domenica 8 novembre 2015

Dio e il suo destino, di Vito Mancuso

 
 
Sarà in libreria il 12 novembre Dio e il suo destino di Vito Mancuso, ma ieri a Borgomanero, nel corso di un incontro organizzato dalla Fondazione Marazza se ne è parlato in anteprima alla presenza dell'autore, introdotto dal novarese Giannino Piana.
Apriamo il libro e leggiamo due dediche: "A chi ha perso Dio a causa di Deus" e "alla memoria di don Andrea Gallo che credeva in un Dio antifascista". Sono dediche e già vi è presente l'assunto del volume (463 pagine), che si apre con un breve capitolo intitolato "Personaggi principali". Chi sono costoro? Dio, la forza buona dell'essere; Deus, l'archetipo del divino nella mentalità occidentale, forza e onnipotenza; il Destino, svelamento della verità delle cose; Trinitas, la "più veritiera e la più attuale interpretazione di Dio, la prospettiva su cui camminare per rendere ragione della verità globale dell'essere e dell'esperienza umana" (pp. 13, 14).
La tesi che l'autore sostiene è che, se l'immagine di Dio non sarà liberata dalle prerogative del Deus, il suo declino, già iniziato nella mente e nel cuore degli esseri umani, anche tra molti di quelli "di buona volontà", sarà definitivo. La lontananza di questa concezione di Dio - Deus dal mondo e dall'esperienza di coloro che vivono su questa terra verrà percepita come incolmabile.
Possono la riflessione teologica - e la pratica di fede - subire questo scacco? Certo che no, afferma Mancuso, perché "in gioco non c'è l'esistenza di un essere misterioso là in alto, ma il senso dell'essere qui in basso". Il Dio del quale parlano la Chiesa cattolica e le altre religioni del mondo, tornerà ad essere orizzonte e luce della fede degli umani, solo se verrà definito (e comunicato) come speranza sotto forma di pensiero, idea del bene e libertà autentica e profonda.
"Il risultato a cui sono giunto è che il vero nemico dell'idea di Dio in Occidente non è l'ateismo, non è il relativismo, non è nessuna delle minacce di cui parlano spesso gli uomini di Chiesa: è invece l'idea di Dio prodotta nei secoli dal potere religioso e depositata nella cosiddetta dottrina, a protezione della quale vennero collocati una serie di fossati e fili spinati detti anatemi e scomuniche, senza esitare a togliere violentemente la vita a tutti coloro che la contestavano e che non potevano essere vinti con la limpida verità delle argomentazioni" (p. 29).
Il saggio è variegato e profondo, si muove tra teologia, filosofia, letteratura, scienza e conta dieci capitoli (Dichiarazione d'intenti e descrizione del protagonista; Perché ne abbiamo ancora bisogno; Deus: la sua identità nella Bibbia ebraica; Il Nuovo Testamento e il suo Dio; Sorgere dell'eresia; Il Dio della dottrina; L'aporia manifesta; Elementi per una nuova immagine di Dio; Questioni di stile). Conclude la trattazione una ricca e preziosa "guida bibliografica".
Un libro che sicuramente si farà leggere (e rileggere), che farà scoprire, riflettere, sperare, come si addice a tutte le opere autentiche, appassionate e per nulla effimere.
 
 
Vito Mancuso, Dio e il suo destino, Garzanti 2015

sabato 7 novembre 2015

La vita felice, di Plutarco

"Io ammiro Diogene per aver detto al suo ospite a Sparta, vedendolo indaffarato a prepararsi una festa:  - Un uomo onesto non considera tutti i giorni una festa? -.  E una festa proprio splendida se siamo saggi". (p. 60)
Quando e perché una vita possa dirsi felice è una domanda che molti in ogni epoca si sono posti. E se, per gli antichi, la felicità e la bontà di una vita potevano definirsi solo al suo termine nella somma dei giorni, degli anni e delle azioni, la velocità insana che spinge e comprime l'oggi in questi nostri giorni può sviare, anzi: sicuramente svia, dal comprendere in che cosa consista la vita felice.
Leggere o rileggere questa riproposta delle riflessioni di Plutarco nella bella e "moderna" traduzione di Carlo Carena, può favorire meditazioni e domande, non tanto sulla definizione di felicità, ma piuttosto sui tanti sviamenti dall'essenziale, dal bello e dal buono in cui cade chi non affronta la vita con riflessione e misura.
Così scorriamo queste pagine con curiosità e leggerezza insieme, capitolo dopo capitolo: La fortuna; Non si può avere una vita piacevole seguendo Epicuro; La tranquillità dell'animo; Norme per mantenersi in buona salute; Norme per il matrimonio; Il banchetto dei Sette Sapienti; Venticinque detti di re, di generali e di Spartani.
"Discrezione e armonia nelle passioni, nella soddisfazione dei sensi, nei rapporti sociali; culto della sapienza e uso dell'esperienza; connessione di attività mentali e materiali, di godimento della buona sorte e di solerzia per procurarsela, dei piaceri intellettuali e cum grano salis, di quelli corporei", così sintetizza Carena in un passo dell'introduzione la visione del mondo di Plutarco.
 
 
Nato a Cheronea in Beozia (Grecia centrale) nel 49 d.C., Plutarco studiò ad Atene scienze e retorica. Intrecciò amicizie e relazioni a Roma e ricoprì alcune cariche pubbliche in Grecia ai tempi dell'impero di Adriano. Fu anche sacerdote a Delfi e legato al culto di Apollo. Ebbe moglie e cinque figli.
 
Plutarco, La vita felice. A cura di Carlo Carena, Einaudi 2014

mercoledì 4 novembre 2015

FERMENTI rivista, n. 243


                                  
La rivista "Fermenti", periodico  a carattere culturale, informativo, d'attualità e costume, nacque a Roma nel 1971, per iniziativa di Velio Carratoni. Negli anni la rivista ha assunto il peso e lo spessore di un vero e proprio volume, inteso non solo nei suoi aspetti materiali (numero di pagine, ben 358; immagini) ma soprattutto nei contenuti che offrono occasioni di vero approfondimento e di multiforme interesse.
Questo ultimo numero, nelle diverse sezioni che vanno dalla critica letteraria alla saggistica generale, dalla poesia, alla narrativa, all'arte, coinvolge numerosi studiosi:
G. Alvino, M.P. Argentieri, G. Baldaccini, E. Bellini, R. Bernini, C. Caligari, D. Cara, M. Carlino, V. Carratoni, G. Colletti, B. Conte, A. Contiliano, A. De Rose, G. De Santi, S. Di Marco, D. Di Poce, D. Di Stasi, G. Di Stefano, M.L. Ercolani, F. Ermini, G. Fontana, G. Forti, M. Furia, B. Giacopello, R. Giannini, V. Guarracino, M. Lenti, C. Mancuso, R. Marconi, F. Medaglia, F. Muzzioli, M. Nocera, M. Palladini, G. Panella, R. Pennisi, R. Piazza, M. Piazzolla, M. Pieri, D. Pietrini, I. Pozzoni, C. Sangiglio, L. Succhiarelli, M.A. Tavernese, V. Verzieri, E. Villani, K. Willman.
Un ricco inserto in appendice si occupa, come sempre, della Fondazione Piazzolla.
La rivista è disponibile anche in formato digitale.

CAPOVERSO. Numero speciale dedicato a Pasolini


CAPOVERSO. Rivista di scritture poetiche che si pubblica a Cosenza per le Edizioni Orizzonti Meridionali dedica il suo più recente numero (29, gennaio - giugno 2015) a Pier Paolo Pasolini. "Omaggio a Pasolini" raccoglie diciotto saggi sull'opera dello scrittore assassinato quarant'anni fa e sei liriche in suo onore: un numero monografico interessante e, forse, indispensabile nella presente ricorrenza.
Otto testi (Bellini, Bianchi, Cipparrone, Civitareale, Corbo, Guarracino, Panella, Papi) si occupano della poesia; tre della narrativa (Bafaro, Gaudio, Sangiuliano). A questi seguono contributi sulla saggistica e il cinema (Gaccione, Leporace, Villa, Zaccuri), dopo i quali leggiamo testimonianze di Bilotti, Ferretti e Macrì. Le poesie dedicate sono di Bettarini, Desideri, Gordano, Maleti, Petrungaro, Piazza.
"Senza Pasolini" è il titolo dell'appassionata introduzione di Franco Dionesalvi, che scrive, tra l'altro: "Con lui se n'è andato un modo diverso di intendere e praticare il ruolo dell'intellettuale: non un professionista dell'editoria o delle lettere, ma un "sacerdote", una persona che si vota all'elaborazione teorica, alla percezione del "senso", e a queste informa tutte le scelte della sua vita. Inseguendo un'idea di coerenza assoluta , e sposando quelle scelte costi quel che costi, fino alle estreme conseguenze".
 

lunedì 28 settembre 2015

Parlami, dimmi qualcosa, di Manlio Cancogni

"Inutile tentare di introdurre qui dentro un principio di razionalità Questa è una casa di donne, qui manca l'uomo. Il vecchio non era un uomo, era un nume. Mio suocero è l'ultimo gentiluomo rimasto sulla terra."
Storia di un matrimonio e di un amore durato a lungo nella vita del protagonista. Sara, la moglie, è una giovane taciturna, svagata, che si sente a suo agio solo lontano dalla città, una Firenze silente, solo intravista nella narrazione, a Ripa, nella casa degli avi. Qui crescono, moderatamente viziate, le due figliolette del protagonista, straniero in questa femminile congrega nella quale le intese sorgono naturali e spontanee e non necessitano di lunghi discorsi.
Sognatore e sfaticato, egli si rifugia a Parigi con la giovane amante Margherita e con il pretesto di poter meglio scrivere, in quell'ambiente stimolante e vario, il libro della sua vita. Non lo porterà a termine, naturalmente, e tornerà in famiglia, accanto a Sara, sempre taciturna e tutta dedita ai lavori domestici. Come scuoterla, come tornare al riso dei giorni d'amore di gioventù?
Parlami, dimmi qualcosa è uno dei romanzi più significativi di Cancogni, impietoso nella sua discesa profonda nel quotidiano e nei tempi lunghi dei rapporti di coppia, disincantato nel descrivere la ricerca di quell'intesa completa e serena, forse inarrivabile, che potremmo definire felicità.
 
Manlio Cancogni, Parlami, dimmi qualcosa, Elliot 2010
 

giovedì 3 settembre 2015

Un infinito numero, di Sebastiano Vassalli


Timodemo, nato a Nauplia, in Grecia, figlio di una prostituta, è istruito affinché divenga grammatico. Sul mercato di Roma, infatti, gli schiavi greci colti sono molto ricercati e il giovane viene acquistato nientemeno che da Virgilio per divenirne il segretario. Nella casa del poeta Timodemo vede per la prima volta una biblioteca e scopre la gioia della lettura: "... tutt'attorno alle pareti, dal pavimento al soffitto, c'erano dei ripiani di legno come in una bottega di panettiere, e al posto delle pagnotte c'erano i rotoli di papiro allineati in bell'ordine: i greci da una parte, i latini dall'altra e i poeti nel mezzo, io provai una grande emozione, come se fossi stato presentato agli autori di tutti quei libri". Incontra poi gli amici di Virgilio, Mecenate e Ottaviano Augusto. La vicinanza e la comunione di vita gli rivelano difetti e manie dei grandi, mentre di Virgilio gli resta indelebile il sentimento dell'amicizia e di gratitudine per la libertà che il poeta gli dona. 
Insieme a Virgilio e Mecenate Timodemo intraprende un viaggio nelle terre degli Etruschi, alla ricerca delle origini di Roma e anche dei misteri di quel popolo (da cui trae origine lo stesso Mecenate) che conobbe la scrittura e tuttavia non lasciò nulla di scritto, fatta eccezione per "i nomi dei suoi morti, e qualche vaga indicazione sul modo di onorare gli dei e di prevedere il futuro. Sono riusciti a esistere, quei matti, e anzi a prosperare ed essere felici quasi mille anni, senza sentire il bisogno di renderci partecipi dei loro pensieri e senza mettersi in posa per noi in quella foto di gruppo che è la storia!".  
Aisna, sacerdote e incarnazione del dio etrusco Velthune, rivela ai viaggiatori l'esistenza di un'equazione fra scrittura e morte: la scrittura è, un'invenzione di Mania, la divinità delle ombre, che, tracciando nel creato i nomi di piante, animali e uomini, creò con essi la morte. I nomi esistono nel tempo, la scrittura li cristallizza, bloccando così il flusso della vita e del tempo che generano l'infinito numero dei viventi e l'avvicendarsi delle esistenze. 
Al ritorno a Roma i tre viaggiatori andranno incontro a destini diversi: Mecenate vedrà tramontare la sua stella e si ritirerà dalla scena politica; Virgilio scriverà il poema sulle origini di Roma, l'Eneide, ma farà di tutto per impedirne la pubblicazione (il "pio" Enea e i suoi si macchiarono di massacri e stupri di inaudita crudeltà: come tacerlo, come narrare il contrario?); il grammatico Timodemo attraverso l'acquisizione di una profonda saggezza supererà le barriere del tempo e dello spazio giungendo fino alle soglie del Duemila, per narrare a Vassalli la sua storia, ricca di dettagli e osservazioni poco note ai più sulla nostra penisola in epoca antica.



Sebastiano Vassalli, Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna, Einaudi 1999  

domenica 9 agosto 2015

MARAMEO!, di Eleonora Bellini

Marameo è un atto unico scritto nel 2012 per la Compagnia Teatro dei Passi. Che c'è in Marameo, rappresentato diverse volte nel Piemonte Occidentale e Orientale con le sue propaggini lombarde? C'è l'amore per il grande teatro, ci sono i brani immortali che ritemprano la nostra umanità e i nostri pensieri e c'è una Plastinetta, ragazza d'apparenza e illusione, grazioso fuoco fatuo perduto nell'immenso mondo della superficialità e della mercificazione. Dialoga la Plastinetta con suo padre, vecchio attore dal grandi fasti passati, dal presente (forse) umiliato.
Marameo è stato rappresentato venerdì 7 agosto anche a Borgomanero, sua patria, nell'ambito della rassegna "Venerdì della Marazza": un successo anche per gli attori, il maestro Guido Tonetti e la giovane Eleonora Pizzocheri.


Un assaggio del testo, che sarà presto disponibile in pdf su academia.edu:
[...]
Ragazza: la plastinetta!
Uomo: la plastinetta? Che cosa sarebbe la plastinetta?
Ragazza: eh, quello della plastinetta è il ruolo del futuro. La plastinetta è colei che si modella e, modellandosi, plasma coloro con cui viene a contatto. La plastinetta è una figura flessibile e morbida, estroversa e aperta, intrigante e promettente, insomma è... la plastinetta! 
Uomo: modellandosi plasma, ma come si modella? Che cosa plasma? 
Ragazza: modella se stessa e plasma i suoi partners, o le sue partners, anche quelle le plasma. E' un' azione scenica, no? 
Uomo: D'accordo, ma che cosa reciterai? Di chi sono i testi? Devi ballare per caso? Tu sei bravissima con la danza moderna, sei notevole quando balli. In un gruppo ben affiatato emergerai, ti noteranno di sicuro come ballerina. Per questo è importante sapere chi sono gli altri interpreti e che ruoli hanno. 
Ragazza: macché ballare, macché recitare; la danza ormai la fan tutte e recitare è superato da un pezzo. Le parole non servono. Servono i corpi e la plastinetta è appunto una ragazza plastica, flessibile, disinibita che si esprime con il corpo. Con il corpo e basta, capito? 
Uomo: Allora danza, se no come fa ad esprimersi senza parole? La plastinetta danza, ho capito bene? O forse mima?
[...]

(C) Eleonora Bellini

sabato 25 luglio 2015

LUPO (se gender dev'essere, che gender sia)


Qui lupo nascosto, lupo di pelo,
spia dalla tana una fetta di cielo
là lupo di grotta, lupo di monte, 
beve e si lava nell’acqua di fonte 

Cammina cammina il vecchio lupo

broncio brusco un poco cupo
cammina cammina finché arriva
ad un ruscello verde riva
del pascolo ricco di petali e fiori.

Lupo si sdraia, annusa i colori

annusa l’aria, odora i velli
di mamma pecora, dei teneri agnelli.
Pensa e riflette: è ora di andare,
torno alla spiaggia, torno al mio mare.

Lo ferma la pecora: amico lupo

che vaghi quassù solo e sperduto
ai miei agnellini che han fame di sonno
resta a narrare fiabe di nonno.

Ora ogni sera il lupo all’ovile,

timido l’occhio, la voce gentile
da un vecchio libro legge con stile.

Lupo di cuore, luce di fiamma
ogni sera accompagna alla nanna
i suoi agnellini dagli occhi di panna

Nanna di nonno, cuore capanna
.


 
Domande (spunti di "riflessione" per le sentinelle in piedi, sedute, semisdraiate e sdraiate et simili):


1. dov'è il padre degli agnelli?
2. e, soprattutto, chi è il padre degli agnelli?
3. qual è il sesso degli agnelli? due maschi/ due femmine/ un maschio e una femmina? 
4. gli agnelli hanno uno stesso padre o due padri diversi?
5. gli agnelli hanno forse anche un'altra madre (genitrice 2)?
6. a che titolo il lupo viene definito nonno (padre della pecora, padre del padre degli agnelli, padre della/e madre/i degli agnelli) ?
E chissà quante domande altre alcune menti contorte potranno aggiungere. 
Impossibile farsene una ragione.
Per l'altro versante della storia cliccare qui: ninna nanna per una pecorella
  
(C) Eleonora Bellini

lunedì 20 luglio 2015

La signora melograno, di Goli Taraghi


Goli Taraghi è delle maggiori scrittrici persiane contemporanee. Originaria di Teheran (1939), ha studiato negli Stati Uniti. Tornata in Iran, ha insegnato filosofia all'Università di Teheran. Si è trasferita in Francia, dove vive tuttora, nel 1979 dopo l’avvento al potere di Khomeini. 
L'esperienza dell'esilio e del viaggio sono i temi fondamentali dei suoi racconti, così come quelli del valore del passato e del ricordo, elementi della sua narrazione spesso autobiografica nella quale rivivono, non senza ironia e disincanto, le consuetudini delle classi agiate del suo Paese d'origine prima della rivoluzione islamica.
La signora melograno è una raccolta di racconti che ci trasportano tra Teheran e Parigi, città che, entrambe, ci appaiono qui ben diverse da quanto conosciamo della loro iconografia turistica tradizionale. E come potrebbe essere altrimenti?  Luogo privilegiato della narrazione è anche il luogo del viaggio intercontinentale, l'aeroporto. Qui si svolge la vicenda narrata nel primo racconto, che dà il titolo al libro: la signora Melograno è un'anziana campagnola, smarrita e confusa nel grande scalo aereo della capitale. Ha ottantatré anni e sale per la prima volta su un aereo per andare a trovare i figli, esuli in Svezia. Così racconta della sua infanzia e del suo strano nome alla compagna di viaggio che si trova, suo malgrado, ad assisterla: "Sono cresciuta all'ombra degli alberi di melograno. Non avevo genitori, ho bevuto succo di melagrana al posto del latte. Tiravo giù un ramo e schiacciavo una mela per berne il succo. Come se fosse il seno di mia madre". La signora Melograno diverrà per il lettore che apprezza Goli Taraghi un personaggio indimenticabile.
Ma ancora di più sarà difficile scordare Madame Lupo, l'inquilina del piano di sotto, capace di incutere il terrore nella giovane madre iraniana esule a Parigi con i suoi due bambini: "La vita degli esiliati, qui a Parigi, va di pari passo con mille ansie nascoste. Nutriamo un senso di colpa per essere arrivati dall'altra parte del confine, usurpando il posto dei nativi. [...] Noi, eredi di Ciro e di Dario [...] se siamo caduti in disgrazia e dei nostri antichi fasti non son rimaste che briciole, beh, è colpa vostra: di voi occidentali, di voi sfruttatori, cultori del denaro e delle apparenze. [...] La mia infelicità dipende dalla tipa del piano di sotto che si aggira nelle nostre esistenze caotiche come uno spirito infausto. Non abbiamo il coraggio di uscire, di ridere, di parlare". I diktat dell'inquilina del piano di sotto, la signora Lupo, sono duri, aggressivi, esasperanti e toccano ogni momento della vita quotidiana: vanno dalla proibizione di camminare con le scarpe a quella di uscire sul terrazzino, a quella di parlare ad alta voce o di ricevere ospiti. Ma chi è Madame Lupo? Una plenipotenziaria? L'amministratrice del condominio? La proprietaria dello stabile? Nulla di tutto questo. E solo una "povera pecora vestita da lupo", una donna che vive nell'indigenza di un quotidiano dagli orizzonti corti e meschini. Per sfogare la rabbia che cova sotto le ceneri del suo difficile vivere non trova di meglio che sfogarsi angariando chi è più debole di lei. 
Una storia esemplare, una storia amara d'ombra e rancore. Vi ricorda qualcosa?



Goli Taraghi, La signora melograno, trad. A Vanzan, Jaca Book 2014.

lunedì 13 luglio 2015

"Dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia"

Nel 1549 ci cascò anche un umanista non da poco, monsignor Della Casa, che curò un Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia. L'elenco comprendeva 149 titoli (il numero 49, come vedremo più avanti, ha certo un significato speciale nella Serenissima) e riguardava principalmente opere tacciate di eresia. La proibizione finì con il non essere applicata per l'opposizione dei librai e dei tipografi. Otto anni dopo, il commissario Michele Ghisileri indirizzò all'inquisitore di Genova una missiva nella quale, a proposito delle proibizioni di libri notava: "Di prohibire Orlando, Orlandino, cento novelle et simili altri libri più presto daressemo da ridere ch'altrimente, perché simili libri non si leggono come cose a qual si habbi da credere ma come fabule, et come si legono ancor moltri libri de' gentili come Luciano, Lucretio et altri simili".
Gran compagnia di dannati, quella, comprendente Ariosto, Boiardo, Folengo, forse Boccaccio. La proscrizione di libri considerati eretici o dannosi per la salute dell'anima in senso lato aveva una storia antica, essendo iniziata nel 325 con il Concilio di Nicea. Si perfezionò, per così dire, in epoca controriformista con l'istituzione nel 1559 dell' indice dei libri proibiti a cura del sant' Uffizio. Si trattava prevalentemente di opere di autori protestanti, ma vi trovarono posto anche Dante Alighieri (De monarchia), Machiavelli e Luciano di Samosata. L'indice rimase in vigore fino al 1965 e lungo gli anni e i secoli in cui durò vi furono inclusi, tra gli altri, Bacone e Balzac, Hugo e Defoe, Dumas, Flaubert e Zola; nonché, tra gli italiani, Alfieri e Beccaria, Galilei e Foscolo, Leopardi, Tommaseo e Rosmini. Solo qualche citazione facciamo, ovviamente, giusto per confermare che non vi furono inseriti solo i perfidissimi Marx, Voltaire e Giordano Bruno. Gran bella compagnia, vien da ripetere e da confermare.
Così, quando qualche settimana fa il sindaco di Venezia Brugnaro pensò bene di far stilare una lista di albi per l'infanzia da eliminare dalle serenissime scuole ed asili, il primo commento che mi salì alle labbra fu: "Accipicchia, che tempismo! Che modernità!". E il secondo "La storia ritorna, si ripete, s'involve. Che avesse ragione il vecchio Vico (Giovanbattista)?". E il terzo: "Non c'è mai limite al peggio".
Quindi, scorsa la lista, che potete leggere qui accanto, ed essendovi compreso anche un mio albo per piccoli, Ninna nanna per una pecorella, (Topipittori, con esemplari illustrazioni di Massimo Caccia), insieme a classici della letteratura per l'infanzia di nuovo eccomi ad esclamare (si licet parva...) : che bella compagnia!
E tuttavia l'azione del sindaco inquisitore è grave, per diversi motivi:
- dimostra una assoluta non conoscenza dei libri stigmatizzati,
- si arroga il potere di decidere che cosa i suoi concittadini, particolarmnete i più piccoli e indifesi, possano leggere e che cosa no, abusando del proprio potere e delle proprie prerogative istituzionali,
- evidenzia una assoluta ignoranza della psicologia infantile e dell'immaginario dell'infanzia.
La motivazione dell'esclusione di questi libri dalle istituzioni educative è quella che ne indica alcuni come libri "gender", cioè libri nei quali la distinzione dei ruoli maschile e femminile non sarebbe chiara, o addirittura è ambigua, non "normale" o perfino "contro natura". Anche qui l'ignoranza si rivela colossale: l'affermazione ignora, infatti, che l'antropologia ci insegna da sempre che concetti di natura, normalità, giusto e ingiusto, non sono assoluti, ma mediati da storia, civiltà, conoscenze, usi e costumi; ignora inoltre che la teoria "gender" è priva di fondamento scientifico ed è esclusivamente funzionale all'ambito del cattolicesimo più integralista e retrivo, un'invenzione contro l'uguaglianza e la tolleranza. In verità, poi, i titoli "gender" della lista sono solo tre e riguardano piccoli con due papà o due mamme, come ne esistono al mondo vivendo felici. Che cosa vorrebbero Brugnaro e i suoi sodali che si dicesse a questi bambini? Che le loro mamme e i loro papà sono "malati", malvagi, inaffidabili? Che la loro non è una "vera" famiglia? 
Maxima debetur puero reverentia, recita un antica massima di Giovenale: al bambino è dovuto il massimo rispetto. Quanto rispetto per il bambino sta nel provvedimento del Brugnaro? Evidentemente nessuno.
Quanto alla mia storia in rima che dire? Una pecorella si smarrisce, cerca il pastore, non lo trova, scende la notte e la paura l’assale. Vede luci brillare: non si tratta dell’ovile, ma di occhi di lupo. Mamma lupo e il suo bambino le si fanno incontro e l’accolgono, la nutrono, la portano a nanna con loro: accoglienza, sicurezza, abbraccio finale di un immenso cielo di stelle per i piccoli che si accingono ad andare a dormire. Qual è il pericolo nascosto in questa storia, sindaco? Forse che i lupi (neri) non sbranano la pecorella (bianca)?
Ma anche la pecorella, nella notte della sua paura, diventa nera. Questo, perché, caro sindaco, i confini tra noi e gli altri, tra il bianco e il nero, il grande e il piccolo, non sono così netti e taglienti come Lei vorrebbe. L’uguaglianza e l’umanità sono più profonde del colore, più salde delle apparenze.
O forse è condannabile il fatto che nella storia non appaiono i genitori della pecorella e nemmeno il padre del lupacchiotto? Anche Pinocchio, però, non aveva la mamma; perché non sta nella lista? Forse i Suoi consulenti non l'hanno letto? Forse conoscono solo la versione disneyana della storia del nostro diseredato e "disturbato" burattino?
Perdoni, ma non sono capace di penetrare nelle contorsioni del  pensiero, Suo o di chi ha redatto l'elenco.
In questi giorni, le reazioni da parte di bibliotecari, librai, insegnanti, scrittori, editori ed educatori, nonché le critiche puntuali e approfondite al provvedimento del primo cittadino veneziano, sono state numerose e autorevoli. E' facile trovarle sul web, meditarle, condividerle. E' anche facile trovare nelle librerie e nelle biblioteche i 49 libri della lista e leggerli. Non aggiungerò dunque nulla su questo.
Concludo riportando l’osservazione dello psicologo Diego Fernando Marin quando s'imbatte, in un centro commerciale, nell’edizione spagnola del mio piccolo albo:
Fue amor a primera vista. En primer lugar porque no se trataba de una nueva recopilación de canciones infantiles (mis preferidas creo que ya las he reseñado), si no de un sencillo poema para leer antes de dormir. Lo otro que me atrajo fue que no había un exceso de rojos, amarillos y colores primarios violentos y explosivos. En lugar de ellos habían tonalidades azules y ocres, propias del anochecer, delineadas con un negro trazo firme.  En tercer lugar, porque el texto deja a los lobo bien parados. Elizabeth rebate y discute este punto. No es un libro realista me dice entre risas, pero la verdad no me interesa que sea un libro realista. La literatura infantil está plagada de libros poco realistas. No hay un gato con botas, no hay siete enanos ni dragones. Eso no hace a ese tipo de personajes menos reales para los lectores.
Así que este pequeño volumen que se dedica a versificar sobre una pobre ovejita perdida en el bosque a quien termina acogiendo una loba, es una sencilla nana para antes de ir a dormir, que a pesar de su simplicidad no escatima el elemento literario. Son trece páginas dobles que se hallan plenas de la presencia de la literatura, bella y cautivante literatura. Un bebé, estoy seguro, agradecerá un libro como este. Tutta la recensione qui: Canción de cuna para una ovejita

(C) Eleonora Bellini