comprendente preziosi disegni e terrecotte di Gustavino (Gustavo Rosso, Torino 1881 – Milano 1950) dedicati a I promessi sposi; la seconda, intitolata La sentenza data, dedicata agli esemplari librari del prezioso fondo manzoniano della biblioteca, ad alcune curiosità testimoni della popolarità del romanzo non solo tra scuole e studiosi, ma anche e soprattutto tra la gente (fotoromanzo, cartoline, edizioni commemorative, traduzioni inglesi e francesi contemporanee a quella italiana) nonché a La colonna infame e ai testi antichi sulla peste nel milanese (1630-1631). Qualche tempo dopo i testi della tavola rotonda furono raccolti in un quaderno (stampato a Borgomanero nel luglio 1993, a cura di Eleonora Bellini) che contiene anche diverse immagini della mostra e i testi introduttivi alle sezioni della stessa. La mostra manzoniana fu destinata poi a circolare tra scuole e biblioteche del Sistema del Medio Novarese e, dedicata come fu a un tema che "non scade mai" è sempre disponibile per la circolazione.

Nell'intervento di apertura dell'Incontro Carlo Carena così delinea i legami manzoniani (e rosminiani) tra la famiglia Bonola-Marazza e il Gran Lombardo:

"Riprenderei per cominciare, visto che devo fare gli onori di casa, qualche spunto dalle tradizioni di questa casa verso Manzoni, che sono state così calde e così vive, e che hanno favorito, attraverso il fondo della biblioteca di questa istituzione, la quale sta cambiando veramente il volto mercantile e agricolo di Borgomanero in qualcosa di più sostanzioso e di più alto, quella mostra manzoniana che vedete esposta e che ha riscosso un giusto interesse di visita e anche di apprezzamento critico. Perché, penso, la Fondazione Marazza ha promosso queste iniziative? Per i legami addirittura famigliari da parte dell’istitutore e fondatore della Casa di Cultura, Achille Marazza, nella cui famiglia Manzoni aveva una presenza particolare attraverso la singolare figura estrosa, intelligente, dell’avvocato Giulio Bonola, che produsse uno dei primi e più importanti documenti biografici di Alessandro Manzoni, e cioè la raccolta del carteggio fra i due grandi amici Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini. Questo carteggio risale al 1901 ed è quindi uno dei primissimi documenti epistolografici su Alessandro Manzoni, tanto che ancora oggi io trovo esemplare il modo com’è stato confezionato. Naturalmente bisogna riportarsi a un’opera pionieristica, perché siamo alla pubblicazione dei primissimi documenti, a venticinque, ventisei anni dalla morte del titolare; però, per la precisione, la ricchezza delle annotazioni, per il gusto con cui viene scritto, rimane certamente un punto di partenza importantissimo negli studi manzoniani. Lo stesso Bonola successivamente ci ha dato anche un altro documento, entrato poi nella storia degli studi manzoniani, a cui tuttora tutti attingono, e cioè quelle Venti ore con Alessandro Manzoni, che, lasciato inedito da Niccolò Tommaseo, fu pubblicato per la prima volta da Bonola nel 1928 ed è poi entrato nella collezione, nella raccolta dei vari Colloqui con Manzoni, che ebbero edizioni successive, aggregando, assieme alle Conversazioni col Tommaseo, quelle con altri personaggi che frequentarono casa Manzoni. Il primo punto di aggregazione manzoniana attorno a questa Fondazione avviene dunque attraverso questi personaggi. Ma Borgomanero entra nella vita del Manzoni anche per un altro personaggio verso il quale, una volta che lo conobbe, Manzoni sempre protestò grande amicizia, devozione, rispetto e venerazione. Alludo a Giovanni Battista Pagani. Giovanni Battista Pagani nacque in questa città nel 1806, entrò ben presto in seminario e, quando fu ordinato sacerdote nel 1828, all’età di 22 anni, lasciò il secolo per ritirarsi in una congregazione religiosa che, proprio allora, era stata fondata al Monte Calvario di Domodossola da Antonio Rosmini. E il Pagani si fece rosminiano, fu tra i primissimi rosminiani. Spesso frequentò ulteriormente Borgomanero attraverso la Casa Rosminiana, ma soprattutto fu mandato quasi subito in Inghilterra, dove Antonio Rosmini aveva pensato di allargare il suo ordine religioso in terra missionaria. Fu nel corso di questa attività assai vorticosa, che portò il Pagani per un decennio in Inghilterra e che lo porterà a diventare il primo superiore generale della carità immediatamente dopo la morte di Antonio Rosmini nel 1855, fu in quel decennio tra il ’45 e il ’55 che spesse volte Manzoni ebbe modo di incontrare il Pagani a Stresa, nella villa Ducale sede di Antonio Rosmini, ed ebbe modo, anche, nel suo colloquio, nei suoi rapporti epistolari col Rosmini stesso, di esprimere giudizi e valutazioni molto affettuose e molto riverenti e ammirative verso questo nostro concittadino. Addirittura il Pagani diviene lo stimolatore di una poesiola del Manzoni, una poesiola in latino. Negli scarsissimi frammenti, nei pochissimi frammenti poetici che Manzoni lasciò in latino (era anche poeta in latino: sono in tutto, credo, quattro o cinque i frammenti poetici di Manzoni in latino, molto brevi, ma che dimostrano, tra l’altro, una padronanza della metrica e della prosodia non indifferente). Uno di questi frammenti, di solito scherzosi, lirico poetici, ma abbastanza scherzosi, si incontra in una lettera che Manzoni scrisse nel 1847, l’8 novembre 1847, al Rosmini, dicendo di trasmettere al Pagani i suoi saluti (i saluti del Manzoni) in Inghilterra: «me gli rammenti – dice Manzoni – con venerazione e tenerezza» questo Pagani che – dice ancora il Manzoni attraverso un distico elegiaco – «ausus qui toto commixtos orbe Britannos aggredi, et infenso figere signa solo». Cosa vuol dire questa frase? Voi l’avete già capito benissimo, vuol dire: «il quale Pagani osa affrontare i Britanni collegati col mondo intero e nel loro suolo ostile (erano tutti protestanti), piantare la croce (“signa” è il segno cristiano)». Il breve distico che potrebbe sembrare abbastanza strano, in realtà dimostra anche la grande frequentazione che il Manzoni aveva coi testi della poesia classica, e soprattutto con Virgilio, che egli considerava uno dei massimi geni poetici dell’antichità. Infatti il distico manzoniano è la ripresa, quasi parodica, di un verso delle Bucoliche di Virgilio. Virgilio dice che fra i vari luoghi difficili da visitare c’è ’Inghilterra, che è staccata, divisa, dal mondo intero. Manzoni, giocando su quel verso, dice che invece il Pagani è andato in Inghilterra «oggi collegata al mondo intero». Siamo nel periodo in cui si andava costituendo il Commonwealth e l’Inghilterra stava diventando padrona del mondo intero. Questi due versi, molto gustosi, rivelano tutto un retroterra culturale assai vivace e interessante, sono entrati nella produzione manzoniana e si trovano oggi in tutte le edizioni della poesia manzoniana, fino all’ultima, uscita negli Oscar l’anno scorso a cura di Ulivi. Questa ha una sezione finale in cui si cita, appunto, questo distico e si citano, riferendosi alla lettera manzoniana e riferendosi al notevole personaggio del Pagani (su cui Borgomanero, prima o poi, dovrebbe fermare la sua attenzione, sia per il grande contributo dato alla conversione, all’introduzione del cattolicesimo in Inghilterra, sia per l’importanza che ha assunto, diventando superiore generale dell’ordine dei Rosminiani per un decennio). Tra l’altro, andando a vedere questi piccoli documenti, è interessante il fatto che, nelle edizioni consultate dell’epistolario manzoniano, questo Pagani viene fatto nascere a Domodossola, anziché a Borgomanero, per influsso, evidentemente, dell’ordine rosminiano sorto a Domodossola. Anche l’edizione dell’Arieti, in nota, fa nascere questo Pagani a Domodossola".

Tutti gli interventi dei relatori all'Incontro manzoniano si leggono nell'opuscolo ad esso dedicato (stampato a Borgomanero nel luglio 1993, a cura di Eleonora Bellini) che contiene anche diverse immagini della mostra e i testi introduttivi alle stesse. Questo post mi offre l'occasione per ricordare tutto il personale della Fondazione che collaborò al successo dell'iniziativa manzoniana di quell'anno (e di tante altre) e, in particolare Giuliano Pigato e Marilena Zerlia, partiti verso l'altrove.




lunedì 20 maggio 2024

Il prete giusto, di Nuto Revelli

Era l’estate del 1982 quando don Raimondo Viale, il prete ribelle di Borgo San Dalmazzo, manifestò all’amico Mario Cestella il desiderio d’incontrarmi il più presto possibile. Quale il motivo di tanta urgenza? Aveva appreso che intendevo dedicarmi a una indagine sul clero della campagna povera, e voleva inserirsi nel discorso, ma subito, come se temesse di perdere l’ultima occasione di consegnarmi la sua storia di vita scrive Nuto Revelli in appendice alla narrazione autobiografica di Don Raimondo Viale (1907-1984), dagli anni dell'infanzia che conosce fame e povertà soprattutto quando il papà, contadino manovale e spaccapietre, parte per la guerra, al seminario, all'esercizio della missione sacerdotale. Di carattere limpido e sincero, Raimondo, fin da ragazzo, in seminario, accetta di buon grado la disciplina, ma non sopporta i soprusi e le ingiustizie.

Dopo l'avvento del fascismo, quando, giovane sacerdote, viene inviato nella parrocchia di Borgo San Dalmazzo a occuparsi di pastorale giovanile comprende subito la natura violenta e totalitaria del fascismo che negli anni precedenti, da giovane chierico, aveva immaginato potesse favorire la fede cattolica. Invece: "... il circolo giovanile trionfava, avevamo la biblioteca, la cultura era importante, la formazione dell'uomo era trascurata e io ne sentivo un estremo bisogno. Ero già un po' sulle corna dei fascisti che strappavano i distintivi dell'Azione Cattolica ai miei giovani. Poi la violenza è cresciuta e i fascisti sono venuti nella casa canonica, nella sede del Circolo Domenico Savio, si sono impadroniti della nostra documentazione, degli elenchi e anche delle nostre bandiere. Questa violenza mi ha reso furioso, disprezzavo 'sta gentaglia".

Don Viale non è uno che tace per opportunismo o per paura e continua nel suo lavoro, dalle prediche contro la guerra, che gli costano quattro anni di confino ad Agnone, il paese delle campane, fino al sostegno ai partigiani e all'accoglienza degli ebrei in fuga dalla Francia dopo l'8 settembre, in questo incoraggiato e finanziato dal cardinale di Torino, Maurilio Fossati. Grazie a don Viale moltissimi ebrei riescono a fuggire in Svizzera o nel centro Italia. Per questa sua azione salvatrice riceverà nel 1980 il titolo di "Giusto di Israele".

Eppure la vita riserverà in seguito a don Raimondo più amarezze che onori, fino alla sospensione a divinis che ingiustamente lo colpirà. Tuttavia egli non abbandona la sua gente: qualche volta celebra la messa clandestinamente in una piccola cappella nascosta tra il verde della valle e ogni anno il 2 maggio non manca mai di celebrare una messa per i tredici partigiani fucilati dai nazisti. Messa senza predica lungo il muro di cinta del cimitero di Borgo San Dalmazzo. L'auspicio di Nuto Revelli in chiusura dell'edizione del 1998 del libro è che "Un giorno o l'altro l'immagine di don Viale assumerà tutta l'importanza che merita. Spetta agli storici il compito di far riemergere dal passato la figura e il ruolo svolto da questo povero prete irrequieto, mai succube del potere, sempre pronto a rischiare e a pagare di persona". 

Una nuova edizione del libro è uscita nel 2021 con prefazione di Gianfranco Ravasi, sempre per Einaudi Editore.

venerdì 17 maggio 2024

Scaffale locale 11: Delia Bonola Marazza

Dietro ogni grande uomo c'è sempre una grande donna" recita una frase attribuita a Virginia Woolf1, pronunciata in omaggio alle donne che, rimanendo in ombra, contribuirono e contribuiscono, in modi intelligenti e legittimi, al successo degli uomini che condividono con loro la vita. E' luogo comune che queste donne siano le mogli o le compagne degli uomini illustri, ma mi piace estenderla, nel caso di Achille Marazza, anche a sua madre Adele Bonola.

Adele, chiamata in famiglia Delia, era figlia di Isabella Ferrario e di Gerolamo Bonola Lorella, giovane dottore in legge che partecipò con convinzione e coraggio alle Cinque Giornate di Milano del 1848. Con le sorelle Maria Caterina, Maria Anna e il fratello Giulio2 trascorse un'infanzia e una giovinezza serene e dedite, come usava allora per le fanciulle, allo studio della letteratura e della musica, al disegno, al ricamo e a tutte quelle forme della bellezza che si ritenevano fondamentali per la formazione dell'intelligenza e dell'animo femminili.

Delia sposò il 25 ottobre 1893, a ventitre anni, Ambrogio Marazza, nato a Sesto San Giovanni nel 1866. Ambrogio poteva annoverare, come lei, familiari partecipanti ai moti risorgimentali milanesi ed era stato compagno di scuola del fratello maggiore Giulio al Collegio Mellerio Rosmini di Domodossola. La cerimonia nuziale fu celebrata nella chiesetta di Loreto, ai margini del grande parco della casa Bonola3, acquistata dai suoi avi originari di Vacciago circa un secolo prima e poi abbellita e ampliata per divenire residenza estiva della famiglia, che viveva abitualmente a Milano. Il suo primo figlio, Achille, nacque appunto nella villa di Borgomanero nel luglio del 1894. E meno di tre anni dopo nacque anche Gerolamo, che portava il nome del nonno patriota.

Con i due figlioletti e il giovane marito, colto e amante dell'arte4, Delia avrebbe potuto trascorrere a lungo una vita agiata, piena e felice. Invece, solo cinque anni dopo le nozze, Ambrogio fu vittima di un grave incidente a Milano e morì dopo molte sofferenze, lasciandola sola con i piccoli figli. Le rimasero l'agiatezza e quella pienezza di impegni che senso della dignità e del dovere impongono di mantenere anche nel dolore e nella sfortuna. Felicità spensierata e appagata allegria, immagino le siano mancate, da quel momento in poi, almeno nella loro pienezza.

Delia si dedicò totalmente ai figli, il secondo dei quali, dopo la morte del babbo, chiamò in famiglia Ambrogino (Gino), facendo così rivivere, nel suo bimbo, il nome del padre.

Non conosciamo i particolari della vita quotidiana di Adele, ma possiamo essere certi che la sua vicinanza e la sua dedizione ai due figli siano state tanto intense quanto intelligenti e certamente mai lagnose o opprimenti. Achille, non ancora maggiorenne, partì volontario per la prima Guerra Mondiale e Gino, prima di ritirarsi a Pallanza con la famiglia, divenne ufficiale della Marina Italiana ed esercitò l'avvocatura a Treviso. Una madre, dunque, Delia, capace di insegnare ai figli come spiccare il volo, non una miope chioccia. Della sua capacità di coltivare legami con personalità della cultura, della politica, quella severa, rigorosa, generosa e dedita principalmente al bene comune, sono testimoni alcuni documenti presenti negli archivi della Fondazione Marazza5. Tra questi citiamo, a titolo di esempio, una corrispondenza con il poeta Giovanni Bertacchi, che le dedicò, facendole gli auguri per il Natale 1909, la sua Trilogia moderna6; un biglietto di Alcide De Gasperi che, dall'Assemblea Costituente, dopo un passaggio a Cascia, le mandò un piccolo ricordo di S. Rita ''della quale, come mi ha detto il suo carissimo Achille, Ella è tanto devota7''; i suoi ritratti, uno pittorico e l'altro fotografico, eseguiti da Attilio Melo8.

Il 19 gennaio 1960 Delia compì 90 anni. L'invito alla festa, organizzata per lei dal figlio Achille nella casa di Borgomanero fu "interpretato" in versi da Alberto Cavaliere9" che scrisse, tra le altre, queste rime:

Ebbe i natali, questa nostra santa

cara vecchietta, nella casa avita.

Un'epoca per noi, più che una vita:

basti pensar che quando, nel Settanta,

fu completata l'Unità d'Italia,

la Mamma c'era già, sia pure a balia.

[...]

e vorrebbero tutti che, per lei,

senza più nessun'ombra e senza affanni,

la vita cominciasse a novant'anni.

Delia lasciò questo mondo il 1° febbraio 1961. Giovanni Battista Montini, cardinale di Milano, poi papa Paolo VI, le dedicò queste righe: '' Delia Marazza Bonola ­ Lorella, donna di sentimenti forti e gentili, madre esemplare, la fede cristiana e l'amore domestico illustrarono la sua candida vita, tanto più degna di ricordo e di rimpianto quanto più longevo ne fu il corso, giunto alla foce delle eterne speranze''10.

1 La citazione trova le sue più antiche origini in un detto latino "Dotata animi mulier virum regit" (Una donna dotata di spirito di intelligenza e coraggio sostiene l'uomo).

2Giulio Bonola (1865 ­ 1939), avvocato, politico, letterato, fu figura di riferimento importante per la sorella Delia e per i nipoti Achille e Gino. Antifascista e studioso di spessore europeo, ha lasciato diversi studi, solo in parte pubblicati.

3La grande casa, nota ora come Villa Marazza e sede della Fondazione Achille Marazza, era stata in origine un grande deposito di raccolta di bachi da seta, fiorente industria all'epoca. I Bonola la ingrandirono in modo da poterla utilizzare come residenza.

4Ambrogio Marazza raccolse, tra l'altro, una ricca documentazione di documenti fotografici relativi alla pittura lombarda, e non solo, dei secc. XIV ­ XVIII, ancora conservata alla Fondazione Marazza. Fu collaboratore di riviste d'arte di rilevanza nazionale.

5FMB 846, 1- 3-4-5-6.

6 Giovanni Bertacchi (Chiavenna, 1869 – Milano, 1942 ) Trilogia moderna, al conte Paolo Camerini, Milano Natale 1909. Bertacchi, poeta e letterato, mazziniano e antifascista, fu docente di Achille Marazza a Milano, poi amico, come testimonia la dedica posta sul retro di una sua foto conservata nell'Archivio Marazza presso la Fondazione omonima. FMB 1115, 3.

7 Lettera autografa FMB 846, 5.

8 Melo nacque a Padova nel 1917 da una famiglia veneziana d’artisti. A Milano, frequentò l’Accademia di Brera e  iniziò giovanissimo la sua attività di pittore, a soli diciotto anni cominciò a dedicarsi professionalmente all’arte del ritratto. Durante la sua lunga e brillante carriera posarono per lui, tra gli altri personaggi famosi, Alcide De Gasperi e Giovanni Gronchi.

9Poeta e giornalista (Cittanova 1897- Milano 1967), oppositore del regime fascista, avendo sposato un'ebrea russa, dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia fu costretto a una lunga peregrinazione in clandestinità. Famoso per la sua capacità di esprimersi in rime brillanti, spesso satiriche, fu anche deputato della Repubblica Italiana tra il 1953 e il 1958, eletto nel PSI.

10A. Zanetta, Le origini di Achille Marazza, 1994; B. Gattone, L'archivio Achille Marazza, 2015; http://win.fondazionemarazza.it/web/lnx-archivio-marazza.asp

         Achille Marazza con la madre Delia
                 (foto Archivio Marazza)

Scrissi questa breve nota biografica di Adele Bonola Marazza per il decimo "Quaderno borgomanerese" Borgomanero al femminile, pronto - eccetto un articolo dedicato a Rita Maspero Borgna - già nel febbraio 2019. L'uscita era prevista per il settembre dello stesso anno. Testi, indice e immagini impaginati furono da me consegnati al direttore entrante della Fondazione Marazza, per l'inoltro alla tipografia. Il Quaderno non è ancora uscito e prevedo non uscirà. Mi fa piacere quindi pubblicare qui i brevi articoli che scrissi allora per quel numero. Questo è il primo.

mercoledì 8 maggio 2024

La piccola Hempel, di Elvira Hempel Manthey

Elvira apparteneva a una famiglia molto indigente e tanto bastò, durante il regime instaurato da Adolf Hitler, per etichettare lei e i suoi fratelli come “elementi biologicamente indesiderabili dello Stato nazista”: oltre a quello messo in atto nei lager, un altro meccanismo, questo, di sterminio, realizzato col fine di sopprimere o emarginare - con diagnosi mediche false e devianti – “le vite indegne di essere vissute”. Scrive nella prefazione Erika Silvestri, curatrice e traduttrice del testo: “Questo libro, in cui Elvira ha raccolto la storia della sua vita, è allo stesso tempo un’autobiografia straziante e un documento di enorme importanza storica [...] le parole di Elvira sono come uno squarcio nel buio. A differenza della Shoah, non abbiamo infatti testimonianze dirette dei pochissimi sopravvissuti al programma di ‘eutanasia’ nazista”. Elvira era una bambina tedesca, come tutti i piccoli pazienti del reparto infantile speciale dell’ospedale di Uchtspringe, dove furono uccisi 753 bambini e adolescenti.

Elvira Hempel Manthey, La piccola Hempel, Utet 2024

La recensione completa si legge su Mangialibri, al link La piccola Hempel | Mangialibri dal 2005 mai una dieta