Visualizzazione post con etichetta Fondazione Marazza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fondazione Marazza. Mostra tutti i post

martedì 21 luglio 2020

Rodari in biblioteca 5: un anno (scolastico) nella casa della fantasia, parte prima da settembre a febbraio


"Cari bambini, ecco che anche quest'anno abbiamo completato un quaderno della Sezione Ragazzi della Biblioteca "Achille Marazza", scritto tutto, o quasi, da voi. Perché quasi? Perché abbiamo inserito, come negli anni scorsi, due storie che vengono da lontano: un racconto georgiano e una storia albanese, con testo in lingua originale a fronte. Entrambe sono state tradotte dalle animatrici che alcuni di voi hanno incontrato durante i laboratori interculturali. In più, chi sa leggere l'arabo potrà trovare la traduzione, fatta dal nostro amico Omar, di una filastrocca collettiva".
C'era uno spazio in biblioteca che la felice intuizione di una bibliotecaria, aveva suggerito di chiamare "casa della fantasia", in omaggio al favoloso Gianni, ça va sans dire. Era una grande stanza con il pavimento di pietra e un grande camino. Lì si tenevano tutti i laboratori e gli incontri con piccoli gruppi di bambini e ragazzi.
Seguivamo, con entusiasmo, pochi mezzi e fiducia nei bambini e nei ragazzini la strada tracciata da Rodari, sintetizzata in queste poche frasi tratte da La grammatica della fantasia:
"L'immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà ai suoi strumenti su tutti i tratti dell'esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all'utopia, all'impegno politico: insomma, all'uomo intero, e non solo al fantasticatore".
Le parole, le nostre, quelle dei bimbi, quelle dei libri, sono importanti, anche quando entrano in gioco. Non si gioca con parole svuotate del loro significato, perché le parole esprimono i pensieri, che possono essere buoni, cattivi o così così. Le parole hanno un peso e un valore, un "valore di liberazione", per dirla sempre con Rodari. Un approccio diverso da questo, un "Rodari da ridere", svuotato del suo potenziale rivoluzionario, e non solo nella letteratura, costituirebbe un tradimento. Per questo motivo, seguendo l'evoluzione dei tempi, ma tenendo la barra del timone ben ferma, i laboratori della casa della fantasia furono sempre legati ai valori umani, civili, sociali, a quella ragione e a quei principi che ci fanno tutti uguali. Non ultimo, il discorso interculturale, costantemente perseguito, venne coltivato e approfondito, ma questo sarà l'oggetto di un altro post.
Veniamo dunque al 2004, "Un anno nella Casa della Fantasia"(anno scolastico 2003-2004) e al quaderno stampato a conclusione dei laboratori, che scegliamo perché esemplare di un itinerario che si snodò nel tempo dal 2000 al 2011. Il libretto è suddiviso in capitoli, mese per mese, da settembre a giugno. Ogni mese è dedicato a un tema diverso. Settembre e gennaio sono dedicati alle fiabe dal mondo; ottobre alla storia della gabbianella di Sepúlveda e a Pinocchio, ricreati in rima e drammatizzati attraverso le parole delle bambine e dei bambini partecipanti. Un esempio è la filastrocca collettiva degli scolari di I, II e III di un piccolo paese del Sistema Bibliotecario locale, Cavallirio, composta dopo la lettura di brani dal romanzo di Collodi:

IL NOSTRO PINOCCHIO
Geppetto scolpì Pinocchio
che saltò via come un ranocchio.
Incontrò il gatto e la volpe
che avevano tante colpe,
poi conobbe Mangiafuoco
che sapeva fare il cuoco.
Un giorno si presentò a Stilton Geronimo,
molto famoso e per niente anonimo,
gli disse: "Piacere, buon giorno"
e si mise a girargli intorno.
Fece Stilton: "Fermati, bambino,
se vuoi diventare burattino!"
Pinocchio si fermò
e un bel bambino diventò.
Stilton lo mise sul giornale
come un caso molto speciale.

L'irruzione del nostro contemporaneo Stilton nella storia del burattino ottocentesca, e viceversa, è assai rodariana. Somiglia a quella del pellerossa nel presepe, per fare un solo esempio.

Novembre annuncia il freddo e l'inverno, racconta di pioggia e di neve.
Scrive Fabio:
Guardando dalla finestra
si vede piovere
con un bel suono/
di torrente impetuoso.
I passanti curvi,
nei colori spenti,
si affrettano alla case.

E Beatrice:
Pioggia che mi bagni
pioggia che mi schizzi
non affogare i miei sogni.

Dicembre celebra il Natale, con la sua iconografia tradizionale ma anche con il "Diavolo nel presepe" creato da Gina Labriola. Per questo breve romanzo nascono nuovi finali, in uno dei quali il diavoletto si trasforma in angioletto.

Il tema di febbraio (di gennaio abbiamo detto sopra) è "Diversi versi", poesie, insomma. I bambini di una seconda creano questo il testo collettivo, che più rodariano di così non è possibile:

PAROLE NUOVE
Abbiamo inventato la sguerra
per fare pace sulla terra.
Noi diciamo le sparolacce
e di brutte parole non ci sono tracce.
A scuola ci piace slitigare
perché amici vogliamo restare.
Ci piace anche la spaura
per non temere la notte scura,
così le parole cattive cancelliamo
e solo le buone scriviamo".

Ed è questa la poesia dal meraviglioso programma di vita bambino che Omar traduce in arabo.

(C)Eleonora Bellini 

Un anno nella casa della fantasia 2, pp. 112, ill., Fondazione Achille Marazza, 2004


lunedì 13 gennaio 2020

Rodari in biblioteca 2. Il laboratorio della cicala


Durante l'anno scolastico 1990-1991 alla Sezione Ragazzi della Biblioteca ''Achille Marazza'' di Borgomanero (NO) direzione e bibliotecarie si assunsero il piacevole compito di celebrare il settantesimo compleano di Gianni Rodari e la decima ricorrenza dalla sua morte. Con l'aiuto economico e l'adesione convinta degli allora assessori alla Cultura della Provincia di Novara e del Comune Borgomanero, il tempo trascorse veloce, fecondo e ricco di idee, di lavoro, di scambi intellettuali e umani. In questa seconda tappa di ''Rodari in biblioteca'' mi proverò a raccontarvi IL LABORATORIO DELLA CICALA, la parte bambina e poetica dell'insieme delle iniziative rodariane di quell'anno, intitolate LABORATORIO PER RODARI.
La parte bambina del programma, dunque, fu dedicata ai laboratori di poesia, già appuntamenti abituali di incontro tra bambini e poesia in biblioteca, ma questa volta tutti dedicati a Gianni Rodari. Il punto di partenza fu la lettura di filastrocche (Alla formica, Mi piacerebbe un giorno, Filastrocca di primavera, Il treno dei bambini), ad alta voce e non una sola volta. Leggere una filastrocca o una poesia, qualsiasi filastrocca o poesia, ma ancor più se è del ''favoloso Gianni'', significa ascoltare con le orecchie, riprodurre con le labbra, facendo bene schioccare le parole, specialmente quelle importanti, assaporare il significato di tutto il testo e di ogni singola parola. Questo facemmo con i bambini, anche quella volta. Fu divertimento e fu intelligenza, nel suo significato etimologico di ''guardare dentro'', che i bambini, se messi in condizioni di esprimersi spontaneamente (tempo, benevolenza, ascolto), sempre manifestano.
Dai laboratori nacquero una mostra e un opuscolo, intitolati per unanime comune volontà IL LABORATORIO DELLA CICALA, liberamente parafrasando il titolo di un'emblematico testo di Rodari, ''Alla formica''.
Ancora una volta la mirabile, incontenibile e poi negli anni per sempre perduta creatività dei bambini esplose e prese parzialmente forma nelle filastrocche e nelle poesie, tutte rigorosamente redatte in biblioteca durante i laboratori e raccolte nel quadernetto omonimo, e nei fantasmagorici disegni che le accompagnavano. Queste filastrocche, quasi sempre allegre, ma talvolta malinconiche, spesso umoristiche, ma talvolta perfino didascaliche, sopravvivono alla lettura anche oggi, trent'anni dopo. Miracoli della poesia, miracoli dell'infanzia, certamente, queste composizioni che continuano a confortarci e a regalarci qualche gioia. Tuttavia viene da chiedersi che cosa sia accaduto, quali mostri abbiano deviato le parole, quali arpie abbiano rubato i sogni e il senno, quali ladri abbiano saccheggiato la naturale innocenza delle menti, se ora, divenuti adulti i piccoli di allora, le cose vanno come vanno, si confondono e degradano, volgono al peggio. Chi era adulto già allora ci pensa spesso. E non se ne capacita.
 

Leggiamo ora, leggiamo
1
''C'è un paese dove i bambini
hanno per loro tanti bacini,
bacini veri che mamma gli dà.
Bacini amorosi
di mamme premurose.
Così il bambino diventa un ragazzetto
simpatico e perfetto.
(Maruska, fine psicologa nativa)
2
Vorrei che un mattino
in questa città
ogni bambino
avesse la libertà.
La libertà è un bene di tutti
anche dei bambini più piccini.
(Marco, che guardava lontano)
3
C' è un paese dove i bambini
sono così monelli che in soggiorno
fanno chiasso tutto il giorno.
Tutti i soprammobili hanno rotto,
sia di sopra che di sotto.
I genitori dei bambni
sono diventati anche loro ragazzini.
(Gianpaolo, che vedeva lontano)
4
Mi piacerebbe un giorno
cantare in girotondo
con la pace tutta intorno.
Girare in tondo
intorno al mondo.
Con la pace toccare
il fondo del mare.
(Oriana, che pensava in grande)
5
Mi piacerebbe un giorno parlare
con un abitante lunare.
Vi pare strano?
Chissà come parlano,
se tedesco o australiano?
Vivranno nei crateri
o nei poderi?
Questo non si sa,
ma se un astronauta lo vedrà,
lo prego se dirmelo potrà.
Forse là
non è come qua.
Chissà! Avranno occhi sopra,
occhi sotto, ma le mani?
Forse una,
forse cinquemila.
(Giovanna, la fantascientifica)

(C) Eleonora Bellini


mercoledì 27 novembre 2019

Rodari in biblioteca. Esperienza e breve storia

Ripercorro brevemente il percorso rodariano attuato durante gli anni della mia direzione della biblioteca della Fondazione Marazza di Borgomanero (NO), dotata di ampia e costantemente aggiornata sezione ragazzi. Trentanove anni volati via: bambini ora già adulti, nuovi bambini che si avvicendano tra gli scaffali, pagine sorridenti e copertine colorate sempre ad attenderli.

Nel 1981 la biblioteca si apre alle scuole anche in orario antimeridiano, oltre l'ordinaria apertura solo pomeridiana dal martedì al sabato. Direzione, bibliotecarie e alcune insegnanti realizzano un programma di lavoro comune all'insegna della creatività, nel ricordo di Rodari, ma soprattutto nello spirito di Rodari: rendere i bambini protagonisti, ascoltarli con disponibilità e serietà. Lo spunto viene dato dalla mostra Leggere Rodari, realizzata dalla provincia di Pavia. E si prosegue poi aderendo all'Indagine sulla fantasia, promossa da Mario Lodi. Si scrivono e illustrano racconti e poesie scritti dalle bambine e dai bambini sui temi proposti dallo stesso maestro del Vhò: l'amore, il gioco, la guerra, la pace.

L'anno seguente, 1982, le attività di scrittura e fantasia proseguono, la biblioteca raccoglie oltre settecento scritti di bambini dai sei agli undici anni. La mostra viene intitolata La parola ai bambini, è accompagnata da un diasonor e viene esposta accanto all'esposizione istituzionale Leggere Rodari. Durante l'apertura al pubblico delle due mostre congiunte arrivano nella periferica e provinciale Borgomanero personalità note per il loro impegno, profondo, sincero, innovativo, nel campo della lettura, della letteratura e della psicologia infantili. Sono Roberto Denti, Guido Petter, Marcello Argilli, Mario Lodi, che incontrano insegnanti, bibliotecari, genitori e anche bambini e ragazzi. Questi ultimi incontreranno anche, in momenti diversi, Domenico Volpi e Bianca Pitzorno.

Si prosegue per la medesima strada, quella dell'ordinario creativo, durante i tre anni seguenti, quindi, nel 1986, in seguito all'apertura del Sistema Bibliotecario del Medio Novarese, finanziato dalla Regione Piemonte e con sede nella stessa Fondazione Marazza, si organizza una nuova iniziativa, I bambini e la poesia. Laboratori rodariani in biblioteca. I laboratori poetici, a cura di chi scrive, si tengono più volte alla settimana durante l'anno scolastico. Al termine, con il sostegno dell'Assessorato alla Cultura del Comune, viene stampato e distribuito gratuitamente il quaderno I bambini e la Poesia, redatto a cura di chi scrive e che, oltre a una selezione dei componimenti poetici dei bambini, reca scritti di Ernesto Lomaglio, Mario Lodi, Roberto Denti, illustrati da Mauro Maulini.

Nel 1989, oltre ai laboratori di poesia e scrittura che sono ormai diventati un'attività di routine in biblioteca, con gli scritti delle bambine e dei bambini partecipiamo alla terza e quarta edizione del Premio alla Fantasia, indetto dal Centro Studi Gianni Rodari di Orvieto. I testi di alcuni dei nostri bambini vengono pubblicati sul volume Fantastica...mente, che documenta l'iniziativa orvietana. Partecipiamo con successo anche all'iniziativa Fantasilandia, concorso sulla creatività ispirato a Gianni Rodari promosso da Gerardo Leo dell'Associazione culturale La ginestra di Siano.

Confortati da questa crescita esponenziale di consapevolezza e creatività diffuse, verificatasi in soli otto anni, continuiamo dando vita a una serie di attività rodariane, in collaborazione con la Provincia di Novara e rivolgendoci a settori di pubblico differenziati. Nascono così: la mostra di Mauro Maulini Laboratorio per Rodari. Progetti per l'allestimento scenico di "Gelsomino nel paese dei bugiardi" e "C'era due volte il barone Lamberto" al Teatro Colla di Milano; il Convegno Laboratorio per Rodari con Carlo Carena, Eros Bellinelli, Roberto Leydi. L'insieme delle iniziative viene documentato da due pubblicazioni, Laboratorio per Rodari, con riguardo alla mostra e agli atti del Convegno, e Laboratorio per Rodari. Il laboratorio della cicala, che raccoglie le filastrocche dei bambini protagonisti dei laboratori in biblioteca.

Tra il 1993 e il 1997 partecipiamo di nuovo al Premio alla Fantasia di Orvieto. Anche il quotidiano La stampa si accorge di quanto sia importante dare la parola ai bambini e parla di noi.

Segue nel 1998 un nuovo convegno Il barone e il ragioniere. Omaggio a Gianni Rodari con Pino Boero, Eugenio Borgna, Roberto Cicala, Anna Lavatelli, Walter Fochesato. Viene presentato il libro Il ragioniere pesce del Cusio di Gianni Rodari e proiettato il film Il lago di Rodari, il lago d'Orta o Cusio, tra fiaba e realtà come l'impoverimento dei paesi collinari e l'inquinamento delle acque.

In seguito, e fino al 2012, grazie ai contributi regionali per il Sistema, ogni anno viene pubblicato un quaderno della sezione ragazzi, che contiene selezioni dei testi scritti durante i laboratori tenuti in biblioteca. Negli anni i laboratori si sono differenziati e arricchiti di altre proposte oltre alla poesia, alle filastrocche e ai racconti; sono state introdotti testi interculturali nella lingua originale, riferita a comunità presenti nella città o nel territorio del sistema (albanese, georgiano, cinese, spagnolo), e tradotti in italiano, contemporaneamente a questo si tengono numerosi laboratori tenuti da immigrati o da animatori interculturali (il debito dell'ispirazione per questi incontri è, tra l'altro, dovuto anche al racconto di Rodari, Uno e cinque); e, infine, la proposta di creazione di libri pop up. In questo periodo, la collaborazione, all'interno del sistema bibliotecario, con il Comune di Borgo Ticino ci porta alla partecipazione e alla cura della pubblicazione Parole colorate. Omaggio a Gianni Rodari.

Nel 2010, a seguito della mostra Dialogo a colori. Rodari e Maulini in biblioteca, esce la pubblicazione omonima, con testi di Walter Fochesato, Paolo Bignoli e di chi scrive. Il libretto contiene anche alcune lettere inedite di Rodari, scritte, durante la preparazione del romanzo C'era due volte il barone Lamberto, a Luigi Alberti, parte del cui archivio si conserva nella biblioteca Marazza.

Un costante omaggio a Rodari, alla sua opera e alle sue intuizioni feconde è il Premio La casa della Fantasia, di narrativa, poesia e illustrazione per l'infanzia inedite, istituito nel 2003 e che ha visto la partecipazione di numerosi autori e illustratori italiani. Il premio consiste nella pubblicazione dell'opera, donata alle scuole o letta e animata durante i laboratori in biblioteca.

TRE ANNI DI STORIA D’ITALIA, mostra storico documentaria tratta da “Il Pioniere”, giornalino diretto da Gianni Rodari e Dina Rinaldi, in collaborazione con l’Associazione Casa della Resistenza di Fondotoce e l’Istituto Pedagogico della Resistenza di Milano fu esposta dal 18 gennaio al 2 febbraio 2013. L'esposizione riproduceva una piccola parte delle tante pagine che dal 1951 al 1962 il giornalino diretto da Rodari dedicò alla lotta partigiana e di liberazione nazionale contro il fascismo e il nazismo. L'esposizione si proponeva di offrire a ragazze e ragazzi dei nostri giorni una lettura e una documentazione d’epoca, affinché potessero comprendere con quali lotte, con quali sacrifici e per quali ragioni sono sorte in Italia la Repubblica, la Costituzione, la Democrazia.

Purtroppo, da quello stesso anno 2013 alcune contingenze economiche hanno impedito la pubblicazione dei Quaderni della Sezione Ragazzi, ma i laboratori sono continuati, nel più ampio e concreto spirito rodariano, fino al 2018.
La conclusione ideale di questo percorso si può collocare nell'incontro pubblico con adulti e bambini, tenuto nel febbraio 2018 da Stefano Panzarasa, che evidenziò come il "favoloso Gianni" non abbia perso di attualità, anzi! Stefano Panzarasa, geologo, musicista, versatile animatore culturale, nonché responsabile del Servizio Educazione Ambientale del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili (RM) ha ideato e realizzato attività, laboratori, libri, a partire dalle poesie e filastrocche di Rodari.
(C) Eleonora Bellini

venerdì 27 luglio 2018

Leggendo CASA DI BAMBOLA, di Angelo Vecchi


Un saluto, un augurio e un auspicio per la biblioteca pubblica. Questo è il pezzo di Angelo Vecchi, che trascrivo qui, non certo per vanto ma sicura che possa essere una bella, meditativa lettura per tutti.

Protagonista di Casa di bambola, il dramma di Henrik Ibsen, è Nora.
Nora è fervida, gaia, generosa e appassionata, guidata da un profondo e personale senso del dovere e della giustizia a cui rimane fedele al di là delle convenienze e del calcolo immediato. Detesta la meschinità e spera in un «miracolo», in un «prodigio»: la capacità di chi le sta attorno di comprendere e apprezzare le ragioni profonde del suo agire, di vedere al di là di quelle apparenze che spingono il marito a chiamarla con aria di indulgente superiorità «passerotto sventato», «lucherino spendereccio», «strana creaturina» o a sbottare: «sei proprio una donna!»
Il marito di Nora si chiama Torvald Helmer ed è un avvocato in carriera. Dopo una lunga malattia e otto anni di un modesto ménage familiare, alla vigilia di Natale, ha ottenuto la promozione a direttore della banca in cui lavora. Helmer è “risparmioso”, non vuole «sciupar denaro»; è cauto, convinto che «non possiamo poi darci ai lussi»; aborrisce i debiti, «Debiti niente! Prestiti mai!»; è alla ricerca di «una posizione solida e sicura»; è laboriosissimo, tanto da usare la pausa natalizia per avvantaggiarsi nel lavoro, «felice di lavorare giorno e notte»; è molto attento alle «apparenze» legate al suo status e al suo nome. Il suo mondo finisce qui, è racchiuso da questi confini.
La lettura ci conduce per mano sulla strada del pensiero analogico. L’analogia, la scoperta di somiglianze nascoste, sorprendenti perfino bizzarre ha nutrito le radici delle parole e della fantasia, ha accompagnato per millenni il cammino dell’umanità, è stata la solida base della civiltà contadina, ha rappresentato il sale dell’immaginazione dei poeti e dei narratori delle nostre letterature.
Basta poco, un nonnulla, un punto di vista differente, un piccolo particolare rivelatore ed ecco che dentro al disegno di un cappello appare con evidenza cristallina «un boa che digeriva un elefante» o, per dirla con le parole di Giovanni Pascoli, ecco che è possibile parlare «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle» oppure popolare «l’ombra di fantasmi e il cielo di dèi».
Così mi sono detto: quanto assomiglia il costume di Torval Helmer a quello borgomanerese di qualche decennio fa: una sorta di calvinismo agognino fatto di previdenza e cautela, di laboriosità e accumulazione, sempre preoccupato della reputazione del nome presso la gente, una inquietudine quasi ossessiva che faceva esclamare in endecasillabi al mio poeta di famiglia, nella poesia intitolata “Lesji” (Leggere):

L’è méju léji
un libbru den par denti
ke no lèsjidrégghi
la vitta a la sjénti

Il nome di Nora invece ci conduce, per suono e per analogia, a Eleonora, alla passione, alla generosità alla coerenza con la quale ha condotto questa fondazione per trentotto anni, alla sua pazienza davanti alle piccinerie e grettezze quotidiane, al grande sogno di contribuire con la cultura a un miracolo: la costruzione di un’umanità migliore. E di passione, di coerenza e di pazienza ce n’è voluta assai a considerare quelle che erano le condizioni del nostro borgo all’incirca quaranta anni fa. Quel calvinismo agognino infatti aveva ben scarsa considerazione di quella che in senso lato possiamo chiamare la cultura. Certo la scuola era apprezzata ma soprattutto per la capacità di insegnare un mestiere e quindi migliorare le condizioni materiali. Per questo, ancora negli anni Sessanta, ci si accapigliava tra i guelfi sostenitori della necessità d’impiantare un liceo e i ghibellini partigiani dell’istruzione tecnica e professionale. Per il resto, il fabbisogno di cultura era soddisfatto – si fa per dire – da alcuni cinematografi e dalla carnevalata settembrina della sagra dell’uva. Quanto all’arte, alla musica, al teatro, all’editoria, a giornali e riviste, Borgomanero non poteva certo vantare le tradizioni secolari di cittadine simili a lei per dimensione e importanza civile ed economica.
A fecondare questo terreno in gran parte incolto o malcoltivato è venuta la Fondazione, che, con spirito veramente previdente, il suo istitutore, Achille Marazza, volle Casa della cultura. Villa Marazza è diventato il nostro Taj Mahal, un grande tesoro all’interno del quale sono passate e cresciute le generazioni, grazie al quale Borgomanero è cambiata.
Forse del valore di questa istituzione non sempre ci si rende conto e capita di sentire affermazioni azzardate: «Quanto spazio sprecato! Nell’era digitale [meglio sarebbe dire: dell’ignoranza digitale], a che cosa servono tutti questi libri?» Ebbene la risposta cercatela nelle differenze tra il presente e il passato, cercatela nella robusta crescita del livello medio di istruzione della cittadinanza, nello sviluppo di una domanda di cultura più alta e più esigente, cercatela nello sviluppo dell’economia, di nuove professionalità, di un dinamismo che ha consentito a Borgomanero di nuotare nella società liquida e di limitare gli effetti negativi di una grande crisi nella quale siamo tuttora immersi.
Dentro a questo c’è anche il lavoro culturale dei tanti operatori e sostenitori della fondazione, dentro a ciò c’è la passione, la generosità e la pazienza di Eleonora.
Casa di bambola si conclude con l’avvocato Torvald Helmer che rimane solo, seduto su di una seggiola vicino alla porta a guardarsi intorno. Nora se ne va e la porta si chiude dietro di lei. Anche Eleonora se ne va. Torna all’amore delle figlie, ai suoi adorati nipotini, alla lettura e alla scrittura che tanto ama e al suo mondo poetico. Tornerà di quando in quando a specchiarsi nella «parva gemma» della marina di Sapri che custodisce gli echi delle antiche navigazioni e delle leggende che non hanno tempo.
A Eleonora, un caldo e riconoscente grazie nella certezza che una parte di lei rimarrà qui per sempre.

Angelo Vecchi, Borgomanero, 25 luglio 2018

lunedì 28 novembre 2016

IO, GIACOMO, di Palmina D'Alessandro

Nella bella cornice della settecentesca villa Marazza di Borgomanero si è svolta sabato 26 novembre, nel salone d'onore lo spettacolo condotto e recitato da Alessandro Sorrentino "Io Giacomo". L'evento, realizzato con il contributo della Fondazione Marazza, che in questo edificio ha la sua sede, rientra perfettamente nello spirito di Achille Marazza (Borgomanero 20 luglio 1894-Verbania 7 febbraio 1967), uomo di alto profilo politico e di grande spessore culturale, il quale, nel lasciare al Comune di Borgomanero la villa di famiglia, volle che essa divenisse una casa di cultura e che fosse mantenuta al suo interno una biblioteca pubblica, che oggi possiede un ingente patrimonio di libri, stampe, documenti, pergamene, incunaboli.
Proprio questa mi ha riportato alla mente un'altra biblioteca, quella di Palazzo Leopardi a Recanati, dove il giovane Giacomo sacrificò la sua giovinezza e la salute.
Ed è sulla vita di Giacomo (il titolo " Io Giacomo" lo conferma), ad di là degli stereotipi e degli accademismi, che Alessandro Sorrentino ha voluto porre l'accento nel suo intervento, offrendo al numeroso pubblico presente in sala un'immagine inedita del poeta recanatese.
Le letture da lui proposte e ben documentate, frutto evidente di uno studio attento e profondo di autorevoli fonti bibliografiche, hanno evidenziato il difficile rapporto di Giacomo con i genitori, in particolare con la madre, gelida e dispotica; il suo profondo legame con i fratelli, Carlo e Paolina; i sogni, i giochi dell'infanzia nel soffocante ambiente familiare; il primo innamoramento per la cugina Geltrude a causa della quale, di cui ammirava la bellezza (alta, magra, occhi neri,intensi), proverà i primi tormenti d'amore. Gli ultimi anni nella chiassosa Napoli dei lazzaroni su cui incombe il terribile colera del 1837.
Insomma, da questi scritti emerge un Leopardi molto diverso da come ci viene presentato sui banchi di scuola. Alessandro Sorrentino, alternando letture, dalle quali affiora, in tutta la sua complessità, la personalità di Giacomo, e declamazione delle sue liriche, ha saputo perfettamente immedesimarsi nello scrittore suscitando in chi lo ascoltava una profonda emozione.
La sua calda, profonda voce difficilmente lascia indifferente chi lo ascolta e non è un caso che recentemente, in occasione del 60° Anniversario del " Trebbo Poetico recanatese" dedicato a Giacomo Leopardi gli sia stata consegnata dal presidente del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, Fabio Corvatta, una pergamena con questa motivazione:
"Riconoscimento a un artista che offre la sua arte e la sua anima nel far rivivere i poeti. Con la sua importante voce entra con garbo nella interpretazione delle liriche, riconsegnando intatta al poeta la sua centralità. Un mestiere che gli permette di offrire alla società e al prossimo momenti di bellezza. Un interprete molto speciale del nostro Giacomo"
(C) Palmina D'Alessandro

"Nessun prete voleva riceverlo in chiesa. Il Ranieri parlò a parecchi parrochi, e tutti no: gli fu indicato quello di San Vitale come uomo di manica larga e ghiotto di pesci. Ei tosto corse a la Pietra del pesce, comperò triglie e calamai, e ne mandò un bel regalo al parroco, il quale si lasciò persuadere, e fece allogare il cadavere nel muro esteriore accanto la porta della chiesa. Così per pochi pesci Giacomo Leopardi ebbe sepoltura. Queste cose me le diceva il Ranieri, ed è bene che il mondo le sappia queste cose. (Luigi Settembrini) 

domenica 8 novembre 2015

Dio e il suo destino, di Vito Mancuso

 
 
Sarà in libreria il 12 novembre Dio e il suo destino di Vito Mancuso, ma ieri a Borgomanero, nel corso di un incontro organizzato dalla Fondazione Marazza se ne è parlato in anteprima alla presenza dell'autore, introdotto dal novarese Giannino Piana.
Apriamo il libro e leggiamo due dediche: "A chi ha perso Dio a causa di Deus" e "alla memoria di don Andrea Gallo che credeva in un Dio antifascista". Sono dediche e già vi è presente l'assunto del volume (463 pagine), che si apre con un breve capitolo intitolato "Personaggi principali". Chi sono costoro? Dio, la forza buona dell'essere; Deus, l'archetipo del divino nella mentalità occidentale, forza e onnipotenza; il Destino, svelamento della verità delle cose; Trinitas, la "più veritiera e la più attuale interpretazione di Dio, la prospettiva su cui camminare per rendere ragione della verità globale dell'essere e dell'esperienza umana" (pp. 13, 14).
La tesi che l'autore sostiene è che, se l'immagine di Dio non sarà liberata dalle prerogative del Deus, il suo declino, già iniziato nella mente e nel cuore degli esseri umani, anche tra molti di quelli "di buona volontà", sarà definitivo. La lontananza di questa concezione di Dio - Deus dal mondo e dall'esperienza di coloro che vivono su questa terra verrà percepita come incolmabile.
Possono la riflessione teologica - e la pratica di fede - subire questo scacco? Certo che no, afferma Mancuso, perché "in gioco non c'è l'esistenza di un essere misterioso là in alto, ma il senso dell'essere qui in basso". Il Dio del quale parlano la Chiesa cattolica e le altre religioni del mondo, tornerà ad essere orizzonte e luce della fede degli umani, solo se verrà definito (e comunicato) come speranza sotto forma di pensiero, idea del bene e libertà autentica e profonda.
"Il risultato a cui sono giunto è che il vero nemico dell'idea di Dio in Occidente non è l'ateismo, non è il relativismo, non è nessuna delle minacce di cui parlano spesso gli uomini di Chiesa: è invece l'idea di Dio prodotta nei secoli dal potere religioso e depositata nella cosiddetta dottrina, a protezione della quale vennero collocati una serie di fossati e fili spinati detti anatemi e scomuniche, senza esitare a togliere violentemente la vita a tutti coloro che la contestavano e che non potevano essere vinti con la limpida verità delle argomentazioni" (p. 29).
Il saggio è variegato e profondo, si muove tra teologia, filosofia, letteratura, scienza e conta dieci capitoli (Dichiarazione d'intenti e descrizione del protagonista; Perché ne abbiamo ancora bisogno; Deus: la sua identità nella Bibbia ebraica; Il Nuovo Testamento e il suo Dio; Sorgere dell'eresia; Il Dio della dottrina; L'aporia manifesta; Elementi per una nuova immagine di Dio; Questioni di stile). Conclude la trattazione una ricca e preziosa "guida bibliografica".
Un libro che sicuramente si farà leggere (e rileggere), che farà scoprire, riflettere, sperare, come si addice a tutte le opere autentiche, appassionate e per nulla effimere.
 
 
Vito Mancuso, Dio e il suo destino, Garzanti 2015