mercoledì 26 ottobre 2011

In fuga, di Anne Michaels

Jakob è l'unico della famiglia ad essere sopravvissuto alla Shoa, ancora bambino. Terrorizzato e affamato, lacero, coperto da uno strato di fango, Jakob emerge dalla palude di Biskupin in Polonia e un uomo, Athos, lo nasconde sotto il cappotto e lo porta con sé fino all'isola di Zante dove gli insegnerà tante cose del mare e delle pietre, della poesia e della vita. Cercherà di conciliare il presente del fanciullo con il suo tragico passato. "Il presente, come un paesaggio, è solo una piccola parte di una narrazione misteriosa. Un resoconto di catastrofi e di lento accumularsi. Ogni vita salvata: caratteri che torneranno a comparire in un'altra generazione. "Cause remote". Così riflette Jakob, grazie all'insegnamento del suo salvatore. Athos è un giusto che, oltre ad occuparsi di geologia, dedica molto del proprio tempo a scrivere un libro che renda giustizia agli ebrei sterminati dai nazisti e che sveli anche molti altri loro crimini; non ultimo, l'avere alterato i dati geologici ed archeologici di Biskupin per attribuire alla località la caratteristica di crogiuolo della razza e della cultura ariana.
Un altro protagonista del libro è Ben, giovane studioso figlio di sopravvissuti allo sterminio nazista: "Il passato dei miei genitori, da un punto di vista molecolare, è anche il mio", all'insegna di questa convinzione vive Ben. 
In fuga è un romanzo, ma il suo linguaggio e gli spazi che apre alla mente somigliano spesso a quelli della poesia e della filosofia, per questo si presta ad una lettura lenta e meditativa, in senso contrario a ciò a cui ci spinge il nostro tempo affrettato, superficiale, vorace di consumi sempre nuovi.
Il libro è uscito con una postfazione di Francesca Romana Paci che afferma: "...  il senso letterale del racconto avvolge molti altri sensi nascosti e, proprio per questo, il romanzo offre numerosi livelli di lettura".  Ricordo del passato dei giusti e dei loro destini prematuramente troncati dalla furia nazista, ma anche della loro capacità di resistenza al male, indagine sugli scrigni nascosti nella profondità delle ere geologiche sotto una coltre di  fango, scandaglio delle profondità della parola poetica sono solo alcuni dei temi del romanzo.
Anne Michaels vive a Toronto, dove insegna letteratura. Si è affermata dapprima come autrice di poesia e con questo romanzo ha ottenuto importanti premi.

Anne Michaels, In fuga, Giunti Editore 1998

Biskupin, la palude

sabato 15 ottobre 2011

La guerra dei bottoni, di Louis Pergaud. Un libro, due film (o meglio tre)

L’uscita contemporanea in Francia di due film ispirati a questo romanzo ci obbliga a rileggerlo e a ripensarlo; a interrogarci sui bambini di adesso e sui bambini di giusto un secolo fa. La guerra dei bottoni uscì infatti a Parigi nel 1912. Nella prefazione l’autore avverte: “Chi si bea della lettura di Rabelais, grande e vero genio francese, credo accoglierà con piacere il presente libro, che, a dispetto del titolo, non si rivolge né ai bambini né alle fanciulle”. Si tratta di guerra, infatti:  guerra guerreggiata a fondo senza pietà da due bande di ragazzini in età di scuola primaria, residenti in due paesi di campagna confinanti, Velrans e Longeverne. I bambini di Longeverne - gli eroi rozzi ed inconsapevoli del romanzo - conducono i loro attacchi contro i rivali con perseveranza, crudeltà, volgarità istintive, “naturali”, ignare delle più elementari regole di educazione. Vestiti lacerati, bottoni strappati (costituiscono il più ghiotto dei bottini di guerra), nudità derise dei vinti sono il quotidiano esito di ogni battaglia e sono vissuti senza sensi di colpa, in modo del tutto innocente. Le parolacce  e gli improperi abbondano. C’è nel libro un mondo infantile privo di pietà, privo anche di quell’ipocrisia e di quel perbenismo - suggerisce l’autore - che adulti e pedagoghi  invano si sforzano di istillare nei discepoli. La guerra dei bottoni è l’epopea dell’inutilità della pedagogia scritta da un maestro di campagna, figlio a sua volta di un maestro di campagna. E’ un proclama anti Rousseau e tuttavia è anche una attestazione di simpatia profonda verso un’età in cui l’esuberanza dei corpi, le promesse (le illusioni?) di gloria e di vittoria, trionfano su ogni altro aspetto del vivere quotidiano. Così anche le punizioni del maestro vengono sopportate dai ragazzini con pazienza e stoicismo, perché la vita li attende: e la vita non è nella scuola, ma fuori, nei campi e nei boschi delle lunghe battaglie, nei graffi e nei lividi, umilianti o gloriosi a seconda che ci si trovi nel campo dei vinti o in quello dei vincitori, nel bottino da accrescere e da custodire ben nascosto.
Chi volesse paragonare questi bambini con i loro coetanei attuali dovrebbe prendere atto del fatto che, malgrado una condizione media più agiata, malgrado un certo maggior rispetto, almeno apparente, delle convenzioni del “vivere civile”, la libertà dei nostri contemporanei è irrimediabilmente perduta: quali e quanti bimbi oggi possono organizzare autonomamente il loro tempo fuori di scuola? Quali e quanti possono autonomamente scegliere i propri amici (e nemici)? Quali e quanti possono liberamente esplorare parchi, boschi, giardini, piazze e strade? Anche per questo La guerra dei bottoni nella sua edizione integrale è più una lettura per adulti che per bambini. Ma il suo fascino è inossidabile, specialmente oltralpe. Al film del 1961 di Yves Robert (in celebrazione del cinquantesimo compleanno del libro), se ne sono aggiunti quest’anno, a festeggiarne il secolo, ben due: La guerre des boutons di Yann Samuell, e La nouvelle guerre des boutons di Christophe Barratier. Nel primo film la storia si svolge all’inizio degli anni Sessanta (e reca sullo sfondo echi della guerra d’Algeria) come era avvenuto per l’opera di Yves Robert, che, così facendo, l’aveva resa sua contemporanea; nel secondo, invece, Barratier ha collocato la vicenda durante la seconda guerra mondiale ed ha introdotto un personaggio che nel libro non esiste, quello di una ragazzina ebrea. Nessuno dei film usciti finora, dunque, colloca la storia nel medesimo tempo nel quale essa si svolge nel romanzo e che è il primo decennio del Novecento. In compenso le due versioni più recenti introducono accanto alle bastonate ed ai cazzotti anche messaggi pacifisti e perfino femministi, impensabili per i protagonisti del libro, salaci eroi rabelaisiani la cui epica oltrepassa il confine del villaggio solo per scontrarsi con l’opposta eguale epica della banda rivale. E tutto il resto del mondo non esiste, perché non è conosciuto, perché è davvero lontano. Chissà che cosa penserebbe dell’introduzione nei film di questi messaggi nuovi e umanitari Pergaud che, lui sì, perse davvero la vita in battaglia - sulla Mosa nel 1915 a trentatre anni - in quella “inutile strage”  che fu la prima guerra mondiale.

sabato 8 ottobre 2011

Il libro mio lo pubblico io, di Ettore Bianciardi e Marcello Baraghini

"Questo libro potrebbe essere il manifesto per l'eliminazione dell'editore, il riconoscimento esplicito della sua inutilità pratica e della sua pericolosità sociale", così esordisce la quarta di copertina, avvertendo subito il lettore circa le due categorie principali con le quali si trova ad avere a che fare l'autore esordiente o non ancora noto: i grossi editori e gli editori a pagamento. Da entrambi, molto spesso - quasi sempre - l'ignoto autore non vien letto, con una differenza, però: i grossi editori gli rispondono che l'opera non rientra nei piani editoriali; gli editori a pagamento gli propongono un'edizione a caro prezzo, costosa e, insieme, poco o mal curata.
Allora che fare? Imparare come, passo dopo passo, si costruisce un libro e pubblicarselo da sé. Bisogna che l'autore, esordiente o meno, ma spesso ignaro dell'arte della stampa, conosca e impari ben bene tutti i passaggi necessari alla pubblicazione, dalle correzioni del testo (e qui vengono spiegate anche molte regole di ortografia e grammatica, che non è mai male rispolverare) alla scelta del carattere, all'impaginazione ed, eventualmente, all'illustrazione e, infine, alla scelta della copertina. Seguono le indicazioni su come far conoscere l'opera e su come venderla.
Certo per affrontare una simile impresa è necessario avere determinazione, coraggio, tenacia. Doti che auguriamo a tutti gli autori e che a Marcello Baraghini, il mitico fondatore di Stampa Alternativa, certo non mancano (come potete leggere qui: http://www.stampalternativa.it/cmssa/uploads/docs/Alias1.pdf). 
Il testo è scaricabile on line.

Ettore Bianciardi/ Marcello Baraghini, Il libro mio lo pubblico io. Guida all'autopubblicazione, Stampa Alternativa - Strade Bianche, 2010.

venerdì 30 settembre 2011

Le notti bianche

Copertina dell'edizione Fabbri, Milano 1975
Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani, mio caro lettore. Il cielo era così stellato, così luminoso che, guardandolo, ci si chiedeva istintivamente: è mai possibile che sotto un simile cielo vivano uomini collerici e capricciosi? Anche questa, caro lettore, è una domanda da giovani, molto da giovani...
Così comincia Le notti bianche, che Dostoevskij stesso definì "romanzo sentimentale", storia delicata e fiabesca ambientata in una Pietroburgo gentile e poetica. Leggetelo, se non l'avete già fatto (è breve, tanto che potremmo definirlo anche racconto lungo), e poi procurate di vedere l'omonimo film di Luchino Visconti, che rende perfettamente e sapientemente l'atmosfera del romanzo. Il film è del 1956, ha la sceneggiatura dello stesso Visconti e di Suso Cecchi D'Amico; gli attori sono, tra gli altri, Marcello Mastroianni e Maria Schell; il commento musicale è di Nino Rota.

domenica 7 agosto 2011

La scrittrice novarese Pina Ballario nel libro "Les enfants de Mussolini" di Mariella Colin


Nel 1998 redassi per la pubblicazione Il Novarese: pianura, laghi e monti (Regione Piemonte - Centro Studi Piemontesi - Centro Novarese di Studi Letterari, Torino 1998) la scheda relativa alla scrittrice Pina Ballario, che si può ora leggere in rete anche qui: http://www.novara.com/letteratura/bibliografia900/ballario.htm
Trattandosi di un repertorio sintetico, nella trattazione degli autori era di norma la brevità. Tuttavia nella mia scheda sulla Ballario sarebbe stato bene un commento - pur lapidario - sui due periodi nei quali si può suddividere la produzione della scrittrice: il primo, quello fascista (guerra compresa) e il secondo, quello repubblicano. Mi dà ora l’occasione per due ancora brevi annotazioni sul primo periodo la lettura di un bellissimo libro, Les enfants de Mussolini. Littérature, livres, lectures d’enfance et de jeunesse sous le fascisme. De la Grande Guerre à la chute du régime di Mariella Colin (Presses universitaires de Caen, 2010). La novarese Ballario vi è citata in più di un’occasione. La più significativa, anche alla luce dell’attualità, è quella relativa al libro Nassubi, aquilotto del Tigrai. Romanzo coloniale per ragazzi (Milano, 1936; che nella scheda di cui sopra, per un refuso credo dell’editor, appare come Nassuloi ecc.). Nassubi è un bimbo abissino che la guerra separa dalla famiglia. Ferito, viene raccolto e curato da missionari italiani. La sua storia è sintetizzata dalla Colin in questo modo (pp. 283-284): “Nassubi scopre il Dio dei Bianchi e la cultura europea; comprende che quella civiltà è superiore e che l’Etiopia sarà prospera soltanto (e qui seguono le parole della Ballario) . Il ragazzo apprende però che suo padre è stato fucilato per avere ucciso un ufficiale italiano, ritorna dunque al villaggio per fare vendetta: il compito che gli viene assegnato è quello di spiare gli italiani e di riferirne le mosse al suo popolo. Nassubi accetta, ma poi non ce la fa a tradire persone della stessa nazionalità di quelle che lo hanno curato quand’era ferito. E fin qui l’evolversi dei fatti è psicologicamnte comprensibile, se non che il romanzo si conclude con l’uccisione del fanciullo, “un piccolo selvaggio che aveva imparato ad amare l’Italia” (sono parole della Ballario), proprio da parte dei suoi compatrioti, ancora allo stato di “selvaggi”. Il libro è del 1936 e si comenta bene da sé. Nel 1938 Pina Ballario vince il Premio Bologna per la letteratura dedicata alla gioventù con una storia sulla spedizione di Fiume.



Del 1941 è Quartiere Corridoni. Libro di lettura per la II classe delle scuole dei centri urbani (Roma, 1941).  Protagonista è una famiglia numerosa e fedelissima al regime. Nel libro, nota la Colin (pag. 332), “la novità è la presenza della guerra mondiale, che serve da sfondo a molti aneddoti che danno al conflitto armato una colorazione infantile: un barboncino, nascosto sulla nave, segue il padrone in Albania; una bambola, trovata per terra e riportata in Italia da un padre soldato, serve per parlare della guerra di Grecia. Sulla penisola, la guerra si manifesta in modo diverso: il maestro spiega agli scolari che, a causa del razionamento, i pasti serviti alla mensa della scuola sono meno variati, ma sempre ugualmente sani e nutrienti…”  Le illustrazioni del libro sono di Bruno Angoletta, l’autore di Marmittone per il Corriere dei Piccoli, ma qui ci appaiono meno vivaci, meno ironiche, molto statiche e rigide. Tornando alla nostra Ballario: la sua attività di scrittrice è fertilissima, pubblica pressoché ininterrottamente dal 1924 al 1984, viene ugualmente premiata dal regime fascista prima e da istituzioni della Repubblica nata dalla Resistenza poi. E non perché abbia scritto, la Ballario, prevalentemente di argomenti “neutri” (il solo suo libro per così dire “neutro” raccoglie le leggende delle Dolomiti ed è ancora in commercio), ma perché ha sempre scritto opere organiche ai governi in carica. Quand’ero bambina, ad esempio, era altamente raccomandato L'erba cresce d'estate. Storia della Repubblica dell'Ossola (Firenze, 1962, Premio Piemonte 1965); l’idea che all’epoca mi ero fatta dell’autrice - e che mantenni a lungo - era che fosse donna della Resistenza. E’ un caso complesso, dunque, quello della Ballario, che mi propondo di approfondire. Per ora un gigantesco grazie a Mariella Colin ed al suo libro (del quale pure mi propongo di parlare ancora) che mi ha fatto ripensare alla scrittrice novarese e a tante altre cose sui libri per ragazzi nella storia e sempre.

Mariella Colin. Les enfants de Mussolini, Presses Universitaires de Caen 2010 

sabato 6 agosto 2011

Te lo dico, è sparito del tutto...

Te lo dico, è sparito del tutto, ma proprio del tutto, il dottore di una volta che curava tutte le malattie: ora ci sono soltanto gli specialisti e si fanno tutti pubblicità sui giornali. Ti fa male il naso, ti spediscono a Parigi: "Là, dice "uno specialista europeo cura i nasi". "Arrivi a Parigi, ti visita il naso: "Vi posso curare solo la narice destra" dirà "perché non curo le narici sinistre, non è la mia specialità; andate a Vienna, là c'è uno specialista speciale che finirà di curarvi la narice sinistra". Che fai? Sono ricorso ai metodi naturali: un dottore tedesco mi ha suggerito di strofinarmi nel bagno con miele e sale. Io, unicamente per andare una volta di più al bagno, ci sono andato: mi sono sporcato tutto, ma nessun giovamento. Disperato scrissi al conte Mattei a Milano: mi ha spedito un libro  e delle gocce."
Da I fratelli Karamazov, di F. Dostoevskij, Mondadori, 1994. Trad. di Paola Cotta

Il diavolo, Spazio Teatro 89, Milano

venerdì 5 agosto 2011

A proposito di Giona, di Alexander Langer

"E' un tempo, questo, in cui non passa giorno senza che si getti qualche pietra sull'impegno pubblioco, specie politico. Troppa è la corruzione, la falsità, il trionfo dell'apparenza e della volgarità. Troppo accreditati i finti rinnovamenti, moralismi abusivi, demagogia e semplicismo. Troppo evidente la carica di eversione e deviazione che caratterizza mansioni che dovevano essere di estrema responsabilità. Troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà magari più saggio abbandonare un campo talmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare - semmai - altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano?
O dobbiamo forse riandare alla storia di Giona, precettato per recarsi a Ninive, a raccontare agli abitanti di quella città una novella pesante e sgradevole, tanto da indurlo alla diserzione, imbarcandosi sulla prima nave che andava in direzione lontana e contraria pur di non protare il messaggio? Sappiamo com'è andata a finire: la tempesta, il rischio di naufragio, Giona scoperto, identificato come causa dell'ira degli elementi e gettato dalla nave, inghiottito dal pesce enorme e riportato esattamente là dove aveva abbandonato e doveva quindi proseguire il suo compito."

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961 - 1995, Sellerio 2011 (pag. 397)

martedì 2 agosto 2011

Morte apparente, di Thomas Enger

Il romanzo, pur attraverso “l’invenzione”, testimonia spesso realtà tangibili; avverte su pericoli magari non ancora evidenti ai più; analizza frammenti della società nascosti, ma insidiosamente operanti. E’ stato il caso di Stieg Larsson, che in Svezia lottò attivamente contro i rigurgiti neonazisti – forse sottovalutati – fin dal 1995 e ora, alla luce della recente abominevole strage di Oslo, intravediamo un monito contro il razzismo e il fanatismo anti-islamico anche in questo Morte apparente di Thomas Enger. Il romanzo, un giallo a tutti gli effetti, inizia con il ritrovamento del cadavere di una fanciulla ventitreenne, norvegese, uccisa per lapidazione. Le indagini si indirizzano subito verso il fidanzato di lei, un pachistano: che si tratti di shari’a? Di punizione per una vera o presunta infedeltà della giovane donna? Henning Juul, giornalista, non ne è completamente convinto e indaga a fondo. Indaga tra i familiari del fidanzato, nella scuola della vittima, tra le organizzazioni criminali e dedite allo spaccio. La realtà gli si rivelerà ben più complessa di quanto gli elementi iniziali dell’indagine facessero sospettare. E il pregiudizio razzista, presente tra persone giovani ed apparentemente insospettabili nonché pago di chiudere senza tanti approfondimenti l’indagine, sarà da lui svelato, se non sconfitto. Il libro è un thriller come si deve, di avvincente lettura, non un pamphlet contro il razzismo, il neonazismo, la xenofobia; è stato pubblicato in Norvegia nel 2010 (e fosse stata solo invenzione!). Tuttavia, pur implicitamente, avverte il lettore sensibile ed attento di un pericolo: il pericolo del razzismo in un’Europa che pensavamo definitivamente convinta paladina dei diritti dell’uomo, di tutti gli uomini. Per chi vuole approfondire, al di là del romanzo, la realtà, indichiamo che sul sito de L’ESPRESSO si trova una mappa dei movimenti neonazisti, xenofobi e razzisti in Europa e in Italia:


http://espresso.repubblica.it/dettaglio/neonazisti-xenofobi-e-razzisti-ecco-dove-cresce-il-virus/2157377/11

Thomas Enger, Morte apparente, Iperborea 2001

sabato 2 luglio 2011

Giulia Colbert di Barolo marchesa dei poveri, di Angelo Montonati

Dopo la monumentale biografia documentaria scritta da Ave Tago (Giulia Colbert di Barolo, madre dei poveri, Libreria Editrice Vaticana 2007) ci voleva coraggio ad affrontare di nuovo il tema della vita e delle opere della marchesa di Barolo. Angelo Montonati ha avuto questo coraggio. Esce ora dunque un nuovo volume di oltre duecento pagine che racconta la vita di questa donna straordinariamente lungimirante e generosa a partire dall'infanzia travagliata degli anni della Rivoluzione francese, attraverso il passaggio dalla corte di Napoleone, il matrimonio con Tancredi di Barolo, l'amicizia con Cavour e con Lamartine, fino alle battaglie per la restituzione della dignità alle donne carcerate e devianti, alla fondazione di asili infantili e di case per l'educazione di ragazze a rischio. "Una delle caratteristiche di Giulia era la capacità di stare sempre con le antenne tese, per captare ogni segnale che le venisse dalle aree del bisogno", afferma l’autore, e racconta di quando, di passaggio a Recoaro per le cure termali, la marchesa notò in una sala di quel Comune numerosi utensili da cucina in rame sequestrati a famiglie bisognose che non avevano potuto pagare le tasse e si affrettò a pagarne il riscatto. Tutto nel più rigoroso anonimato, per non essere ringraziata, perché - era una sua convinzione - chi ha avuto di più deve dare, "restituire" diceva, di più.


Angelo Montonati, Giulia Colbert di Barolo. Marchesa dei poveri, Paoline 2011

martedì 14 giugno 2011

La glorie de mon père, di Marcel Pagnol

"Sono nato nella città di Aubagne, sotto il Garlaban incoronato di capre, al tempo degli ultimi caprai.
Garlaban è un'enorme torre di rocce blu, piantata sul bordo del Plan de l'Aigle, immenso altopiano roccioso che domina la verde vallata dell'Huveaune.
La torre è un po' più larga che alta: ma, poiché esce dalla roccia a seicento metri di altitudine, si eleva molto alta nel cielo di Provenza e spesso una nuvola bianca di luglio va lì a riposarsi un momento.
Non è dunque una montagna, ma non è più una collina: è Garlaban, dove gli esploratori di Mario, quando videro, nel profondo della notte, un fuoco che brillava sulla mantagna Sainte Victoire, accesero un fuoco di sterpaglie: quell'uccello rosso volò di collina in collina nella notte di giugno e, posandosi infine sulla rupe del Campidoglio, annunciò a Roma che le sue legioni di Gallia avevano trucidato, nella piana di Aix, i centomila barbari di Teutobocuhs.
Mio padre era il quinto figlio di un tagliatore di pietra di Valréas, vicino a Orange."

La gloire de mon père, la cui prima edizione risale al 1957, è la storia dei primi anni d'infanzia di Pagnol (1895 - 1974), scrittore, drammaturgo e cineasta francese. Il libro, la cui stesura l'autore iniziò dopo l'elezione all'Académie Française, è il primo della serie dei "ricordi d'infanzia". Dopo un'introduzione dedicata alla storia di famiglia, il romanzo narra una mitica estate in collina, durante la quale Marcel e il fratellino Paul scoprono cortili brulicanti d'insetti, boschi avventurosi, monti e vallate, libertà dei giochi all'aperto. E tutto è narrato con lo stupore ed il candore dell'infanzia, quando dietro ogni albero si cela un'avventura, ogni adulto a cui si vuol bene è un gigante meraviglioso e invincibile.