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sabato 8 febbraio 2025

La tua migliore amica Anne, di Jacqueline Van Maarsen

"Finisco di leggere il libro e scrivo una lettera al signor Frank per ringraziarlo. In realtà non penso che il diario di Anne verrà letto da molte persone. Chi può avere ancora voglia di leggere sulla guerra? Tutti sono contenti che sia finita. Ma per fargli un piacere in fondo alla lettera scrivo: forse il libro di Anne un giorno diventerà famoso!" 

Così scrive Jacqueline al padre di Anne Frank per ringraziarlo di averle donato una copia a stampa del diario della sua migliore amica. Jacqueline ha vissuto una vita serena e agiata ad Amsterdam, con la mamma di origine francese, il papà e la sorella maggiore Cricri. Finché il 30 gennaio 1935, nel gioioso pomeriggio della festa per il suo compleanno, Jacqueline sente che il suo papà, parlando con quello di Inge, pronuncia parole come "nazismo", "antisemitismo", "ebrei" e aggiunge che in Germania gli ebrei non sono sicuri. A scuola proprio in questo periodo cominciano ad arrivare, sempre più numerose, nuove compagne in fuga. E dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando l'Olanda viene invasa dalle truppe naziste, anche la tranquilla e operosa Amsterdam non è più sicura. Il papà di Jacqueline è ebreo, perciò anche lei deve portare la stella gialla e può frequentare solo la scuola ebraica. 

Ed è proprio al liceo ebraico che conosce Anne Frank. Tra loro nascono subito una profonda simpatia e una grande intesa, tanto che le due ragazzine diventano inseparabili e si definiscono "migliori amiche". All'improvviso, però, Anne e la sua famiglia scompaiono. Si crede che si siano rifugiati a casa di parenti nella neutrale Svizzera, ma non arriva più nessuna notizia e il silenzio cala su di loro. Solo al termine della guerra Jacqueline conoscerà il tragico destino di Anne e riceverà la lettera di addio che la sua amica ha scritto per lei: "... ti scrivo questa lettera per dirti addio, ti stupirai probabilmente, ma il destino non ha voluto altrimenti per me, devo andare via con la mia famiglia, i motivi li sai bene anche tu". 

Jacqueline van Maarsen, presente nel diario di Anne Frank con lo pseudonimo di Jopie, ha raccontato, dopo un lunghissimo silenzio, la storia della loro amicizia, le loro conversazioni, i sogni e i propositi per il futuro. Questo libro presenta la versione dell'opera scritta dall'autrice per i tanti ragazzi che ha incontrato rendendo la sua testimonianza in giro per il mondo. 

J. Van Maarsen, La tua migliore amica Anne, San Paolo 2022,
traduzione di Anna Patrucco Becchi


giovedì 13 luglio 2023

Il secondo piano, di Ritanna Armeni

Roma, 16 ottobre 1943. Il campanello del convento delle suore francescane di via Poggio a Moiano squilla ripetutamente. Suor Lina, la novizia, intenta a salvare i panni stesi dalla pioggia imminente, indugia, sperando che un’altra consorella si affretti ad aprire prima di lei. Ma nessuna si muove. Tocca dunque proprio a lei, che attraversa il giardino e finalmente corre verso il portone. Lo apre e si trova davanti, esitanti e un poco discoste dall’ingresso, sette persone: un uomo e una donna anziani, un ragazzo dall’aria spavalda, una bambina dalle lunghe trecce, un bimbo dal viso timoroso e i loro genitori. Li mandano le maestre pie Filippini di via delle Botteghe Oscure, presso le quali hanno trascorso alcune ore, nascosti, per sfuggire al rastrellamento operato dai nazisti al Ghetto. Suor Lina non sa che fare, la situazione è del tutto inedita per lei, deve chiedere alla madre superiora, dice, non può farli entrare senza il suo permesso. Ma qualcuno alle sue spalle la spinge da parte.

La recensione integrale si legge su Mangialibri al link Il secondo piano | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

giovedì 29 giugno 2023

L'ultimo treno per Istanbul, di Ayşe Kulin

Il romanzo racconta un episodio poco noto relativo agli ebrei turchi trasferitisi a vivere in Francia e trovatisi poi, a partire dal 1940, in pericolo a causa dell'invasione nazista del Paese e del complice governo di Vichy. Si racconta in particolare dell'organizzazione di un treno destinato a riportare in patria numerosi cittadini di ogni età, un'operazione estremamente rischiosa, condotta in segretezza e con intelligenza da alcuni diplomatici turchi, con l'appoggio della Resistenza parigina. Se i protagonisti hanno nomi di fantasia, le vicende storiche sono reali e documentate. Nel 1942, infatti, i diplomatici turchi sottrassero ogni volta che fu loro possibile un grande numero di connazionali ebrei che vivevano nella capitale francese alla cattura da parte dei nazisti e alla deportazione nei lager, fino ad elaborare un rischioso e avventuroso piano di rimpatrio in ferrovia, verso Istanbul. Il governo turco noleggiò una carrozza e la attaccò in coda a uno dei treni diretti a Edirne, l'antica Adrianopoli, città turca vicina ai confini con Grecia e Bulgaria. La Resistenza francese fece in modo che anche alcuni ebrei di nazionalità non turca viaggiassero su quel treno verso la libertà e il futuro. Tutti si adoperarono per fornire ai passeggeri un passaporto turco, mentre monsignor Angelo Roncalli, rappresentante della Santa Sede a Istanbul e futuro papa Giovanni XXIII, fornì alcuni certificati di battesimo falsi per i bambini. Nel romanzo non leggiamo solo la storia di una difficile fuga nello scenario di un'Europa sconvolta dalla guerra, ma anche le vicende di famiglia, di amore e di speranza di numerosi personaggi, in particolare di Sabiha e Macit, della sorella di lei Selva che, per aver voluto sposare l'ebreo Rafael Alfandari viene ripudiata dal padre e fugge all'estero; di Nazım Kender e Ferit, con il loro impegno politico contro il nazismo; di David Russo, traumatizzato dal campo di lavoro nazista, alla ricerca di una nuova speranza di vita.


Ayşe Kulin, L'ultimo treno per Istanbul, Newton Compton 2015

giovedì 19 gennaio 2023

Due albi bilingui in italiano e inglese per raccontare la Shoah ai più piccoli: Non dire il tuo nome/Don't say your name; Il ritorno di Sara/Sara's return

Giuseppe gioca sul balcone e ai giardini pubblici, è allegro, la sua vita scorre serena. Ma un brutto giorno delle leggi ingiuste lo costringono a fuggire insieme alla mamma, al papà e alla sorella Micol. Da quel momento, Giuseppe non potrà più rivelare a nessuno il suo nome. Nell'Italia delle leggi razziali del 1938 la storia di un bambino e della sua famiglia, uguale a 10, 100, 1000 altre storie di bambini innocenti, è narrata attraverso lo sguardo e con le parole del piccolo protagonista. Integrano il testo alcune domande, quelle che i piccoli lettori di oggi più spesso rivolgono quando sentono parlare del periodo buio e crudele della persecuzione contro gli ebrei, insieme alle risposte che si possono dare loro. Le illustrazioni dialogano compiutamente con le parole e la storia è raccontata sia in italiano che in inglese. Il libro è corredato da una scheda che contiene suggerimenti per svolgere attività e laboratori con i bambini.

- Nello spazio breve di un albo sono raccontate con semplicità e efficacia la storia e le conseguenze delle leggi razziali del 1938; “testimone narratore” è il piccolo Giuseppe che con la sorella Micol e i genitori è costretto a nascondersi e a celare il suo nome per sfuggire alla deportazione. Albo “impegnato” ma delicato anche nelle illustrazioni. Ottima prova di Eleonora Bellini - (Pino Boero)

Nell’inverno dell’anno 2000, su un treno che scendeva da Cracovia verso Milano una vecchia signora ammirava il paesaggio innevato. Si chiama Sara e torna in Italia dopo tanti tanti anni. Sara è la cugina di Giuseppe e Micol, i bambini che non potevano dire il loro nome. Il ritorno di Sara, chiaro, delicato ed empatico nel testo e nelle immagini, è l’atteso seguito di Non dire il tuo nome, dedicato ai temi delle leggi razziali e della deportazione. Conclusa la storia di Sara, un breve ma significativo approfondimento riguarda i fatti storici che fanno da sfondo alle vicende narrate e risponde ad alcune domande sui personaggi del libro. Per le classi e gli insegnanti che, dopo aver acquistato l'albo, ne faranno richiesta è disponibile una scheda di approfondimento e di proposte operative da attuare con bambini e ragazzi.

"Inserisco l’albo bilingue Il ritorno di Sara in questa sezione perché mi pare che il racconto, giocato sulla memoria, meriti un’attenta lettura: Sara vecchia signora, già incontrata, bambina, in una precedente storia, torna a  noi sul filo della sua memoria: la deportazione, il campo di concentramento, la morte dei fratellini,  la fuga, la salvezza, la crescita e l’età adulta trascorsa in un altro paese… L’essenzialità e l’intensità che caratterizzano la scrittura di Eleonora Bellini trovano buon sviluppo nelle illustrazioni di Viola Virdis" (Pino Boero, pinoboero, Autore presso Pino Boero).

Eleonora Bellini/Maria Mariano, Non dire il tuo nome/ Don't say your name, Il Ciliegio 2021

Eleonora Bellini/Viola Virdis, Il ritorno di Sara/ Sara's return, Il Ciliegio 2023

 Il ritorno di Sara/ Sara's return è stato premiato con menzione di merito al Premio Letterario Scaramuzza, dove era giunto finalista in ottima compagnia: Sergio Badino, Ilaria Urbinati - Mi ricordo di te (Giunti), Matteo Bussola - Mezzamela (Salani), Isabella Christina Felline, Sonia Maria Luce Possentini - Tutto d'un fiato (Raffaello Editore), Matteo Grimaldi - Il violino di Filo (Giunti), Stefania Lanari, Anna Pini - Il lupo aveva un piano (Fulmino), Monica Lanzara - Bosco sacro (Amazon), Laura Rizzoglio - La masca (Nps editore), Francesca Redolfi - Dedalus (Le Mezzelane casa editrice), Eleonora Rossi - Il campo della giovinezza, Bruno Tognolini - Rime alfabete (Salani), Nadia Tortora, Giorgia Merlin - E' nata l'Italia. Costituzione di uno stato libero (Chiaredizioni).

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Non dire il tuo nome – Don’t say your name – Le letture di Adso

Recensione Non dire il tuo nome, Eleonora Bellini, Maria Mariano - ZeBuk - Il blog per gli appassionati di lettura

Il ritorno di Sara-Sara’s return – Le letture di Adso

Recensione Il ritorno di Sara. Sara's return, Eleonora Bellini, Viola Virdis - ZeBuk - Il blog per gli appassionati di lettura


Stampa diocesana novarese

Novara Oggi


Pagine Giovani 1/2023

mercoledì 9 febbraio 2022

Il piccolo villaggio dei sopravvissuti, di Peter Duffy

Tuvia, Zus e Asael Bielski erano tre fratelli ebrei che nella Bielorussia occidentale riuscirono a sottrarre oltre un migliaio di ebrei allo sterminio e alla deportazione nazista. Dal 1941 fino al 1944 i fratelli Bielskj, sotto la guida di Tuvia, il maggiore tra loro, portarono in salvo nella fitta foresta (pušča) Nalibokskaja ebrei di ogni età e condizione sociale fuggiti dai ghetti e dai villaggi. Organizzarono rifugi sotterranei, riuscirono ad approvvigionarsi di cibo dai contadini e organizzarono addirittura un gruppo partigiano armato che combatteva in accordo con i partigiani sovietici. Nel villaggio nascosto, che fu definito la "Gerusalemme dei boschi", sarti, calzolai, falegnami, addetti al bestiame  contribuivano ai lavori comuni, mentre i partigiani presidiavano il luogo per individuare per tempo le incursioni naziste. Non mancavano al folto gruppo di scampati nemmeno un locale che fungesse da sinagoga, una scuola per i bambini e un medico. "E' difficile calcolare quante persone siano vive oggi grazie ai fratelli Bielskj. Molte delle milleduecento che lasciarono la pušča sono ormai morte. Ma i loro figli hanno avuto figli, che a loro volta hanno avuto altri figli. Migliaia di persone residenti negli Stati Uniti, in Israele, Gran Bretagna, Francia, Germania, Australia e Russia devono la loro esistenza alla decisione dei fratelli di dare rifugio a ogni ebreo che arrivasse all'accampamento nella foresta" conclude Duffy, scrittore e giornalista statunitense del quale questo è il primo libro.


Peter Duffy, Il piccolo villaggio dei sopravvissuti, Newton Compton 2014

giovedì 27 gennaio 2022

16 ottobre 1943, di Giacomo Debenedetti

Giacomo Debenedetti, tra i maggiori critici letterari del Novecento, in questo piccolo libro definito da Natalia Ginzburg "breve e splendido" narra il vile e crudele inganno perpetrato da Kappler ai danni degli ebrei del Ghetto di Roma. Dopo la richiesta da parte dei nazisti di 50 kg. d'oro, che vennero consegnati in tempi brevissimi anche  grazie all'aiuto di alcuni "ariani", la comunità ebraica ritenne di essere al sicuro e non diede peso all'allarme che Celeste, una donna povera e bizzarra, portò loro, trafelata e inquieta, alla vigilia di quel tragico sabato. La mattina iniziò la retata che si concluse con la deportazione di oltre 1200 persone di ogni età. Pubblicata la prima volta nel 1945 l'opera continua a costituire per ogni lettore una rivelazione letteraria ed epica, una denuncia bruciante e sempre viva. Segue Otto ebrei un'altra cronaca dedicata alla deposizione del commissario Alianello che, sotto processo per reati fascisti, portò a sua discolpa il fatto di avere cancellato otto nomi di ebrei dalla lista di persone destinate alle Fosse Ardeatine. Questi ebrei gli devono la vita e perciò egli chiede clemenza. "Si tratta ancora e sempre d'una discriminazione di natura razzista. Gli ebrei chiedono invece l'assenza di ogni discriminazione. Chiedono il diritto di non avere speciali diritti" scrive Natalia Ginzburg (La Stampa, 14/2/1978) a questo proposito. Come non condividere il suo giudizio? Come non preservare ogni diversità in modo tale da considerarla come ricchezza del genere umano e non difetto da stigmatizzare?

Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Sellerio 1993, con una prefazione di Alberto Moravia e postfazione di Natalia Ginzburg


 

venerdì 21 gennaio 2022

Quando Hitler rubò il coniglio rosa, di Judith Kerr

Siamo a Berlino negli anni Trenta del Novecento. Max e Anna Kerr vivono in una grande casa con i genitori e la governante Heimpi. Il loro papà è un critico teatrale di grande successo e la vita familiare scorre agiata e tranquilla. La serenità dei Kerr, che sono ebrei, viene però profondamente turbata quando si annuncia la competizione elettorale nella quale i nazisti risulteranno vincitori. Quando il capo famiglia, socialista oltre che ebreo, viene avvertito da un suo lettore e ammiratore dei pericoli che lui stesso e la sua famiglia potranno correre se Hitler salirà al potere, i Kerr decidono di lasciare la Germania. Partiranno dapprima la mamma, Anna e Max e li seguirà poi il babbo. La loro destinazione è la Svizzera, Paese neutrale. Preparando la sua valigia Anna si trova dinanzi a un dilemma, serio per una bambina della sua età: porterà con sé il suo vecchio coniglio rosa oppure il cagnolino ricevuto in dono a Natale? La bimba sceglie il giocattolo più nuovo, confidando che che il coniglietto verrà poi spedito, insieme agli altri beni della famiglia, al nuovo indirizzo. Ma così non avviene, perché i beni di quell'agiata famiglia ebraica vengono sequestrati. Nella triste primavera tedesca del 1933 inizia dunque la vita da profuga di Anna, rifugiata prima in Svizzera, poi a Parigi e infine a Londra, dove il signor Kerr può finalmente riprendere la sua carriera di autore di successo.

Il libro, in gran parte autobiografico, pone particolare attenzione alle vicende della piccola Anna, alle sue amicizie, al suo impegno nello studio malgrado le difficoltà incontrate nelle scuole straniere e con la lingua francese, alla sua passione per la poesia e il disegno e alla sua incrollabile fiducia nel futuro: "... non mi è mai importato di essere una profuga. Anzi, mi è molto piaciuto. Penso che questi ultimi due anni da profughi sono stati più belli di quando eravamo in Germania" confessa la bambina ai genitori alla vigilia del trasferimento in Inghilterra. Quando Hitler rubò il coniglio rosa fu pubblicato nel Regno Unito nel 1971. La prima edizione italiana, arricchita dai disegni dell'autrice, è del 1976. Il libro, che ha conosciuto numerose edizioni ed è ancora in commercio, non ha perso nulla del suo smalto e della sua originaria freschezza, che lo rendono consigliabile a bambine e bambini a partire dai 10-11 anni, ma risulta di utile e piacevole lettura anche per adulti che non lo conoscessero ancora. 

lunedì 17 gennaio 2022

Non dire il tuo nome/ Don't say your name, di Eleonora Bellini e Maria Mariano

LA TRAMA: Giuseppe gioca sul balcone e ai giardini pubblici, è allegro e la sua vita scorre serena. Ma un brutto giorno delle leggi ingiuste lo costringono a fuggire insieme alla mamma, al papà e alla sorella Micol. Da quel momento Giuseppe non potrà più rivelare a nessuno il suo nome. Nell'Italia delle leggi razziali del 1938 la storia di un bambino e della sua famiglia, uguale a 10, 100, 1000 altre storie di bambini innocenti, è narrata attraverso lo sguardo e con le parole del piccolo protagonista. Integrano il testo alcune domande, quelle che i piccoli lettori di oggi più spesso rivolgono quando sentono parlare del periodo buio e crudele della persecuzione contro gli ebrei, insieme alle risposte che si possono dare loro. Le illustrazioni dialogano compiutamente con le parole e la storia è raccontata sia in italiano che in inglese.

L'ESPERIENZA: Giovedì 25 e venerdì 26 novembre 2021 ho incontrato a distanza le scolare e gli scolari delle classi IV D, E. F, G, H e III A, B, C della Scuola "Eugenio Montale" di Scampia nell'ambito del Festival Scampia Storytelling - ICWA. Prima dell'incontro i bambini avevano letto e discusso in classe il libro. La mia esperienza è stata, come sempre a Scampia, molto molto positiva: le bambine e i bambini si dimostrano sempre interessati, pongono domande spontanee, fanno proposte, prestano attenzione, spesso con molto acume, al testo e alle immagini, dimostrando un'ottima capacità di lettura di entrambi questi elementi. Al termine dell'ultimo collegamento ho avuto un colloquio, breve ed amichevole, con le insegnanti che, esprimendo la loro soddisfazione, hanno manifestato l'intenzione di continuare dialoghi e riflessioni in occasione della Giornata Della Memoria, sempre prendendo spunto da "Non dire il tuo nome/Don't say your name". I disegni delle alunne e degli alunni delle classi terze, disegni colorati, espressivi, appassionati, meritano di essere visti qui, anche se solo in questo modo virtuale, che, sicuramente, un poco li appanna. Il dialogo e il lavoro con le classi è sempre portatore di luce in giorni bui, in presenza o a distanza che sia (Eleonora Bellini).



Non dire il tuo nome/ Don't say your name di Eleonora Bellini e Maria Mariano. Traduzione in inglese di Royston Vince. Edizioni Il Ciliegio 2021.

giovedì 3 giugno 2021

Le jeune fille au pair, di Joseph Joffo

Pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dell'Europa dal nazismo, Wanda Schomberg, ragazza determinata e coraggiosa, arriva a Parigi da Zurigo. La motivazione ufficiale del suo trasferimento è quella di approfondire la conoscenza della lingua francese, che già parla discretamente bene. Per far questo si iscriverà a un corso alla Sorbona e cercherà una famiglia in cui impiegarsi come ragazza alla pari. Appena scesa alla Gare de Lyon, dopo un lungo viaggio notturno, Wanda, su consiglio dell'edicolante, acquista France soir e comincia a consultare gli annunci di lavoro. Mentre scorre le pagine un giovanotto siede al suo tavolo. E' Richard Fabre, studente di medicina. Dopo alcuni dubbi circa l'opportunità che una ragazza perbene si dimostri così disponibile a chiacchierare con uno sconosciuto al caffè di una stazione che è un porto di mare, Wanda accetta la compagnia di Richard perché ha bisogno di qualcuno che parli con lei, che si interessi a lei. E subito trova l'annuncio ideale, quello di Samuel Finkelstein, che cerca una ragazza che si occupi dei suoi due bambini. Quando Wanda suona il campanello dei Finkelstein quella stessa mattina, mezzogiorno è passato da poco. Dopo un breve colloquio con i padroni di casa, il posto è suo. Si occuperà di David e Benjamin, rispettivamente di dieci e otto anni.

"Non si tratta soltanto di bambini turbolenti" avverte Helène, la mamma "Sono bambini speciali. A lei, che ha conosciuto solo la pace, sembreranno degli extraterrestri, questi piccoli Ebrei, nati uno nel '40 e l'altro nel '42, che hanno trascorso la prima infanzia senza conoscere il loro padre. David aveva solo un anno e mezzo e Benjamin non era ancora nato quando mio marito fu deportato ad Auschwitz".

Ora che, dopo il ritorno di Samuel dal lager, la famiglia si è di nuovo riunita, i genitori, tanto occupati dal lavoro, hanno necessità di qualcuno che si occupi dei bambini, qualcuno che vegli su di loro come farebbe una sorella maggiore. Wanda ha raggiunto il suo scopo, quello di conoscere da vicino la comunità ebraica, le donne, gli uomini e i piccoli che i nazisti avevano impietosamente destinato allo sterminio. E subito l'intesa con i Finkelstein è buona, i legami con i bambini sono appaganti e affettuosi. Tuttavia ogni tanto Wanda sparisce per qualche giorno, si assenta e poi ritorna, senza dare spiegazioni. Qual è il suo segreto?

Joffo, autore, tra l'altro del famosissimo Un sacchetto di biglie (vedi anche qui la recensione), narra ancora una volta una storia di fratellanza umana, di conversione interiore, di pacificazione nella giustizia su un tema sempre dolorosamente attuale. E il suo consueto stile che unisce emozione, riflessione e sorriso avvince e conduce saldo e veloce attraverso le pagine. Purtroppo il romanzo, nel momento in cui scrivo, non è disponibile in lingua italiana.

venerdì 16 aprile 2021

La bambina e il nazista, di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli

Nella tranquilla cittadina di Osnabrüc in Germania corre l'anno 1943 e Hans Heigel, ufficiale di complemento delle SS, destinato ad attività d'ufficio, non comprendendo la ferocia delle truppe hitleriane, si ritiene fortunato ad essere lontano dal fronte e dai lager e di potersi vivere giorni tranquilli con la sua famigliola composta dalla moglie Ingrid e dalla figlioletta Hanne. Ma le difficoltà della Germania in guerra aumentano e tutti gli uomini, anche quelli considerati meno brillanti come Hans, vengono chiamati al servizio attivo: il campo di sterminio di Sobibór sarà la nuova sede del nostro ufficiale. Il dolore della separazione dalla moglie si somma alla recente perdita della figlioletta, alla quale il Reich ha negato un medicinale che avrebbe potuto salvarla: tutte le risorse, gli è stato risposto, vanno riservate a chi sta combattendo, le altre vite non contano. Nel lager Hans assiste all'arrivo di tanti e tanti prigionieri, alcuni destinati a non vivere più di un giorno o di una notte. Tra loro c'è Leah, una bambina ebrea identica ad Hanne. In quell'inferno disumano ora il nostro uomo ha una missione: salvare dalla morte quella bimba, come avrebbe voluto fare con la sua figlioletta. Esponendo al pericolo la sua stessa vita, Hans trova scuse di ogni tipo, si inventa lavoretti da affidare alla piccola, falsifica documenti pur di proteggerla, le trova un angolo sicuro nel campo, tutto nell'intento di sottrarla alla camera a gas. La vicenda narrata nel libro viene riferita da diversi recensori sul web come emblematica, ma totalmente di pura invenzione. In realtà Franco Forte, facendo una ricerca tra le carte del processo di Norimberga, si è imbattuto in un documento di poche righe in cui si parla della testimonianza di una bambina ebrea a favore di un soldato nazista, che l'aveva protetta e salvata in ben due campi di sterminio. Il fatto, rielaborato e accresciuto dagli autori in forma di romanzo, ha dunque radice in un evento storicamente accertato, come avverte a pag. 303 un post scriptum.

venerdì 31 luglio 2020

Stella, di Takis Würger

Fritz, ingenuo ragazzo dall'anima limpida, figlio di imprenditori svizzeri, lascia la famiglia  per recarsi a Berlino, dove intende studiare arte e conoscere la Germania e il mondo. E' il gennaio 1942 e la città risente della guerra e respira male sotto il tallone nazista. Ma i luoghi dove si canta e gli spettacoli musicali non mancano. Al Melodie Club Fritz conosce Kristin, cantante affascinante, ragazza misteriosa e apparentemente affamata. La conduce con sé all'hotel di lusso in cui alloggia. Ingenuo e delicato di animo, Fritz presto si innamora di Kristin, che diviene la sua guida in Berlino e a un certo punto anche la sua donna.

Kristin, tuttavia, ogni tanto sparisce, resta fuori a lungo, vestita con un lungo cappotto di pelle nera. In quelle occasioni è ben diversa dalla ragazza ironica, sorridente e apparentemente fragile quale di solito appare. Fritz non sa che cosa faccia durante queste uscite, o forse lo sospetta, ma non lo accetta. Quando, molto tempo dopo l'inizio della relazione, si scopre

che Kristin è un falso nome e che la ragazza si chiama Stella ed è ebrea, Fritz si adopera per sottrarla al pericolo. Le chiede di andare con lui in Svizzera, nella sua grande villa sul lago. Là si sposeranno e vivranno al sicuro. Stella rifiuta e gli chiede piuttosto di aiutare i suoi genitori, rinchiusi in carcere in condizioni disumane e a rischio di essere trasferiti in un lager. L'impresa non riesce, nonostante il giovane abbia messo in campo conoscenze importanti. Neppure la partenza per la Svizzera avviene. Perché? Perché Stella ha un segreto e un progetto, infamanti entrambi.

Ispirato a una storia vera, Stella è un romanzo documentato e profondo. Esemplare, lungo tutta la vicenda la figura di Fritz, condotto dagli avvenimenti piuttosto che padrone degli stessi, sempre però coerente con il principale insegnamento ricevuto dal padre fin da bambino: ''La cosa più importante di tutte è la verità''.

Takis Würger, Stella, Feltrinelli 2019

domenica 26 gennaio 2020

Tutte le mie mamme, di Renata Piatkowska

Szymon vive rinchiuso con la sua famiglia nel ghetto di Varsavia. Le rappresaglie naziste gli portano via il babbo e la sorella e il bambino rimane solo con la mamma malata. L’infermiera Jolanta porta loro un po' di cibo e qualche vestito caldo, finché, un giorno, propone alla donna di affidarle Szymon, per portarlo in salvo fuori dal ghetto. Il bambino viene nascosto presso diverse famiglie e sopravvive grazie al coraggio delle nuove mamme che, di volta in volta, lo accolgono. Dopo molti anni, sopravvissuto alla Shoah, Szymon Bauman verrà a sapere che l’infermiera Jolanta in realtà si chiamava Irena Sendler e che lavorava come impiegata nell'assistenza sociale. Grazie al suo ruolo, che le permetteva di avere un lasciapassare per il ghetto, Irena, mettendo a rischio la propria vita, aveva organizzato, insieme ad altri membri della Resistenza, numerose fughe dal ghetto, riuscendo a mettere in salvo più di 2.500 bambini e molti adulti. Come furono ritrovati e identificati, alla fine della guerra, i bambini salvati? Grazie ''ad un barattolo di vetro sotterrato sotto il melo nel giardino di viale Lekarska 9 a Varsavia. In questo barattolo Irena Sendler aveva messo delle striscioline di carta arrotolate. Su queste aveva scritto i nomi e cognomi dei bambini, quelli veri e quelli falsi, e, sotto i nomi, aveva annotato gli indirizzi cifrati delle famiglie che si occupavano di loro''.
Nel 1965 il Memoriale di Yad Vashem conferì alla Sendler il titolo di “Giusta tra le Nazioni”. Al Senato Polacco, che nel 2007 la insignì del titolo di ''eroe nazionale'', Irena scrisse: «Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria». Il libro, splendidamente illustrato da Maciej Szymanowicz, narra senza retorica, attraverso la vicenda di un solo bambino, un momento tragico della storia del Novecento. Da consigliare a bambini,  genitori e insegnanti.


Renata Piatkowska, Tutte le mie mamme, Giuntina 2018

domenica 27 gennaio 2019

Dora Bruder, di Patrick Modiano

«Scrivendo questo libro, ho lanciato degli appelli, come fari che purtroppo dubito possano rischiarare la notte. Ma spero sempre». Al principio degli anni Novanta del Novecento, Patrick Modiano si imbatte per caso in un ritaglio di giornale del 31 dicembre 1941, che riporta l'avviso di ricerca di una ragazzina di 15 anni, Dora Bruder, m. 1.55, volto ovale, occhi castano grigi, cappotto sportivo grigio, pullover bordeaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive color marrone. Inizia a ricercarne le tracce a partire dal quartiere di Boulevard Ornano, che conosce bene, perche' lo frequentava da bambino insieme alla sua mamma. I ricordi dell'infanzia si avvicendano nella narrazione ai tasselli, sempre troppo pochi e fuggevoli, che la ricerca permette di ordinare l'uno accanto all'altro. Modiano insegue le tracce della ragazza, ebrea ma non dichiarata come tale all'anagrafe dal padre, attraverso la citta' e attraverso gli archivi, quelli almeno che non sono stati distrutti per nascondere l'infamia della connivenza assoluta col nazismo del governo di Vichy. Con determinazione, quasi si trattasse di una sfida o di un'ineludibile missione, lo scrittore persegue il suo intento, per restituire qualche brandello di giustizia alla storia e per sottrarre la ragazza, sepolta, come innumerevoli altri, nelle tenebre dell'oblio. Segue Dora che fugge da casa una domenica sera di dicembre, quando sarebbe dovuta rientrare nel collegio di suore a cui era iscritta. Le sue tracce si perdono poi per lunghi mesi, fino a quando un rapporto di polizia segnala che la ragazza e' rientrata a casa, da sua madre. Poi, di nuovo, una traccia riappare e sappiamo che Dora il 13 agosto 1941 viene internata nel campo di Drancy e che, prima ancora, era rinchiusa nel centro di internamento delle Tourelles. Sicuramente era stata arrestata per strada, ipotizza Modiano, convinto che la ragazza si fosse fatta prendere proprio in quel lugubre e gelido mese di febbraio, quando la Polizia delle questioni ebraiche si appostava nei corridoi del metro, all'ingresso dei cinema o all'uscita dei teatri. Ed e' proprio la banalita' e l'anonimato di questa adolescente, che si muove in un mondo quotidiano normale e senza scosse, fino a quando una tragedia epocale non la porta a fondo, a impegnare lo scrittore affinche' possa esserle restituita una fisionomia, una molecola di memoria. Modiano recupera pochi documenti, descrive un paio di vecchie foto di Dora bambina vestita di bianco e, cosi' facendo, senza enfasi, ma con la semplicita' del cronista delinea tutto lo spessore della tragedia dell'olocausto e tutta la vergogna delle autorita' francesi conniventi con la barbarie nazista, quelle che Ti convocano. Ti internano. E a te piacerebbe capire il perche'. Queste tre frasi secche e lapidarie trasmettono in modo perfino piu' efficace di lunghe orazioni tutto l'orrore dello stermino. Di ogni sterminio, quello nazista e quelli che, innanzando muri e deliberando leggi ingiuste, ancora minacciano e incombono.
Il primo giugno 2015 a Parigi, nel XVIII arrondissement, lo scrittore ha inaugurato la promenade Dora Bruder. Contro la volonta' dei nazisti, che avrebbero voluto seppellire nell'oblio, cancellandone perfino il nome, Dora e tutte le altre migliaia di bambini e adolescenti strappati a Parigi per farli morire ad Auschwitz. 
A Patrick Modiano e' stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura 2014.

Patrick Modiano, Dora Bruder, Guanda 1997

mercoledì 23 gennaio 2019

La guerra di Catherine, di Julia Billet e Claire Fauvel


1941. La Francia e' invasa dalle truppe tedesche. Rachel, una ragazzina ebrea, studia alla Maison des enfants de Sèvres, che mette in atto metodi educativi avanzati, molto rispettosi della liberta' dei bambini. I genitori, dei quali non ha piu' notizia, l'hanno iscritta a questo istituto per proteggerla dai pericoli della guerra e dell'invasione nazista. Qui Rachel scopre la passione per la fotografia e non si separa mai dalla sua Rolleiflex, la macchina fotografica che l'aiuta a guardare le persone e il mondo in profondita', oltre le apparenze. Quando la persecuzione degli ebrei si intensifica, la ragazzina, come le sue compagne e i suoi compagni di scuola, deve cambiare nome. Si chiamera' Catherine. E come Catherine sara' costretta a fuggire e a nascondersi da un paese all'altro della Francia, grazie a una rete di solidarieta' molto estesa. Avra' la fortuna di scampare alle retate naziste e di poter tornare infine, quattro anni dopo, nella sua Parigi finalmente liberata. La storia raccontata dalla Billet si ispira a fatti reali della vita di sua madre, Tamo Cohen, bimba ebrea nascosta nella Maison de Sèvres. 
La guerra di Catherine, riuscitissima graphic novel illustrata da Claire Fauvel, nasce dall'omonimo romanzo e rende omaggio alla fotografia come arte e insieme alle organizzazioni resistenziali che salvarono molte vite umane. Perche' anche quando i lupi urlano a morte ci sono donne e uomini che restano fedeli all'umanita'.

J. Billet e C. Fauvel, La guerra di Catherine, Mondadori 2017 

venerdì 14 aprile 2017

Conta le stelle se puoi, di Elena Loewental

"Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo" (Genesi 22.17). Conosce di certo questa benedizione Moise Levi, Moisìn, quando nel 1872, a ventitré anni, lascia la natìa Fossano con un carretto pieno di stracci da vendere. Minuto, ma robusto, parte alla ricerca di fortuna. La troverà a Torino, dove, grazie a Monsù Malvano e a una certa pratica con la produzione e il commercio dei tessuti fatta a Verzuolo durante il viaggio, diverrà presto un commerciante agiato. A Torino, una sorta di terra promessa dopo che il re Carlo Alberto ("Che sia benedetto") aveva decretato la libertà di culto per ogni professione religiosa e soppresso il ghetto, Moise trascorrerà tutta la vita. Una vita piena, di successo economico, di amori, di figli e nipoti. Seguiamo le loro vicende lungo il cammino di un secolo, e non solo nella città sabauda, ma qua e là, nell'una o nell'altra parte del mondo. Ci appassioniamo e ci commuoviamo alla visione di Moise che, ormai vecchio, visitando una figlia mette piede, se pur temporaneamente, nella terra promessa. Vediamo lui e la sua famiglia passare indenni attraverso il secolo dell'orrenda Shoa, dimenticati dalle leggi razziali del 1938: una inspiegabile fortuna, che ci incuriosisce e ci rallegra. Al termine del romanzo, però, l'autrice avverte: "questa non è una storia vera [...] quella vera è svanita dentro le ciminiere dei forni crematori, nelle camere a gas, nelle fosse comuni". E' l'artificio, quello della letteratura e del sogno, a permettere a Elena Loewental di raccontare una storia "senza". Senza la persecuzione razziale, senza la Shoa. La storia che avrebbe potuto essere e non è stata. La storia dei perduti e dei morti, degli sconfitti e dei perseguitati. Che sono stati e forse sono ancora. Anche loro come le stelle. Non quelle di una numerosa discendenza sparsa per ogni dove sulla terra, ma quelle che, nell'universo già morte, ancora risplendono per noi, dinanzi ai nostri occhi. 

Il Ghetto di Torino, scorcio

E. Loewental, Conta le stelle, se puoi, Einaudi 2008


domenica 12 aprile 2015

L'Innocence des victimes: regard sur les génocides du XXe siècle, di Yves Ternon

Ternon, medico francese e storico specializzato nello studio dei crimini contro l'umanità, dimostra come sempre il metodo messo in atto dai detentori del potere per giustificare il genocidio riposi su una base comune, alimentata come si alimenta la brace sotto il fuoco: la paura dell'altro, non importa se Armeno, Cambogiano, Ebreo o Tutsi. Per resuscitare la fiera che sonnecchia in molti tra noi basta agitare lo spauracchio della nazione oltraggiata, del territorio minacciato, della salvaguardia dell'identità culturale o religiosa. Tutti questi "pericoli", queste ventilate minacce riposano sulla menzogna. Milioni di innocenti però hanno perso la vita a causa di questa menzogna, a causa di queste manipolazioni delle coscienze di intere popolazioni.
In Ruanda la minoranza degli Hutu, favorita un tempo dai coloni Belgi, ha teorizzato e perpetrato il massacro dei Tutsi.   
Nel 1915, approfittando dello scenario cruento della prima guerra mondiale, l'Impero Ottomano decise lo sterminio degli Armeni, la cui neutralità rispetto ai Russi fu trasformata in tradimento e crimine. Il piano di sterminio e di deportazione del popolo armeno, nonché le modalità della sua esecuzione rispondono precisamente ai criteri per definire il genocidio stabiliti nel 1948 dalle Nazioni Unite. 
Le modalità per mettere in atto lo sterminio - osserva Ternon - sono semplici, come gli ingredienti di una banale ricetta. Innanzitutto bisogna alimentare dicerie sul passato: "Gli Ebrei  sono il popolo deicida, attirato dal potere del denaro". Poi ci si aggancia al presente: in Ruanda la radio e la stampa martellavano la gente con la "faccenda della razza". Infine viene il momento della "pulizia". In Cambogia i soldati ideali erano ragazzini vestiti di nero, con un kalashnikov a tracolla. Avevano tra i 10 e i 15 anni. Non temevano né la morte, né la violenza. Più tardi, al cospetto della storia, i boia giustificheranno l'ingiustificabile spogliando le vittime della loro innocenza e addirittura colpevolizzandole: basterà insinuare che le vittime furono incapaci di difendersi per inettitudine, vigliaccheria o altro.   
 
 
Yves Ternon, L'Innocence des victimes: regard sur les génocides du XXe siècle, Desclée de Brouwer 2001

sabato 1 marzo 2014

Austerlitz, di Winfried Georg Maximilian Sebald


Nella salle des pas perdus della stazione di Anversa tra le persone in attesa c'è Austerlitz, "un uomo che allora, nel '67, aveva un aspetto quasi giovanile, con i capelli biondi singolarmente ondulati". Prende appunti e stende schizzi, scatta foto all'architettura solenne della stazione, tutto materiale che gli servirà per le sue ricerche erudite. Ma, non appena il narratore gli rivolge una domanda, Austerlitz è felice di intrattenersi a discorrere con lui, perché "chi viaggia solo è in genere contento di trovare un interlocutore dopo giorni e giorni trascorsi in completo silenzio". Nasce così una confidenza che, pian piano, si trasformerà in amicizia, itinerante in luoghi diversi d'Europa.
Jacques Austerlitz soffre un sentimento di estraneità, di erranza, fondato sulla nebbia che all'inizio del romanzo vela le sue origini e la sua travagliata infanzia, che il lettore scoprirà a poco a poco, inoltrandosi a fondo nel romanzo. Una vicenda, quella di Jacques, tragica ed appassionante insieme, parte dei tragici eventi che travagliarono la storia d'Europa negli anni del nazismo.
Jacques ha trascorso l'infanzia come figlio adottivo di un pastore del Galles e ha appreso il suo vero nome solo  al momento dell'esame sostenuto per entrare ad Oxford. La ricerca delle sue origini si impone e la seguiamo nella seconda parte del romanzo, così come si segue una ricerca di quella microstoria che s'innesta nella storia ufficiale e le dà sentimenti e sostanza, perché è la storia delle gioie, delle speranze e dei dolori dei singoli. La microstoria ha nomi e cognomi quotidiani, potrebbe essere la storia di ciascuno. Seguiamo Austerlitz da Praga, città della sua primissima infanzia (bellissima la rievocazione della lingua infantile che gli torna alla memoria, grazie alla pronuncia dei numeri che, gli ricorda una ritrovata vecchia zia, egli usava contare sui bottoncini che ornavano i guanti nel negozio di famiglia), fino a Terezin (città muta di porte chiuse), dove scoprirà che avevano trovato la morte i suoi genitori, ebrei di Boemia.
Caratteristica della narrazione di Sebald, dallo stile complesso, ricco di subordinate ed incisi e tuttavia di lettura estremamente invitante e coinvolgente, è l'inserzione nel testo di fotografie che suggeriscono al lettore ora l'impressione dell'immersione nella realtà, ora la suggestione del sogno:
"A un certo punto mi fermai lungamente davanti all'entrata di una casa, disse Austerlitz, lo sguardo rivolto verso l'alto a un mezzorilievo grande circa trenta centimetri quadrati  e montato nel liscio intonaco sopra il concio dell'arco del portone, mezzorilievo che, su uno sfondo verde mare disseminato di stelle, raffigurava un cane dipinto di blu con un bastone in bocca  che il cane medesimo - come io presentii rabbrividendo fino alla radice dei capelli - aveva portato lì dal mio passato"(pag. 165).
 
W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi 2002
 

giovedì 15 marzo 2012

Ad Auschwitz c'era un'orchestra, di Fania Fénelon

Fania Fénelon, ebrea francese, nata Goldstein, fu deportata ad Auschwitz-Birkenau a soli vent'anni. Amava dire che fu deportata non perché ebrea, ma perché membro della Resistenza e comunista.  A Birkenau c'era un'orchestra femminile; doveva accompagnare l'uscita dei reclusi che andavano al lavoro la mattina presto e, la sera, doveva offrire momenti di svago alle SS - che amavano la musica classica e forse la usavano per cancellare l'orrore delle innominabili torture  a cui sottoponevano le loro vittime e per dimenticare l'odore dei forni crematori che pervadeva il campo. Questo libro, scritto trent'anni dopo la deportazione, racconta la storia di Fania e delle sue compagne dell'orchestra del lager. Perché aspettare trent'anni per raccontare? "Ho avuto bisogno di vivere. Vivere la nostra giovinezza; avevamo vent'anni e sembravamo tutte delle vecchie. Ho avuto bisogno di ritrovarmi nel calore degli altri, di mangiare, di fare l'amore, di amare... e soprattutto di guarire. Ero malata. Dovevo guarire dai lager", spiegherà lei, in un tardo pomeriggio degli anni Settanta a Bruxelles, incontrando due compagne di allora.
Fania Fénelon fu cantante e pianista e portò la sua arte nei teatri di tutto il mondo. Dopo la guerra visse a lungo nella Germania dell'Est. Dalle sue memorie fu tratto negli Stati Uniti un film, Playng for time (in italiano Ballata per un condannato), di cui scrisse la sceneggiatura insieme ad Arthur Miller e che fu interpretato da Vanessa Redgrave. Un suo ricordo si trova, tra gli altri, qui: http://gerardbarray.fr/humeurs/fania/index.htm

Fania Fénelon, Ad Auschwitz c'era un'orchestra, collana Caratteri del '900, Vallecchi 2008

mercoledì 26 ottobre 2011

In fuga, di Anne Michaels

Jakob è l'unico della famiglia ad essere sopravvissuto alla Shoa, ancora bambino. Terrorizzato e affamato, lacero, coperto da uno strato di fango, Jakob emerge dalla palude di Biskupin in Polonia e un uomo, Athos, lo nasconde sotto il cappotto e lo porta con sé fino all'isola di Zante dove gli insegnerà tante cose del mare e delle pietre, della poesia e della vita. Cercherà di conciliare il presente del fanciullo con il suo tragico passato. "Il presente, come un paesaggio, è solo una piccola parte di una narrazione misteriosa. Un resoconto di catastrofi e di lento accumularsi. Ogni vita salvata: caratteri che torneranno a comparire in un'altra generazione. "Cause remote". Così riflette Jakob, grazie all'insegnamento del suo salvatore. Athos è un giusto che, oltre ad occuparsi di geologia, dedica molto del proprio tempo a scrivere un libro che renda giustizia agli ebrei sterminati dai nazisti e che sveli anche molti altri loro crimini; non ultimo, l'avere alterato i dati geologici ed archeologici di Biskupin per attribuire alla località la caratteristica di crogiuolo della razza e della cultura ariana.
Un altro protagonista del libro è Ben, giovane studioso figlio di sopravvissuti allo sterminio nazista: "Il passato dei miei genitori, da un punto di vista molecolare, è anche il mio", all'insegna di questa convinzione vive Ben. 
In fuga è un romanzo, ma il suo linguaggio e gli spazi che apre alla mente somigliano spesso a quelli della poesia e della filosofia, per questo si presta ad una lettura lenta e meditativa, in senso contrario a ciò a cui ci spinge il nostro tempo affrettato, superficiale, vorace di consumi sempre nuovi.
Il libro è uscito con una postfazione di Francesca Romana Paci che afferma: "...  il senso letterale del racconto avvolge molti altri sensi nascosti e, proprio per questo, il romanzo offre numerosi livelli di lettura".  Ricordo del passato dei giusti e dei loro destini prematuramente troncati dalla furia nazista, ma anche della loro capacità di resistenza al male, indagine sugli scrigni nascosti nella profondità delle ere geologiche sotto una coltre di  fango, scandaglio delle profondità della parola poetica sono solo alcuni dei temi del romanzo.
Anne Michaels vive a Toronto, dove insegna letteratura. Si è affermata dapprima come autrice di poesia e con questo romanzo ha ottenuto importanti premi.

Anne Michaels, In fuga, Giunti Editore 1998

Biskupin, la palude

lunedì 24 gennaio 2011

Une jeunesse au temps de la Shoa, di Simone Veil

Simone Jacob vive a Nizza con i genitori - il padre è un celebre architetto parigino trasferitosi nel Midi di cui intuisce le potenzialità turistiche ed urbanistiche - le due sorelle e il fratello Jean. E' la figlia minore di una famiglia ebrea laica, molto integrata nella società e molto legata alla cultura del suo Paese. Quando scoppia la guerra in Francia, nel 1939, Simone è ancora bambina, ma già intuisce che questo evento, all'inizio poco percepibile nella vita quotidiana, potrà volgere in tragedia. Anche se Nizza in quel momento si trova in zona libera, anche se in seguito, sotto l'occupazione italiana, non conoscerà l'accanimento antiebraico che contraddistinguerà l'occupazione tedesca, la situazione di pericolo diviene man mano sempre più pressante. E infatti, a partire dallo statuto del 3 ottobre 1940, che proibisce agli ebrei di esercitare alcune professioni, fino all'obbligo di farsi registrare del 1941, la vita della famiglia diviene sempre più precaria e più insicura. Comincia così un periodo in cui figli e genitori vivono separati, in case diverse, presso amici e sono costretti a procurarsi documenti falsi. Ciò non basterà a salvarli dalla deportazione. Simone, la madre e la sorella Milou vengono internate ad Auschwitz.
"... ci adattavamo all'orrenda atmosfera che regnava nel campo, l'odore pestilenziale dei corpi bruciati, il fumo che sempre oscurava il cielo, il fango dovunque, l'umidità penetrante della palude. Oggi quando si torna su quel luogo, nonostrante l'arredo delle baracche, le torrette di guardia, il filo spinato, quasi tutto ciò che era Auschwitz è scomparso. Non si vede ciò che avvenne in quei luoghi e non si riesce ad immaginarlo. Il fatto è che nulla può dare la misura dello sterminio di milioni di esseri umani, condotti lì da ogni angolo d'Europa" (pp. 79-80).
Simone sopravviverà al campo di sterminio. Tornata in Francia si sposerà giovanissima - da allora prenderà il cognome del marito Antoine Veil - e intraprenderà la carriera di magistrato prima e quella politica poi. Sarà la prima presidente del Parlamento europeo. Ora è anche accademico di Francia.
Questo libro è un'edizione francese per ragazzi e giovani, molto economica e ben annotata; contiene i primi quattro capitoli dell'autobiografia Une vie (Stock).

Simone Veil, Une jeunesse au temps de la Shoa, Stock (Le livre de Poche) 2010.