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martedì 23 dicembre 2025

1961, le vacche di Fanfani, di Francesco Siciliano Mangone

Nell’aprile del 1961 il presidente del Consiglio Amintore Fanfani effettuò una visita di tre giorni in Calabria, visitando i capoluoghi e i centri più significativi di ogni provincia. Si celebrava in quell'anno il centenario dell'Unità d'Italia e la visita aveva anche l'obiettivo di verificare a che punto fosse e quali risultati avesse dato la Riforma Agraria con particolare attenzione all'Opera di Valorizzazione Sila. Per offrire un'immagine concreta e tangibile dei risultati ottenuti, un buon numero di bovini (sempre gli stessi), poi rimasti nel ricordo dell'opinione pubblica come "vacche di Fanfani", fu spostato dall'una all'altra delle località inserite nel calendario di visita di Fanfani. Un itinerario che avrebbe voluto confermare il buon esito della riforma, rimase invece nella memoria della regione e della nazione come puerile e maldestro imbroglio.

Da questo inglorioso episodio di cronaca politica prende spunto l'omonimo, complesso se pur ilare, romanzo di Francesco S. Mangone che, insieme a quella delle mucche mostrate a Fanfani, ricorda e indaga un'altra vicenda delittuosa, oscura e mai completamente risolta: la morte della nobildonna Ines Olivara, madre di Otello Olivara, imprenditore legato all'Opera di Valorizzazione Sila e anche comproprietario di un lussuoso postribolo del luogo. Personaggio di dubbia moralità, fu proprio Otello l'artefice dell'infelice inganno delle "vacche di Fanfani", che, ben lungi dal confermare il buon andamento dell'agricoltura e dell'allevamento calabresi, apri una finestra sui ritardi, le inefficienze, le colpevoli inerzie di un Ente nato per lo sviluppo. Con linguaggio ora rutilante e ironico, ora inventivo e colloquiale, lo scrittore narra gli intrecci tra le due vicende, in un contesto vivo e vivace di persone, luoghi, visioni del mondo.

Con 1961. Le vacche di Fanfani, libro che segue Schnellboot s-57 (Aljon Editore, 2009) e Jonion (Robin Edizioni, 2011) Mangone conclude una trilogia dedicata ai problemi culturali, sociali, economici e politici del nostro Paese nel suo complesso, non solo della Calabria nella quale è ambientato e non solo del Sud. Scrive Marco Gatto nella prefazione: "Dietro la vocazione di raccontare dal Meridione le vicende nazionali si cela dunque il proposito ideologico dello scrittore calabrese: straniare il punto di vista consolidato e riuscire a creare un cortocircuito dialettico tra una narrazione locale, particolare, specifica e gli eventi generali della storia nazionale". Il romanzo, uscito nel 2012, non ha perso né la sua verve, né la sua attualità.

F. S. Mangone, 1961 Le vacche di Fanfani, Robin 2012. Prefazione di M. Gatto

domenica 19 ottobre 2025

Nota critica di Francesco Siciliano Mangone alla poesia "Cose" di Eleonora Bellini


Cose

Case di cose, nudi

oggetti invadono ogni spazio,

arido tra le piastrelle la memoria

e il cielo.


(Signori, fate

i vostri acquisti quotidiani

che il capitalismo sa

bene addomesticare le sue bestie).


Eppure basterebbe qualche affetto

- cuori attenti, mani salde -

a salvarci dalle bufere

e dai venti d'uragano.

© Eleonora Bellini


In questo nostro tempo di penuria, di catastrofi etiche pandemiche ecosistemiche, Eleonora Bellini con la sua poesia Cose, racconta di una catastrofe ancor più drammatica: quella relativa alla perdita/svilimento della soggettività emozionale e del sentirsi critico, ad opera del flusso merci-cose-oggetti.

Sin dall’inizio scrive, “Case di cose, nudi/oggetti invadono ogni/ spazio…” versi forti che rinviano al nostro abitare alienato, “arido”, tipico del nostro sistema consumistico; così che la memoria scivola a ricordare una delle espressioni più pregnanti della modernità, quando definisce la “ricchezza” della nostra società: una “immane raccolta di merci”; destino di voraci consumatori.

E sarà Henri Lefebvre, seguendo questa traccia teorica, a parlare nella sua Critica della vita quotidiana, dell’esercizio dell’inganno perpetrato dal capitalismo, così la poetessa sottolinea: sa “bene addomesticare le/sue bestie”. Per dire: coinvolti nella "fantasmagoria" illusoria della merce veniamo preformati da un tale sistema totalizzante (oggetti/invadono ogni/spazio…), cosicché -mentre veniamo svuotati del nostro vissuto emozionale, costretti al frammento e alla propensione dell’esteriore, alla bellezza senza sostanza- diventiamo noi stessi cose tra le cose; noi: i prodotti della riproduzione di questo sistema quantitativo senza limiti.

Eppure… nella intimità della casa, Lefebvre parlerà del momento (ricorda “la piccola porta” per W. Benjamin) come presa di coscienza individuale, autocoscienza, che disallinea dal continuum alienato della vita quotidiana, per la realizzazione d’un possibile altro, una via di fuga. Da ciò ne verrebbero possibilità di ricostruire nuove e diverse conduzioni dell’esistenza, ripristinando così l'umano di cui siamo portatori, come indicano i versi della terza stanza finale, “Eppure basterebbe qualche affetto/-cuori attenti, mani salde-/a salvarci…”. Partendo, ancora una volta, da un linguaggio (quello del poeta) legato, finalmente, al vissuto concreto del giorno.

Istituendo al di là del terrore del potere, una nuova antropologia.

© Francesco Siciliano Mangone

Immagine dal web