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mercoledì 1 ottobre 2025

Una settimana di luglio, di Gianluca Battistel


Elmin insegna da dodici anni alla scuola primaria di Osmaĉe, un piccolo paese che raggiunge ogni giorno attraversando a piedi il bosco. La camminata gli infonde un senso di pace, una serenità dell’animo che aveva raramente provato prima, durante i suoi primi anni di insegnamento a Sarajevo. Elmin ama il suo lavoro, i suoi scolari e quella scuola circondata dalla foresta. Purtroppo però, da qualche tempo, gli giungono anche in questo mondo bucolico, dove tutti si conoscono “come in un’unica grande famiglia”, notizie tristi e inquietanti: Slovenia e Croazia si sono dichiarate indipendenti e la guerra sconvolge i territori croati a maggioranza serba; Vukovar, elegante città sul Danubio, è stata assediata e semidistrutta. Ora, anche in Bosnia Erzegovina tensioni e conflitti serpeggiano ovunque, mentre il dialogo e la ragionevolezza si allontanano sempre più. Elmin rifiuta l’idea che la situazione possa precipitare anche qui, nel suo caro, piccolo paese. E la rifiuta con forza soprattutto per Azra, la sua figlia quindicenne che non vede l’ora di andarsene da quello sperduto villaggio e di raggiungere Sarajevo o “meglio ancora Trieste, dove vivevano dei lontani parenti che mandavano avanti un ristorante”.

Gianluca Battistel, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano e dottore di ricerca presso la Leopold-Franzens-Universität di Innsbruck, con questo libro riporta alla memoria con sobrietà e rigore, con empatia e partecipazione umana, l’assedio di Srebrenica, durato tre anni per poi sfociare, in quella settimana di luglio del 1995 che dà il titolo al romanzo, in un massacro di massa, contro cui i Caschi Blu dell’ONU presenti sul territorio non intervennero minimamente. Nel 2007 la Corte Internazionale di Giustizia riconobbe che quello di Srebrenica era stato un genocidio. E molti speravano che sarebbe stato l’ultimo.

La recensione integrale è su Mangialibri, al link: Una settimana di luglio | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

G. Battistel, Una settimana di luglio, Alphabeta Verlag 2025

venerdì 13 giugno 2025

Scaffale locale 17: Don't forget/ Non dimenticare, di Patrizia Martini

Europa 1992, tra Italia e Jugoslavia. L'ingegner Alija Salahovic vive a Mostar, martoriata da più di un anno dalla guerra fomentata dai più oscuri nazionalismi interni e dalle potenze esterne. Musulmano, Alija, spera che il conflitto possa terminare presto senza conseguenze per lui, la sua compagna e il bebé che attendono. Tuttavia, quando la sua casa crolla tra le fiamme, decide di cercare un luogo in cui mettersi in salvo, come gli consiglia un amico bosniaco che, in modo molto deciso, gli suggerisce di fuggire, senza indugio. La sua scelta cade sull'Italia, un Paese che conosce poco ma in cui ha la fortuna di incontrare, in un paesetto del medio novarese, Patrizia e Giuseppe, persone sulle quali può contare, "amici veri". La loro casa si apre per Alija, per sua moglie Mila e per la piccola Nila di pochi mesi. Nel libro si narra la convivenza affettuosa delle due famiglie, la scoperta reciproca di tradizioni, usanze, cibi prima ignoti e poi apprezzati a fondo. Ma si parla anche di guerra, della prima implacabile carneficina nel cuore dell'Europa dopo la seconda guerra mondiale, della rinascita dei nazionalismi più ciechi e oscuri. Spiega Alija agli amici italiani che le sei repubbliche di Slovenia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Bosnia e Croazia e le due province autonome del Kosovo e della Vojvodina, grazie alla leadership di Tito "un leader forte e carismatico, che voleva restare indipendente dall'URSS" vivevano unite e compatte in un Paese, la Jugoslavia, in cui la situazione economica era buona e il prestigio all'estero lo era altrettanto. Ma, dopo la morte di Tito, pessimi presidenti, come il serbo Milosevic e il croato Tudman, minarono alla base la politica unitaria e soffiarono sul fuoco del nazionalismo. Scoppiò una guerra atroce, che molti tra noi ricordano, e che forse a popoli e governanti distratti non ha insegnato abbastanza. Scrive Carla Carlino nell'introduzione, a proposito della distruzione del ponte di Mostar, storico legame tra persone e civiltà, che esso "è la metafora dolorosa e poetica della difficoltà di costruire coscienze e azioni di pace, rispetto alla tragica facilità di fomentare la guerra. Perché tra ponti e muri troppo spesso restano in piedi i secondi". E Patrizia Martini propone ai suoi lettori un'imprescindibile riflessione: Il Ponte Vecchio di Mostar venne abbattuto esattamente quattro anni dopo la caduta del muro di Berlino, dopo 427 anni di vita e di onesto servizio. La scelta del giorno non fu casuale, ma stava a significare che, per dividere un popolo, è sufficiente distruggere ciò che lo unisce…

È davvero da consigliare questo piccolo, agile libro che, tra autobiografia e biografia, tra cronaca e storia, tra lucida riflessione politica e appassionata narrazione propone al ricordo dei lettori persone ed eventi di un periodo con cui, forse, non abbiamo ancora fatto completamente i conti e che certamente ancora ci riguarda.

Patrizia Martini, nata a Novara, già docente di scuola primaria, è stata per dieci anni assessore alla Cultura e Istruzione del Comune di Pombia (NO). Regista teatrale, ha pubblicato testi di narrativa storica, romanzi, antologie di racconti, raccolte di poesie e novelle.

Patrizia Martini, Don't forget/ Non dimenticare, Edizioni Liberetà

domenica 25 maggio 2014

L'hiver des hommes, di Lionel Duroy


Il romanzo ci conduce attraverso i paesi della ex Jugoslavia, divisi più che pacificati. Marc, il protagonista, si interroga sul suicidio della giovane figlia del generale Mladiĉ, soprannominato "il macellaio dei Balcani": che cosa provano i figli dei carnefici? Come influisce sulla loro vita la consapevolezza dei crimini dei padri? Ricordando studi e memorie dei figli di noti criminali nazisti, egli lascia la Francia per incontrare i protagonisti dell'abominevole guerra, che, negli anni Novanta, dopo la caduta del regime comunista, separò e trasformò in avversario da annientare chi prima ed a lungo era stato vicino, sodale, amico. 
Racconta Miroslav: “Vi fu un censimento nelle scuole, credo che la guerra abbia avuto inizio da qui, da noi, i bambini. Un giorno il direttore entrò in classe con un elenco che comprendeva il nome di tutti gli scolari. Spiegò che dovevamo scrivere la nostra nazionalità accanto al nostro nome e fece circolare il foglio. Quando arrivò a me, non seppi cosa scrivere e guardai che cosa avevano scritto gli altri prima di me. Valentino, il mio vicino aveva scritto 'Croato', Selma Musulmana', e Bojan 'Serbo'. Mi misi a riflettere, trattenni il foglio per due o tre minuti, finché il direttore s'innervosì. - Scrivi! - mi disse. - Non so che cosa sono, c'è una quarta categoria? - Scrivi quello che sei! - Riflettei ancora e scrissi 'Jugoslavo'. Anche il mio vicino di destra disse: - Pure io sono Jugoslavo – e scrisse come me. Il direttore se ne andò con l'elenco. Ma poco dopo ritornò: – Dovete scrivere una nazionalità diversa da Jugoslavo – disse – perché Jugoslavo non esiste più.” (pagg. 82-83, trad. E.B.) Marc percorre le nuove nazioni create da una guerra di crudeli massacri fratricidi sfidando neve e gelo di un inverno che è sui monti e le colline, nei boschi e nelle impervie strade, ma anche e soprattutto nel cuore degli uomini, specialmente dei Serbi, arroccati nel loro dolore di sconfitti, assediati dalla fame e dalla povertà e tuttavia fedeli proprio alle convinzioni che hanno causato la loro rovina, mentre la Sarajevo musulmana sta rinascendo di speranza e di timidi fiori alle finestre. L'hiver des hommes è un libro da leggere, lucido e pietoso insieme, ci apre alla conoscenza della vita di Paesi a noi vicini e tuttavia dimenticati. Ci ricorda quanto siano pericolosi i nazionalismi ottusi e violenti e quanto siano ancora presenti in Europa. 


                                  Lionel Duroy, L'hiver des hommes, Ed. Julliard 2012