Visualizzazione post con etichetta nazisti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nazisti. Mostra tutti i post

mercoledì 8 maggio 2024

La piccola Hempel, di Elvira Hempel Manthey

Elvira apparteneva a una famiglia molto indigente e tanto bastò, durante il regime instaurato da Adolf Hitler, per etichettare lei e i suoi fratelli come “elementi biologicamente indesiderabili dello Stato nazista”: oltre a quello messo in atto nei lager, un altro meccanismo, questo, di sterminio, realizzato col fine di sopprimere o emarginare - con diagnosi mediche false e devianti – “le vite indegne di essere vissute”. Scrive nella prefazione Erika Silvestri, curatrice e traduttrice del testo: “Questo libro, in cui Elvira ha raccolto la storia della sua vita, è allo stesso tempo un’autobiografia straziante e un documento di enorme importanza storica [...] le parole di Elvira sono come uno squarcio nel buio. A differenza della Shoah, non abbiamo infatti testimonianze dirette dei pochissimi sopravvissuti al programma di ‘eutanasia’ nazista”. Elvira era una bambina tedesca, come tutti i piccoli pazienti del reparto infantile speciale dell’ospedale di Uchtspringe, dove furono uccisi 753 bambini e adolescenti.

Elvira Hempel Manthey, La piccola Hempel, Utet 2024

La recensione completa si legge su Mangialibri, al link La piccola Hempel | Mangialibri dal 2005 mai una dieta


domenica 26 gennaio 2020

Tutte le mie mamme, di Renata Piatkowska

Szymon vive rinchiuso con la sua famiglia nel ghetto di Varsavia. Le rappresaglie naziste gli portano via il babbo e la sorella e il bambino rimane solo con la mamma malata. L’infermiera Jolanta porta loro un po' di cibo e qualche vestito caldo, finché, un giorno, propone alla donna di affidarle Szymon, per portarlo in salvo fuori dal ghetto. Il bambino viene nascosto presso diverse famiglie e sopravvive grazie al coraggio delle nuove mamme che, di volta in volta, lo accolgono. Dopo molti anni, sopravvissuto alla Shoah, Szymon Bauman verrà a sapere che l’infermiera Jolanta in realtà si chiamava Irena Sendler e che lavorava come impiegata nell'assistenza sociale. Grazie al suo ruolo, che le permetteva di avere un lasciapassare per il ghetto, Irena, mettendo a rischio la propria vita, aveva organizzato, insieme ad altri membri della Resistenza, numerose fughe dal ghetto, riuscendo a mettere in salvo più di 2.500 bambini e molti adulti. Come furono ritrovati e identificati, alla fine della guerra, i bambini salvati? Grazie ''ad un barattolo di vetro sotterrato sotto il melo nel giardino di viale Lekarska 9 a Varsavia. In questo barattolo Irena Sendler aveva messo delle striscioline di carta arrotolate. Su queste aveva scritto i nomi e cognomi dei bambini, quelli veri e quelli falsi, e, sotto i nomi, aveva annotato gli indirizzi cifrati delle famiglie che si occupavano di loro''.
Nel 1965 il Memoriale di Yad Vashem conferì alla Sendler il titolo di “Giusta tra le Nazioni”. Al Senato Polacco, che nel 2007 la insignì del titolo di ''eroe nazionale'', Irena scrisse: «Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria». Il libro, splendidamente illustrato da Maciej Szymanowicz, narra senza retorica, attraverso la vicenda di un solo bambino, un momento tragico della storia del Novecento. Da consigliare a bambini,  genitori e insegnanti.


Renata Piatkowska, Tutte le mie mamme, Giuntina 2018

martedì 24 febbraio 2015

La banalità del male, di Hannah Arendt

Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca rifugiata nel 1933 in Francia e successivamente docente in diverse università degli Stati Uniti, seguì nel 1961 e 1962 il processo Eichmann a Gerusalemme, come inviata speciale del New Yorker. Pensava che si sarebbe trovata dinanzi a un mostro sanguinario e invece vide che Eichmann era soltanto un uomo banale, "grigio", un piccolo funzionario ambizioso, zelante e ottuso, incapace di distinguere, all'interno degli ordini che riceveva dai superiori, il bene dal male. Eichmann eseguiva i propri compiti, seguiva le consegne, si asteneva dal pensare. Questo fenomeno di aberrante spersonalizzazione e di abbandono di ogni  ragionamento venne definito dalla Arendt "banalità del male". Non si tratta di perdonare crimini contro l'umanità, ovviamente, ma di riflettere su quanto il male possa risiedere dentro ogni essere umano. Tra i cittadini di un regime totalitario chi compie azioni crudeli e inumane non è, nella sua essenza, molto diverso da chi si dichiara incapace di compiere simili delitti. Questo perché il totalitarismo, attraverso la propaganda e la repressione, mira a distruggere ogni indipendenza di pensiero e di azione, mira a distruggere, in definitiva, l'umanità dell'essere umano. Continuare a "pensare", cioè interrogarsi su se stessi, sulle proprie azioni, sulle leggi è la sola possibilità per non rischiare di cadere nella "banalità" del male o nell'indifferenza cieca e disumana. Socrate, con le sue continue domande sull'essere, con l'incessante suo interrogarsi sulle azioni umane, è per la Arendt il modello di pensatore per eccellenza.
 
- La mia opinione è che il male non sia mai 'radicale', ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né la dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità" [...] solo il bene ha profondità e può essere integrale."  (da La banalità del male                                          
- Il livellamento delle condizioni dei sudditi è sempre stato una delle principali preoccupazioni dei despoti e dei tiranni fin dai tempi più antichi; ma un simile livellamento non è sufficiente per il regime totalitario, perché lascia più o meno intatti certi legami non politici, come i vincoli familiari e gli interessi culturali comuni. Se tale regime vuole sul serio raggiungere il suo scopo deve far sì che "finisca una volta per tutte la neutralità del gioco degli scacchi", vale a dire l'esistenza autonoma di qualsiasi attività (da Le origini del totalitarismo
- Quel che prepara così bene gli uomini moderni al dominio totalitario è l'estraniazione che da esperienza limite, usualmente subìta in certe condizioni sociali marginali come la vecchiaia, è diventata un'esperienza quotidiana delle masse crescenti del nostro secolo.(da Le origini del totalitarismo
- Se la legalità è l'essenza del governo non tirannico e l'illegalità quella della tirannide, il terrore è l'essenza del potere totalitari (da Le origini del totalitarismo
 
 

mercoledì 26 ottobre 2011

In fuga, di Anne Michaels

Jakob è l'unico della famiglia ad essere sopravvissuto alla Shoa, ancora bambino. Terrorizzato e affamato, lacero, coperto da uno strato di fango, Jakob emerge dalla palude di Biskupin in Polonia e un uomo, Athos, lo nasconde sotto il cappotto e lo porta con sé fino all'isola di Zante dove gli insegnerà tante cose del mare e delle pietre, della poesia e della vita. Cercherà di conciliare il presente del fanciullo con il suo tragico passato. "Il presente, come un paesaggio, è solo una piccola parte di una narrazione misteriosa. Un resoconto di catastrofi e di lento accumularsi. Ogni vita salvata: caratteri che torneranno a comparire in un'altra generazione. "Cause remote". Così riflette Jakob, grazie all'insegnamento del suo salvatore. Athos è un giusto che, oltre ad occuparsi di geologia, dedica molto del proprio tempo a scrivere un libro che renda giustizia agli ebrei sterminati dai nazisti e che sveli anche molti altri loro crimini; non ultimo, l'avere alterato i dati geologici ed archeologici di Biskupin per attribuire alla località la caratteristica di crogiuolo della razza e della cultura ariana.
Un altro protagonista del libro è Ben, giovane studioso figlio di sopravvissuti allo sterminio nazista: "Il passato dei miei genitori, da un punto di vista molecolare, è anche il mio", all'insegna di questa convinzione vive Ben. 
In fuga è un romanzo, ma il suo linguaggio e gli spazi che apre alla mente somigliano spesso a quelli della poesia e della filosofia, per questo si presta ad una lettura lenta e meditativa, in senso contrario a ciò a cui ci spinge il nostro tempo affrettato, superficiale, vorace di consumi sempre nuovi.
Il libro è uscito con una postfazione di Francesca Romana Paci che afferma: "...  il senso letterale del racconto avvolge molti altri sensi nascosti e, proprio per questo, il romanzo offre numerosi livelli di lettura".  Ricordo del passato dei giusti e dei loro destini prematuramente troncati dalla furia nazista, ma anche della loro capacità di resistenza al male, indagine sugli scrigni nascosti nella profondità delle ere geologiche sotto una coltre di  fango, scandaglio delle profondità della parola poetica sono solo alcuni dei temi del romanzo.
Anne Michaels vive a Toronto, dove insegna letteratura. Si è affermata dapprima come autrice di poesia e con questo romanzo ha ottenuto importanti premi.

Anne Michaels, In fuga, Giunti Editore 1998

Biskupin, la palude

sabato 28 marzo 2009

Il bambino senza nome, di Mark Kurzem

Se non vi aspettate uno stile brillante né una traduzione ineccepibile, ma volete scoprire, attraverso un romanzo, un periodo di storia sinora pressoché ignorato, leggete Il bambino senza nome (Piemme, 2009). L'autore narra la storia di suo padre, ebreo russo, fuggito di casa a cinque anni nella notte che precedette l'eccidio di tutti gli ebrei del suo villaggio (Koidanov, in Bielorussia) da parte dei nazisti e delle milizie lituane fiancheggiatrici del nazismo. Il bimbo fu trovato e cresciuto dai militari delle SS - che lo trasformarono in bambino soldato, ignara ed irrequieta mascotte testimone di stragi - e da una famiglia lituana loro fiancheggiatrice. Poi emigrato in Australia, nella piena maturità della sua età adulta il "bambino senza nome" trova la forza di superare il trauma e di raccontare la propria storia: dapprima a frammenti, poi sempre più chiaramente. Inizia così il suo viaggio a ritroso per riscoprire le proprie origini e, soprattutto, per fare la pace con il proprio passato. Il libro, inoltre, al di là del racconto di una vicenda individuale, fa luce su un periodo infausto della storia della Lituania complice del nazismo, poco nota al pubblico dei lettori italiani.
Ed ecco il contenuto del famoso filmato - famoso e breve: poco più di due minuti. Si apre con mio padre che marcia sul prato seguito dagli altri bambini - un piccolo ebreo soldato al comando di un gruppetto di bambini ariani! La voce fuori campo narra in tedesco la storia del "bambino in divisa", il bambino "trovato da un drappello di SS Lettoni, che lo hanno salvato dai pericoli del fronte".