giovedì 12 febbraio 2026

Quando la poesia impedisce la seconda morte, recensione di Nadia Cavalera a Poesie per Gaza

Poesie per Gaza, l’antologia a cura di Eleonora Bellini e Caterina De Nardi, e a cui ho partecipato anch’io (on line da agosto, ma distribuita in cartaceo solo in questi giorni), non è un libro “sulla guerra”. È un libro dentro la guerra, e soprattutto contro l’anestesia che la guerra, quando si prolunga e si normalizza, produce nelle coscienze. La sua utilità non va cercata nell’originalità dei singoli testi, né in una supposta “qualità media” – criterio inadeguato quando si ha a che fare con un coro – ma nella funzione che l’insieme svolge: trattenere la storia mentre scivola verso l’oblio amministrato.

La prima evidenza, quasi brutale anche se scontata, è lessicale. La parola che domina l’intera raccolta è Gaza. Non come metafora, non come simbolo, ma come luogo insistito, ripetuto, inchiodato. Ripeterne il nome è già un gesto politico: opporsi alla strategia più efficace del potere contemporaneo, che non è la censura ma la saturazione. Gaza, ripetuta, non diventa rumore: diventa ancoraggio. Non permette il passaggio oltre.
Subito dopo Gaza, il campo semantico si restringe drasticamente: bambini, madri, sangue, polvere, macerie, cielo, pane, fame, silenzio. È un lessico primario, quasi elementare. Questa povertà apparente è in realtà una scelta precisa: davanti a un evento estremo, la lingua rinuncia all’astrazione e torna alla sopravvivenza semantica. Qui la poesia non vuole spiegare, vuole far restare.
La sintassi lo conferma. Prevale la paratassi, la frase breve, l’ellissi, l’accumulo. Le anafore (“Mamma…”, “Silenzio…”, “Dove sei Palestina?”), le litanie funebri, gli elenchi ossessivi non sono stilemi ornamentali, ma forme del trauma. La lingua non costruisce architetture complesse perché l’esperienza che tenta di dire è una sequenza di colpi: succede questo, poi questo, poi questo. La poesia registra, come un corpo ferito.
In testi come Notte di Carmela Ippolito, la catena “Mamma – Silenzio – Fumo – La morte” non descrive l’orrore: lo fa accadere nella lingua. In Una scheggia impazzita di Mariella Balla, la frantumazione sintattica – No! la gamba non sento più la gamba… Qualcosa sotto i denti… Sangue” – mima lo shock, non lo rappresenta. La forma qui non abbellisce: testimonia.
Accanto al grido, c’è la cronaca lirica. Testi come Solo polvere di Tiziana Bra o Farina e fumo di Eleonora Bellini mostrano che la poesia, quando vuole essere storica, non ha bisogno di grandi immagini, ma di oggetti esatti: la polvere negli occhi, il peso di un sacco di farina, la fila per il cibo, i droni che “danno la caccia”. Bellini scrive: “Non so dirle nemmeno quanto pesa un sacco di farina / in braccio ad un bambino”.
Qui la poesia tocca un punto decisivo: la guerra come gestione della fame, come controllo del corpo attraverso la logistica.
Il pane – o la sua assenza – ricorre ossessivamente. In Cersosimo, la distribuzione del cibo diventa trappola; in Fiordalisi, promessa fragile (“forse domani troveremo del pane”); in De Vita, la farina è mescolata al sangue e al fango. Il campo semantico del nutrimento è centrale perché Gaza, in questa raccolta, non è solo bombardamento: è amministrazione della sopravvivenza.
Le immagini dominanti – cielo, polvere, sudario, macerie – formano un alfabeto condiviso. Il cielo è quasi sempre ostile: basso, nero, di piombo, “nero-fumo di bombe”. Non consola, non protegge. In Loretta Liberati compaiono “stelle omicide”: il cosmo stesso è contaminato. È una cosmologia capovolta, dove la verticalità non salva più.
E tuttavia, dentro questa materia pesante, la raccolta non rinuncia all’etica. La parola genocidio compare esplicitamente, senza eufemismi. Daniela Larosa scrive: “Genocidio, diamo un nome all’orrore”.
Questa insistenza nominale è fondamentale: nominare non è slogan, è atto di responsabilità linguistica. Ecco perché nel mio testo, tramite la voce di un bambino, smaschero l’intero apparato discorsivo adulto e denuncio non solo la violenza, ma il linguaggio che la copre: “difesa”, “complessità”, “danni collaterali”: “Ci chiamano ‘danni collaterali’… / Ma io non capisco.” Nella speranza che la poesia non interpreti, ma demolisca.
Un altro asse forte è quello dell’indifferenza. In Aino, Gaza è “mausoleo dell’indifferenza”; in Casolaro, il grido che entra nelle orecchie obbliga a scegliere: o ascolti, o sei aguzzino. Non c’è neutralità. L’antologia costruisce così una vera e propria etica dell’ascolto: chi non sente, partecipa.
Letta come insieme, Poesie per Gaza funziona come un tribunale senza giudici. Non emette sentenze giuridiche, ma chiama in causa. Interroga chi legge: dove sei mentre accade? Che lingua usi? Che silenzio pratichi?
La sua utilità, allora, non è estetica in senso stretto. È storica. Questo libro serve a impedire la seconda morte: quella che arriva quando i corpi diventano numeri, quando la sofferenza diventa sfondo, quando la parola “guerra” perde peso. La poesia qui non salva, ma resiste all’amnesia.
In tempi in cui tutto spinge a voltare pagina, Poesie per Gaza fa un gesto elementare e radicale: non gira lo sguardo. E costringe chi legge a decidere se restare, o diventare statua di sale.

(Recensione del 25 gennaio 2026, tratta dalla pagina Facebook di Nadia Cavalera)

Poesie per Gaza. La poesia testimonia la storia, LFAPublisher 2025

venerdì 6 febbraio 2026

Carol Rama. Il disegno prescritto, a cura di Fabrizio Parachini

Dal Comunicato Stampa di un Premio di Poesia e di Traduzione Poetica nell'anno felice in cui la cerimonia di premiazione coincise, come spesso avvenne, con una importante mostra d'arte e il suo, snello, catalogo. A Borgomanero provincia di Novara. Aggiungo in calce una, doverosa, considerazione finale.

"Si assegna sabato 1 ottobre alle ore 16,30 presso il Salone d’Onore della Fondazione Achille Marazza la decima edizione del Premio Nazionale di Poesia e Traduzione Poetica “Achille Marazza”. Scorrendone l’albo d’oro troviamo nomi importanti della poesia e della letteratura italiana contemporanee. Tra tutti ricordiamo qui: Dante Isella, Paolo Bertolani, Giovanni Giudici, Giuseppe Bevilacqua, Roberto Mussapi, Agostino Lombardo, Giuseppe E. Sansone, Ariodante Marianni, Massimo Bacigalupo, Alessandro Fo. Ugualmente prestigiosa è la giuria del premio (composta, oltre che da Pier Luigi Pastore presidente della Fondazione, da Carlo Carena, Franco Contorbia, Ernesto Ferrero, Lorenzo Mondo, Sergio Pautasso) che ha designato vincitori dell’edizione 2005 Edoardo Sanguineti per l’opera Mikrokosmos, Feltrinelli Editore e Franco Buffoni per la traduzione di Poeti romantici inglesi, Mondadori Editore.

Edoardo Sanguineti, nato a Genova nel 1930, laureatosi all’Università di Torino con Giovanni Getto è poeta, drammaturgo, critico, saggista. Docente di letteratura alle Università di Torino, Salerno e infine a Genova, la sua attività continua fino ad oggi, impegnata in una battaglia culturale iniziata con l’esperienza avanguardistica degli anni Sessanta. Insieme ad Angelo Guglielmi e ad Alfredo Giuliani, Sanguineti fu infatti il teorico più famoso del Gruppo 63.

Franco Buffoni, nato a Gallarate nel 1948, vive a Roma ed è docente di Letteratura Inglese all’Università di Cassino. Poeta, critico e traduttore ha pubblicato numerose raccolte di poesia, tra le quali di maggior spessore e importanza è la recente Il profilo del Rosa (2000). Ha fondato e diretto l’importante rivista di letteratura comparata, Testo a fronte.

Nello stesso pomeriggio si inaugura alle ore 18 la mostra personale di Carol Rama dal titolo “Il disegno prescritto”, ideata e curata da Fabrizio Parachini: "Carol Rama è un’artista che non ha bisogno di presentazioni: in questi anni si sono moltiplicati, con esposizioni, pubblicazioni e premi, i riconoscimenti internazionali al valore del suo lavoro. Sono da citare solo a esempio le mostre nel 1998 allo Stedelijk Museum di Amsterdam e all’Institute of Contemporary Art di Boston; il Leone d’oro alla carriera alla Cinquantesima Biennale Internazionale d’Arte di Venezia nel 2003 e le Mostre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, al MART di Rovereto e Trento, al Baltic Museum di Newcastle, all’Ulmer Museo di Ulm e presso la Galerie del Taxispalais di Innsbruck nel 2004. L’esposizione, attraverso tecniche miste (inchiostri, oli, acquerelli, collage su tela e carta), disegni e incisioni realizzate dal 1983 a oggi, vuole mettere in evidenza un aspetto molto importante del lavoro dell’artista: l’utilizzo di supporti pre-figurati e pre-scritti come base, in un qualche modo necessaria e decisiva, per l’ottenimento di un’opera il cui aspetto finale sia chiaramente unitario e armonico, ma contemporaneamente capace di svelare l’intima complessità che nasce dalla messa in gioco di emozioni e pensieri spesso profondamente conflittuali. I segni che Carol Rama fa scaturire dalla propria memoria personale si incontrano sulla carta con quelli preesistenti, tracce di storie altre sopravvissute al tempo, per generare pagine di racconti figurali allo stesso tempo fantastici e concreti, ironici e poetici. Come sempre un’attenzione particolare verrà data al rapporto tra l’artista e la scrittura, in questo caso rappresentato dal sodalizio con il poeta Edoardo Sanguineti le cui poesie e i cui testi hanno intelligentemente e affettuosamente accompagnato le opere di Carol Rama a partire dagli anni Sessanta fino a oggi".

La mostra poneva l'accento sul collegamento originale e originario tra scrittura e arte dell'artista torinese. Scriveva Parachini nel testo introduttivo al catalogo: "In molte opere e in diversi periodi, Carol Rama ha coniugato i propri interventi pittorici a parti prestampate e/o a oggetti cercati o trovati. Si può trattare di un fax con il testo di una poesia (di Sanguineti naturalmente) così come di vecchi progetti industriali o architettonici oppure di tele e gomme ritagliate e utilizzate nelle parti impresse con marchi e scritte commerciali".

Questa mostra, così come le altre che la precedettero e la seguirono, fu possibile grazie alla sinergia e alla comunione di intenti tra il curatore, la presidenza (Pier Luigi Pastore) e la direzione (Eleonora Bellini) della Fondazione. Ho ritenuto utile ricordare qui il catalogo e l'evento, dato che l'archivio digitale e il blog che documentava, anche con articoli di stampa e fotografie, iniziative ed eventi, bibliografie e consigli di lettura, non sono più disponibili on line per decisione dell'attuale dirigenza della Fondazione stessa. A chi volesse studiare questi aspetti dell'attività di un'importante istituzione quale "la Marazza" consiglio di consultare l'archivio cartaceo corrente inerente attività, manifestazioni, convegni, contatti e scambi culturali pregressi della Fondazione stessa. Ritengo comunque un dovere documentare quanto mi è possibile in questo spazio tutto personale e in questo "luogo non giurisdizionale" come direbbe Caproni.


La copertina del Catalogo

Al link che segue sono presenti notizie su un discreto numero delle esposizioni d'arte della FONDAZIONE ACHILLE MARAZZA - exibart.com


giovedì 5 febbraio 2026

Oscar e io e quella volta che..., di Maria Parr

In un villaggio norvegese sulla cima di una collina, c’è sempre la grande casa rossa, un po’ sghemba, nient’affatto perfetta, in cui vivono Ida, Oscar e i loro genitori. La vita e gli affetti scorrono come al solito, tra alti e bassi, euforie e delusioni, ma qualcosa è cambiato: i bambini sono cresciuti. Oscar ha iniziato la scuola e Ida ormai frequenta la classe quinta. Alcune cose non le appaiono più come prima. Forse. Prendiamo il caso di Bums, un peluche elefante che ogni venerdì una ragazzina o un ragazzino, estratto dal maestro, può portarsi a casa, documentando, con testi e disegni, come Bums ha trascorso il fine settimana in loro compagnia. Ida ha sempre accolto con gioia la possibilità di essere estratta, anche per Oscar, che adora quel piccolo elefante. Ma quest’anno in classe non c’è più tanto entusiasmo perché, per alcuni, documentare sul quadernone le prodezze di Bums si è trasformato in un compito in più, altroché avventura in compagnia! Così anche Ida, felice dentro di sé di essere estratta anche questa volta, frena il sorriso spontaneo che le sta sbocciando sulle labbra e, come i compagni, alza gli occhi al cielo, quasi con fastidio. 

Anche questo secondo libro che ci racconta avventure ed esperienze di vita di Ida - voce narrante della storia -, del fratellino Oscar, della famiglia, degli amici e compagni di scuola conferma la felice dote di Maria Parr nel presentare ai lettori sentimenti, gioie, tristezze e rabbie dell’infanzia in modo profondo e coinvolgente, trasmettendo quello stupore e quell’autenticità che contraddistinguono il vissuto delle bambine e dei bambini che ogni giorno crescono un po’ e divengono pian piano consapevoli di sé. Bums rappresenta la contraddittoria voglia di restare nel nido delle rassicuranti coccole e abitudini di sempre - il nido delle favole - ma anche un segnale, un anticipo dei cambiamenti che si annunciano e che verranno - il richiamo della realtà.

La recensione si legge per intero su Mangialibri, qui Oscar e io e quella volta che... | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

M. Parr, Oscar e io e quella volta che..., Beisler 2025, trad. Alice Tonzing 

martedì 3 febbraio 2026

Quello che possiamo sapere, di Ian McEwan

Gran Bretagna, maggio 2119. Thomas Metcalfe, accademico e studioso di letteratura del periodo 1990-2030, da tempo si dedica alla ricerca del poemetto Corona per Vivien, scritto dall'acclamato poeta Francis Blundy per sua moglie e letto per la prima volta in pubblico in occasione del compleanno di lei, nell'ottobre 2014. Dopo quella data, del poemetto si è persa ogni traccia, ma Thomas confida di poterlo trovare, grazie anche alle ampie notizie di stampa e al mito che, attorno a quei versi, si è costruito nel tempo. 

Un tempo e un mondo molto diversi da quelli di Francis e Vivien. La Terra è passata attraverso il Grande Disastro, che l'ha profondamente cambiata. Le inondazioni e l'innalzamento dei mari hanno spazzato territori, paesi e città costiere, cancellando edifici, strade, ferrovie, coltivazioni e uccidendo gran parte della popolazione. Le zone abitabili e abitate della Gran Bretagna sono divenute isole, che comunicano tra loro e si possono raggiungere solo per via d'acqua; molte specie animali si sono estinte; la biblioteca Bodleiana di Oxford è stata spostata sulle pendici del Monte Snowdon, nel Galles, e la città di Glasgow è stata ricostruita sulle alture scozzesi.

I discendenti dei superstiti del Grande Disastro vivono in modo molto più povero, sia materialmente che spiritualmente, di quanto vivessero i loro antenati nel secolo precedente: "... mancava qualcosa di radicalmente nuovo o di interessante capace di provocarci o di incoraggiare scoperte. Se il passato non ci aveva annientati, ne eravamo comunque terrorizzati. Il nostro traguardo più alto era non essere in guerra. Non bastava raccontare a noi stessi che adesso i mari erano più puliti e la vita vi stava facendo ritorno, e che le nostre isole sotto la luce giusta apparivano belle e lussureggianti. Tutto questo non dipendeva da un comportamento virtuoso. Era il risultato del crollo della civiltà. Ogni volta che gli esseri umani si fanno da parte, il resto del mondo vivente torna pian piano a fiorire" (p. 117).

Thomas e Rose - collega, moglie, amica - nonostante tutto ciò, amano profondamente la letteratura di quello squarcio di anni, il tempo di Francis Blundy, pur consapevoli che "il talento di quegli anni per l'autodistruzione non aveva rivali. Tanto da trascinare nel baratro pure il futuro"(p. 118). Inoltre, chi guarda a quegli anni dal futuro, specialmente i giovani studenti convinti che i terrestri del secolo precedente fossero "una banda di selvaggi sterminatori rozzi e ignoranti", non ha interesse per la storia - ormai chiaramente non più magistra vitae -.


I. McEwan, Quello che possiamo sapere, Einaudi 2925.
Trad. di S. Basso

La recensione completa si legge su UTOPIA21, rivista on line, al link Recensione McEwan def.pdf - Google Drive

lunedì 26 gennaio 2026

La farfalla impazzita. Dalle fosse Ardeatine al processo Priebke, di Giulia Spizzichino e Roberto Riccardi

Giulia Spizzichino, definita affettuosamente da un amico la farfalla impazzita per non aver mai saputo dimenticare la deportazione e la morte dei suoi familiari e di conseguenza per non aver mai trovato pace durante tutta la sua vita, scrisse, insieme al generale dei Carabinieri Roberto Riccardi, un libro autobiografico, uscito nel 2013. Ad esso ispirato, seguì poi nel 2025 uno sceneggiato di Rai Fiction.

Giulia, la prima di cinque bambini, era una ragazzina timida che, in quanto primogenita, si sentiva obbligata a crescere troppo in fretta. A parte questo, la sua vita scorreva tranquilla, tra la scuola, gli affetti e le grandi feste da vivere tutti insieme, grandi e piccini, in una numerosa famiglia ebraica del quartiere romano del Testaccio. Quando, nel 1938, entrarono in vigore le leggi razziali contro gli Ebrei, Giulia, undicenne iscritta al primo anno dell'Avviamento Commerciale, per la prima volta prese coscienza del suo essere ebrea, quasi fosse una colpa che la rendeva diversa ed estranea nella stessa sua città.

Racconta Giulia: «Ero brava a scuola, non capivo perché mi avesse convocata il preside. Ma non mi spiegò nulla, solo mi disse che il mattino dopo sarei dovuta tornare a scuola accompagnata da un genitore». Così, il giorno seguente, insieme alla sua mamma, la ragazzina seppe che una circolare del regime fascista aveva stabilito che gli alunni di origine ebraica non avrebbero più potuto frequentare le scuole statali, riservate agli ariani. Dolore e umiliazione iniziarono da quel momento e ad essi, ben presto, seguì la tragedia: sette familiari di Giulia furono assassinati alle Fosse Ardeatine e più tardi altri diciotto suoi parenti, tra i quali il cuginetto Giovanni di soli due mesi, furono deportati ad Auschwitz. Non tornarono mai più.

Soltanto molti anni dopo Sam Donaldson, giornalista dell’emittente americana ABC, avendo saputo che Priebke, responsabile con Kappler dell'eccidio delle Ardeatine, viveva in Argentina a San Carlos de Bariloche, si mise in contatto con Giulia affinché con il suo appoggio venisse chiesta nella forma dovuta l’estradizione del criminale nazista per crimini contro l'umanità. Giulia sostenne in ogni modo la richiesta, recandosi personalmente in Argentina. Se il primo tentativo di estradizione fallì, il secondo, nel 1995, andò a buon fine. Il libro è corredato da un'appendice che riporta le generalità di tutte le vittime della famiglia di Giulia e una commovente documentazione fotografica.

"Ora chissà dove riposano i Di Consiglio, che non avevano fatto del male a nessuno. Di certo sono in pace. Giulia però se li vede sfilare accanto in silenzio ogni notte. Ogni singola notte della sua vita" scrive Roberto Riccardi nella prefazione al libro dedicato alla vita di una donna tormentata e coraggiosa, custode di affetti e memorie.

G. Spizzichino/R. Riccardi, La farfalla impazzita, Giuntina 2013

sabato 24 gennaio 2026

Il silenzio della libertà. Vita di Engles Profili medico e partigiano, di Renato Ciavola

Il 2 ottobre 1905 nasce a Fabriano un bambino dal nome inedito e strano di Engles. I genitori, Maria e Giambattista, in verità, vorrebbero chiamarlo Engels, in omaggio a Friedrich Engels, filosofo e sociologo tedesco che, insieme a Marx, fondò il marxismo classico. Ma sia l'anagrafe comunale che il parroco si oppongono. I genitori, rassegnati, danno al pargolo i nomi di Lorenzo Alessandro Engles. Grazie a una semplice inversione di lettere dell'alfabeto l'omaggio rimane e il bambino sarà Engles per sempre: un nome eccezionale per una personalità eccezionale. Engles Profili, scolaro e poi studente modello, non dimentica gli insegnamenti politici e sociali ricevuti in famiglia, di tradizione socialista. Negli anni di ascesa del fascismo, al Liceo Classico Giacomo Leopardi di Macerata, Engles frequenta gruppi socialcomunisti e per questo subisce violenze e anche un arresto. Ma non cambia idea. Terminato il liceo si iscrive alla facoltà di medicina perché "vuole diventare un medico che sappia stare in mezzo alla popolazione più umile, per aiutarla a difendersi dallo spettro della tubercolosi".

Studia medicina, Engles, senza mai abbandonare l'impegno politico e inizia a collaborate a L'Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci. La militanza politica nel 1926 gli costa il confino, prima a Lagonegro, poi a Lipari. Solo l'istanza di suo padre al Ministero dell'Interno gli consente di lasciare la piccola isola e di proseguire gli studi alla Facoltà di Medicina di Messina fino alla laurea, nel 1929. Può così ritornare a Fabriano e cominciare a dedicarsi alla professione, con dedizione e successo. È sempre controllato dalla polizia politica, fino a quando fa "atto di sottomissione" al regime, come altri suoi compagni di fede, che avevano sposato questa tattica cercando di costruire dall'interno un'opposizione clandestina al fascismo. Poi arrivano le guerre a incendiare l'Europa, quella di Spagna e la seconda guerra mondiale. Engles nel 1941 viene inviato a Pola, nell'Istria. Dopo l'8 settembre 1943 riesce fortunosamente a rientrare a Fabriano e, a furor di popolo, diviene responsabile del partito comunista cittadino. Da allora il suo ambulatorio non è più solo un presidio medico, ma anche un luogo di riunioni e di incontro per l'organizzazione di un profondo lavoro politico. Questa attività non sfugge ai fascisti repubblichini, che scatenano contro Engles violenza e vendetta. È sottoposto a interrogatori e torture. Il suo silenzio salva i compagni, ma il suo corpo paga e viene trovato, martoriato distrutto e profanato da percosse e da numerosi proiettili, alla periferia di Fabriano il 23 aprile 1944, un anno e due giorni prima della Liberazione e della rinascita morale e civile dell'Italia. 

Renato Ciavola racconta in questo coinvolgente graphic novel la vita esemplare del medico e partigiano Engles Profili trasmettendo a lettrici e lettori il medesimo coinvolgimento che la vicenda del suo concittadino suscitava in lui durante la stesura del libro e oltre. Contribuisce a questo effetto anche lo stile delle immagini coerenti e accurate, capaci di rendere l'atmosfera di anni lontani, ora con nuances color seppia, ora, quando il dramma incalza e il sangue è versato, con macchie di colore rosso vivo. Un'appendice approfondisce alcuni fatti storici e offre una panoramica del lavoro dell'artista con la pubblicazione di studi e sketch. Il libro si propone, per esplicita volontà dell'autore di "comunicare più facilmente con le giovani generazioni", ma la lettura può risultare interessante per tutti coloro che confidano, malgrado tutto, nella storia maestra di vita. 

R. Ciavola, Il silenzio della libertà, Youcanprint 2025


giovedì 22 gennaio 2026

Le coq de Renato Caccioppoli, di Jean-Noël Schifano

Il 5 maggio 1938 Hitler e Mussolini sfilano attraverso la città di Napoli nella quale si sprecano stendardi raffiguranti croci uncinate e fasci littorii. Renato Caccioppoli decide di opporsi a modo suo all'oscena parata o, meglio, mette in atto una sua personale e dissenziente parata. Chiede al suo più brillante allievo e collaboratore Carlo Miranda di procurargli un gallo dal piumaggio colorato e smagliante. Quindi assicura il pennuto in un guinzaglio e passeggia con lui per la città. Perché? Perché il regime fascista aveva vietato agli uomini di portare a passeggio cani di piccola taglia. L'assurdo, ridicolo provvedimento si proponeva di salvaguardare in tal modo "la virilità" del maschio, in quanto i cagnolini erano ritenuti una compagnia adatta soltanto alle signore.

Si legge, tra l'altro, sulla quarta di copertina del nostro libro: "Nel pieno trionfo del nazismo, dinanzi agli occhi dell'intero popolo e dell'Europa tutta che urlano alla guerra e dinanzi a un'Italia che, in quello stesso anno, ha votato le leggi razziali, un uomo si ribella, con ironia sul volto e nel gesto, e mette in ridicolo il razzismo, il conformismo, la sottomissione, la bestialità". E non basta. Arrivato al caffè Gambrinus, mentre la parata prosegue Caccioppoli canta La Marsigliese: "il canto si ode e alcune parole perfino si distinguono fino alla piazza Trento e Trieste, fino al San Carlo, grazie al silenzio stupefatto che cala a poco a poco sulla folla". Caccioppoli poco dopo questa sua performance viene arrestato.

Mimmo Grasso ha illustrato compiutamente tutta la valenza di questo gesto su Il Manifesto del 12 gennaio 2024: "mettere in mostra un volatile ricorda Diogene, il «barbone» che, alla definizione stoica di «uomo» come «bipede senza penne», portò nella Stoà un pollo spennato dicendo: «questo è un uomo»? Il gallo è altresì, notoriamente, simbolo di virilità (messaggio ironico verso la legge che vietava i cani di piccola taglia); il gallo, altresì, è l’emblema storico della Francia (La Marsigliese, la Rivoluzione, La Comune); appartiene, infine, alla schiera dei gallinacei sacri a Demetra, dimorante periodicamente nell’Ade ed è dall’Ade che escono Mussolini ed Hitler. Una lunga tradizione, infine, vede contigui il gallo e Pulcinella".

Caccioppoli (Napoli, 1904-1959) è considerato uno dei più grandi matematici italiani della prima metà del secolo scorso per una serie di contributi decisivi nell'ambito della teoria delle funzioni di variabile reale e nell'ambito dell'analisi funzionale. Nipote del fondatore del movimento anarchico Michail Bakunin, eccellente pianista, affabulatore e poliglotta, il Caccioppoli di Jean Noël Schifano non è solo un genio (’O Genio, lo chiamava il popolo) ma un uomo di grande coraggio e di grandi ideali, elementi presenti in tutta la sua vita, anche in un gesto apparentemente bizzarro come quello di andarsene a spasso con un gallo al guinzaglio.

(Il libro in Italia è edito da Colonnese)

J.N. Schifano, Le coq de Renato Caccioppoli, Gallimard 2018

martedì 20 gennaio 2026

Grande abbastanza, di Regina Linke

Ah-Fu vive in un meraviglioso paese di rosee ninfee e di torrenti ricchi di pesci, di dolci colline e di boschetti di bambù. Ah-Fu è un bambino piccolo, così piccolo che spesso si perde, specialmente nelle sue fantasie. Quando il nonno lo chiama per avvisarlo che il suo papà è dovuto andare in città e dirgli che dovrà essere lui a portare a casa il bue quella sera, il bambino lo guarda stupito: sarà capace di fare quanto gli viene chiesto? Quando il nonno aggiunge “Credo che tu sia grande abbastanza da potertela cavare con un solo bue. [...] Ma non provare a salirgli in groppa. Non sei ancora abbastanza grande da reggerti”, i dubbi del bambino aumentano. Al calar del sole, Ah-Fu parte comunque per ricondurre a casa il bue e, strada facendo, ripete a se stesso le raccomandazioni del nonno. 

Un bambino piccolo, ma forse non così piccolo come gli adulti lo immaginano, deve dedicarsi per la prima volta a un compito difficile, anzi, molto difficile. Sarà grande abbastanza per portarlo a termine? Obbediente e coscienzioso, Ah-Fu si avvia seguendo i consigli del nonno e anche quelli dei saggi animali che incontra, ma il dubbio di non essere “abbastanza grande” rimane. Così, quando finalmente incontra il bue, la sua prima reazione è quella di darsi alla fuga, ma le cose non sempre sono tali e quali appaiono.

Regina Linke, autrice di questo splendido albo, è una scrittrice e artista americana, originaria di Taiwan, specializzata nell’antica tecnica pittorica cinese Gongbi, che si distingue per la precisione e l’eleganza delle immagini - dettagli compresi - e per la cura del colore. I suoi libri celebrano il folklore e la filosofia dell’Asia orientale in modo accessibile e moderno e possono essere definiti vere e proprie opere d’arte. 

La recensione si legge per intero su Mangialibri al link: Grande abbastanza | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

Regina Linke, Grande abbastanza, Ubiliber 2025

venerdì 16 gennaio 2026

Carlo d'Angiò. Il sogno di un impero mediterraneo, di Sergio Ferdinandi

Carlo, ultimo dei sette figli di Luigi VIII e Bianca di Castiglia, nasce alla fine del mese di marzo del 1226 a Parigi, probabilmente nel palazzo del Louvre che suo nonno Filippo Augusto aveva da poco restaurato. Viene battezzato con il nome di Stefano, per ricordare un fratellino vissuto solo pochi mesi, però, in seguito, il suo nome viene cambiato in Carlo, di ispirazione Carolingia e non comune tra i nati della sua dinastia, la capetingia. Il bambino non conoscerà mai suo padre, che perde la vita pochi mesi dopo la sua nascita durante una spedizione militare contro i catari del Languedoc, fortemente sostenuta dalla Chiesa. Carlo, come tutti i figli cadetti, è inizialmente destinato alla carriera ecclesiastica. Ma, in seguito alla morte prematura dei fratelli Giovanni e Dagoberto, il suo destino cambia [...]

Il saggio esce in occasione dei 2.500 anni dalla fondazione della città di Napoli, l’antica Neapolis, con l’intento di celebrare, attraverso la figura di Carlo, un periodo importante della storia della città che rivestì a lungo il ruolo di grande capitale mediterranea. Dal 1266 della battaglia di Benevento fino al 1861, anno dell’Unità d'Italia, Napoli fu, infatti, l’indiscussa capitale del Sud dell’Italia. L’azione e la personalità di Carlo I d’Angiò segnarono l’inizio di questo lungo periodo tra storia e mito nonché tra ideale cavalleresco e scaltrezza dell’azione politica. Molto ammirato fu Carlo, ai tempi suoi, ma non da tutti. Dante, ad esempio, lo include, nel Purgatorio, fra i principi negligenti e, per bocca di Ugo Capeto, lo accusa di aver giustiziato ingiustamente Corradino di Svevia dopo la conquista del regno di Napoli e addirittura di avere avvelenato Tommaso d’Aquino.

La recensione si legge per intero su Mangialibri, al link: Carlo I d’Angiò - Il sogno di un impero mediterraneo | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

S. Ferdinandi, Carlo d'Angiò, Graphe 2025


mercoledì 14 gennaio 2026

Giulia e l'anno memorabile. Una recensione di Mariarosa Bellagamba

Una lettura agile per chi si appresta a crescere, nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria.

Agile per il linguaggio scorrevole, fresco, a tratti scherzoso, vivacizzato dal curioso espediente di evidenziare una parola in ogni capitolo e commentarla per il suo suono onomatopeico o per il suo significato, con associazioni di idee, ricordi, paure propri dell'infanzia e della preadolescenza.

Agile per le immagini che la narrazione sa creare: un mondo sereno dove non mancano i problemi e le preoccupazioni per la professione piena di rischi di entrambi i genitori, per gli echi della guerra in un paese non tanto lontano, per l'incombenza dell'epidemia da Covid 19 che condiziona la vita di ciascuno: tutti problemi seri del nostro passato recente, ma vissuti attraverso la sensibilità della protagonista, Giulia, che non è più tanto bambina da non porsi interrogativi, da non affrontarli con consapevolezza, sempre sorretta e protetta da una famiglia unita e stabile e in particolare da un nonno ancora attivo e disponibile.

Agile anche per la veste tipografica chiara, pulita, con caratteri di stampa abbastanza grandi e con illustrazioni che ben si addicono al testo.

Il tutto cadenzato dai ritmi del tempo che scorre attraverso la finzione del diario che Giulia ha deciso di tenere in questo “memorabile” periodo della sua fanciullezza.

Un racconto sereno, ma non superficiale né tanto meno banale che, con leggerezza e umorismo, lascia trapelare una visione positiva della famiglia, della scuola, dell'umana società pur non nascondendo difficoltà e fatiche del vivere quotidiano.

(Mariarosa Bellagamba)

Illustrazioni di Giuseppe Guida, Edizioni Il Ciliegio 2025

Con molto piacere pubblico la recensione di Mariarosa Bellagamba, professoressa di materie letterarie, che indica i possibili itinerari di lettura e mette in evidenza le caratteristiche del diario di Giulia, riflessiva bambina poco più che decenne.

Giulia e l'anno memorabile - Eleonora Bellini - Edizioni Il Ciliegio - Libro EdizioniIlCiliegio.com