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martedì 3 maggio 2022

La prima figlia, di Anna Pavignano

Poliana aspetta un bambino, anzi una bambina: di certo, infatti, dopo due maschietti questa gravidanza porterà una bambina. E' facile immaginare una bambina figlia, i suoi occhi, i suoi capelli, la sua voce prima balbettante e poi chiara e dolce, i suoi primi passi... Ma Poliana non è più giovanissima, un pensiero fisso e ansiogeno si insinua in lei: se la bimba non fosse normale? Quanti piccoli down nascono da madri vicine ai quarant'anni? Mentre l'attesa per l'amniocentesi si prolunga - siamo in estate, nel periodo in cui i più sono in vacanza, e così pure il ginecologo di Poliana - la donna si abbandona all'urgenza e alla sovrabbondanza dei suoi pensieri tra presente, passato e futuro, il futuro più prossimo, quello in cui la bambina nascerà, si chiamerà Cristina e avrà la sindrome di down. Come si cresce una bimba down? Come si lascia una figlia down una volta che, diventati vecchi, dobbiamo andarcene da questo mondo?

Durante l'attesa, nel vortice dei suoi pensieri, si apre una pausa. Poliana incontra Antonio, che ha una lunga consuetudine con l'ospedale perché vi trascorre i suoi giorni assistendo la moglie malata. L'uomo è empatico e premuroso, gentile e simpatico. E tuttavia nasconde un segreto, forse una bugia, qualcosa, comunque, che accentua in Poliana la dimensione irreale di quel tempo sospeso, in attesa. E, insieme, le riapre il sipario sul mondo reale, su una dimensione che svela segreti e perdona bugie.

Questo nuovo romanzo di Anna Pavignano narra la maternità, i sentimenti che essa suscita nei genitori, in particolare nelle madri, quando vivono in simbiosi profonda con i nascituri tutto il loro tempo e quando, dopo la nascita, si trovano immerse in quell'amore per i figli che "è il più difficile da spiegare, è un sentimento viscerale, che non è generarli con la propria carne, ma soprattutto nutrirli, tenerli in braccio, consolarli, pulirli, annusarli. Si sente l'amore guardandoli, i bambini, e come di fronte all'arte ci riempiamo gli occhi delle forme rotonde, piene, lisce dei loro profili, la lucentezza dei loro capelli, la purezza degli sguardi, l'armonia inconsapevole dei loro gesti" (p. 40).

La prima figlia è il monologo di una donna che attraversa la noche oscura del alma, trasportata dal buio dei pensieri più tristi e negativi, tormentata dall'immaginazione di come potrà essere il futuro quotidiano della sua bambina down - e anche quello dei genitori e dei fratelli - e che tuttavia intravede qualche spiraglio di luce, qualche chiaro raggio, grazie soprattutto agli incontri che l'anticamera e le stanze dell'ospedale le donano.

La lettura ci coinvolge e ci trascina, è difficile sospenderla, fare pause. Vogliamo sapere, vogliamo arrivare alla fine, là dove il finale ci sorprende (con un sorriso).

Anna Pavignano, La prima figlia, E/O 2021

domenica 23 aprile 2017

La svedese, di Anna Pavignano

Sono i momenti in cui la passione brucia, l'amore scuote come una bufera e il dolore morde quelli che più si fissano, indelebili, nel ricordo, quelli che daranno, in futuro, la sensazione di aver vissuto. Gli impicci e la ripetitività del quotidiano, il tempo senza scosse, tutti si dissolvono in polvere. Livia, che da qualche tempo evita legami, invita a cena Marco. Entrambi vivono a Roma e hanno un cane, pastori tedeschi, un maschio e una femmina. Li faranno incontrare e dall'incontro, forse, nasceranno dei cuccioli. Ma c'è un imprevisto: scende a Roma da Torino, senza preavviso, Milo, vecchio amico di Marco. Si aggrega alla cena anche lui. Tra Livia e Milo è colpo di fulmine. L'amore, inatteso, scuote la vita della donna, che lo vive dapprima come sogno, tempo sospeso, poi come divorante passione. Perché è un amore a tempo, un amore da lontano: gli spazi per gli incontri sono brevi anche se molto intensi e ricchi di quella forza che solo la passione può regalare. E tuttavia per amare bene bisogna poter essere se stessi. Entrambi i protagonisti hanno difficoltà in questo. Milo è sposato, quello che ha con la moglie è un rapporto aperto, quasi contrattuale più che amoroso. Sembra un rapporto chiaro, invece è turbato da ombre inattese. Livia vorrebbe essere come Sara, la protagonista di una passata avventura di Milo, forse un suo vecchio amore. Adotta camuffamenti e strategie per apparire sempre più uguale a lei, arriva a provocare un incontro con Sara e ad infilarsi con pretesti in casa sua. Ma sarà questa la strada giusta per legare sempre più a sé - e sempre più definitivamente - Milo?  
Anna Pavignano, raccontando in prima persona, indaga. Indaga mente e moti, anche minuti, dell'animo della protagonista e ne svela momenti importanti dell'infanzia: i difficili rapporti tra i genitori della Livia bambina, i rimproveri ricevuti da una madre triste e assente, le osservazioni di "zia" Klarissa, le attenzioni affettuose di un padre dolorante, diviso tra due donne. Nel romanzo, a ogni capitolo che narra le vicende dell'amore presente, se ne alterna un altro che riporta a galla ricordi, momenti e anche sensi di colpa dell'infanzia lontana. I primi anni della vita rimangono infatti, magari sopiti, ma non distrutti, nella mente: una bimba che ha constatato quanto dolore possa causare un amore infelice o non ricambiato, potrà da adulta imporsi distacco, discrezione, riservatezza, disimpegno perfino nell'espressione dei sentimenti più forti. "Come una svedese", per dirla con le parole di Milo nell'ultimo capitolo del romanzo. E invece - Livia lo ha dolorosamente appreso - "abbiamo bisogno delle parole per decifrare tutto, anche l'amore [...] senza le parole si può confondere la dedizione col disinteresse, l'amore con un gioco superficiale".

A. Pavignano, La svedese, Verdechiaro Edizioni 2017

sabato 21 giugno 2014

"Venezia, un sogno", di Anna Pavignano

Thomas, zaino in spalla e autostop, abbandona la California e parte a cercare quella vita che immagina possibile solo on the road. Attraversa tutti gli States e poi si imbarca per l'Europa. Vive un poco in Belgio, un poco a Parigi, conoscendo due ragazze e due amori. Ma di nuovo fugge, verso sud est. "In un'alba puntinata di umido" incontra Venezia,  e non l'abbandona più. Il romanzo di Venezia e di Thomas si snoda attraverso le giornate dell'acqua alta ed ogni capitolo si apre con l'indicazione dell'ora e del livello dell'acqua: un fenomeno che i turisti considerano con divertimento, i veneziani vivono con rassegnazione e che si sta mangiando la città ed i suoi splendori. Il livello dell'acqua aumenta e preme su calli e palazzi e con lui aumentano la folla dei ricordi e gli affanni di Thomas, ormai uomo maturo, prematuramente vedovo e nonno controvoglia. Il lettore rivive insieme al protagonista i ricordi del passato - lavoro, amori, tradimenti, impennate di orgoglio, tristezze e malinconie - e urgenze del presente. Il presente, infatti, si fa per Thomas pressante nel momento in cui suo figlio esprime la volontà di trasferirsi con tutta la famiglia sulla terraferma: la vita a Venezia è divenuta difficilissima, la città è ormai ridotta a museo per onnivori turisti, l'acqua alta si mangia cantine cucine negozi, i veneziani dotati di buon senso se ne vanno. Ma Thomas non è d'accordo, non vuole e non può abbandonare Venezia, la patria che ha scelto, così mette in atto una plateale, fortissima protesta, nella quale elegge a suo alleato il nipotino africano, che fino a quel momento aveva trascurato. Protesta e consapevolezza, oltre che di sé anche del proprio ambiente, sono elementi nuovi nell'esperienza del nostro che in questa occasione, per la prima volta, "vede" il dolore della città oppressa dall'acqua alta - che l'incuria dell'uomo per l'ambiente ha generato - riflesso nel proprio dolore di uomo solitario giunto già oltre la metà della vita.
La protesta di Thomas non rimarrà inascoltata, i suoi concittadini prenderanno consapevolezza della necessità di salvaguardare Venezia con tutti i suoi abitanti, e per lui si aprirà una nuova stagione; perché, come recita lo striscione inalberato da un gruppo di ragazzi ispirati dal suo gesto, "I ricordi sono il nostro futuro".

Anna Pavignano. Venezia, un sogno, edizioni E/O 2012