Gran Bretagna, maggio 2119. Thomas Metcalfe, accademico e studioso di letteratura del periodo 1990-2030, da tempo si dedica alla ricerca del poemetto Corona per Vivien, scritto dall'acclamato poeta Francis Blundy per sua moglie e letto per la prima volta in pubblico in occasione del compleanno di lei, nell'ottobre 2014. Dopo quella data, del poemetto si è persa ogni traccia, ma Thomas confida di poterlo trovare, grazie anche alle ampie notizie di stampa e al mito che, attorno a quei versi, si è costruito nel tempo.
Un tempo e un mondo molto diversi da quelli di Francis e Vivien. La Terra è passata attraverso il Grande Disastro, che l'ha profondamente cambiata. Le inondazioni e l'innalzamento dei mari hanno spazzato territori, paesi e città costiere, cancellando edifici, strade, ferrovie, coltivazioni e uccidendo gran parte della popolazione. Le zone abitabili e abitate della Gran Bretagna sono divenute isole, che comunicano tra loro e si possono raggiungere solo per via d'acqua; molte specie animali si sono estinte; la biblioteca Bodleiana di Oxford è stata spostata sulle pendici del Monte Snowdon, nel Galles, e la città di Glasgow è stata ricostruita sulle alture scozzesi.
I discendenti dei superstiti del Grande Disastro vivono in modo molto più povero, sia materialmente che spiritualmente, di quanto vivessero i loro antenati nel secolo precedente: "... mancava qualcosa di radicalmente nuovo o di interessante capace di provocarci o di incoraggiare scoperte. Se il passato non ci aveva annientati, ne eravamo comunque terrorizzati. Il nostro traguardo più alto era non essere in guerra. Non bastava raccontare a noi stessi che adesso i mari erano più puliti e la vita vi stava facendo ritorno, e che le nostre isole sotto la luce giusta apparivano belle e lussureggianti. Tutto questo non dipendeva da un comportamento virtuoso. Era il risultato del crollo della civiltà. Ogni volta che gli esseri umani si fanno da parte, il resto del mondo vivente torna pian piano a fiorire" (p. 117).
Thomas e Rose - collega, moglie, amica - nonostante tutto ciò, amano profondamente la letteratura di quello squarcio di anni, il tempo di Francis Blundy, pur consapevoli che "il talento di quegli anni per l'autodistruzione non aveva rivali. Tanto da trascinare nel baratro pure il futuro"(p. 118). Inoltre, chi guarda a quegli anni dal futuro, specialmente i giovani studenti convinti che i terrestri del secolo precedente fossero "una banda di selvaggi sterminatori rozzi e ignoranti", non ha interesse per la storia - ormai chiaramente non più magistra vitae -.
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| I. McEwan, Quello che possiamo sapere, Einaudi 2925. Trad. di S. Basso |
La recensione completa si legge su UTOPIA21, rivista on line, al link Recensione McEwan def.pdf - Google Drive








