sabato 28 febbraio 2026

L'armata dei fiumi perduti, di Carlo Sgorlon

"Sempre più spesso le donne friulane e le bábuške cosacche si ritrovavano fra di loro, nelle piccole botteghe, nella latteria, alla fontana e scambiavano qualche faticosa e deformata parola sulla guerra e la difficoltà di riuscire a levarsi la fame tutti i giorni. Gli argomenti erano sempre gli stessi, e sembravano obbligati come i binari di un treno. - Ma quanto durerà questa guerra? Quanto?".

Il Friuli e in particolare la Carnia di questo romanzo di Sgorlon sono quelli del periodo compreso tra il settembre 1943 e l'aprile del 1945, tra l'armistizio e la fine della guerra. Le truppe naziste hanno invaso la regione, contrastate dalle formazioni partigiane che operano in clandestinità nei boschi e sui monti. Anche altro succede, però, in quel periodo, nella zona, un evento poco conosciuto, ma di grande rilevanza storica e umana: si installa in Carnia il popolo dei Cosacchi fuggiti dalla madre Russia perché ostili a Stalin. Il trasferimento è favorito dai tedeschi, che hanno indirizzato in Carnia quei fieri abitanti delle steppe con la promessa che avrebbero trovato lì una nuova patria. Alleati della Germania nazista, i Cosacchi vagheggiano, ancor più della nuova patria, il sogno di riconquistare la grande patria russa, sottraendola ai “rossi”.

Già insediati in Polonia, i Cosacchi, insieme alle loro famiglie, agli oggetti di casa, agli animali tra i quali stupendi cavalli, qualche cammello, qualche dromedario, vengono trasportati in Carnia in treno. Sono oltre ventimila. Dapprima vivono nelle tende, poi, pian piano, si installano nelle case e convivono, talvolta con diffidenza reciproca, talaltra in armonia, insieme agli abitanti del luogo.

A casa di Marta, nella bella villa già della signora Esther scomparsa senza lasciar detto nulla, forse deportata perché ebrea, vivono Anita, sorella di suo marito disperso in Russia e Ahah, vecchio zingaro scampato alla deportazione. A loro si aggiungono il giovane Ghirei, di carattere impetuoso e aperto, Gavrila Ivanovic Bakazov, elegante e raffinato colonnello, Urvàn, militare attratto da Marta, il piccolo Luca, cuginetto di Ghirei, e la sua nonna Dunaika. La vita quotidiana si svolge tranquilla, nella comoda grande casa. Le donne cucinano, ciascuna per i suoi, e le giornate trascorrono in pace. All'armonia generale contribuisce molto il fatto che Marta parli il russo.

In questa atmosfera, ancora indenne dagli orrori che le guerre portano sempre con sé, la donna riflette su se stessa e sul fatto che lei "non arrivava, nemmeno mettendoci ogni buona volontà, al concetto di nemico, ed era un po' la stessa cosa del suo non riuscire a capire la guerra. Essa seguitava a essere per lei una strana irrealtà, una favola oscura e sanguinosa, che prendeva corpo nel mondo per chissà quali ragioni ribalde e rovesciate". I nemici di ieri - inglesi, francesi, russi, americani - sono ora cambiati in alleati e i nemici di oggi sono altri, gli ex alleati tedeschi. Anche per questo, Marta non riesce ad afferrare i concetti di guerra e di nemico, estranei e incomprensibili alla sua mente.

Quei Cosacchi, i nemici di oggi, sono anch'essi vittime di guerra tanto quanto Arturo, suo marito, non più tornato dalla campagna di Russia e, infatti, in pochi mesi, il loro tragico e ineluttabile destino si compirà tragicamente, dopo la disfatta della Germania nazista. Con l’avanzata alleata in Italia, i Cosacchi della Carnia sono costretti alla ritirata. Caduto il loro sogno iniziale di poter riconquistare la Russia sottraendola ai "rossi" e poi quello di aver trovato una nuova patria lontana da casa, i Cosacchi di Carnia si dirigono verso l’Austria per arrendersi alle truppe inglesi. Ma il loro spirito indomito e libertario, la vergogna per essere stati beffati e traditi spingono molti di loro a gettarsi, con le loro donne e i loro figli, nelle gelide acque della Drava per evitare di essere consegnati all'Armata Rossa.

Nella grande casa rimangono in pochi, Marta con Ivos, suo antico amore divenuto poi il capo partigiano Vento, Augusta e il bambino, Ghirei e il vecchio zingaro Ahah. Rimangono con la certezza che ora, per quanto difficile, c'è un futuro da costruire, nella consapevolezza antica che ogni superstite di guerra custodisce in sé, ma anche con la consapevolezza nuova di essere, finalmente, a casa. Sgorlon in questo romanzo narra l'invasione del suo Friuli sotto specie di “epopea delle vittime”, salvando però dalla distruzione e dalla disperazione l'innocenza e l'amore.

C. Sgorlon, L'armata dei fiumi perduti, Mondadori 1985


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