venerdì 8 luglio 2022

Quasi un taccuino, di Giovanni Pistoia

Quasi un taccuino, ma più di un taccuino è questo nuovo libro di Giovanni Pistoia, denso di riflessioni in prosa e in versi, di fulminei distici, tutti composti e annotati in tempi diversi e qui riuniti e ordinati. Il libro, infatti, si suddivide in quattro sezioni: Parole d'acqua, Parole di vento, Parole di fumo, Parole in volo; in tutte, le parole/la parola sono protagoniste, hanno peso, si librano con leggerezza, svaniscono rapide come fumo, scorrono armoniose come ruscelli, ritmano l'esistenza come le onde del mare. Sono importanti, le parole. 

La poesia "Il mare e la notte" ne è un esempio: La notte il mare non si vede: s'ascolta./ E non v'è parola, o verso, o canto/ che quel sentire può sfumare: voce/ senza eco. E le certezza diurne/ disperdersi nel buio della notte,/ mentre ci immergiamo in quel mare/ che non si vede; ne sorbiamo la quiete/ e la cantilena sorda della risacca./ Tuonano in quel frangente i giorni,/ bruciano consunti sulla riva. Il mare/ accoglie il vuoto che ci copre, e fa di noi un pensiero, un cerchio,/ che dischiude orizzonti mai lambiti.

Giovanni Pistoia, Quasi un taccuino. Per ascoltarmi scrivo, Youcanprint 2022


giovedì 7 luglio 2022

Un amore a Roma, di Ercole Patti

Marcello Cenni, figlio di una guardia nobile del Papa e promettente letterato trentacinquenne, sta rientrando a casa dopo aver trascorso la serata al caffè Esperia con gli amici, tutti intellettuali come lui. E' l'una di notte di una mite serata romana di novembre e il giovanotto cammina lentamente lungo via Germanico quando si imbatte in Anna, che è rimasta chiusa fuori dalla pensione in cui abita. Anna, dai capelli corti e arruffati e dal leggero accento veneto, piace subito a Marcello per i suoi modi semplici e per il suo parlare schietto. La ragazza è un'aspirante attrice, che si è cimentata fino a quel momento solo in piccole parti, ma spera in momenti migliori. Anna e Marcello cominciano a frequentarsi, divengono amanti e l'uomo apprezza sempre più il carattere semplice e spontaneo della ragazza, tanto più giovane di lui. Gli piace passeggiare con lei, accompagnarla al cinema, trattenersi nella sua piccola camera. Trascorre così un mese bello, quasi fatato. E Marcello pensa: "Ecco questa ragazza io la sto modellando come piace a me. Il suo carattere, la sua maniera di vedere le cose, sono così simili ai miei che i miei modi di dire passano a lei senza sforzo, con naturalezza. [...] Un'alleanza di questo genere è potentissima e nessuno potrebbe romperla. Siamo una stessa persona". Ma Anna frequenta veramente soltanto Marcello?

Un amore a Roma ha come protagonisti due amanti e una città. La vicenda di Anna e Marcello si svolge tra le strade della capitale, le sue piazze, le sue vie, i suoi palazzi, i suoi quartieri dai più signorili ai più modesti e ai più nuovi, quelli che stanno crescendo con stupefacente velocità in periferia. E poi, la Scalera, il famoso stabilimento cinematografico in cui Anna si reca quotidianamente. Dal romanzo è stato tratto il film omonimo, uscito nel 1960 per la regia di Dino Risi, con la sceneggiatura dello stesso Patti e di  Ennio Flaiano.


 Ercole Patti, Un amore a Roma, Bompiani 1960 (IV edizione).

giovedì 30 giugno 2022

Il pregiudizio. Natura, fonti e modalità di risoluzione, di Angelo Nobile

Il pregiudizio, com'è noto, è un atteggiamento mentale basato su opinioni precostituite e su stati d'animo irrazionali, anziché sull'esperienza e sulla conoscenza diretta di fatti o persone. Spesso il pregiudizio si basa su voci superficiali, opinioni infondate, superstizioni.

Questo libro, che si rivolge principalmente a educatori, insegnanti, genitori e ad altre figure adulte che hanno a che fare con la crescita dei bambini e dei ragazzi, "pur nel riconoscimento della problematicità di un'azione risolutiva nei confronti del pregiudizio, intende configurarsi [...] come atto di speranza e di fiducia nella potenza dell'educazione" afferma Angelo Nobile nell'introduzione. Il volume si compone di due parti: nella prima viene analizzata la natura del pregiudizio anche attraverso le sue manifestazioni storiche e culturali; nella seconda, che riveste finalità operative, si propongo strategie educative finalizzate alla prevenzione e alla de-costruzione del pregiudizio. L'autore esordisce analizzando la natura, la definizione e il limite concettuale, non ché l'origine, del pregiudizio, con particolare riguardo ai suoi effetti nell'età evolutiva e alla "vulnerabilità al pregiudizio": "... sono soprattutto le personalità fragili, frustrate, non realizzate, che hanno interiorizzato un'immagine negativa di sé [...] le più esposte al veleno del pregiudizio", spiega, e tuttavia non esistono categorie di persone o classi sociali completamente esenti da esso. Il pregiudizio, tra l'altro, determinando in chi ne è vittima un clima di tensione emotiva continua, è in grado di generare comportamenti aggressivi individuali o di gruppo.

Che fare, dunque, per contrastare il dilagare del pregiudizio razziale, ma anche di genere, nel nostro Paese? Gli elementi fondamentali di un'azione educativa sono sintetizzabili in alcuni imprescindibili strategie: - corretta informazione sull'oggetto del pregiudizio; - contatto e conoscenza diretta; - scambi multiculturali e interetnici; - interventi educativi e didattici mirati. Un ampio spazio è dedicato nel saggio alle strategie di prevenzione sulla base di numerose e utili esemplificazioni storiche, letterarie, cinematografiche. Svelare le radici storiche di paure e superstizioni immotivate aiuterà, infatti, a "smascherare" i pregiudizi di cui siamo spesso vittime. Un gustoso esempio per tutti è lo svelamento del motivo per cui pensiamo che i gatti neri portino sfortuna, motivo che risale addirittura ai tempi delle scorrerie dei Fenici nel Mediterraneo. Questi provetti navigatori, prima di sbarcare, si facevano precedere da orde di gatti affamati, con l'obiettivo di liberare i paesi abbandonati dai topi che li infestavano...

Nei capitoli finali ampio spazio è dedicato a un'ampia bibliografia e filmografia, adatta all'educazione interculturale nei diversi momenti dell'infanzia e dell'adolescenza.


Angelo Nobile, Il pregiudizio. Natura, fonti e modalità di risoluzione, Editrice La Scuola 2014

mercoledì 29 giugno 2022

Scaffale locale 4: Il Corollario agli Statuti di Castelletto Ticino

A tre anni dall'uscita dell'edizione anastatica degli Statuti di Castelletto Ticino, vede ora la luce il volume Corollario agli stessi, sempre a cura del Gruppo Storico Archeologico Castellettese. Il volume, che può vantare la medesima elegante veste tipografica del precedente, è ugualmente stampato da Zeisciu Edizioni di Magenta. Vi sono contenuti alcuni saggi originati dalle relazioni tenutesi in occasione della presentazione pubblica degli Statuti, nonché ulteriori studi, strumenti utili per ricercatori e studiosi. Il progetto, comunica il presidente del Gruppo Archeologico Squarzanti, "ha potuto contare sulla collaborazione dell'International Research Center for Local Histories and Cultural Diversities dell'Università dell'Insubria, che ne ha apprezzato l'importanza".

I contributi presenti nel volume sono i seguenti: Tra Lago Maggiore e Ticino nei secoli X-XIII. Prima degli Statuti di Castelletto Ticino di Giancarlo Andenna; Nella comunità e per la comunità: la rappresentazione dei Castellettesi attraverso lo statuto di Claudia Storti; "Castelletto il nobile". Elementi di continuità nella storia di Castelletto Sopra Ticino fra medioevo ed età moderna di Sergio Monferrini; Gli Statuti di Castelletto Ticino e il bosco "per salto" del Galliasco di Mauro Squarzanti; Carlo Antonio Molli, la sua biblioteca e il suo archivio fra conservazione e comunicazione di Eleonora Bellini; A 'guardia' del manoscritto. Nuove acquisizioni sugli Statuta et ordinamenta comunis et hominum loci de Castelleto del 1340 di Maria Luigina Mangini; La miniatura degli Statuta di Castelletto: novità e considerazioni di Andrea Spiriti; Intervento di restauro del codice di Sonia Introzzi.

Come i precedenti, anche questo volume, in tiratura limitata, è reperibile in biblioteche universitarie e di conservazione.


sabato 25 giugno 2022

Il picco dell'avvoltoio, di John Burdett

Sonchai Jitpleecheep, detective della polizia reale thailandese, appare allo sguardo occidentale come tipo davvero originale: è figlio di una tenutaria di bordello ed è sposato con una ex prostituta impegnata nella redazione della sua tesi in Sociologia. Ha un capo cinico ed ambizioso, il colonnello Vikorn, che aspira a divenire sindaco di Bangkok e, per questo, ha bisogno di acquisire notorietà, addirittura in ambito internazionale. Vikorn affida dunque a Sonchai l’indagine su un traffico di organi umani, tanto diffuso quanto difficile da chiarire e sventare, essendovi implicati personaggi estremamente danarosi e legati al potere politico ed economico, non solo thailandese… Il picco dell’avvoltoio che dà il titolo al romanzo è il luogo dal quale prende le mosse la vicenda: si tratta di “un’imponente dimora di piacere in cima ad un’altura dell’isola di Phuket affacciata sul mare delle Andamane”. Poetico edificio dotato di enormi camere da letto che offrono panorami da sogno sull’oceano, il villone è teatro di un triplice efferato omicidio. Alle vittime sono stati asportati gli organi, ma anche il volto ed i polpastrelli delle mani; la scena del crimine è stata perfettamente ripulita, sicuramente da super professionisti che hanno cercato di rendere assolutamente ardua l’identificazione dei cadaveri e quasi impossibile il lavoro della polizia. Al medico legale che gli chiede se abbia qualche idea circa i colpevoli del crimine Sonchai risponde: “Intende chi è stato? Solo in senso lato. Ronald Reagan, Milton Friedman, Margaret Thatcher, Adam Smith. Il capitalismo è stato. Quegli organi, adesso, li sta indossando qualcun altro”. 

Potete leggere l'intera recensione cliccando qui: Il picco dell’avvoltoio | Mangialibri dal 2005 mai una dieta  

J. Burdett, Il Picco dell'Avvoltoio, Bollati Boringhieri 2013, traduzione di Carlo Prosperi

venerdì 3 giugno 2022

La bottega del tempo, di Maria Mariano

Marta ama le storie e soprattutto ama sentirle leggere ad alta voce dalla mamma o dal papà: le storie l'aiutano ad immaginare mondi fantastici, a viaggiare con la fantasia, addirittura a dormire meglio. Ma i suoi genitori hanno sempre troppo poco tempo da dedicarle. La bambina, tenace e fortunata, leggendo un vecchio libro della biblioteca scopre l'esistenza della bottega del tempo, un luogo in cui si può ricevere in dono un vasetto di tempo da utilizzare al momento giusto, uno di quei momenti importanti che si vogliono far durare a lungo. In cambio, si deve lasciare al vecchio che gestisce la bottega un giocattolo. Marta comincia a frequentare costantemente quel luogo magico e ogni volta riceve un barattolo di tempo in cambio di un giocattolo. Però, quando i giocattoli, sia quelli di Marta che quelli del suo fratellino finiscono e il bimbetto scoppia in lacrime, la bambina scopre il segreto più profondo del tempo: il dono della tenerezza e dell'attenzione, il piacere di leggere non solo per sé stessi, ma anche per gli altri. Rimane poi soltanto una cosa da scoprire: che cosa ne fa il vecchio custode del tempo di tutti quei giocattoli? L'albo, delicato e simpatico, a chi leggerà la storia fino in fondo svelerà questo mistero. Scritto e illustrato da Maria Mariano, La bottega del tempo vinse l'edizione 2018 del Concorso internazionale Città di Schwanenstadt.

venerdì 27 maggio 2022

Scaffale locale 3A: Quaderni borgomaneresi 2005-2007

Titanica - per il luogo e il tempo - impresa realizzata e condotta da una redazione di volontari composta inizialmente da Mauro Agazzone, Eleonora Bellini, Mario Ceratti, Marcello Giordani, Salvatore Ussia, Angelo Vecchi ai quali si aggiunsero nel tempo Anna Maria Pastore, Alessandra Salvini, Egidio Fusco. I quaderni, stampati cun cura e passione da Roberto Vecchi Editore, uscirono con cadenza annuale, grazie alla collaborazione di molti e al sostegno dell'Amministrazione Comunale (sindaco Pierluigi Pastore, assessore alla cultura Gianni Barcellini). Furono stampati e diffusi 9 numeri di cui uno, il quinto, doppio e un altro, il settimo, corredato da un'appendice. Nel 2018 la redazione elaborò un progetto che prevedeva l'uscita di un ulteriore quaderno, Borgomanero in rosa, dedicato alle donne del presente e del passato. Il progetto è pronto e si attende solo l'indispensabile sostegno economico.

Qui di seguito, andando a ritroso, titoli e descrizioni di ciascun numero.

2007 Borgomanero 1946-1948

Il quaderno di 142 pagine, prende spunto dal sessantesimo anniversario del voto alle donne per proporre alcuni temi e ricordi di vita pubblica e privata immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale. Anni brevi di grande impegno e di grandi speranze, di fiducia nella pace, di desiderio, se non di benessere, almeno di sicurezza economica. Il quaderno è suddiviso in quattro parti: 1. Speranze di anni difficili; 2. Le donne al voto e non solo; 3. I luoghi della memoria; Scritti riproposti. Nella prima si legge la trascrizione di un discorso pronunciato a Milano il 23 maggio 1946 da Achille Marazza, ricordi e bozzetti di vita di Piero Velati, Anna Lamperti, Claudio Barbaglia, Osvaldo Savoini e un saggio di Angelo Vecchi, "Laggiù, gli ultimi". La seconda parte propone due articoli di Anna Pastore sulla condizione delle donne nella prima metà del secolo e al momento del voto, insieme a un testo sul voto alle donne a Borgomanero di Carla Zanetta. Segue un capitolo dedicato ai luoghi della memoria, quelli a testimonianza della lotta partigiana e degli eccidi compiuti nei paesi attorno a Borgomanero e nella città stessa; gli autori sono Alessandro Maiocchi, Guido Gallina, Claudio Gioria, Fabio Valeggia. La quarta sezione, infine, ripropone scritti già apparsi in altre sedi e di difficile reperimento, Gli autori sono Giovanni Cavigioli, Bartolo Fornara, Paolo Bignoli. Come per gli altri numeri, numerose immagini corredano i testi.

2005 Borgomanero verde

Borgomanero Verde”, libro di 222 pagine, con numerose fotografie in bianco e nero e a colori è dedicato ai temi della natura e dell’ambiente, che affronta fin “dalle radici”. Si apre infatti con tre contributi riguardanti gli aspetti geologici del territorio, dei quali sono autori A. Vecchi, E. Lavé, M. Bertani.Segue una lunga sezione, di oltre sessanta pagine anche storiche, sull’inquinamento di luoghi vicini (la città e l’Agogna, il lago d’Orta, i “Tre laghi”) e lontani (Cernobyl): sono autori dei diversi saggi qui presenti G. Caione, A. Vecchi, e, in riproduzione anastatica, C. Amoretti, A. Pagani, R. Monti, E. Lomaglio.Poi gli itinerari, rilassanti oppure ardui, sempre ameni. Guidano il lettore nella scoperta di percorsi, corsi d’acqua, parchi naturali, parchi faunistici, sentieri, le penne di E. Fusco, M. Ceratti, A. M. Vicario, F. Valeggia, A. Salvini, A. M. Pastore. Ventidue pagine sono dedicate alle schede dei parchi e delle zone protette, dall’Alpe Veglia al Monte Fenera, dai Lagoni di Mercurago, al Parco del Ticino, al Monte Mesma, per citarne solo alcuni. Poi “Verde Verde”, sezione conclusiva che raccoglie testimonianze sul verde che c’era e forse non c’è più, interviste e personali ricordi, storie fantastiche e storia. Ecco i nomi degli autori di queste “ultime” sessantacinque pagine: A. Vecchi, M. Ceratti, F. Valeggia, C. Baroli, C. Zanetta, U. Caramella, A. Lamperti, U. Zanetta, M. Di Cerbo, F. Minazzoli, E. Bellini, W. A. Stuart. Il libro, che gode del contributo della Provincia di Novara e del Comune di Borgomanero, è presentato dall’assessore alla Cultura del Comune, Gianni Barcellini.

Scaffale locale 3B: Quaderni borgomaneresi 1998-2004

2004 Borgomanero nel mondo

Dedicato a tutti i borgomaneresi, di ogni tempo che si spostarono nell'uno o nell'altro Paese del mondo, il quaderno ha 200 pagine. Efficace l’immagine scelta dalla redazione per la copertina: il viaggiatore Giancarlo Beffani, originario di Briga Novarese, che da più di cinquant’anni viaggia per il mondo e che è ritratto accanto ad una statua raffigurante Budda, ora distrutta dai talebani. Altri articoli di C. Panizza, E. Bellini, A. Vecchi, C. Strigini, F. Valeggia, S. Vercelli, M. Metti e molti altri. Le sezioni del libro sono quattro: ViaggiVolontariatoAfricaEmigrazione. Nel medesimo anno uscì il quadernetto integrativo con notizie sui cervelli in fuga e sul progetto di amicizia con la Georgia avviato dalla scuola media.

2003 Borgomanero da bere

A qualche anno di distanza da “Borgomanero a tavola” la redazione ripropose una serie di articoli dedicati a vino, birra, acqua, latte e a tutto quello che si può bere.
Una parte riguarda anche agli aspetti sociali del “bere in compagnia”, con una rassegna delle osterie di una volta e dei bar di oggi, e di tutti quei momenti in cui il bere può divenire quasi un rito. Il quaderno di 152 pagine ospita contributi di A. Lamperti, L. Boidi, R. Boca, S. Gheller, F. Barbaglia, F. Minazzoli, C. Strigini, O. Savoini, M. Ceratti, F. Valeggia, M.J. Cerutti, A. Salvini, C. Caligari, A. Pastore, D. Buonavita, D. Godio, M. Di Cerbo, E. Lucarella, P. Velati, F. Cunsolo, E. Bellini.

2002 Borgomanero Sportiva 1 e 2

Intorno allo sport c’è sempre un forte coinvolgimento e non a caso il tema promosso nel 2002 ha avuto un grande successo, tanto da dover pubblicare due numeri successivi per raccogliere tutto il materiale giunto in redazione. Naturalmente una parte è dedicata alle figure storiche dello sport, legate sempre al territorio borgomanerese.
Trovano spazio anche le associazioni sportive attuali e i nuovi campioni che si stanno affermando per divenire i punti di riferimento futuri. Pagine 136+136.

2001 Borgomanero Sacra e Devota

La religiosità nei suoi molteplici aspetti: biografie di ecclesiastici locali illustri, istituzioni religiose legate al territorio, la devozione popolare espressa attraverso le sacre rappresentazioni e gli ex-voto. Senza tralasciare l’aspetto poetico ed artistico, infatti questo volume è corredato di un intermezzo a colori con le immagini di alcune edicole e piloni votivi affrescati che si trovano a Borgomanero. Di 208 pagine, il corposo volume si apre con la sezione Saggi che ospita scritti di M. Rancan, B. Beccaria, A. Vecchi. Segue Ecclesiastici e laici con contributi di A. Pastore, A. Vecchi, A. Marazza, D. Godio, G. Bacchetta, M. Di Cerbo. La terza sezione si intitola La devozione popolare e contiene testi sugli ex voto (A. Salvini), sulle sacre rappresentazioni (E. Bellini), fotografie di beghine (O. Savoini). Seguono Contributi e memorie (A. Lamperti, P. Velati, C. Barbaglia, P. Giacomini, G. Basso, G. Barcellini); Testimonianze d'arte (M. Zanetta, F. Valeggia, S. Ussia) e un'Appendice poetica con liriche di A. Cerruti, poeta del XVI secolo (E. Bellini), G. Rossignoli, G. Pennaglia.

2000 Borgomanero anni Sessanta

Ovvero gli anni Sessanta vissuti a Borgomanero e nei paesi del suo circondario.
Musica, sport, cinema, ma anche la storia della biblioteca che sta per nascere e della scuola dell’obbligo che sta cambiando. Una fotografia della società italiana e, nello specifico, borgomanerese, che getta le basi per il futuro. Il quaderno, di 136 pagine, ospita testi di: C. Barbaglia, D. Godio, A. Lamperti, F. Valeggia, M. Di Cerbo, A. Vecchi, S. Ussia (
Tutti sui banchi), E. Bellini (La biblioteca che non c'era), A. Pastore, A. Vecchi.

1999 Borgomanero magica

In questo caso gli argomenti approfonditi sono la magia e l’occulto, sempre legati al territorio borgomanerese. Si parte dalle leggende legate alle presenze inquietanti di streghe e maghi, passando attraverso la descrizione di metodi di cura bizzarri e curiosi, alle pietre magiche e rituali, fino all’interpretazione popolare di fenomeni come l’eclisse solare. Contributi di A. Lamperti. C. Vecchi, C. Manni, M. Rancan, C. Giordano, D. Godio, M. Giacometti, C. Barbaglia, E. Bellini, L. M. Sinistrari, F. Valeggia, W. A. Stuart, L. Contile, E. Lucarella, M. Ceratti. Pagine 128.

1998 Borgomanero a tavola

Il primo numero, uscito a settembre in occasione della festa dell'uva, è interamente dedicato alle tradizioni culinarie locali. Una prima parte è riservata agli aspetti storici e aneddotici di alcuni piatti tipici borgomaneresi, mentre di seguito trovano spazi versi di poesia dialettale, sempre ispirati ai piaceri della tavola. Infine non manca una sezione riguardante l’associazionismo popolare e soprattutto i momenti conviviali rituali, come la distribuzione del popolare del pane per le classi meno abbienti, i banchetti delle confraternite e altri momenti di gastronomia collettiva. Pagine 96, testi di G. Morreale, G. Bacchetta, A. Marazza, G. Colombo, G. Pennaglia, P. Pettinaroli, C. Vecchi, M. Bellone Landi, A. Vecchi, P. Monelli, M. Ceratti.

martedì 24 maggio 2022

Falò di carnevale, di Guglielmo Aprile

Questa silloge di Guglielmo Aprile si è classificata al primo posto al concorso Narrapoetando 2021. La giuria ha espresso giudizi di merito estremamente positivi, individuando, tra i temi fondamentali della raccolta "il civismo" (Riccardo Deiana), i rimandi filosofici (Colomba Di Pasquale), l'ironia (Andrea Biondi), la capacità di muoversi nel tempo (Ardea Montebelli). Falò di carnevale si compone di quattro parti che segnano, insieme, la percezione del individuale tempo e il concreto, personale cammino nel mondo: "Grande bluff"; "Cenere sulla fronte"; "L'albero della cuccagna"; "Scure del buio". 

Leggiamo "Guado", che bene coniuga senso di estraneità e trauma del reale: L'incrocio delle strade/ è una bocca di mantide,/ una ghigliottina in cui passa il vento.// Ci attende il guado; eppure a tempo perso/ ci intratteniamo storpiando i cognomi/ e ci facciamo gioco degli assenti.// Poi verrà per ognuno il turno di mostrare/ di cosa avrà riempito il proprio sacco,/ e rovesciandolo scoprirlo vuoto". 

Se nel corso degli eventi e della storia le persone comuni sono quasi sempre ridotte a fuscelli in balia del vento o della corrente, ben si comprende il disincanto e la disillusione che emergono in molti di questi versi. Un icastico esempio è nel finale  de "L'inventario dopo la piena": [...] L'universo// replica il gesto della betoniera/ e ha come asse/ un posto vuoto accanto a un uomo solo/.

Guglielmo Aprile, Falò di carnevale, Fara Editore 2021

venerdì 13 maggio 2022

Am Tagliamento - Geographie eines Flusses in Beispielen aus Literatur, Film und Ikonographie. Ippolito Nievo, Pier Paolo Pasolini, Alberto Fasulo, Chiesa di Santa Maria dei Battuti a Valeriano, di Michael Aichmayr

Al Tagliamento. Geografia di un fiume. Esempi da letteratura, cinema e iconografia è un breve, originale saggio che segue il corso del Tagliamento lungo i suoi 170 km, dal passo Mauria, dove nasce, al suo percorso in Carnia e Friuli fino al Mare AdriaticoFiume suggestivo, con estese aree ghiaiose, isolotti ricoperti di vegetazione, circondato da foreste, il Tagliamento è al centro di un grande ecosistema. Nel saggio non troviamo solo connotazioni geografiche, ma anche e soprattutto, come dichiarato dal titolo, annotazioni letterarie e cinematografiche.
Incontriamo qui Ippolito Nievo, che fu attratto in queste contrade, oltre che dalla presenza di amici e parenti, dalla bellezza dei luoghi e del paesaggio. La sua attenzione si rivolse specialmente ai paesaggi fluviali, il Varmo e il Tagliamento, al fascinoso scorrere delle acque in contrasto con il silenzio e l’immobilità della campagna.
Incontriamo Desiderio, uno dei protagonisti di Amado mio di Pier Paolo Pasolini, che, attraverso giorni, giochi, scampagnate di un'estate trascorsa anche sulle rive del Tagliamento, diviene consapevole di sé: “Giunsero al Tagliamento, sotto le acacie in abbandono. Nella penombra dell'alba, il fiume si stendeva bianco come un immenso sudario(p. 176).
Uno spazio interessante è dedicato al regista Alberto Fasulo, nato a San Vito al Tagliamento, e al suo primo film, Rumore bianco, un documentario in cui si narra la gente che vede scorrere la propria vita quotidiana sulle rive del fiume, traendo forza e consapevolezza identitaria proprio dalle sue acque. 
Il volumetto si conclude con la chiesa di Santa Maria dei Battuti, eretta nel 1300 a Valeriano, frazione di Pinzano al Tagliamento, e in particolare alla Natività di Giovanni Antonio da Pordenone, opera del 1527 ivi custodita. 


Michael Aichmayr, Am Tagliamento - Geographie eines Flusses in Beispielen aus Literatur, Film und Ikonographie. Ippolito Nievo, Pier Paolo Pasolini, Alberto Fasulo, Chiesa di Santa Maria dei Battuti a Valeriano, Verlag Aichmayr 2022

mercoledì 11 maggio 2022

Antigone e la sua follia, di Eugenio Borgna

 "Quante parole, e quante meditazioni, al fine di chiarire il senso del silenzio in pazienti depresse, nelle quali solo uno sguardo, un sorriso, o una lacrima, dicono qualcosa dei loro stati d'animo, della loro tristezza e della loro disperazione, delle loro speranze agonizzanti, che cercano di resistere al loro morire; e resistere, come diceva Rainer Maria Rilke, è tutto nella vita". Eugenio Borgna esordisce così nel primo capitolo di questa sua recente opera. L'illustre psichiatra ha incontrato per la prima volta Antigone al liceo e da quel momento non l'ha dimenticata, anzi; ne ha fatto oggetto di studio dal punto di vista psicologico e umano, alla luce delle emozioni che la figura di questa giovane donna da secoli suscita in chi legge o vede rappresentata sulla scena la sua vicenda. Di capitolo in capitolo, la vicenda di Antigone viene descritta e indagata attraverso diverse emozioni, stati d'animo, modi di essere e di agire: la follia, la solitudine dell'anima, "la vagante speranza" cantata dal coro, la gioia perduta ("quando un uomo perde ogni gioia io ritengo che costui non è vivo, ma un cadavere animato" osserva il messaggero), il suicidio, le leggi dello Stato e quelle del cuore, il senso del vivere e del morire.

Borgna legge e commenta da psichiatra un testo letterario, sede, come egli non cessa di ripetere, di una saggezza senza tempo. Anche in questa luce è molto interessante e consolante leggere verso il finale del saggio: "La poesia ha sempre aiutato la psichiatria a scendere negli abissi dell'interiorità non solo delle pazienti e dei pazienti, ma anche di queste straordinarie figure letterarie, facendone riemergere le linee d'ombra e dando loro un senso".

Al saggio fa seguito il testo della tragedia di Sofocle nella traduzione di Raffaele Cantarella, un elemento che giova al lettore, giovane o adulto che sia, offrendogli la possibilità di riferirsi immediatamente ai passi citati ed esaminati da Borgna con profondo acume.


Eugenio Borgna, Antigone e la sua follia, Il Mulino 2001

martedì 3 maggio 2022

La prima figlia, di Anna Pavignano

Poliana aspetta un bambino, anzi una bambina: di certo, infatti, dopo due maschietti questa gravidanza porterà una bambina. E' facile immaginare una bambina figlia, i suoi occhi, i suoi capelli, la sua voce prima balbettante e poi chiara e dolce, i suoi primi passi... Ma Poliana non è più giovanissima, un pensiero fisso e ansiogeno si insinua in lei: se la bimba non fosse normale? Quanti piccoli down nascono da madri vicine ai quarant'anni? Mentre l'attesa per l'amniocentesi si prolunga - siamo in estate, nel periodo in cui i più sono in vacanza, e così pure il ginecologo di Poliana - la donna si abbandona all'urgenza e alla sovrabbondanza dei suoi pensieri tra presente, passato e futuro, il futuro più prossimo, quello in cui la bambina nascerà, si chiamerà Cristina e avrà la sindrome di down. Come si cresce una bimba down? Come si lascia una figlia down una volta che, diventati vecchi, dobbiamo andarcene da questo mondo?

Durante l'attesa, nel vortice dei suoi pensieri, si apre una pausa. Poliana incontra Antonio, che ha una lunga consuetudine con l'ospedale perché vi trascorre i suoi giorni assistendo la moglie malata. L'uomo è empatico e premuroso, gentile e simpatico. E tuttavia nasconde un segreto, forse una bugia, qualcosa, comunque, che accentua in Poliana la dimensione irreale di quel tempo sospeso, in attesa. E, insieme, le riapre il sipario sul mondo reale, su una dimensione che svela segreti e perdona bugie.

Questo nuovo romanzo di Anna Pavignano narra la maternità, i sentimenti che essa suscita nei genitori, in particolare nelle madri, quando vivono in simbiosi profonda con i nascituri tutto il loro tempo e quando, dopo la nascita, si trovano immerse in quell'amore per i figli che "è il più difficile da spiegare, è un sentimento viscerale, che non è generarli con la propria carne, ma soprattutto nutrirli, tenerli in braccio, consolarli, pulirli, annusarli. Si sente l'amore guardandoli, i bambini, e come di fronte all'arte ci riempiamo gli occhi delle forme rotonde, piene, lisce dei loro profili, la lucentezza dei loro capelli, la purezza degli sguardi, l'armonia inconsapevole dei loro gesti" (p. 40).

La prima figlia è il monologo di una donna che attraversa la noche oscura del alma, trasportata dal buio dei pensieri più tristi e negativi, tormentata dall'immaginazione di come potrà essere il futuro quotidiano della sua bambina down - e anche quello dei genitori e dei fratelli - e che tuttavia intravede qualche spiraglio di luce, qualche chiaro raggio, grazie soprattutto agli incontri che l'anticamera e le stanze dell'ospedale le donano.

La lettura ci coinvolge e ci trascina, è difficile sospenderla, fare pause. Vogliamo sapere, vogliamo arrivare alla fine, là dove il finale ci sorprende (con un sorriso).

Anna Pavignano, La prima figlia, E/O 2021

domenica 1 maggio 2022

I sepolti vivi, di Gianni Rodari

I sepolti vivi è la trasposizione in immagini del reportage scritto da Gianni Rodari per la rivista Vie nuove (n. 27-1952), fondata da Luigi Longo e ispirata agli ideali del partito Comunista Italiano. L'articolo, qui nella forma di graphic novel è stato pubblicato nell’ottobre 2020 in occasione del centenario della nascita di Rodari. Il libro  si apre con una prefazione di Gad Lerner che, tra l'altro, scrive: "Il giornalista capace di far sprigionare la vicenda umana racchiusa in quel drammatico conflitto per la difesa del lavoro preannuncia nel suo resoconto di cronaca la sensibilità di un grande scrittore. Si chiama Gianni Rodari. E' capace di immedesimarsi nell'umile eroismo della resistenza operaia con la semplicità e la poesia che ne faranno il maestro della letteratura italiana per l'infanzia".

La vicenda si svolge nel 1952 a Cabernadi, nell’anconetano, dove c’è lminiera di zolfo più grande d’Europa. Trecento minatori scendono nelle viscere della terra, nel buio insano di pozzi e gallerie, a oltre 500 metri di profondità, per impedire 860 licenziamenti e la dismissione dell’area.

Ma perché l'estrazione di minerale tanto ricercato dalle industrie non solo italiane e di conseguenza redditizia viene interrotta? Rodari lo spiega in modo chiaro: " ... il mondo è piccolo per i monopoli. C'è un filo rosso che lega i fatti di Cabernardi alla guerra coreana. L'aggressione USA ha fatto salire alle stelle il prezzo dello zolfo e dei suoi derivati, ne ha aumentato la domanda ed ha creato le condizioni internazionali per l'attuale politica della Montecatini (proprietaria della miniera, n.d.r.). [...] Inghilterra, Francia e Germania hanno bisogno dello zolfo italiano per le loro industrie chimiche. La Montecatini ha risposto alla crescente domanda inaugurando nelle miniere culture di rapina, invece di cercare nuovi giacimenti".

L'attenzione di Rodari giornalista si volge anche, in modo particolare e con toni da romanzo, alle donne che affrontarono i quaranta giorni dell’occupazione con grande coraggio. Il libro, che si deve a un’idea di Ciro Saltarelli e rievoca la vicenda e i suoi protagonisti attraverso i disegni di di Silvia Rocchi, offre ai lettori immagini molto efficaci della vita dei minatori nel ventre della terra e delle loro famiglie in superficie, ponendo l'accento sui legami di solidarietà e affetti che mai si interrompono.
Fa seguito alla narrazione per immagini il testo integrale del reportage di Rodari.


Gianni Rodari, I sepolti vivi, Einaudi Ragazzi 2020

venerdì 29 aprile 2022

I doni della vita, di Irène Nemirovsky

Nata nel 1903 a Kiev in una famiglia dell’alta borghesia ebraica, sin dall’infanzia Irène, il cui nome in russo era Irina Leonidovna Nemirovskaja, fece esperienza della crudeltà e delle ingiustizie della storia umana. A tre anni si salvò da un pogrom perché la cuoca la nascose dopo averle messo al collo, per ogni eventualità, la sua croce ortodossa. Nel 1913 si trasferì con la famiglia a San Pietroburgo, di qui i Némirovsky dovettero fuggire nel 1918 a causa di una taglia posta dai soviet sulla testa del padre Léon. Dopo due anni trascorsi in Finlandia e in Svezia, la famiglia si trasferì definitivamente a Parigi. Iréne conosceva il francese tanto bene quanto il russo e in francese compose le sue opere. Scrisse di lei negli anni venti di lei il critico Henri Régnier: «Némirovsky scrive il russo in francese».

Se il libro che le diede la fama fu Suite francese, pubblicato postumo grazie alla costanza e alla vigile obbedienza delle figliolette, che custodirono attraverso le crudeltà della guerra e della persecuzione razziale la "valigia della mamma" contenente il manoscritto incompiuto del romanzo, questo I doni della vita (Les Biens de ce monde), è ugualmente opera magistrale di acume e maestria narrativa. I protagonisti sono Pierre e Agnès, giovani all'inizio della storia, ambientata in gran parte a Saint-Elme, nel Nord della Francia, anziani alla fine. I due si conoscono e si amano fin da bambini, ma la loro unione è osteggiata dalla famiglia di lui, per motivi economici e patrimoniali. Con un escamotage i giovani la spuntano e si sposano, proprio quando la prima Guerra Mondiale si abbatte sulla Francia e i suoi cittadini increduli e preoccupati: "Erano gli ultimi giorni del luglio del 1914. Non si voleva ancora credere alla guerra, ma se ne avvertiva il soffio ardente. Pierre Hardelot andava a raggiungere il suo reggimento..."

Il paese verrà raso al suolo e poi ricostruito. Pierre e Agnès avranno due figli e, nonostante le prove e i dolori che la vita riserverà loro, intatto e immutabile resterà sempre negli anni il loro affiatamento e il loro amore. Anche quando, a violare una ritrovata tranquillità e una moderata agiatezza, ecco presentarsi lo spettro di un'altra guerra, la seconda Guerra Mondiale: "troppe due guerre in una sola vita" si lamenta qualcuno, sconsolato. Anche in questo caso, scrive Irène, "la gente aspettava la guerra come l'uomo aspetta la morte: sa che non gli sfuggirà, gli sia concessa soltanto una proroga [...] ancora qualche mese di tranquillità, ancora un anno, ancora una stagione dolce e spensierata..."

E anche in questo caso ecco avanzare le lunghe carovane di profughi per le strade, ecco i paesi crollare sotto le bombe. Ecco i giorni, i mesi, gli anni da contare, come anestetizzati sia dalla paura che dal coraggio, in attesa che la carneficina finisca. I doni della vita sarà pubblicato a puntate - ironia della sorte - sulla rivista antisemita Gringoire. E solo nel 1947 uscirà per intero in un volume unico. Irène non lo vedrà. La morte l'avrà già portata con sé, ad Auschwitz, nell'agosto 1942. Anche suo marito, il moscovita Michel Epstein, "un piccoletto bruno dalla carnagione scura", trasferito a Parigi fin dal 1920 con la famiglia, cadrà vittima del lager. Resteranno le due bambine, in fuga con la loro valigia e le loro lacrime.

Irène Nemirovsky, I doni della vita, Adelphi 2009. Traduzione di Laura Frausin Guarino

giovedì 21 aprile 2022

Scaffale locale 2: Gli Statuti di Castelletto Ticino

Gli Statuti di Castelletto Ticino sono contenuti in un codice pergamenaceo di grandi dimensioni, custodito presso la Fondazione “Achille Marazza” di Borgomanero (NO) tra gli antichi manoscritti e volumi del Fondo Molli. Si tratta di una dettagliata serie di leggi e norme vergate con scrittura elegante. Sulla prima carta una miniatura raffigura Enrico VII imperatore e altre miniature e fregi ornano quasi tutte le pagine. Lo statuto, recentemente restaurato a spese del Comune di Castelletto Ticino è stato integralmente riprodotto in edizione anastatica a cura del Gruppo Storico Archeologico Castellettese. L'elegante volume in cofanetto è accompagnato da un più agile volumetto che contiene testi e studi (Andenna, Mangini, Storti e altri). Dalla storiografia più recente è stata data una particolare rilevanza allo studio dei testi statutari comunali, che costituiscono preziose fonti di indagine delle strutture sociali, economiche e giuridiche di età medievale. Gli Statuti di Castelletto Ticino, riformati nel 1340, rappresentano una delle sopravvivenze più antiche e autentiche delle consuetudini comunitarie in vigore nel libero borgo del basso Verbano. Il codice consta di 141 capitoli redatti in lingua latina
Una copia degli eleganti volumi in cofanetto è disponibile in alcune biblioteche universitarie e di conservazione.
Mangini, Bellini, Squarzanti, Storti, Editore Zeisciu, Andenna

Statuta et ordinamenta comunis et hominum loci de Castelletto, Magenta, 2019; 150 esemplari numerati. Contributi critici: Diritto, politica e società negli statuti di Castelletto Ticino di Claudia Storti. Il codice degli Statuta et ordinamente comunis et hominum loci de Castelleto riformati nel 1340 di Marta Luigina Mangini. Traduzione dei 141 articoli dello Statuto di Giovanni Viganotti.

venerdì 1 aprile 2022

Le canzoni che non suonano mai alla radio, di Royston Vince

Sarah è una bella donna, attraente e ammirata. Cresciuta in orfanotrofio, le piace evocare alcuni momenti del suo passato: le gite, le amiche, le occasioni di divertimento e di turbamento. Ricorda che in quegli anni, grazie a un'insegnante, Miss Betty, poté imparare "non solo come vivere, dormire e mangiare insieme a molte altre persone, ma anche suonare il pianoforte". Per questo può affermare che gli anni trascorsi all'orfanotrofio furono i più tranquilli e piacevoli della sua esistenza. Lì, soprattutto, avvennero il suo primo incontro e la sua amicizia con la musica e con il pianoforte, che poi sarebbero state due costanti durante tutta la sua vita.

Negli anni dell'Università Sarah amplia il suo universo musicale accogliendo fra i suoi interessi tutti i generi di musica, ma soprattutto conosce l'attrazione per i ragazzi e sperimenta una nuova dimensione, che ugualmente diverrà una costante dei suoi giorni, quella degli incontri amorosi o, per meglio dire, puramente e sbrigativamente sessuali. Sperimenta, però, anche la vera amicizia, come quella per Katherine che, pur tra alterne vicende, durerà per molti anni. Dopo la laurea, Sarah accede all'insegnamento in una scuola media femminile, ma la professione non la gratifica né dal punto di vista umano, né da quello della pratica musicale. Nemmeno dal punto di vista sentimentale la giovane donna riceve gratificazioni durature, almeno fino a quando conosce Peter, che sembra il fidanzato perfetto, anche se l'incontro con la famiglia di lui le riserva sorprese non del tutto gradite: si tratta di persone chiuse, gravate dai pregiudizi, perfino un po' razziste. Con queste premesse, inizia la sua storia insieme a Peter. Le canzoni che non suonano mai alla radio tuttavia non si conclude così, non è questo il lieto fine e il romanzo ci riserva altre sorprese.

Con Le canzoni che non suonano mai alla radio Royston Vince, musicista londinese cultore della lingua e della letteratura italiana, lancia una sfida a se stesso e ai suoi lettori: il romanzo, infatti, non è tradotto in italiano dall'inglese, come ci si aspetterebbe, ma scritto direttamente nella nostra lingua. Osserva nella prefazione Chiara Virgilio: "Scrivere nella seconda lingua parla proprio della possibilità di scorgere la sagoma di chi ancora non siamo ma possiamo diventare". Così l'autore, la protagonista del libro e i lettori si trovano accomunati dal suggerimento che l'autore vuole trasmettere: mantenere durante la vita un atteggiamento di apertura e di speranza, nonostante le cadute e le difficoltà.

Sarah narra le sue vicende in prima persona, a ruota libera, muovendosi tra passato e presente, senza censura e con molta sincerità, anche quando affronta eventi ed argomenti dubbi o negativi, oppure situazioni difficili. Narra liberamente, come si farebbe, e talvolta ancora si fa, con dei compagni di viaggio che forse non si rivedranno mai più, nelle lunghe ore trascorse fianco a fianco su un treno a lunga percorrenza o su un aereo traballante. Così, anche se la lingua talvolta inciampa un po', o qualche espressione risulta forzata, nulla della vicenda si perde e risulta alieno.

L'autore, da parte sua, progetta di ampliare il proprio progetto di amicizia nei confronti della lingua italiana - già protagonista di un bookclub e di BritaliaLive, luoghi, se pur virtuali, di discussione, di incontro e di approfondimento da lui stesso gestiti - con nuovi percorsi letterari e narrativi.

Royston Vince, Le canzoni che non suonano mai alla radio, Edizioni Progetto Cultura 2021

giovedì 31 marzo 2022

Ora dimmi di te. Lettera a Matilda, di Andrea Camilleri

Lunga lettera dello scrittore indirizzata alla nipotina di quattro anni, in cui ripercorre i momenti più significativi della sua lunga esistenza, inserendola nella storia d’Italia cui dà ampio spazio, dagli anni del fascismo ai nostri giorni. Camilleri si sofferma su episodi importanti della sua vita di ragazzino delle elementari, di adolescente del liceo e di studente universitario. Avrebbe voluto frequentare l’Università a Firenze ma, nel 1943, a causa degli eventi bellici, fu costretto a rimanere a Palermo a malincuore, perché aveva amici in Toscana che lo avevano aiutato e soccorso in una particolare circostanza. Al raduno internazionale della gioventù nazifascista nel 1942 venne esposta solo la bandiera nazista, il giovanissimo Camilleri osò fare l’osservazione ad alta voce e, all’uscita dal teatro, Alessandro Pavolini gli assestò un violentissimo calcio per cui gli fu necessario recarsi in ospedale. Quell’episodio segnò la scelta politica dello scrittore per gli anni futuri.

Terminati gli studi, il suo primo desiderio era quello di diventare lettore di italiano in una Università straniera di lingua francese, sogno negato a causa di un diverbio con l’insegnante con cui sostenne un esame importante: ebbe un voto basso, gli occorreva il massimo. Iniziò ad interessarsi di teatro, per alcuni anni visse di espedienti, come venditore di libri, fino a quando entrò in RAI per sei mesi e lì rimase fino agli anni della pensione con incarichi sempre diversi, molte soddisfazioni e sicurezza economica. Camilleri si riteneva fortunato nonostante il suo carattere difficile, la sua personalità aliena da compromessi, anche per merito della moglie Rosetta a cui era molto legato.

E venne il giorno in cui il teatro non gli bastò più, riemerse l’antica passione per la scrittura e scrisse romanzi. Nessuno però glieli pubblicava a causa della mescolanza linguistica: italiano e dialetto siciliano. Così per dieci anni. Un amico gli fece conoscere la casa Editrice di Elvira Sellerio, ci fu intesa culturale. Pubblicò il romanzo poliziesco La forma dell’acqua, protagonista Salvo Montalbano. Fu un successo, un grande successo.


Che cosa ha imparato dalla vita Camilleri? Lo scrive in poche parole: “il lupo non è cattivo, due più due non fa quattro, a volte tre, a volte cinque”. Sono queste delle espressioni simboliche che comunicano la necessità di superare gli stereotipi e di allargare la visuale del pensiero considerando la realtà in tutta la potenzialità dell’essere. Una raccomandazione rivolge alla nipotina: non giudicare gli altri in modo assoluto, si può sempre sbagliare. E’ bello avere un ideale e sostenerlo, ma è opportuno confrontarsi anche con le idee altrui. Che cosa dice la nipotina al nonno? E’ un loro segreto. Il romanzo termina con il titolo Ora dimmi di te.

Anna Maria Pastore

Andrea Camilleri, Ora dimmi di te. Lettera a Matilda, Bompiani 2018


Per Mario Lodi 3. Favole di pace

Ed eccoci ancora qui a parlare di pace, un'utopia o, meglio, una realtà fondamentale, per gli esseri umani e la terra tutta, che pensavamo ormai acquisita. Ma il genere umano non si comporta quasi mai in modo razionale e fraterno. Leggiamo allora, ancora, queste quattordici storie, in prosa e qualche volta in rima, di Mario Lodi che raccontano la pace e ripudiano la guerra. Il libro è scritto con caratteri ad alta leggibilità, che è un modo concreto di creare accoglienza per tutti. 

Che cosa raccontano queste storie? Cose importanti, ma anche allegre e sorridenti. Ne "Il cambiateste", ad esempio, incontriamo un chirurgo che si rifiuta di usare la prodigiosa macchina cambiateste a fini di guerra e la distrugge. La storia di Antenna è una storia di riciclo, un po' triste a un certo punto, ma ricca di speranza. Incontriamo poi un lupo per nulla malvagio, amico dei bambini e amante della libertà. 

Ne "La strabomba", c'è Padron Palanca che nella sua strafabbrica costruisce appunto "la strabomba e poi aerei, carri armati, fucili e tutto quello che occorre per fare una grande guerra. E vende tutto al re per cento stramilioni. Il giorno della guerra il popolo, in piazza, guarda sul maxischermo il re e il generale Palanca". Arriva l'ordine di sganciare la strabomba su una città dove c'è gente che lavora e bambini che giocano. Il pilota non pensa che quelli siano "i nemici". Nonostante gli ordini del re, sempre più furente, non sgancia la bomba e segue la volontà del popolo e dei soldati a terra che gridano tutti insieme a gran voce: "NO!". Ecco: ora sappiamo che cosa dobbiamo fare anche noi. 

Mario Lodi, Favole di pace, Edizioni Terrasanta 2020. Disegni di Desideria Guicciardini

mercoledì 23 marzo 2022

Casa di luna, di Eleonora Bellini e Maria Mariano

Tina e Renato, sorellina e fratellino, trascorrono il lungo tempo delle vacanze costruendosi una casetta di cartone sul balcone. Ci mettono tutto ciò che necessita: la porta, le finestre il tetto rosso, il fumo nero che esce dal camino e, su in alto, la luna appesa a un filo. Quando si fa sera i due piccini entrano in casa dove i loro comodi lettini li attendono. Ma c'è qualcuno che non ha la casa: è l'uomo solo, il senzatetto della stazione.

I bambini devono sentirsi sicuri nelle loro case, reali o per gioco, ma come spiegare loro che non per tutti è così? Questa storia in rima prova a farlo, con delicatezza e attenzione. Chi acquista l'albo può richiedere all'editore una scheda guida che aiuta gli adulti a parlare ai più piccoli di "cose difficili". 

Ha scritto Pino Boero: "Poesie e filastrocche, romanzi e saggi hanno accompagnato l'attività di Eleonora Bellini e le hanno consentito di guardare con maggior attenzione al mondo della produzione e dell’editoria per bambini e ragazzi: in questo albo è la storia brevissima in versi di Tina e Renato che costruiscono, per giocarci, la loro casetta di cartone e forse non sanno che qualcuno da un’altra parte nel cartone ci dorme davvero… Ancora una volta impegno e leggerezza “viaggiano” insieme…"

Eleonora Bellini e Maria Mariano, Casa di luna, Edizioni il Ciliegio 2019

Quarantena, di Petros Markaris

Torna in questi racconti il commissario Kostas Charitos, costretto ad indagare anche in tempi di corona virus e di quarantena. Chiuso in casa, deve collegarsi con l'ufficio mediante computer, videochiamate e riunioni virtuali; tutte cose che gli sono estranee e gli causano ansia. Per fortuna, sua moglie Adriana è diventata un'esperta di collegamenti a distanza, che ha imparato ad attivare per necessità, volendo ogni giorno vedere, pur in modo virtuale, il nipotino. Nei sette magistrali racconti di questo libro non vi sono però solo le indagini del commissario. Troviamo i “tre caballeros”, tre senza tetto dai classici nomi di Socrate, Pericle e Platone, costretti a scovare a fatica qualcosa da mangiare con l'accattonaggio e la ricerca nei cassonetti della spazzatura. La Grecia, vittima della dittatura finanziaria del 2015 e già impoverita, ha ricevuto un'ulteriore batosta a causa del virus: tanti hanno perso il lavoro e con esso la casa. Tra costoro troviamo Cosmàs e Dimos che, costretti a vivere in strada, per una fortunata coincidenza sperimentano la solidarietà di un vecchio mobiliere, profugo in Grecia in tempi lontani. C’è poi Fanis Paradakos, appassionato di pittura negli anni giovanili, ma divenuto economista per obbedienza al padre. Ha fatto fortuna con un'attività alberghiera che però il coronavirus ha messo in crisi. Fanis allora, per diporto, torna all'antica passione e comincia a dipingere mascherine... L'universo di Markaris, affascinante come sempre, ci offre ritratti e momenti di vita vera in cui la solitudine si mescola all'amicizia, la tristezza alla gioia, il presente ai ricordi e alla nostalgia, la paura alla speranza.

Petros Markaris, Quarantena, La nave di Teseo 2021. Traduzione di Andrea Di Gregorio

martedì 22 marzo 2022

Le otto montagne, di Paolo Cognetti

Paolo Cognetti scrive sulla sovra copertina del libro: “Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quando ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni quando la gente mi chiedeva di cosa parla, io rispondevo sempre: di due amici e di una montagna. Sì, parla proprio di questo.” Gli amici sono Pietro e Bruno; la montagna è il Grenon in val D’Ayas, attorno al paese di Grana. Cognetti è cresciuto in una famiglia amante della montagna, loro venivano da Lonigo e amavano le Dolomiti ma, essendosi trasferiti a Milano, lo sguardo di tutti i giorni li ha portati prima sulle montagne lombarde e poi sul monte Rosa.

MONTAGNA D’INFANZIA

Nell’estate del 1984, durante le ferie estive la famigliola approda a Grana, dove affitta una porzione di casa situata in una corte attorno ad un abbeveratoio. Rimangono per il momento madre e figlio; Pietro, gironzolando per il paese, vede un ragazzo che porta le mucche al pascolo ma pur sollecitato dalla madre a fare amicizia, se ne sta per suo conto. Un giorno, rientrando a casa, trova quel ragazzo seduto in cucina a conversare con la sua mamma. Tra i due inizia la conoscenza. Durante le giornate vanno a rovistare nelle case abbandonate, smuovono una macina, esplorano un edificio che un tempo era una scuola. E il mese di luglio va che è una meraviglia. Ad agosto arriva il papà di Pietro e incominciano le salite in montagna, su sentieri e pietraie, a volte solo loro due qualche volta anche con Bruno. In famiglia ognuno aveva le sue quote: la mamma i 1500 metri, lui i 2000, il padre le alte quote, 3000 e più. Pietro non è affascinato dalle vette, preferirebbe che la meta delle passeggiate fosse un alpeggio o un torrente. L’amicizia tra i due ragazzi è rinsaldata anche dall’affetto dei genitori di Pietro verso Bruno. Nel più bello dell’estate si viene a sapere che Bruno non ha terminato la prima media. Ciò mette in allarme la famiglia milanese, in particolare la mamma, che propone di discutere del problema con la famiglia di Bruno per far conseguire la licenza di terza media al giovane valligiano. Ma si pone poi la possibilità di una scuola superiore. Dopo un approccio apparentemente benevolo verso la questione, in cui pare che gli zii di Bruno siano condiscendenti alle proposte della famiglia dell’amico, questa s’imbatte nel padre di Bruno che non vuole sentire storie di scuole ed istruzione e anzi prende a pugni il padre di Pietro. Per un paio d’anni i due ragazzi non si frequenteranno più.

LA CASA DELLA RICONCILIAZIONE

Con chi si deve riconciliare Pietro? Deve riconciliarsi con il padre che è mancato all’improvviso e gli ha lasciato in eredità un pezzo di terra con un rustico su in alta montagna in una posizione difficile da individuare. Comunque ci sono i documenti, di non facile consultazione, ma Bruno è al corrente di tutto. E’ il mese di aprile quando i due amici salgono a vedere il posto: Pietro ansima perché non è più allenato e si guarda attorno, attento alla natura che sta per destarsi alla primavera, ma qua e là ci sono ancora chiazze di neve, e terreno fradicio, e piante divelte per effetto di una frana caduta durante l’inverno. All’interno del rudere ereditato è cresciuto un piccolo pino cembro, il pianoro è bello e il laghetto è poco distante. Pietro pensa a suo padre e all’amico Bruno. La montagna è un sapere, è educativa, ed è questo il vero lascito di suo papà. Il distacco adolescenziale dal padre, causato dal carattere spigoloso dell’uno e dall’orgoglio eccessivo dell’altro, sarà sanato attraverso la costruzione di una casa-baita con il valido aiuto dell’amico ritrovato. Nelle estati in cui Pietro andava all’estero alla ricerca di occasioni nel mondo del cinema, Bruno rimpiazzava la lontananza di Pietro aiutando, facendo amicizia, chiedendo consigli al papà dell’amico milanese, che non aveva mai disertato la val D’Ayas, anzi aveva fatto altre e più impegnative escursioni ed esplorazioni. E’ il mese di giugno e i due iniziano la costruzione su alla “barma drola” la pietra strana, la pietra bianca, secondo il progetto del papà, utilizzando anche quel che restava del cascinale addossato al grande masso. E’ un processo di avvicinamento di Pietro a suo papà, lui che aveva sfuggito le case per tutta la vita ma inseguiva il desiderio di costruirne una lassù, su quel pianoro battuto dalle slavine! Gli era mancato il tempo, sarebbe dunque toccato al figlio realizzare il progetto attraverso il lavoro da muratore di Bruno con l’aiuto di manovalanza del figlio. L’amicizia tra i due giovani e qualche escursione sulle vette poco distanti dal luogo del lavoro caratterizzano quei mesi. Lassù sulle cime c’è sempre una croce, sotto la quale c’è spesso una cassettina contenente il quaderno delle firme. La firma del padre, GIOVANNI GUASTI, non manca mai, con la dicitura: Fatta anche questa! Pietro comprende solo ora il padre, attraverso la fatica, i dettagli delle istruzioni, le cartine e le mappe che trova in casa e l’affetto dell’amico. Anche con la mamma c’è più dialogo e questa volta da parte di entrambi.

INVERNO DI UN AMICO

Questa terza parte è la più complessa: esaltazione dell’amicizia, amore per la montagna, gioie, dolori, partenze, arrivi improvvisi caratterizzano le vicende dei protagonisti e dei familiari. Tre figure femminili hanno rilievo accanto ai protagonisti: la mamma di Pietro, sempre presente, Lara ed Alice persone importanti nella vita di Bruno. La montagna è dominante, non solo il Grenon e il Monte Rosa ma anche l’Himalaya. Pietro si trova in Nepal ed è lì che avviene la scelta del titolo del romanzo “ Le otto montagne”. Incontra un nepalese che, bastoncino alla mano, disegna per terra un cerchio il cui centro è il Monte Sumeru, attorniato da otto montagne e da otto mari. E’ un simbolo per quelle popolazioni. Nel cuore di Pietro il centro è la casa, la baita costruita con Bruno su in montagna, dove d’estate incontra altri amici che salgono dalla pianura padana con i quali discute di ideali difficili da realizzare: vita in comune, consumismo limitato, possibilità di ristrutturare case abbandonate in villaggi ecologici. Bruno, che ha iniziato l’attività di allevatore e produttore di formaggio, è l’unico che, pur nelle difficoltà, e talora nelle grandi difficoltà, sta tentando di realizzare ciò che gli amici di Pietro teorizzano. Bruno ha conosciuto Lara che si è trasferita su in montagna a lavorare con lui; al sodalizio lavorativo si è aggiunto anche quello affettivo ed è arrivata anche una bimba: Alice. Bruno fa scelte d’amore e di lavoro molto generose ma molto azzardate. Si espone troppo con i prestiti alle banche. Pietro va sull’Himalaya per girare documentari nei villaggi dove si costruiscono scuole o ospedali. Ha interiorizzato di quei luoghi un’immagine colorata visibile nei panni di preghiera multicolori che lui stende fuori, sul prato antistante la casa baita. E alla domanda di Bruno: “Com’è l’Himalaya?” Pietro risponde: “Quello è il tempio originale, le Alpi sono monumenti crollati”. Pietro avverte il disagio di Bruno, ma ciò che è detto è detto. Mai come in questo momento Bruno avverte le insidie cattive dell’ambiente di montagna e l’azzardo di aver tutto lì: casa, lavoro, famiglia. Di nuovo poi ognuno va per la propria strada: chi in Nepal, chi in val d’Ayas. La mamma, la signora milanese impegnata nel volontariato, aggiorna il figlio di ciò che accade a Bruno, a Lara, alla piccola Alice, per lettera. Una di queste allarma Pietro che telefona a Bruno e decide di tornare un po’ a Grana. Lascia Katmandu a fine ottobre e a novembre piomba in valle, dove è già inverno. L’incontro con Bruno non è positivo, i due amici passano le giornate a far legna e di sera stanno in silenzio davanti alla stufa. Pietro crede di aver fatto un viaggio inutilmente e se ne torna via. Anche Lara torna suoi passi, con la piccola Alice raggiunge la casa dei genitori e riprende il lavoro all’alberghetto; lascia solo Bruno in montagna senza più l’azienda, perché fallita. Questi non ha più nulla e chiede a Pietro di usufruire della baita su alla barma drola, dove i due amici si rivedono ancora e Pietro invita in modo pressante l’amico a scendere a valle, c’è già stata l’avvisaglia di una valanga caduta vicino a casa. Il montanaro non sente ragioni e afferma “questa montagna non mi ha mai fatto male”. Così si va verso l’epilogo, drammatico ed eroico. Nell’inverno 2014 sulle Alpi occidentali c'è una nevicata eccezionale e mentre Pietro è in Nepal viene raggiunto da una telefonata di Lara: Bruno è introvabile. I cugini sono saliti a cercarlo ma non si vede più neppure la casa, tanto è alta la neve e non ci sono neppure gli sci. Il soccorso alpino ha perlustrato la zona inutilmente. Forse Bruno l’avrebbero trovato col disgelo. Sarebbe spuntato in qualche canalone in piena estate. A Pietro… “non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.”

Anna Maria Pastore