giovedì 31 luglio 2014
Dall'innocenza e dall'amore, di Orhan Pamuk
"... di fronte alla nostra casa c'era un grosso e vecchio castagno [...] un giorno del 1957 l'amministrazione comunale e i burocrati decisero di tagliare l'albero per asfaltare e pavimentare [...] quando ci rendemmo conto che il nostro castagno sarebbe stato tagliato i miei zii, mio padre, tutti, non solo i familiari, vegliarono accanto all'albero tutta la notte per salvarlo. L'albero non è stato tagliato ed è ancora lì [... ] questo ha a che fare con una questione di sensibilità che riguarda il preservare la propria identità, preservare gli alberi, abbracciare il passato." (pag. 14). Questo piccolo libro, pubblicato nella collezione La repubblica delle idee, ripropone la conversazione di Marco Ansaldo ed Elena Stancanelli con Pamuk, tenutasi a Firenze il 7 giugno 2013. Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, risponde a domande sui turchi di Piazza Taksim, quelli decisi a difendere gli alberi di Gezi Park, luogo della memoria di Istanbul, attraverso cui passa ed è passata tutta la storia della città. E chiarisce anche che cosa egli intenda per "innocenza", in particolare per "innocenza delle cose", quelle che ha raccolto ed ordinato, dedicandovisi anche praticamente, nel suo Museo dell'innocenza, aperto nel 2012 nella capitale turca, e che s'intitola come un suo fortunato romanzo. L'innocenza, spiega lo scrittore, ha diversi aspetti: è quella che allude al sesso, alla verginità; ed è "il candore dei personaggi nel contesto culturale, [...] il candore dei ceti bassi, quando si trovano davanti al potere, al denaro". Vi è infine l'innocenza degli oggetti, pure cose in sé, che, senza tutti i significati loro annessi nel contesto della storia, delle passioni e del potere, sono innocenti. Nel titolo della conversazione si parla anche di amore. Lo scrittore, alla domanda su quale sia, a suo parere, la più grande storia d'amore che sia stata scritta risponde: "Lolita, Romeo e Giulietta, naturalmente, ma anche Aurélien di Aragon, un libro di settecento pagine la cui prima frase è un pugno nello stomaco" (pag. 42). Un invito alla lettura che viene dalla conoscenza della complessità e della ricchezza del cuore e della mente umani, quando tutto può accadere e nulla è scontato, come nell'incipit di Aurélien: "La première fois qu'Aurélien vit Bérénice, il la trouva franchement laide".
Orhan Pamuk, Dall'innocenza e dall'amore, Ed. La Repubblica 2013
mercoledì 16 luglio 2014
E' una parola, di Arianna Papini
E' una parola, un sentimento, la scoperta di una somiglianza, l'accettazione di una diversità.
E' un sostegno ed un gioco senza fine, un sogno e un'affinità, un posto segreto.
"E' una parola", cioè qualcosa che è difficile definire compiutamente.
E' l'amicizia raccontata ai bambini, sfiorata con delicatezza, illustrata con raffinatezza, in questo bell'albo di Arianna Papini. Immagini di animali lieti o pensosi raccontano fremiti e segreti di un sentimento prezioso ed il testo, breve, è capace di generare una densa aspettativa e di far correre il piccolo lettore verso la rivelazione finale.
Arianna Papini, "E' una parola", Kalandraka 2013
sabato 21 giugno 2014
"Venezia, un sogno", di Anna Pavignano
Thomas, zaino in spalla e autostop, abbandona la California e parte a cercare quella vita che immagina possibile solo on the road. Attraversa tutti gli States e poi si imbarca per l'Europa. Vive un poco in Belgio, un poco a Parigi, conoscendo due ragazze e due amori. Ma di nuovo fugge, verso sud est. "In un'alba puntinata di umido" incontra Venezia, e non l'abbandona più. Il romanzo di Venezia e di Thomas si snoda attraverso le giornate dell'acqua alta ed ogni capitolo si apre con l'indicazione dell'ora e del livello dell'acqua: un fenomeno che i turisti considerano con divertimento, i veneziani vivono con rassegnazione e che si sta mangiando la città ed i suoi splendori. Il livello dell'acqua aumenta e preme su calli e palazzi e con lui aumentano la folla dei ricordi e gli affanni di Thomas, ormai uomo maturo, prematuramente vedovo e nonno controvoglia. Il lettore rivive insieme al protagonista i ricordi del passato - lavoro, amori, tradimenti, impennate di orgoglio, tristezze e malinconie - e urgenze del presente. Il presente, infatti, si fa per Thomas pressante nel momento in cui suo figlio esprime la volontà di trasferirsi con tutta la famiglia sulla terraferma: la vita a Venezia è divenuta difficilissima, la città è ormai ridotta a museo per onnivori turisti, l'acqua alta si mangia cantine cucine negozi, i veneziani dotati di buon senso se ne vanno. Ma Thomas non è d'accordo, non vuole e non può abbandonare Venezia, la patria che ha scelto, così mette in atto una plateale, fortissima protesta, nella quale elegge a suo alleato il nipotino africano, che fino a quel momento aveva trascurato. Protesta e consapevolezza, oltre che di sé anche del proprio ambiente, sono elementi nuovi nell'esperienza del nostro che in questa occasione, per la prima volta, "vede" il dolore della città oppressa dall'acqua alta - che l'incuria dell'uomo per l'ambiente ha generato - riflesso nel proprio dolore di uomo solitario giunto già oltre la metà della vita.
La protesta di Thomas non rimarrà inascoltata, i suoi concittadini prenderanno consapevolezza della necessità di salvaguardare Venezia con tutti i suoi abitanti, e per lui si aprirà una nuova stagione; perché, come recita lo striscione inalberato da un gruppo di ragazzi ispirati dal suo gesto, "I ricordi sono il nostro futuro".
Anna Pavignano. Venezia, un sogno, edizioni E/O 2012
sabato 14 giugno 2014
E' accogliente la mia casa, di Sigurður Pálsson
"La poesia di Sigurdur Pálsson, autore islandese assai eclettico, è
caratterizzata da un’ampia gamma di registri, dal lirico all’ironico, dal
micro-narrativo all’epigrammatico, in una costante alternanza di soggettività
individuale e plurale, quel «noi» che in È accogliente, la mia casa echeggia frequentemente
come un monito, il quale è anche un richiamo etico a un’esigenza di
condivisione. La voce del poeta chiama altre voci all’ascolto, al dire, ne
diviene cassa di risonanza, in un testo che si vuole «pieno di gente» e non disdegna il grottesco dell’aneddotica, il
nudo stillicidio dell’elencazione dei «simboli della morte». La traduzione di
Silvia Cosimini, da due decenni ormai voce ufficiale della lingua e cultura
islandese in Italia, restituisce con precisione e gusto le spigolosità e dolcezze di questa poesia,
prestando attenzione alle reiterazioni anaforiche, all’articolazione strofica,
alla ricreazione delle immagini così anomale e originali di Pálsson, l’intima,
segreta e notturna musica del Terzo ritornello dello spettro che recita: «Veglio / non riesco a morire». Ne
risulta un esito particolarmente convincente e godibile, di sapida efficacia
stilistica".
Questa la motivazione con la quale la giuria del premio nazionale di poesia e traduzione poetica "Achille Marazza" ha insignito del premio 2014 per la traduzione di poesia Silvia Cosimini (ex aequo con Renata Morresi), traduttrice e curatrice dell'opera di Pálsson in Italia. Questo agile libro raccoglie una selezione di liriche che ben rappresenta la poetica dell'autore islandese. Ne diamo qui un saggio.
I PRIMI PASSI
La piena del fiume
tempo di bonaccia
Uno scatto nell'erba
non poche le impronte
S'intorbida per gioco
le corde si intrecciano
Terso il cielo
ovunque dei canti
I primi passi
inizio di un grande viaggio.
BORGES
Una dopo l'altra si sono spente le luci
alle finestre della casa
A lungo una luce ha fissato
le stelle
dall'abbaino nella casa cieca
E poi non ci fu
più luce
La luce rientrata
splende luminosa nel cielo stellato
della biblioteca.
SCRITTO SULLA SABBIA
Fuori attende la sabbia nera
sottile e umida
Il dito si ghiaccia un poco
a scrivervi
Il corpo si scalda un poco
e anche il groviglio che si chiama
spirito
mente
anima
Le onde si avvicinano
il respiro
pieno di mestizia
di gioia di vita
Le onde si avvicinano.
E' accogliente la mia casa, di Sigurður Pálsson ( Mobydick editore 2013) traduzione e cura di Silvia Cosimini
martedì 3 giugno 2014
Vita e pensieri di Antonio Gramsci, di Giuseppe Vacca
“La fama postuma di Gramsci è dovuta soprattutto ai Quaderni e non avremmo potuto mancare al compito di documentare quanto fosse incerta la loro sorte alla morte di Gramsci” scrive Giuseppe Vacca nell’introduzione al suo ampio saggio. Il libro ripercorre con ricchezza di documentazione e con chiarezza di stile le vicende della vita di Antonio Gramsci dagli anni di poco precedenti il suo arresto (8 novembre 1926) fino alla morte. Insieme all’evoluzione del suo pensiero, ai temi dei suoi studi in carcere, ai suoi giudizi sull’evoluzione e sulle posizioni nazionali e internazionali assunte dal partito comunista in quegli anni, Vacca narra ed interpreta, avvalendosi di un’ampia documentazione, anche la dolorosa e complessa vicenda familiare del detenuto: la relazione con la moglie Giulia Schucht e la famiglia di lei, le raccomandazioni per l’educazione dei figli, il ruolo della cognata Tatiana, importante supporto e anello di contatto con la società esterna, i familiari e il partito nei nove anni della detenzione. Nel capitolo conclusivo “Il destino dei Quaderni” vengono esaminate diverse questioni di grande importanza relative a supposte trattative di liberazione di Gramsci da parte del governo sovietico, che in realtà, pur auspicate dal prigioniero e dai suoi familiari e oggetto di ampie campagne di mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, non vi furono. Un libro complesso, arricchito da un'ampia bibliografia, da leggere per informarsi, scoprire, approfondire. Giuseppe Vacca è presidente della Fondazione Istituto Gramsci di Roma e della commissione scientifica per l'edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci.
Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926 – 1937, Einaudi 2012 e 2014.
Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926 – 1937, Einaudi 2012 e 2014.
domenica 25 maggio 2014
L'hiver des hommes, di Lionel Duroy
Il romanzo ci conduce attraverso i paesi della ex Jugoslavia, divisi più che pacificati. Marc, il protagonista, si interroga sul suicidio della giovane figlia del generale Mladiĉ, soprannominato "il macellaio dei Balcani": che cosa provano i figli dei carnefici? Come influisce sulla loro vita la consapevolezza dei crimini dei padri? Ricordando studi e memorie dei figli di noti criminali nazisti, egli lascia la Francia per incontrare i protagonisti dell'abominevole guerra, che, negli anni Novanta, dopo la caduta del regime comunista, separò e trasformò in avversario da annientare chi prima ed a lungo era stato vicino, sodale, amico.
Racconta Miroslav: “Vi fu un censimento nelle scuole, credo che la guerra abbia avuto inizio da qui, da noi, i bambini. Un giorno il direttore entrò in classe con un elenco che comprendeva il nome di tutti gli scolari. Spiegò che dovevamo scrivere la nostra nazionalità accanto al nostro nome e fece circolare il foglio. Quando arrivò a me, non seppi cosa scrivere e guardai che cosa avevano scritto gli altri prima di me. Valentino, il mio vicino aveva scritto 'Croato', Selma Musulmana', e Bojan 'Serbo'. Mi misi a riflettere, trattenni il foglio per due o tre minuti, finché il direttore s'innervosì. - Scrivi! - mi disse. - Non so che cosa sono, c'è una quarta categoria? - Scrivi quello che sei! - Riflettei ancora e scrissi 'Jugoslavo'. Anche il mio vicino di destra disse: - Pure io sono Jugoslavo – e scrisse come me. Il direttore se ne andò con l'elenco. Ma poco dopo ritornò: – Dovete scrivere una nazionalità diversa da Jugoslavo – disse – perché Jugoslavo non esiste più.” (pagg. 82-83, trad. E.B.) Marc percorre le nuove nazioni create da una guerra di crudeli massacri fratricidi sfidando neve e gelo di un inverno che è sui monti e le colline, nei boschi e nelle impervie strade, ma anche e soprattutto nel cuore degli uomini, specialmente dei Serbi, arroccati nel loro dolore di sconfitti, assediati dalla fame e dalla povertà e tuttavia fedeli proprio alle convinzioni che hanno causato la loro rovina, mentre la Sarajevo musulmana sta rinascendo di speranza e di timidi fiori alle finestre. L'hiver des hommes è un libro da leggere, lucido e pietoso insieme, ci apre alla conoscenza della vita di Paesi a noi vicini e tuttavia dimenticati. Ci ricorda quanto siano pericolosi i nazionalismi ottusi e violenti e quanto siano ancora presenti in Europa.
Lionel Duroy, L'hiver des hommes, Ed. Julliard 2012
sabato 17 maggio 2014
"Il mio poeta con la penna in mano", un vecchio articolo (2005) su bambini e poesia
Cenni su alcuni laboratori di poesia condotti in una biblioteca pubblica
Questo per me, allora sufficientemente giovane ed entusiasta, fu fin troppo facile, sia per ragioni geografiche (Omegna, città natale di Gianni Rodari, era vicina); sia perché mi risultava familiare rievocare le filastrocche del poeta che sulle pagine de Il pioniere, La Via Migliore, Il Corriere dei Piccoli, avevano portato aria nuova nella mia infanzia, come in quella di tanti altri nati negli anni Cinquanta e Sessanta; sia, infine, perché Rodari mi era l’autore ideale per coinvolgere e rendere protagonisti gli utenti più giovani della biblioteca, attraverso un’attività creativa, giocosa e libera. Ne avevo già avuto esperienza, pur breve, negli anni dell’insegnamento alle scuole elementari e medie.
I laboratori di poesia si sono poi radicati nel tempo, come attività quasi istituzionale fra le molte della biblioteca dei bambini e dei ragazzi e sono stati indirizzati sempre alle classi scolastiche, nell’ambito della programmazione delle diverse attività di invito alla lettura “inventate” dai bibliotecari.
All’inizio
la proposta fu molto semplice. Essa prevedeva sia che, dopo che io avessi
condotto per un certo tempo un “gioco con le parole”, ogni
bambino scrivesse la propria poesia, sia che, ascoltata la lettura di uno o due
testi di autori famosi (non di quelli, tuttavia, abitualmente studiati a
scuola), essi fossero illustrati dai bambini. Al termine dell’attività, la
lettura dei testi effettuata sul palco al microfono da ciascun piccolo autore o
anche la proiezione dei disegni su lavagna luminosa costituivano quasi una
festa. Questa esperienza venne documentata e raccolta in parte e in modo molto
sintetico nel quaderno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Borgomanero I
bambini e la poesia (Borgomanero, 1987; con testi, tra gli altri,
di Mario Lodi e Roberto Denti e disegni di Mauro
Maulini).
Negli anni successivi l’attività
proseguì collateralmente ad altre iniziative rodariane, che sfociarono poi nel
convegno con mostra e pubblicazione Laboratorio per Rodari
(testi di Carlo Carena, Eros Bellinelli, Roberto
Cicala, Roberto Leydi; marionette e progetti di
allestimento scenico per il Teatro di Gianni e Cosetta Colla,
stampato a Novara nel 1991). La raccolta delle poesie e dei disegni dei bambini
fu premiata con un quadernetto ad hoc, praticamente un manoscritto poi
fotocopiato in un centinaio di esemplari, e recante lo stesso titolo del
volumetto “adulto”, Laboratorio per Rodari, con
il sottotitolo Il laboratorio della cicala.
Successivamente,
in parte in seguito all’arricchimento derivatomi dagli interventi e dalle
proposte degli stessi bambini, in parte anche esaudendo alcune richieste
provenienti da insegnanti che frequentavano assiduamente i laboratori con le
loro classi, le proposte di attività si ampliarono. Furono sperimentate alcune tecniche,
soprattutto acrostici, mesostici e calligrammi; fu istituito un breve
percorso di “esplorazione poetica”, un manualetto per invitare
i bambini a scrivere in versi – nel percorso c’erano: i suoni, i colori, le
forme, le ricette della poesia –; furono proposte filastrocche a tema (le
storie in versi e rime, le ricorrenze dell’anno, il tempo, la pace e la guerra
(nel dicembre 1993 regalammo a tutti i nostri piccoli lettori il Calendario
1994 per un anno di pace , poesie e disegni di bambini a scandire
il percorso dell’anno, mese per mese), i sentimenti e addirittura le figure
geometriche - filastrocche, queste ultime, create ad hoc per una classe quinta
elementare “nemica della geometria” - nonché il… riciclaggio
dei rifiuti!
A
partire dal 1999, tutti i testi poetici sono esposti, a fine anno
scolastico, nelle mostre del “Maggio dei Bambini”, insieme agli scritti e ai disegni dei bambini coinvolti nelle altre attività di invito alla lettura. Per un certo periodo
anche un periodico locale, La voce del laghi, che poi
cessò le pubblicazioni, ospitò in una sua pagina quindicinale, riservata ai
lettori più piccoli, poesie e disegni provenienti dal nostro laboratorio. Da
qualche anno, finalmente, superate alcune difficoltà economiche, abbiamo potuto
raccogliere una scelta significativa di testi nei Quaderni della Sezione
Ragazzi, a partire da Piccoli Libri e Piccole
Rime (esaurito), fino al recentissimo I laboratori della
fantasia.
Temi di successo dei più recenti laboratori di poesia sono stati “Bambini
e poeti”, letture ad alta voce di testi poetici che hanno a
protagonisti i bambini e poi scrittura di “poesie sul poeta”
(naturalmente il poeta ideale dell’immaginario infantile o “profano”) da parte
dei bambini stessi; “Libri in rima”, storie e romanzi
raccontati in rima creando un testo collettivo; “Amori e colori”,
dai versi d’amore colorati dei poeti famosi alle prime poesie d’amore scritte
sui banchi della scuola media. A questo punto qualche esempio è d’obbligo,
potrà esaudire un poco la curiosità di chi legge o stimolare l’iniziativa in
chi volesse tentare l’esperienza nella propria classe o nella propria
biblioteca:
SOGNI
Il poeta smise di poetare
perché era molto stanco.
Scriveva, scriveva e scriveva
senza rendersi conto della sua bravura.
Si addormentò,
cadde in un sogno un po’ cupo e un po’ lieto.
C’erano animali,
uomini noiosi o divertenti.
In quel sogno
tutti gli esseri umani andavano d’accordo.
Ad un tratto si svegliò,
si accorse di avere sognato,
ma il suo sogno non si era avverato.
Edoardo, classe V elementare
FELICE
Felice come il pesce
che salta nel mare,
come un delfino
che fa acrobazie,
come un bambino
che trova il gioco perso,
come la mamma
quando le nasce il bambino,
come un pittore
quando guarda il suo quadro.
Riccardo, classe IV elementare
LA STREGA DELLA MONTAGNA
dalla storia di Gloria Cecilia Diaz
C’era una volta Alina,
una strega piccolina
che non riusciva ad atterrare
e tutti gli alberi voleva tagliare.
“Se tutti gli alberi taglierai
l’ombra più non avrai,
spariranno i fiori e i frutti
e questi monti saranno brutti.
Tacerà il canto degli uccellini
e scapperanno gli scoiattolini”,
dissero, assai inorridite,
le vecchie streghe istruite.
Le insegnarono a volare
e la scopa volante a usare.
Dopo l’ultima lezione
Alina atterrò con precisione
e le streghe stupefatte
applaudirono come matte.
Testo collettivo scritto con una classe III Elementare
COLPO DI FULMINE
Eri qui, vicino a me,
con lo zaino sulle spalle.
Provai ad avvicinarmi a te,
ma non riuscii a fare due passi.
Mi rassegnai, guardando un’altra ragazza
che ti faceva la corte.
Così i colori dell’amore si spensero
e non fu più colpo di fulmine.
Gabriella, II media
Non
c’è altro da aggiungere, se non forse un mio desiderio ed una mia speranza:
che, al di là di ciò che, dei nostri laboratori di poesia, è stato documentato
nelle pubblicazioni o che è apparso in mostra, possa rimanere nei bambini
partecipanti la gioia e insieme la fatica – talvolta persino il dolore – di
stare facendo e di avere fatto/scritto qualcosa di speciale. Perché è molto
speciale poter creare immagini nuove, scrivere versi propri, esprimere
sentimenti, usando le parole consuete e quotidiane in un modo diverso, nel modo
della poesia, grazie alla quale quelle stesse parole divengono più vere e profonde
e valgono incommensurabilmente di più.
Eleonora Bellini (dal sito Oltrepensiero, http://www.oltrepensiero.com/modules.php?name=News&file=print&sid=55)
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sabato 1 marzo 2014
Austerlitz, di Winfried Georg Maximilian Sebald
Nella salle des pas perdus della stazione di Anversa tra le persone in attesa c'è Austerlitz, "un uomo che allora, nel '67, aveva un aspetto quasi giovanile, con i capelli biondi singolarmente ondulati". Prende appunti e stende schizzi, scatta foto all'architettura solenne della stazione, tutto materiale che gli servirà per le sue ricerche erudite. Ma, non appena il narratore gli rivolge una domanda, Austerlitz è felice di intrattenersi a discorrere con lui, perché "chi viaggia solo è in genere contento di trovare un interlocutore dopo giorni e giorni trascorsi in completo silenzio". Nasce così una confidenza che, pian piano, si trasformerà in amicizia, itinerante in luoghi diversi d'Europa.
Jacques Austerlitz soffre un sentimento di estraneità, di erranza, fondato sulla nebbia che all'inizio del romanzo vela le sue origini e la sua travagliata infanzia, che il lettore scoprirà a poco a poco, inoltrandosi a fondo nel romanzo. Una vicenda, quella di Jacques, tragica ed appassionante insieme, parte dei tragici eventi che travagliarono la storia d'Europa negli anni del nazismo.
Jacques ha trascorso l'infanzia come figlio adottivo di un pastore del Galles e ha appreso il suo vero nome solo al momento dell'esame sostenuto per entrare ad Oxford. La ricerca delle sue origini si impone e la seguiamo nella seconda parte del romanzo, così come si segue una ricerca di quella microstoria che s'innesta nella storia ufficiale e le dà sentimenti e sostanza, perché è la storia delle gioie, delle speranze e dei dolori dei singoli. La microstoria ha nomi e cognomi quotidiani, potrebbe essere la storia di ciascuno. Seguiamo Austerlitz da Praga, città della sua primissima infanzia (bellissima la rievocazione della lingua infantile che gli torna alla memoria, grazie alla pronuncia dei numeri che, gli ricorda una ritrovata vecchia zia, egli usava contare sui bottoncini che ornavano i guanti nel negozio di famiglia), fino a Terezin (città muta di porte chiuse), dove scoprirà che avevano trovato la morte i suoi genitori, ebrei di Boemia.
Caratteristica della narrazione di Sebald, dallo stile complesso, ricco di subordinate ed incisi e tuttavia di lettura estremamente invitante e coinvolgente, è l'inserzione nel testo di fotografie che suggeriscono al lettore ora l'impressione dell'immersione nella realtà, ora la suggestione del sogno:
"A un certo punto mi fermai lungamente davanti all'entrata di una casa, disse Austerlitz, lo sguardo rivolto verso l'alto a un mezzorilievo grande circa trenta centimetri quadrati e montato nel liscio intonaco sopra il concio dell'arco del portone, mezzorilievo che, su uno sfondo verde mare disseminato di stelle, raffigurava un cane dipinto di blu con un bastone in bocca che il cane medesimo - come io presentii rabbrividendo fino alla radice dei capelli - aveva portato lì dal mio passato"(pag. 165).
W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi 2002
sabato 15 febbraio 2014
Montale, la Liguria. A cura di Franco Contorbia
"A trent'anni dalla morte di Eugenio Montale, a venti dal convegno su La Liguria di Montale, svoltosi alla Spezia e a Monterosso dall'11 al 13 ottobre 1991 [...] la non marginale quaestio delle relazioni di Montale con il proprio milieu è tornata al centro di un altro appuntamento, questa volta, e pour cause, genovese. " Così il curatore Franco Contorbia nella premessa al volume che raccoglie gli atti del Convegno tenutosi all'Università di Genova l'11 e 12 settembre 2011.Gli otto importanti contributi pubblicati nel libro (di Gianfranca Lavezzi, Federica Merlanti, Manuela Manfredini, Anna Calcagno, Elisabetta Goggi, Giulia Savio, Federica Isola e dello stesso Contorbia) mirano a ricostruire la complessa rete di relazioni intrattenute da Montale con l'ambiente genovese e ligure: la genesi degli Ossi di seppia con le ascendenze liguri della scrittura montaliana in versi e in prosa; il rapporto di Montale con la cultura figurativa e l'arte liguri, ma non solo; gli incontri, i dialoghi e gli ozi sulle accidentate coste del Levante.
Montale, la Liguria. A cura di Franco Contorbia, Società Editrice Fiorentina 2012
[...] io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni [...]
lunedì 10 febbraio 2014
Vigilia di guerra 1940, di Bonaventura Tecchi
Bonaventura Tecchi nacque a Bagnoregio, in provincia di Viterbo, l’11 febbraio 1896; morì a Roma il 30 marzo 1968. Direttore fra il 1925 ed il 1931 del Gabinetto Vieusseux di Firenze, lettore nelle università di Berna e Bratislava, poi, dal 1939 professore di lingua e letteratura tedesca all'Università di Padova.
L’ultimo libro di Tecchi si
intitola Antica terra, pagine sparse, frammenti scritti dal 1934 al
1967. Il libro è dedicato all’alto Lazio, ad una Tuscia dall’antico sapore di
Etruria. Vi troviamo Montefiascone, Orvieto, Viterbo, la stessa Bagnoregio,
dove talvolta tornava per le vacanze.
Ma il libro che vogliamo
invitarvi a rileggere non è questo, bensì Vigilia
di guerra 1940, pubblicato in una piccola collana (“Tra due guerre”) per le
Edizioni Bompiani nel gennaio del 1946. Il sottotitolo della breve opera
recita: “Testimonianza di uno scrittore, e insieme di tutta una classe, contro
la guerra” ; e sul verso del frontespizio leggiamo: “Queste pagine rendono lo
stato d’animo e il drammatico conflitto morale di un uomo di cultura, cui lo
spettacolo della forza bruta scatenata e del suo momentaneo trionfo danno la
spinta a rifarsi a quei valori dello spirito nei quali egli sinceramente crede.
E se la sua fede può in qualche istante quasi vacillare, è non tanto per la
testimonianza dei fatti brutali quanto per la profonda e tormentosa coscienza
delle colpe con cui la sua classe - la classe intelletuale, colta - ha contribuito
a rendere possibile lo scatenarsi della violenza. Così il fatto personale
assume valore e portata di verità per tutto uno strato sociale e non
dell’Italia soltanto”.
Il libretto è costituito da
pagine di diario che vanno dal 9 aprile al 10 giugno 1940, due mesi soltanto,
ma densi di fondati timori, di angosciose domande e di riflessioni profonde.
12 aprile 1940. […] Mi dicono che
anche i francobolli polacchi siano rimasti immutati… “L’indipendenza dei
francobolli”, questa è forse l’unica libertà che i tedeschi vogliono lasciare
ai polacchi e ai céchi”.
Bagnoregio, 13 aprile
La cosa più umiliante è che i
“popoli” (e cioè tutti e ognuno, anche le classi colte) siano trattati come
pecore dai governi totalitari […]
Roma, 28 maggio
[…] “La teoria e la prassi della
violenza, non tanto nelle cose esterne, nei movimenti di piazza, nelle
costruzioni e innovazioni sociali, quanto nel campo delle convinzioni e delle
opinioni è un’offesa all’anima. E’ risaputo, per esempio, è una “verità” che
nessuno storico futuro potrà mistificare, che il novanta (almeno il novanta)
per cento degli artisti, degli scrittori, degli intellettuali italiani d’oggi
non sentono questa guerra […] Eppure si legge nei giornali di questi giorni che
accademie e associazioni di artisti, università e scuole […] hanno votato all’unanimità telegrammi d’entusiasmo,
d’approvazione, anzi d’incitamento alla guerra […].
Firenze, 10 giugno
[…] Sono
stato in giro di notte per Firenze, con Pancrazi e con Palazzeschi. Firenze
oscurata, credo per la prima volta. La prima notte di guerra in
Italia: via Laura, via dei Servi, piazza del Duomo. Il filobus spettrale e
fantomatico, come un carrozzone della Misericordia, che ci è venuto incontro
all'improvviso, all'angolo di Piazza del Duomo... Non dimenticherò mai più
questa notte, e la tremenda tristezza che c'invase tutti e tre. A un certo
punto Palazzeschi ricordò che il 10 giugno era la data dell'assassinio di
Matteotti.
Non penso che il libro sia stato
riproposto in commercio (perfino alcune bibliografie di Tecchi non lo citano),
ma è disponibile in diverse biblioteche italiane (si può consultare l’OPAC SBN:
http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/base.jsp
), per trovare quella più vicina alla propria residenza.
(nota già pubblicata nel 2008 sul blog "Oltrepensiero" nella rubrica Invito a rileggere)
BONAVENTURA TECCHI, Vigilia di guerra 1940, Milano, Bompiani, 1946
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