"Sempre
più spesso le donne friulane e le bábuške cosacche si
ritrovavano fra di loro, nelle piccole botteghe, nella latteria, alla
fontana e scambiavano qualche faticosa e deformata parola sulla
guerra e la difficoltà di riuscire a levarsi la fame tutti i giorni.
Gli argomenti erano sempre gli stessi, e sembravano obbligati come i
binari di un treno. - Ma quanto durerà questa guerra? Quanto?".
Il
Friuli e in particolare la Carnia di questo romanzo di Sgorlon sono
quelli del periodo compreso tra il settembre 1943 e l'aprile del
1945, tra l'armistizio e la fine della guerra.
Le truppe
naziste hanno invaso la regione, contrastate dalle formazioni
partigiane che operano in clandestinità nei boschi e sui monti.
Anche altro succede, però, in quel periodo, nella zona, un
evento poco conosciuto, ma di grande rilevanza storica e umana: si
installa in Carnia il popolo dei Cosacchi fuggiti dalla madre Russia
perché ostili a Stalin. Il trasferimento è favorito dai tedeschi,
che hanno indirizzato in Carnia quei fieri abitanti delle steppe con
la promessa che avrebbero trovato lì una nuova patria. Alleati della
Germania nazista, i Cosacchi vagheggiano, ancor più della nuova
patria, il sogno di riconquistare la grande patria russa,
sottraendola ai “rossi”.
Già
insediati in Polonia, i Cosacchi, insieme alle loro famiglie, agli
oggetti di casa, agli animali tra i quali stupendi cavalli, qualche
cammello, qualche dromedario, vengono trasportati in Carnia in treno.
Sono oltre ventimila. Dapprima vivono nelle tende, poi, pian piano,
si installano nelle case e convivono, talvolta con diffidenza
reciproca, talaltra in armonia, insieme agli abitanti del luogo.
A
casa di Marta, nella bella villa già della signora Esther scomparsa
senza lasciar detto nulla, forse deportata perché ebrea, vivono
Anita, sorella di suo marito disperso in Russia e Ahah, vecchio
zingaro scampato alla deportazione. A loro si aggiungono il giovane
Ghirei, di carattere impetuoso e aperto, Gavrila Ivanovic Bakazov,
elegante e raffinato colonnello, Urvàn, militare attratto da Marta,
il piccolo Luca, cuginetto di Ghirei, e la sua nonna Dunaika. La vita
quotidiana si svolge tranquilla, nella comoda grande casa. Le donne
cucinano, ciascuna per i suoi, e le giornate trascorrono in pace.
All'armonia generale contribuisce molto il fatto che Marta parli il
russo.
In
questa atmosfera, ancora indenne dagli orrori che le guerre portano
sempre con sé, la donna riflette su se stessa e sul fatto che lei
"non arrivava, nemmeno mettendoci ogni buona volontà, al
concetto di nemico, ed era un po' la stessa cosa del suo non riuscire
a capire la guerra. Essa seguitava a essere per lei una strana
irrealtà, una favola oscura e sanguinosa, che prendeva corpo nel
mondo per chissà quali ragioni ribalde e rovesciate". I nemici
di ieri - inglesi, francesi, russi, americani - sono ora cambiati in
alleati e i nemici di oggi sono altri, gli ex alleati tedeschi. Anche
per questo, Marta non riesce ad afferrare i concetti di guerra e di
nemico, estranei e incomprensibili alla sua mente.
Quei
Cosacchi, i nemici di oggi, sono anch'essi vittime di guerra tanto
quanto Arturo, suo marito, non più tornato dalla campagna di Russia
e, infatti, in pochi mesi, il loro tragico e ineluttabile destino si
compirà tragicamente, dopo la disfatta della Germania nazista. Con
l’avanzata alleata in Italia, i Cosacchi della Carnia sono
costretti alla ritirata. Caduto il loro sogno iniziale di poter
riconquistare la Russia sottraendola ai "rossi" e poi
quello di aver trovato una nuova patria lontana da casa, i Cosacchi
di Carnia si dirigono verso l’Austria per arrendersi alle truppe
inglesi. Ma il loro spirito indomito e libertario, la vergogna per
essere stati beffati e traditi spingono molti di loro a gettarsi, con
le loro donne e i loro figli, nelle gelide acque della Drava per
evitare di essere consegnati all'Armata Rossa.
Nella
grande casa rimangono in pochi, Marta con Ivos, suo antico amore
divenuto poi il capo partigiano Vento, Augusta e il bambino, Ghirei e
il vecchio zingaro Ahah. Rimangono con la certezza che ora, per
quanto difficile, c'è un futuro da costruire, nella consapevolezza
antica che ogni superstite di guerra custodisce in sé, ma anche con
la consapevolezza nuova di essere, finalmente, a casa. Sgorlon in
questo romanzo narra l'invasione del suo Friuli sotto specie di
“epopea delle vittime”, salvando però dalla distruzione e dalla
disperazione l'innocenza e l'amore.
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| C. Sgorlon, L'armata dei fiumi perduti, Mondadori 1985 |