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giovedì 18 novembre 2021

"Un carattere decisamente militante". Giannino Piana recensisce "Stanze d'inverno" di Eleonora Bellini

Questa importante (e nutrita) raccolta di poesie di Eleonora Bellini ha un deciso carattere biografico. E questo non perché ella parli di sé – nulla vi è in tale raccolta di autoreferenziale – ma perché la molteplicità dei temi affrontati e la passione con cui vengono trattati lasciano trasparire aspetti di una forte personalità dalla profonda vita interiore, che non ha paura di misurarsi con gli eventi più diversi della odierna vicenda storica, non nascondendo di fronte a quanto avviene il proprio pessimismo per il futuro. Una personalità insieme forte e dolce, che esterna con pudore (e perciò con discrezione) sentimenti personali e giudizi sulla situazione della società, conferendo alla propria scrittura un carattere decisamente militante. 

L’orizzonte che segna i confini entro i quali si inscrive il racconto esistenziale della Bellini è costituito dalla percezione degli stretti legami che intercorrono tra i diversi ordini della realtà. Uomo, animali e natura sono tra loro in un rapporto di piena reciprocità, che non è fondato soltanto sul comune afflato vitale, ma che si propone anche come condivisione di gioia e di dolori, di cocenti delusioni e di attese nutrite di speranza. L’oscillazione tra questi opposti poli è l’ordito di cui è intessuta la realtà con le sue strutturali (connaturate) ambivalenze. Un ordito che rende ragione dei processi di costante mutamento in corso, i quali affondano le loro radici in una visione cosmica dai risvolti – si direbbe – persino panteisti. E’ la natura, nelle sue varie sfaccettature – come ci ricorda Paolo di Tarso – che soffre come sotto le doglie del parto, a causa delle permanenti contraddizioni che l’attraversano, e che l’uomo non ha mancato (e non manca) di accentuare con la sua spregiudicata (e incosciente) condotta.

Emblematico è in questo senso il piccolo bellissimo poema “Stanze d’inverno” che dà il titolo all’intera raccolta, dove alla descrizione di una natura fredda e disadorna si associano stati d’animo che segnalano lo scorrere veloce del tempo e invitano a fare memoria della morte, che porta con sé la cancellazione di ogni possibile forma di comunicazione, aggravata dal “… ricordo di coloro/ a cui più nulla possiamo raccontare” (A pianterreno, p. 13) e dalla considerazione che “muore con la persona il suo pensiero”. Tutto questo nella “indifferenza beata delle cose”, che rimangono apparentemente immutate – dalla targa accanto al campanello alle luci dirimpetto accese fino al transito lento del treno – ma che rivelano in realtà una sorta di logorìo, frutto del venir meno di una relazione che le rende pienamente vive (Ibidem, p. 14).

Si fa strada, in questo contesto, la richiesta di rispondere a una domanda ineludibile, che affiora in tutta la sua drammaticità nell’alternarsi di vicende, nelle quali storia e natura, tempo e spazio appaiono inequivocabilmente intrecciati in una intrinseca, dinamica correlazione, in cui non è difficile cogliere l’intimità segreta della realtà. Alle dinamiche proprie degli eventi di vita quotidiana – si pensi soltanto al dramma della malattia fisica e psichica – si accompagna (e con esse interagisce) la tragedia di fenomeni collettivi, come il moltiplicarsi dei focolai di guerra, il rifiuto di accogliere gli immigrati che muoiono sui barconi, lo svilimento della Resistenza patrimonio essenziale della nostra storia, la violenza esercitata nei confronti dell’ambiente e, da ultimo, il dilagare recente del virus che ha annientato (e annienta) milioni di persone nel mondo.

L’attualità di quest’ultimo fenomeno – la pandemia – che ha fatto irruzione in modo del tutto inaspettato e sconvolgente “… un virus, / uno dei tanti, / però ancora sconosciuto, un imprevisto invisibile / sul palco, ‘scena aperta’” (Poesia estremamente sgradevole, p. 109), suscita nell’animo umano le reazioni più svariate, fa scoprire all’uomo la sua vera natura, smentendo l’onnipotenza prometeica, frutto di una improvvida fiducia nella scienza e, ancor più, nella tecnologia, mettendo a nudo la fragilità e la precarietà della condizione umana: “… Ciascuno custodisce in sé / la sua risposta e a tutti è data una certezza: / siamo una specie sulla terra, ma specie non eterna” (ibidem, p. 110). Grande è lo sconcerto che questo provoca e che ci porta a ripensare questioni cruciali come quella del tempo e quella del male. La prima ci fa toccare con mano che “ il tempo, / messo da parte l’orologio, resta / un mistero (Rileggendo Pinocchio, p. 114); la seconda, quella angosciante del male, ci ricorda che la sua “extrema ratio” rimane imperscrutabile, come ci ha detto “un uomo, solo/ in una notte di pioggia, avvolto / dall’abbraccio di mirabili colonne che nessun genio /odierno / saprebbe replicare, sdoganando / tutta la tragedia umana” (Il tarassico, p. 113).

Non tutto è però negativo. A riscattare una situazione carica di angoscia vi sono anzitutto gli affetti, collante di una vita che ritrova passione e calore. Il canto di Eleonora Bellini si fa qui intenso (e coinvolgente) e diviene eco significativa di quel intreccio di relazioni cui si è alluso che segnano la vita dell’universo. A questo suggestivo mondo, che è costituito dalle varie espressioni dell’amore, sono dedicate liriche di rara bellezza, tra le quali una in particolare in “Pagine di diario”, che merita di essere riportata in una parte consistente per le immagini con cui l’amore viene evocato:

L’amore è nel gioco che incanta,

l’amore è la nonna che canta,

la chioma corvina di mamma,

il cane che abbaia la sera.

L’amore che vive nel sonno

È fasto e teatro di sogni.

L’amore è la legge che apre il sipario,

l’amore è futuro di luce.

Oltre la soglia è chiaro spiraglio 

(Oltre la soglia, p. 24)

E, accanto all’amore, Eleonora non manca di dare spazio anche al sentimento religioso. Uno spazio che ha il suo epicentro nel Natale, dove alla nostalgia per i “Natali antichi”, dove tutto era ispirato alla semplicità e alla povertà, si accompagna l’invocazione accorata che il celeste bambino, “sorriso di mistiche speranze”, “vessillo in tempi oscuri” (Ventitre, p. 88) ritorni: “Corri, vieni, ritorna! Luce / nascosta dove sei? /… Corri, torna, / scendi, accendi, impara / che tra noi ancora scotta / e brucia, più rovente della fiamma / più infida della brace, la malinconia” (Uno p. 65).

Qui il linguaggio della poesia si confonde con quello della mistica (non sono forse le due esperienze tra loro strettamente legate e interdipendenti?), assegnando a tutto il cammino di Eleonora, che percorre pagine di storia, personale, sociale e civile un’ impronta non passeggera ma aperta, nonostante i segnali in larga misura contrari, a una speranza che diviene promessa per il futuro.

ELEONORA BELLINI, Stanze d’inverno e altre poesie, con una nota di Alfredo Luzi, Book editore 2021


sabato 4 febbraio 2017

L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, di Eleonora Bellini

Copertina di Claudia Benassi

L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno propone ai ragazzi di oggi la storia di una grande personalità del passato e lo fa suscitando emozioni più che offrendo nozioni, con riguardo anche a frammenti di mitologia e di leggenda della più antica tradizione indiana.
Una cartelletta sottile, un mazzetto di lettere del nonno scritte in anni lontani con calligrafia regolare e accurata. Ghaffar vi riscopre frammenti di una grande storia, quella del Mahatma Gandhi, il padre della forza dell'amore, della resistenza non violenta e dell'indipendenza dell'India. Le lettere sono un regalo di affetto e di memoria che il nonno gli fece quand'era ragazzino. E lui che ne farà ora? Le farà conoscere ad altri, qui, in questo libro.

LA STORIA COMINCIA COSI':

Primavera dell'anno 1952

La luce dell'alba tinge di rosa e oro la città di Ahmedabad. Nell'ashram sulla sponda del fiume gli abitanti delle umili casette bianche circondate da pochi alberi di mango, si risvegliano e si affrettano alle occupazioni quotidiane. I fabbri, i falegnami, i barbieri, i vasai corrono al lavoro, aprono le botteghe, espongono la merce. Alcune donne e bambini si dirigono al pozzo ad attingere l'acqua per la giornata. Sulle scalinate digradanti verso il fiume stanno prendendo posto i lavandai. Le botteghe di ristoro, che vendono té, tisane e altre bevande, sono già aperte. Nelle case c'è chi sta già cucinando e il profumo di fuoco di legna e spezie si diffonde nell'aria.
Il vecchio Raykhumar esce sulla veranda di casa. Ha appena terminato di filare il cotone con il suo charkha, l'arcolaio a ruota che gli è caro...

Recensione su PAGINE GIOVANI, 4/2016

Un'altra interessante recensione si può trovare al link dell'editore, qui: Luigi Alviggi, su "L'elefante e la formica"

L'elefante e la formica ha ricevuto il premio internazionale BOOKS FOR PEACE 2017 per il romanzo a tema interreligioso (http://booksforpeace.altervista.org/)

Recensione di Giannino Piana su "Capoverso" 2/2017

E infine una preziosa recensione di Claudia Camicia su Bookbird



Eleonora Bellini, L'elefante e la formica. Gandhi nelle lettere del nonno, NonSoloParole Edizioni 2016 (euro 12,00)

sabato 2 luglio 2016

Ancora su "ριζώματα, radici", di Eleonora Bellini


Sulla rivista novarese INFORMALE si può leggere una nuova recensione a "ριζώματα, radici", la raccolta pubblicata in occasione dell'evento di Mimesis. La natura svelata ad arte, tenutosi a Belgirate, in collaborazione con l'associazione culturale "Pietro Borsieri" nel 2014 e nel 2015. Autore della recensione Giannino Piana.


Recensione di Giannino Piana, su INFORMALE, n. 5/2016

domenica 8 novembre 2015

Dio e il suo destino, di Vito Mancuso

 
 
Sarà in libreria il 12 novembre Dio e il suo destino di Vito Mancuso, ma ieri a Borgomanero, nel corso di un incontro organizzato dalla Fondazione Marazza se ne è parlato in anteprima alla presenza dell'autore, introdotto dal novarese Giannino Piana.
Apriamo il libro e leggiamo due dediche: "A chi ha perso Dio a causa di Deus" e "alla memoria di don Andrea Gallo che credeva in un Dio antifascista". Sono dediche e già vi è presente l'assunto del volume (463 pagine), che si apre con un breve capitolo intitolato "Personaggi principali". Chi sono costoro? Dio, la forza buona dell'essere; Deus, l'archetipo del divino nella mentalità occidentale, forza e onnipotenza; il Destino, svelamento della verità delle cose; Trinitas, la "più veritiera e la più attuale interpretazione di Dio, la prospettiva su cui camminare per rendere ragione della verità globale dell'essere e dell'esperienza umana" (pp. 13, 14).
La tesi che l'autore sostiene è che, se l'immagine di Dio non sarà liberata dalle prerogative del Deus, il suo declino, già iniziato nella mente e nel cuore degli esseri umani, anche tra molti di quelli "di buona volontà", sarà definitivo. La lontananza di questa concezione di Dio - Deus dal mondo e dall'esperienza di coloro che vivono su questa terra verrà percepita come incolmabile.
Possono la riflessione teologica - e la pratica di fede - subire questo scacco? Certo che no, afferma Mancuso, perché "in gioco non c'è l'esistenza di un essere misterioso là in alto, ma il senso dell'essere qui in basso". Il Dio del quale parlano la Chiesa cattolica e le altre religioni del mondo, tornerà ad essere orizzonte e luce della fede degli umani, solo se verrà definito (e comunicato) come speranza sotto forma di pensiero, idea del bene e libertà autentica e profonda.
"Il risultato a cui sono giunto è che il vero nemico dell'idea di Dio in Occidente non è l'ateismo, non è il relativismo, non è nessuna delle minacce di cui parlano spesso gli uomini di Chiesa: è invece l'idea di Dio prodotta nei secoli dal potere religioso e depositata nella cosiddetta dottrina, a protezione della quale vennero collocati una serie di fossati e fili spinati detti anatemi e scomuniche, senza esitare a togliere violentemente la vita a tutti coloro che la contestavano e che non potevano essere vinti con la limpida verità delle argomentazioni" (p. 29).
Il saggio è variegato e profondo, si muove tra teologia, filosofia, letteratura, scienza e conta dieci capitoli (Dichiarazione d'intenti e descrizione del protagonista; Perché ne abbiamo ancora bisogno; Deus: la sua identità nella Bibbia ebraica; Il Nuovo Testamento e il suo Dio; Sorgere dell'eresia; Il Dio della dottrina; L'aporia manifesta; Elementi per una nuova immagine di Dio; Questioni di stile). Conclude la trattazione una ricca e preziosa "guida bibliografica".
Un libro che sicuramente si farà leggere (e rileggere), che farà scoprire, riflettere, sperare, come si addice a tutte le opere autentiche, appassionate e per nulla effimere.
 
 
Vito Mancuso, Dio e il suo destino, Garzanti 2015