sabato 17 dicembre 2011

Un gatto nero, di Giovanni Pascoli


[...] Uomo che vegli nella stanza
illuminata, che ti fa vegliare?
dolore antico o giovine speranza?

Tu cerchi un Vero. Il tuo pensier somiglia
a un mare immenso; nell'immenso mare,
una conchiglia; dentro la conchiglia,

una perla: la vuoi. Vecchio, un gran bosco
nevato, ai primi languidi scirocchi,
par la tua faccia. Un gatto nero, un fosco
viso di sfinge, t'apre i suoi verdi occhi...

da "Finestra illuminata" in Miricae

Un uomo è solo nella stanza illuminata. E' tardi, è notte. L'uomo non dorme, pensa. Cerca la Verità, rara ed ardua, difficile da raggiungere, nascosta nelle profondità più impervie, come la perla dentro la conchiglia. E' vecchio, l'uomo, il suo volto è ispido, rugoso, come il bosco quando la neve si scioglie e lascia intravedere brandelli di terra, residui delle foglie cadute. Nel silenzio imperscrutabile l'uomo solo avverte una presenza misteriosa e forse rivelatrice: quella del gatto nero, che ha gli occhi verdi, spalancati, chiari, come le prime foglie di primavera... (E.B.)

lunedì 12 dicembre 2011

Come funziona la memoria, di Larry Squire ed Eric Kandel

Cogito ergo sum, l'affermazione cartesiana molto nota e molto citata ancor oggi (risale al 1644) è errata, sostengono gli autori di questo libro, Squire, docente di medicina e psichiatria all'Università di California e Kandel, premio Nobel per la medicina nel 2000. Il detto cartesiano oggi appare "sbagliato" perché i biologi contemporanei sono giunti alla certezza del fatto che le attività della mente appartengono ad una parte specializzata del corpo (e perciò il motto sarebbe semmai da capovolgere in Sum ergo cogito) ed anche perché un ruolo importantissimo - addirittura fondamentale - nel determinare chi noi siamo è svolto non solo dal pensiero, ma anche, e fondamentalmente, dalla memoria. Il libro esplora e descrive dunque, come recita il sottotitolo, i meccanismi molecolari e cognitivi della memoria, attraverso dieci capitoli:
- Dalla mente alle molecole
- Sinapsi modificabili per la memoria non dichiarativa
- Le molecole della memoria a breve termine
- La memoria dichiarativa
- I sistemi cerebrali della memoria dichiarativa
- Un meccanismo di immagazzinamento sinaptico per la memoria dichiarativa
- Dalla memoria a breve termine alla memoria a lungo termine
- Priming, apprendimento percettivo e apprendimento emozionale
- La memoria per le abilità per le abitudini e per il condizionamento
- La memoria e la base biologica dell'individualità
L'esposizione è molto chiara ed è integrata da molte illustrazioni, è tuttavia necessario possedere nozioni abbastanza approfondite di biologia umana per poter affrontare agevolmente ed in fretta la lettura completa del libro. 

L. Squire/ E. Kandel, Come funziona la memoria. Meccanismi molecolari e cognitivi, Zanichelli 2011

martedì 6 dicembre 2011

Le ceneri del poeta

Ne ha parlato POESIA di Crocetti, in breve, ne ha parlato dettagliatamente Francesca Santucci
(http://www.wandamontanelli.it/CdD/edit/2011/cp.htm), ora, contrariamente a quello che mi piace di solito fare, anzi di ciò che in genere ritengo doveroso fare, inserisco anch'io qui qualcosa su questo mio libro. A chi, come me, è stata educata all'insegna del "non è necessario che tu parli di te, di ciò che sai fare, di ciò che ti riesce bene, tutto quanto è lì da vedere, se vale altri se ne accorgeranno, lo apprezzeranno, ne parleranno" è la decisione ha richiesto molta ponderazione. Ma i tempi sono cambiati da quei lontanissimi anni Sessanta nei quali l'Italia sembrava essere un altro pianeta, ricco di promesse, di bellezza, di affetti. Il berlusconismo ha assuefatto un popolo, non importa di che parte politica, ne ha viziato e corrotto la percezione delle cose e delle persone, ha incoraggiato l'esibizionismo: chi non esibisce, non esiste. Ora, esibire mai. Il pudore e la decenza lo vietano. Ma dare una notizia anche qui, su questo mio blog dedicato, nel modo più libero, personale ed "arbitrario" alle letture, sì. Dunque, Le ceneri del poeta è uscito per le Edizioni Orizzonti Meridionali, certo non uno degli editori dominanti: perciò considero molto importante la menzione della silloge su POESIA, perchè si tratta della raccolta di un'autrice che non ha né poteri né valori di scambio, né fa parte di gruppi o riviste dell'uno o dell'altro giro, non è dunque spendibile, non frutta neanche un euro. Poco ti arriva, anche in questo campo, se non hai "valori di scambio"; il merito, diversamente da ciò che accade in altri ambiti "economicamente sensibili", viene riconosciuto ma, insieme, anche taciuto o in fretta scordato. Eppure la poesia merita molto, che la si coltivi, che la si legga, che la si tenga come compagna quotidiana di vita. Questo libro raccoglie poesia civile, ma anche intima di affetti, e scaturisce da fatti e passioni di quattro anni di vita.
Oltre ai giudizi ai quali ho accennato sopra, me ne sono giunti altri privati, ne ricordo qui due proponendone sintetici estratti:
"... vi è come un crescendo verso la profondità, un filo conduttore che via via si assottiglia, dal vigore delle poesie civili alla rarefazione dell´ultima sezione. I finali, poi, sono spesso sorprendenti e davvero conclusivi e stranianti" (Giulio Martinoli)
"... circolano nei versi rimembranze come echi e moti civili dell'animo, a partire da quelli della prima composizione: sintesi di uno slancio interiore stimolato da desolanti realtà. E' lungo il processo degli eventi, e devo dire che Venticinque aprile è una delle più sentite lodi della Resistenza" (Manrico Murzi)
Venticinque aprile venne già pubblicato qui nel post che segue
http://leletturedidonchisciotte.blogspot.com/2010/04/25-aprile-festa-della-liberazione.html

POESIA, novembre 2011 (rec. Simonelli)
Eleonora Bellini, Le ceneri del poeta. Poesie 2007 - 2011, Edizioni Orizzonti Meridionali 2011

venerdì 2 dicembre 2011

"Fratelli a un tempo stesso, Amore e Morte" presentazione al libro CHE QUANTO PIACE AL MONDO E' BREVE SOGNO di Francesca Santucci

Riporto qui l'inizio della mia presentazione al più recente libro di Francesca Santucci, come invito alla lettura ed alla riflessione. Si tratta infatti di un'opera ricca di notizie e forte di passione.

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.

Così comincia il XXVII canto di Leopardi, che torna immediatamente alla memoria alla lettura del titolo e del sottotitolo di questo mirabile libro di Francesca Santucci: amore e morte nel tempo umano della storia e nel tempo immortale dell’arte e del mito, della poesia e del romanzo.
Da Orfeo ed Euridice ad Ugo e Fosca, l’autrice ripercorre le storie di amore distrutti da un destino avverso, dal caso malevolo, o sbriciolati dall’inesorabile involversi del tempo. Mostra come già negli antichi miti, nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree, insieme all’apoteosi del bello - i corpi desideranti oppure placati e calmi oppure già distrutti dal dolore e poi ricomposti nella fissità della morte, la maestria degli artisti, l’espressività del colore e della luce - si insinui lo sgomento profondo delle creature gettate in un mondo che non ha mantenuto le sue promesse. Mostra quanto forte urli la disperazione delle creature tradite da abbagli, illusioni, chimere, da tutte le promesse impossibili da mantenere, dopo l’effimera apoteosi della prima conquista d’amore. “Dall'azione congiunta e opposta di entrambi (l'impulso di vita e quello di morte) scaturiscono i fenomeni della vita, ai quali mette fine la morte", così si sarebbe espresso Freud nell’ Introduzione alla psicoanalisi anni dopo Fosca, l’ultima opera sulla quale si sofferma la Santucci in questo libro, a conferma delle grandi ed immortali verità contenute ed espresse da sempre nell’arte, nella letteratura, nella musica.

Rubens, Orfeo ed Euridice
Francesca Santucci, Che quanto piace al mondo è breve sogno. La vanità, il tempo, l'amore, la morte, Kimerik 2011. Altre notizie e un video sul libro qui: http://www.francescasantucci.it/chequantopiacealmondoèbrevesogno.htm

giovedì 24 novembre 2011

Libri da evitare 1: Fai 'sta ..... di nanna

Poche settimane fa la scrittrice Giusi Quarenghi commentava qui http://topipittori.blogspot.com/2011/11/orfanita-precoce-colpo-di-quasi-fortuna.html  "un libro illustrato uscito da qualche mese e salutato come capolavoro di umorismo" del quale non mi piace ripetere il titolo. Ai numerosi commenti del post ho aggiunto anche il mio, che riporto qui sotto. Si avvicinano le feste, tempo di regali, ed è un'occasione per consigliare quali regali non fare ai bambini.


“Non tutti possono essere orfani” (J. Renard, Pel di Carota)
La bella analisi di Giusi Quarenghi mi fa tornare alla mente i romanzi per bambini e ragazzi d’antan (quelli che la mia generazione, avendoli letti nell’infanzia, ha reputato di far leggere solo “a margine” e non troppo presto ai propri figli). E mi fa pensare che quei plotoni di orfani celassero un’utopia di libertà e di crescita indipendente dall’autoritarismo, e dalla crudeltà perfino, di alcuni genitori. Strappalacrime, sì, ma forse anche liberatori: “Ce la farò anche da solo, sarà brava anche da sola” poteva pensare chi li leggeva identificandosi nei protagonisti e immergendosi nella lettura. I bambini di oggi - si parla di quelli di ceto medio, quello che non ha stretti problemi di sopravvivenza - da soli non possono farcela più: perché sono iperstimolati e iperprotetti. Conosco il caso di chi, a poco più di tre anni, frequenta un asilo normale, ma anche uno bilingue a metà tempo, una piscina, una fattoria per attività con gli animali, l’amichetto per non restare mai solo, il ristorante nel quale i genitori vanno a cena (il tutto ogni settimana). Un regime che non consente di essere abbastanza distesi per ascoltare, per rilassarsi, per concentrarsi e nemmeno per annoiarsi un po’, che non fa male e stimola la fantasia, né per dormire. Ovvio. Ma, ciò che è più grave, i genitori che sottopongono i loro figlioletti a questo regime di vita hanno ovviamente nei loro confronti grandi aspettative, attese di successo che nascono fin dal parto e dalla culla. I bambini, per fortuna, non sono in genere superbambini e non corrispondono perfettamente a tali aspettative. Quindi nei genitori si generano nervosismo, intolleranza, turpiloquio, violenza (Chi non ha visto al supermercato tre e quattrenni aggirarsi “va da solo che sei grande”, servirsi, sparire, poi essere ritrovati dalla genitrice o dal genitore urlanti, e strattonati e schiaffeggiati? Chi non ha visto sul treno rifilare un videogioco o un telefonino a bambini che chiedono notizie sul paesaggio, sulle stazioni in cui ci si ferma?). I genitori che si comportano in questo modo sono molto stanchi, delusi, nervosi; se reagiscono con violenza in situazioni pubbliche, ovvio che lo facciano anche in momenti privatissimi, come la nanna. Perché anche il turpiloquio continuo e reiterato è violenza. Dunque l’operazione editoriale che presiede alla pubblicazione di questo libro, si iscrive, mi pare più nella volgarità che nella comicità: che cosa c’è di comico nelle parole di un più forte che apostrofa con una parolaccia un più debole? E’ un’operazione che mi pare grave, diseducativa, superficiale.
Consigli ai genitori? Avere figli fa status, d’accordo, ma non è obbligatorio in un mondo già sovrappopolato. Si possono sostituire con: un animaletto da accudire una sola volta al giorno e non saprà mai ripetere le parolacce che gli dite; una pianta da accudire una volta la settimana o ogni quindici giorni se grassa – idem per le parolacce; la pet society di facebook. E per chi ha già figli? Ricordarsi: che siamo mammiferi, la nostra crescita completa richiede qualche tempo; che la primissima infanzia dei nostri figli dura molto poco se considerata nell’arco complessivo della nostra vita e che può essere l’occasione per scoperte felici. Così da grandi i figli non rimpiangeranno di non essere stati orfani.
(E.B.)

lunedì 21 novembre 2011

Le chagrin, di Lionel Duroy

Un dispiacere profondo, nato nella più tenera infanzia, radicato nella quotidianità, inflitto dalle persone che più dovrebbero proteggerti, può accompagnare un essere umano per tutta la vita. E questo indipendentemente dall’evoluzione positiva, appagante, talvolta perfino brillante dell’esistenza professionale, amorosa, familiare in età adulta. La prima considerazione che sovviene alla lettura di Le chagrin, romanzo autobiografico di Lionel Duroy, scrittore e giornalista di Libération autore anche di importanti reportages in zone di guerra dall’Algeria ai Balcani, è proprio questa. E richiama all’antico precetto troppo disatteso “maxima debetur puero reverentia”.
La storia è quella della famiglia dello scrittore: il padre reca nel nome le proprie nobili origini (si chiama Théophile, ma viene sempre chiamato con il nome affatto illustre di Toto), la madre, Suzanne, di origini piccolo borghesi, idolatra il proprio padre, mentre aborrisce tutto ciò che riguarda la famiglia del marito. Di professione cattolica integralista, di idee politiche più che conservatrici - parteciperanno attivamente alle campagne elettorali di Le Pen - i due mettono al mondo undici figli. Non per gioia, salvo forse nel caso dei primissimi nati, tanto che, molto presto, oltre alle difficoltà economiche, la coppia e la famiglia esperimentano tensioni, intemperanze verbali, scenate al limite dell’isterismo, soprattutto da parte della madre, disinteresse, al limite dell’abbandono, per i figli. Tutto ciò è raccontato da William (il nome dietro cui si cela l’autore) in prima persona, con ricchezza di particolari, precisione di date, chiara descrizione di ambienti. William cresce, diventa uomo, ma non può liberarsi dalla tristezza - e dalla rabbia - dei suoi anni di infanzia e di adolescenza in famiglia. O, meglio, l’unico modo per liberarsene, per fare la pace con quegli anni è quello di scriverne, di raccontarli, senza indulgenza e senza veli. Duroy aveva già scritto un altro romanzo, assai discusso, sulla sua storia familiare, Priez pour nous. La lettura di questo libro, che ha vinto prestigiosi premi, offre molteplici spunti di discussione, ad esempio: può la scrittura fare le veci della psicanalisi? quanti danni possono produrre nella vita familiare l'integralismo e la letterale applicazione dei precetti cattolici sulla procreazione? quanto questo cattolicesimo si apparenta con la destra politica? Vi sono poi diversi riferimenti alla storia e alla politica internazionale francese ed europea, vissuti dal protagonista ormai adulto nell'esercizio della propria professione giornalistica.
Le chagrin comincia così:
"All'origine della mia venuta al mondo, della venuta al mondo di tutti noi undici, c'è l'amore che si sono dichiarati i nostri genitori. Tutte le sofferenze che poi essi si inflissero, tutti gli orrori dei quali siamo stati testimoni, non possono cancellare le dolci parole che si scambiarono nell'inverno 1944. Si vollero, attesero, desiderarono, tanto da amarsi appassionatamente nel bel mezzo del pomeriggio, nelle settimane seguenti il matrimonio. Ho in mente una scena che mi riferì zio Armando, fratello minore della mamma: aprendo distrattamente una porta, li scopre seminudi, i corpi intrecciati, confusi e senza fiato. Al tempo la mamma non ha che un rimprovero da fare a papà, un rammarico più che altro: lo trova un po' troppo basso se paragonato ai due uomini della sua vita, suo padre e suo fratello. Papà, lui, non ha nessun rammarico; sembra che la gente si giri per strada per ammirare la bellezza di mamma." (trad. E.B)

Lionel Duroy, Le chagrin, éditons Julliard 2010.

mercoledì 16 novembre 2011

Museo dei viaggiatori in Sicilia. Guida all'esposizione, di Francesca Gringeri Pantano

A Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, c'è un museo unico: il Museo dei Viaggiatori in Sicilia. L'isola, in posizione privilegiata al centro del Mediterraneo, ponte tra Europa ed Africa, fu approdo di navigatori sin dai tempi più antichi (pensiamo ai viaggi di Ulisse) e divenne meta imprescindibile, insieme ad altre d'Italia, del viaggio formativo della gioventù nobile e degli intellettuali europei tra la fine del XVIII e la prima metà del XIX secolo.
Questo libro introduce alla raccolta museale e la illustra ampiamente anche attraverso una ricca iconografia. Scorrono tra le pagine immagini tratte dal  Voyage Pittoresque dell'abate parigino Jean-Claude Richard, che giunge in Sicilia da Napoli nell'aprile del 1778, vi resta sei mesi e pubblica in patria tra il 1781 e il 1786 quattro volumi ricchi di carte geografiche, vedute, itinerari. Segue il viaggio da Siracusa a Ragusa di Jean Houel (edito sempre a Parigi tra 1782 e 1787,): ancora oggi il Centro Studi Jean Houel partecipa insieme al Comune alla promozione e al sostegno del Museo e delle sue attività. Poi possiamo ammirare immagini del santuario rupestre della dea Cibele, carte geografiche, libri antichi sulla Sicilia, corredati da dettagliate schede descrittive. Un bel viaggio tra le pagine, in attesa o dopo un viaggio reale.

La dea Cibele, raffigurata sulla copertina del libro


Museo dei viaggiatori in Sicilia. Guida all'esposizione, cur. F. Gringeri Pantano, Palazzolo Acreide 2008, pag. 150

lunedì 7 novembre 2011

Gente di carattere: "Histoire de caractères" alla Biblioteca Méjanes di Aix-en-Provence

Si tratta qui dei caratteri di stampa, quelli che, dagli incunaboli in su, consentirono la fortuna dei libri e ne ampliarono la diffusione. La Biblioteca Méjanes e la Fondazione Saint-John Perse di Aix-en-Provence espongono una quarantina di esemplari antichi (dal XVI al XIX secolo), tutti usciti dall'Imprimerie Nationale de France. Ma la mostra non si limita ai libri; vi si possono vedere rarissimi punzoni, matrici, lastre iconografiche in rame, marche tipografiche, caratteri cinesi ed arabi, geroglifici, tutti usciti dalle stamperie reali, come testimoniano i loro fascinosi nomi: Grecs du Roi, Romain du Roi ou Grandjean, Buis du Régent...
L'esposizione si è aperta il 17 settembre e sarà visitabile fino al 31 dicembre. L'hanno accompagnata diversi ateliers (l'ultimo di introduzione al libro d'artista) ed interessantissime conferenze: sulla stampa nel Rinascimento; sulla calligrafia dall'antichità fino alla pubblicità dei nostri giorni; sul disegno di carattere, dal piombo dei primi tipografi a quello della stampa contemporanea e dei programmi di scrittura sul computer. L'agile catalogo propone per ciascuno dei libri esposti una breve scheda, che contiene cenni di storia dell'opera e del suo autore insieme alle caratteristiche grafiche e tipografiche di quella particolare edizione, perché, come è noto e come ha ribadito Matthieu Cortat - conferenziere del Museo della Stampa di Lione -, chi ha avuto per secoli il potere sul libro (scelta di formato, edizione, illustrazione, caratteri, abbreviazioni, decorazioni) è stato il tipografo-editore, non certo l'autore.

mercoledì 26 ottobre 2011

In fuga, di Anne Michaels

Jakob è l'unico della famiglia ad essere sopravvissuto alla Shoa, ancora bambino. Terrorizzato e affamato, lacero, coperto da uno strato di fango, Jakob emerge dalla palude di Biskupin in Polonia e un uomo, Athos, lo nasconde sotto il cappotto e lo porta con sé fino all'isola di Zante dove gli insegnerà tante cose del mare e delle pietre, della poesia e della vita. Cercherà di conciliare il presente del fanciullo con il suo tragico passato. "Il presente, come un paesaggio, è solo una piccola parte di una narrazione misteriosa. Un resoconto di catastrofi e di lento accumularsi. Ogni vita salvata: caratteri che torneranno a comparire in un'altra generazione. "Cause remote". Così riflette Jakob, grazie all'insegnamento del suo salvatore. Athos è un giusto che, oltre ad occuparsi di geologia, dedica molto del proprio tempo a scrivere un libro che renda giustizia agli ebrei sterminati dai nazisti e che sveli anche molti altri loro crimini; non ultimo, l'avere alterato i dati geologici ed archeologici di Biskupin per attribuire alla località la caratteristica di crogiuolo della razza e della cultura ariana.
Un altro protagonista del libro è Ben, giovane studioso figlio di sopravvissuti allo sterminio nazista: "Il passato dei miei genitori, da un punto di vista molecolare, è anche il mio", all'insegna di questa convinzione vive Ben. 
In fuga è un romanzo, ma il suo linguaggio e gli spazi che apre alla mente somigliano spesso a quelli della poesia e della filosofia, per questo si presta ad una lettura lenta e meditativa, in senso contrario a ciò a cui ci spinge il nostro tempo affrettato, superficiale, vorace di consumi sempre nuovi.
Il libro è uscito con una postfazione di Francesca Romana Paci che afferma: "...  il senso letterale del racconto avvolge molti altri sensi nascosti e, proprio per questo, il romanzo offre numerosi livelli di lettura".  Ricordo del passato dei giusti e dei loro destini prematuramente troncati dalla furia nazista, ma anche della loro capacità di resistenza al male, indagine sugli scrigni nascosti nella profondità delle ere geologiche sotto una coltre di  fango, scandaglio delle profondità della parola poetica sono solo alcuni dei temi del romanzo.
Anne Michaels vive a Toronto, dove insegna letteratura. Si è affermata dapprima come autrice di poesia e con questo romanzo ha ottenuto importanti premi.

Anne Michaels, In fuga, Giunti Editore 1998

Biskupin, la palude

sabato 15 ottobre 2011

La guerra dei bottoni, di Louis Pergaud. Un libro, due film (o meglio tre)

L’uscita contemporanea in Francia di due film ispirati a questo romanzo ci obbliga a rileggerlo e a ripensarlo; a interrogarci sui bambini di adesso e sui bambini di giusto un secolo fa. La guerra dei bottoni uscì infatti a Parigi nel 1912. Nella prefazione l’autore avverte: “Chi si bea della lettura di Rabelais, grande e vero genio francese, credo accoglierà con piacere il presente libro, che, a dispetto del titolo, non si rivolge né ai bambini né alle fanciulle”. Si tratta di guerra, infatti:  guerra guerreggiata a fondo senza pietà da due bande di ragazzini in età di scuola primaria, residenti in due paesi di campagna confinanti, Velrans e Longeverne. I bambini di Longeverne - gli eroi rozzi ed inconsapevoli del romanzo - conducono i loro attacchi contro i rivali con perseveranza, crudeltà, volgarità istintive, “naturali”, ignare delle più elementari regole di educazione. Vestiti lacerati, bottoni strappati (costituiscono il più ghiotto dei bottini di guerra), nudità derise dei vinti sono il quotidiano esito di ogni battaglia e sono vissuti senza sensi di colpa, in modo del tutto innocente. Le parolacce  e gli improperi abbondano. C’è nel libro un mondo infantile privo di pietà, privo anche di quell’ipocrisia e di quel perbenismo - suggerisce l’autore - che adulti e pedagoghi  invano si sforzano di istillare nei discepoli. La guerra dei bottoni è l’epopea dell’inutilità della pedagogia scritta da un maestro di campagna, figlio a sua volta di un maestro di campagna. E’ un proclama anti Rousseau e tuttavia è anche una attestazione di simpatia profonda verso un’età in cui l’esuberanza dei corpi, le promesse (le illusioni?) di gloria e di vittoria, trionfano su ogni altro aspetto del vivere quotidiano. Così anche le punizioni del maestro vengono sopportate dai ragazzini con pazienza e stoicismo, perché la vita li attende: e la vita non è nella scuola, ma fuori, nei campi e nei boschi delle lunghe battaglie, nei graffi e nei lividi, umilianti o gloriosi a seconda che ci si trovi nel campo dei vinti o in quello dei vincitori, nel bottino da accrescere e da custodire ben nascosto.
Chi volesse paragonare questi bambini con i loro coetanei attuali dovrebbe prendere atto del fatto che, malgrado una condizione media più agiata, malgrado un certo maggior rispetto, almeno apparente, delle convenzioni del “vivere civile”, la libertà dei nostri contemporanei è irrimediabilmente perduta: quali e quanti bimbi oggi possono organizzare autonomamente il loro tempo fuori di scuola? Quali e quanti possono autonomamente scegliere i propri amici (e nemici)? Quali e quanti possono liberamente esplorare parchi, boschi, giardini, piazze e strade? Anche per questo La guerra dei bottoni nella sua edizione integrale è più una lettura per adulti che per bambini. Ma il suo fascino è inossidabile, specialmente oltralpe. Al film del 1961 di Yves Robert (in celebrazione del cinquantesimo compleanno del libro), se ne sono aggiunti quest’anno, a festeggiarne il secolo, ben due: La guerre des boutons di Yann Samuell, e La nouvelle guerre des boutons di Christophe Barratier. Nel primo film la storia si svolge all’inizio degli anni Sessanta (e reca sullo sfondo echi della guerra d’Algeria) come era avvenuto per l’opera di Yves Robert, che, così facendo, l’aveva resa sua contemporanea; nel secondo, invece, Barratier ha collocato la vicenda durante la seconda guerra mondiale ed ha introdotto un personaggio che nel libro non esiste, quello di una ragazzina ebrea. Nessuno dei film usciti finora, dunque, colloca la storia nel medesimo tempo nel quale essa si svolge nel romanzo e che è il primo decennio del Novecento. In compenso le due versioni più recenti introducono accanto alle bastonate ed ai cazzotti anche messaggi pacifisti e perfino femministi, impensabili per i protagonisti del libro, salaci eroi rabelaisiani la cui epica oltrepassa il confine del villaggio solo per scontrarsi con l’opposta eguale epica della banda rivale. E tutto il resto del mondo non esiste, perché non è conosciuto, perché è davvero lontano. Chissà che cosa penserebbe dell’introduzione nei film di questi messaggi nuovi e umanitari Pergaud che, lui sì, perse davvero la vita in battaglia - sulla Mosa nel 1915 a trentatre anni - in quella “inutile strage”  che fu la prima guerra mondiale.