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mercoledì 5 luglio 2023

Un canto di amore e nostalgia, antologia a cura di Eleonora Bellini

Nel 2022 si sono compiuti cento anni dalla nascita di Ariodante Marianni (in arte Ario), poeta, traduttore e pittore.

Versi per Ario, è l'iniziativa, voluta da un gruppo di amici, che, pur configurandosi come concorso letterario, si è posta principalmente l'obiettivo di rendere omaggio a Marianni poeta. Non una competizione, quindi, ma un luogo d'incontro che privilegiasse originalità, creatività, compiutezza di stile, memoria.

Questa antologia raccoglie le poesie premiate (Antonella Alberghina, Diego Baldassarre, Antonio Blunda, Americo Ceccucci, Rosa Di Martino, Valentina Ghelfi, Maria Lenti, Manrico Murzi, Mariagrazia Pelaia, Stefano Peressini, Vanni Pierini, Roberto Ripamonti), un testo critico sull'opera poetica di Marianni. Sulla quarta di copertina leggiamo:                       

L’eternità

tra il mio principio

e la mia fine

è un segmento,

un canto

d’amore e nostalgia,

quando il sole tramonta

e il mare a occidente

è fuso metallo luminoso.

La luce

leonardesca

affina i volti, innalza

terrestri ed infelici.


Un canto d'amore e nostalgia, LFA Publisher 2023

giovedì 26 marzo 2015

Due poesie italiane di David Wright tradotte da Ariodante Marianni per "L'Europa letteraria"

A UN CAFFE’

Seduto ad un caffè
sotto i giardini di Lucullo
vedevo il cadavere del getto
e il volubile giuoco
della benefica acqua
sussistere non meno della pietra
o della scultura marmorea
come forma perpetua

e tuttavia come oggi
transitoria. Filobus con antenne
appese in alto ai fili
e balbettanti lambrette
ruotavano attorno all’obelisco
geroglifico della piazza;
estatico sotto un colonnato
un turista consultava una guida;

fondata sopra l’autentica
rosa dell’eterno
l’effimera città sorrideva.
Oltre il confine
adunavano l’Apocalisse.
Il giardino settecentesco
sul Palatino
studiatamente disordinato
 
copriva d’elegante mestizia
cipressi, colonne di pini,
i palazzi Cesarei
e le grandiose rovine.
Calmo sul Campidoglio
Aurelio stendeva un braccio
su uno stallone imbrigliato
sopra i tetti di Roma

benedicendo l’idea romana.
Oltre il confine
preparavano l’Apocalisse.
Io osservavo il giuoco del getto
e la fuggente acqua
sopravvivere non meno della pietra;
effimera successione
includere forma eterna.

(Roma, settembre 1961)

 
Roma, Via San Teodoro di fronte al Palatino, residenza di Ariodante Marianni negli anni '60

MARZO A FIESOLE

Tornando a un panorama familiare
(quegli Appennini striati di neve)
ripenso a ciò che solevo guardare
da Fiesole dodici anni fa.
Il paesaggio è mutato, come lo sono io;
era la stessa, là in basso, la città?

Non essendo contemporaneo
di queste ville, o di quel viale
dove balena impetuoso il traffico
sono sopravvissuto a un decennio
che, in realtà, non abito
ma visito come un solido fantasma.
 
Sulla terrazza il sole di marzo
e bianco ghiaccio trema nella fontana.
Poggia una mano calda sulle bandiere,
tutto è calmo; ma io sento ciò che infuria,
l’intelletto in guerra contro la natura,
per mettere ordine nel suo disordine.

Una Firenze-fenice si liscia le penne
del petto: perché quella cupola morta
e quella torre che svetta
irreali splendori contrassegnano
e nelle folli statue della piazza
è la retorica dello spirito umano:
l’illusione di ciò che perisce.
 
A quella retorica io contrappongo questa,
rendendomi conto, una calma mattina
di primavera, che né l’una né l’altra
sono del tutto serie; né quella gaia mente,
guida il cui splendido spirito
giace sepolto tra i Medici.

Quando, ieri, ho veduto la sua tomba
ho cominciato a capire il sorriso
dietro la pietra dolente
che una mano barocca ha scolpito:
la distaccata ironica boria
dell’arte e della creazione

che, liberando dal nulla
l’autoritario “io sono”,
strappa dal buio la sua idea per porla
all’effimera luce del giorno.
Tali forme distinguono lo spirito opulento.
E le idi di marzo cadono qui dolcemente.

(1962)

Traduzione di Ariodante Marianni

Nota del traduttore: “Nato nel 1920 a Johannesburg, educato a Oxford, Wright vive a Londra. Direttore della rivista di letteratura e arte X; autore di due raccolte di versi: Moral stories e Monologue of a Daef Man”.

Da “L’Europa Letteraria” n. 19, febbraio 1963, pp. 77-79.


Nota su “L’Europa Letteraria”
Rivista bimestrale, “L’Europa Letteraria” fu pubblicata a Roma tra il 1960 e il 1965. Primi direttori furono i suoi fondatori, Giancarlo Vigorelli e Domenico Javarone; a metà dell’anno 1963 si affiancò loro Davide Lajolo. Progetto del periodico era quello di superare la separatezza fra le due Europe, corrispondenti, in quegli anni di guerra fredda, ai due blocchi occidentale ed orientale. Accanto ad autori italiani (tra gli altri Barilli, Ungaretti, Levi, Luzi, Pratolini, Bertolucci, Sinisgalli) vennero dunque pubblicati poeti e scrittori stranieri (Hesse, Zelinskij, Frisch, Evtušcenko, Mendes e altri), coerentemente con il progetto editoriale e secondo la convinzione, espressa da Vigorelli, che gli intellettuali “proprio perché strutturalmente sono fatti per l'unità, non hanno mai paura delle divisioni e dei dissensi, né si perdono tra ideologie opposte”. Nel 1965 si inaugurò la nuova serie e la testata divenne "L'Europa letteraria, artistica e cinematografica", ma, proprio in quello stesso anno, cessarono le pubblicazioni. Traduzioni poetiche di Ariodante Marianni sono presenti, oltre che nel fascicolo n. 19, nel n. 20/21; i poeti tradotti in quest’ultimo sono John Lehmann e Malcom Lowry.
(Eleonora Bellini)
 

lunedì 1 giugno 2009

Lettera a mia zia sul corretto approccio alla poesia moderna, di Dylan Thomas


Per te, zia mia, che vorresti esplorare
il Chankley Bore letterario,
duro è il sentiero perché tu non sei
un'ottentotta letteraria
ma sei una colta e gentile signora
che non conosce Eliot (a suo disdoro).
E' un'onta, zia, che tu non scorga
nessun talento in David G.
e nessuna armonia, nessuna forma,
in Ezra Pound e T. S. E.
E' un'onta, zia! Ora ti mostrerò
come elevare la mediocrità
e salire a vedere il panorama
da una moderna altezza parnassiana.

Primo, compra un cappello,
non un modello di Parigi
ma di quelli che indossano gli svizzeri
quando yodellano, una cosa a bombetta
con qualche piuma per nascondere la vista;
e poi scendi in strade con i sandali
(i pittori moderni usano i piedi
sopra strisce di tela per dipingere
le loro mogli e madri meno i fianchi).

Forse sarebbe meglio che creassi
qualcosa di novissimo,
un romazetto osceno scritto in erse
o in distici gallesi in senso inverso;
oppure quadri sul dorso di giubbetti
o salmi sanscriti su lebbrosi petti.
Ma se ciò risultasse in-attuabile
andrà bene lo stesso,
potrai scrivere quello che ti piace,
e far versi moderni è alquanto facile.
Non ti dimenticare che "mignatta"
fa rima con "mignotta" in questi tempi inquieti
e che le virgole sono il peggor delitto.
Pochi intendono Cummings, e pochi
i bassifondi mentali di Joyce,
e pochi le chiacchiere in codice
del giovane Auden: d'altronde
sono i pochi che contano.
Non essere mai chiara, non esprimere
nessun pensiero o sentimento,
se vuoi sentirti proclamere grande,
(pensare, lo sappiamo, è decadente);
non tralasciare parole vitali
come pancia, (...) e genitali,
perché sono tutte cose che hanno parte
(e quale parte) in ogni buona arte.
Ricordati: ogni rosa è verminosa,
ed ogni bella donna è contagiosa;
e ancora questo: l'amore dipende
da come il guanto gallico pende.
Rammenta inoltre che la vita è inferno;
e il paradiso ha un tanfo
d'angeli putrescenti che su e giù
fanno una gran baldoria dentro il blu.
Con questo in mente cosa fermerà
l'ascesa del poeta verso la sommità?

Un'ultima avvertenza: prima che ti comincino
le convulsioni dell'arte,
togliti il cuore, elimina il cervello;
senza questo flagello, potrai sì
essere un genio come David G.

Fatti coraggio, zia, e manda la tua roba
a Geoffrey Grigson con il mio "soffietto",
e possa io vivere ancora
per godere il successo dei tuoi versi
nell'accendere il fuoco.

(traduzione di Ariodante Marianni)

lunedì 29 dicembre 2008

Brindisi di San Silvestro, di Ariodante Marianni


Stacco l’ultimo foglio del vecchio anno
e a mezzanotte, come gli altri, stappo
la mia bottiglia; ma non lo scaccio
con botti o lancio di cocci
né per speciali favori lo ringrazio:
io brindo a lui che m’ha lasciato indenne.
M’ha lasciato le braccia,
le gambe e i piedi e tutte e due le mani
e, col torso, la testa,
gli occhi, il naso e le orecchie;
e se completo l’inventario, attesto
che, compatibilmente
con i dati anagrafici e lo specchio,
tutto funziona passabilmente.

Quanto all’anno venturo, fisso il nuovo
lunario, e mi attengo a quel detto
di Charlie Chan (era in un vecchio film):
"non pensare al futuro, arriva presto".