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giovedì 29 gennaio 2015

Il presente come storia, di Luciano Canfora

Chi tra i cittadini influisce maggiormente sulla storia? I pochi, gli oligarchi, o le masse? Luciano Canfora, con il consueto acume, indaga qui il passato, discriminando tra fatti e leggende, documenti e invenzioni, perché, come recita il sottotitolo del saggio "il passato ci chiarisce le idee". La questione fondamentale è quella della definizione di ciò che deve intendersi come oligarchia e come democrazia. A proposito delle oligarchie, l'analisi di Canfora esamina le loro caratteristiche, a partire da quelle della Grecia antica fino al fenomeno del rapporto delle oligarchie capitalistiche con il nazismo e il fascismo. 
L'uso politico della storia, come è noto, ha fatto sì che spesso acuni eventi siano stati enfatizzati in modo funzionale ai detentori del potere politico di una data epoca, altri eventi occultati o deformati. "La posta in gioco di ogni discussione ... è molto alta. Si tratta o di arrendersi di fronte all'ondata che declassa la storiografia a mero racconto possibile, non molto distinguibile - tranne che per essere meno attraente - da qualunque narrazione che sia frutto di fantasia artistica, ovvero di fare quadrato intorno alla discriminante, comunque, della ricerca della verità, anche quando questa sia una verità parziale".
Un altro tema importante del libro è quello del concetto e del "valore" del termine democrazia, intesa talvolta semplicisticamente come pura maggioranza: "La maggioranza non ha necessariamente ragione. Anche se costituisce (o dovrebbe costituire) uno strumento del convivere civile, il principio di maggioranza - come bene spiegò Edoado Ruffini in un prezioso libretto ristampato da Adelphi negli anni Settanta, Il principio maggioritario - non ha alcun fondamento né logico, né razionale". E più avanti: "insufficienza della mera identificazione tra democrazia e maggior numero, a prescindere da qualunque contenuto". I contenuti contano, così come contano (o contarono) le ideologie, cioè i convincimenti, gli ideali: lo svuotamento delle ideologie ha prodotto nell'ultimo ventennio la convinzione nei semplici che la politica sia una società senza regole nella quale a ciascuno è consentito, meglio che può, farsi i propri affari.
Incontriamo in queste pagine personaggi studiati a scuola che ora possiamo riconsiderare sotto una nuova, più lucida e matura, prospettiva: Giulio Cesare, Seneca, Pericle, Tucidide, Erodoto, Alessandro, gli Scipioni e poi Dante, Machiavelli, Mazzini, Croce. Una breve capitolo è dedicato anche a Ipazia, la cui storia fu oggetto di una clamorosa (e ancora viva) falsificazione storica in campo cattolico. La filosofa alessandrina fu massacrata e torturata, su istigazione del vescovo Cirillo poi santificato, da un gruppo di monaci invasati ("ma non erano neppure uomini poiché conducevano vita da porci", scrisse Eunapio di Sardi), obbedienti alla medesima intolleranza che condusse i cristiani a distruggere a biblioteca di Alessandria, scrigno di tesori della cultura antica e perciò loro invisa: "La battaglia intorno ai libri nella quale si erano illustrate le bande al servizio di Teofilo, zio e predecessore nonché mentore di Cirillo, non ha nulla da invidiare alle gesta delle orde di Pol Pot": il passato remotissimo fa luce ancora una volta sul passato recentissimo.

Luciano Canfora, Il presente come storia, Rizzoli 2014

mercoledì 10 dicembre 2014

Gli antichi ci riguardano, di Luciano Canfora

"Tradurre è la più vitale delle attività umane. Il cammino della civiltà è una incessante traduzione. Lo capì, ad esempio, un greco d'Asia, che si chiamava Erodoto, il quale vide quanto dal mondo religioso egizio fosse passato nel pantheon greco. I popoli che non traducono, in propria lingua, la civiltà (letteraria, artistica, filosofica, religiosa, scientifica) degli altri o diventano pericolosi o, se non possono essere aggressivi, si condannano al sottosviluppo. Prima o poi se ne renderà conto (al di là dell'attuale suo euforico monolinguismo) il mondo anglosassone, nonostante la forza economico-militare con cui impone agli altri il proprio idioma. Cioè il proprio modello". Inizio con una citazione dall'appendice la recensione di questo breve, ma acuto e indispensabile, saggio di Luciano Canfora. L'autore esordisce ricordando alcuni infelici propositi di riforma della scuola, per fortuna solo in parte attuati, nel nostro Paese: dallo "scorciamento" dello studio della storia antica all'introduzione di un mostricciattolo come la "geostoria" nei primi due anni del liceo classico (ex ginnasio), al vagheggiamento di un liceo breve di quattro anni che, insieme all'accorciamento a sette anni dello studio primario (elementari + medie), sarebbe stato "una boccata di ossigeno per le casse dello Stato". Proprio così, "per le casse dello Stato", scrissero i quotidiani riferendo il proposito - dagli evidenti e primari interessi pedagogici (!) - di quei governi. Alla luce di queste "priorità" generate dalle menti di improvvisati riformatori, dei quali i diversi governi, più o meno tecnici, sono stati ricchi, Canfora si chiede che cosa significi stare al passo con i tempi e quale sia il "nuovo" di cui è giusto tenere conto. E, naturalmente, afferma che se "nuovo" nella scuola significa renderla simile alla realtà esterna "mimandola", questo vanifica il compito stesso della scuola, che è la formazione e l'istruzione dei giovani e giovanissimi, "dando loro respiro" e tempo per approfondire il conoscere, in modo che possano, fatti adulti, uscire consapevoli e corazzati (intellettualmente, ma pure moralmente) nel mondo. Canfora prosegue ricercando quale sia il significato da attribuire al binomio "cultura umanistica" ("assumere la maschera passatista di don Ferrante non porta a nulla") e suggerisce che esso è quello di "sapere storico", che abbraccia i diversi aspetti del sapere e la cognizione del loro sviluppo e della loro storicità. Cultura umanistica è, in quest'ottica globale, anche lo studio delle civiltà antiche e la loro conoscenza mediante lo studio delle lingue classiche. Continua esaminando che cosa significhi "canone" nei programmi scolastici, fin dal lontano 1867 della riforma Coppino. Ci sono autori dell'antichità che si devono leggere e conoscere perché educativi e portatori di valori imprescindibili, affermava il "canone" nel nostro Paese di allora, e questa visione resse fino agli anni Sessanta del Novecento, quando anche la scuola superiore, un tempo limitata alle élites, si aperse a più ampi ceti sociali. Ma questa visione non basta, e Canfora la amplia, affermando che gli antichi "ci riguardano perché i loro problemi insoluti e i loro conflitti sono anche i nostri..." e perché "essi non hanno scelto la via consolatoria. Ci insegnano a scartare le risposte facili e le facili consolazioni e autoassoluzioni. [...] è evidente che alla svolta, coincidente con l'affermarsi dell'era costantiniana, nel momento in cui la cultura antica si cristianizza, si elabora quella che potremmo chiamare la via d'uscita a doppia velocità: non si cambia la società sulla terra perché tanto c'è l'aldilà. [...] gli antichi ci insegnano che non è quella la via d'uscita".
Se avete vacanze a Natale o a fine d'anno, leggete questo breve saggio; acquistatelo (il prezzo è abbordabilissimo anche dai ragazzini) e regalatelo, oppure chiedetelo in lettura in bibliblioteca. Avrete soddisfazioni e lumi.


Luciano Canfora, Gli antichi ci riguardano, Il Mulino 2014