La città
nella poesia latina è il quarto
quaderno del Premio di Poesia e Traduzione Poetica "Achille
Marazza". Pubblicato nell'ottobre 2000, riporta il testo della
conferenza tenuta da Carlo Carena in occasione della cerimonia di
premiazione dell'anno precedente, che vide vincitore Roberto Mussapi
per la traduzione e Davide Rondoni per la poesia. Tra i finalisti
nella sezione traduzione c'erano Francesco Bruno, Riccardo Duranti,
Vincenzo La Gioia, Patrizia Valduga.
Si
inaugurava inoltre in quell'anno, grazie a una collaborazione
concreta a fattiva con l'Università del Piemonte Orientale, anche
una sezione di traduzione dedicata agli studenti universitari e delle
superiori, su cui torneremo in qualche altra occasione.
Nella
sua relazione, Carena descrive Roma imperiale, i suoi "quartieri
ben delineati, serviti da mercati, fognature, undici acquedotti,
undici terme, ventotto biblioteche, otto ponti, undici fori, dieci
basiliche, trentasei archi di marmo, due circhi, due anfiteatri, tre
teatri, due piscine per spettacoli navali, più di millecento
fontane, centonovanta granai, caserme di vigili e pompieri".
Come nelle metropoli moderne, la popolazione è variegata: nordici,
africani ed egiziani, orientali convivono insieme tra loro e con i
monumenti e la storia dell'Urbe.
Come
non amare questa città e come non cantarla? L'arguto Orazio, un
campagnolo che per necessità vive nella metropoli, un poco si
lamenta (satira nona) dell'invadenza di un concittadino, e un poco
(satira sesta) descrive una piacevole passeggiata in solitaria tra il
"circo ingannatore" e il foro.
Ovidio
canta una città galante di belle donne, frivolezze e intrighi, "una
dolce vita per i lirici".
Marziale
descrive invece una città molto diversa, quella di chi stenta e vive
lontano da ogni agio (epigramma 57, libro XII), i rumori che lo
disturbano sia di giorno che di notte.
Giovenale
stigmatizza vita e pericoli della Roma notturna (terza satira): cocci
che cadono dai tetti, ubriachi, poveracci che importunano il
passante, rapinatori col coltello in mano.
Altre
città, oltre alla capitale, seducono i poeti: Papinio Stazio canta
Napoli; Decimo Magno Ausonio dedica un canzoniere alle città più
floride dell'impero.
Rutilio
Namaziano, al momento di lasciare la città eterna, la saluta anche
con parole che esprimono affetto e preghiera: "E tu
ascoltaci, o regina bellissima e legittima del mondo, Roma, accolta
nel firmamento fra gli astri. Ascoltaci, o genitrice di umani,
genitrice di dèi, per i cui templi ci sentiamo meno lontani dal
cielo".
Se
Carena ci ha lasciato, questo testo, breve ma perfetto, rimane a
testimonianza di un'intelligenza e di un impegno generoso per
l'affermazione, sempre discreta, di una cultura "alta",
possibile anche nella commerciale e provinciale Borgomanero. Basta
volerlo e saperlo fare.