mercoledì 17 settembre 2025

Il giardino del padre. Versi in atto, di Francesco Mangone


Si aprono con una citazione di Franco Fortini ripresa da György Lukács questi "Versi in atto": "Ricondurre agli inizi [e] sviluppare nella loro estensione e pienezza il componimento d'una vita ... ovunque si discorra di veri problemi della forma è in questione una verità della vita". In atto, le poesie di questa raccolta, a indicare azioni e situazioni non ancora concluse, in divenire, da realizzare: azioni e fatti della nostra recente storia entrati nelle cronache, nelle vite e nei corpi di chi le ha vissute sia da protagonista che come spettatore. Si tratta qui di azioni e fatti in versi, di poesia come esercizio di stile, ma non solo. Essenzialità e profondità di immagini e di concetti, ricerca di verità dell'io e del mondo, tensione tra rassegnazione e utopia, tra vuoto ideale e ricerca della dignità, tra mercificazione e pienezza umana sono presenti nel libro. La poesia di Francesco Mangone esprime la ricerca di ideali che siano esemplari, connette ricordi e prospettive sdipanando un filo sottile, ma robusto, capace di tessere legami profondi fra passato e futuro, tra potenza e atto.

La raccolta comprende cinque sezioni: Un sonno rotto ai sogni; Gli anni; Il giardino del padre; Memorie; Nella latenza di Urano. Quest'ultimo, scrive il poeta nella "Nota" finale, "è das kapital, costretti nei suoi cicli ci ripetiamo tragicamente". E il concetto è perfettamente illustrato dalla poesia che conclude la sezione dedicata al "dio arcaico": "Urano il dio dell'accrescimento/ senza limiti/ mastica e incorpora/ i sussunti. Noialtri inadeguati restiamo/ nel sistema di consumo e produzione a far morte/ della vita e della vita morte.// Dai filari dei versi notturni attendo/ che insorga un lampo. Nuove corrispondenze/ voci. Quel metrico respiro il corpo mio/ scavato illumina/ e s'erge dentro lento e prezioso a far di noi/ l'inespresso atteso."

Il cuore della collezione, avverte sempre l'autore, è la sezione Il giardino del padre: "cronotopo da cui guardo e dà il titolo alla raccolta, a guidarmi questa volta è l'etica di Epicuro": felicità raggiunta attraverso la saggezza di un piacere capace di dare la quiete dell'animo e di preservare il benessere del corpo. Esemplare e suggestivo è qui leggere: "Nel crepuscolo,/ prima di rientrare in casa s'attardava il padre/ nell'orto, lo raggiunse il figlio./ Cercava l'aderenza perfetta tra la forma/ e l'ombra; non altro/ che il piacere di stare al mondo."

Notevole la sezione che rievoca la formazione giovanile del poeta, "Gli anni", e che ci consente di ripercorrere i tempi cruciali, dal '68 fino a tutti gli anni '70, la strategia della tensione, quella vile violenza che, come sempre, si scatenò sugli innocenti e sui cercatori di giustizia. E come non rabbrividire di nuovo leggendo: "Il volo dell'anarchico con noi si schiantò/ sul selciato. Il volto/ d'uno di noi su tutti i muri dello Stivale/ il giorno dopo/ a fare dell'inganno dello Stato il segno servile/ del comando. Dipoi fu il tritolo per le strade: le stazioni,/ le banche, i treni/ il tintinnar di sciabole di golpe annunciati/ da far tremare i polsi./ Il governo delle stragi governava tra le ombre."

Il giardino del padre propone ai lettori un esempio alto di poesia civile, quella poesia che trascende sentimenti ed esperienze personali per divenire coscienza ed espressione collettiva, testimonianza consapevole di storia e di vissuto. Non si può dunque non condividere quanto, a proposito di questo libro, scrive Velio Abati: "la costruzione del senso si conduce su una memorazione alla luce della meditazione morale e intellettuale che la riconnette al presente in vista di un futuro da cui trarre ragione e possibilità. È in questa insistenza fertile sulla comprensione del passato resa possibile dal futuro sperato che l’opera di Mangone ci addita, nell’oscuramento del suo e nostro passato, la falsità del futuro di cui oggi il capitale si fa paladino" (Il Manifesto, 3/7/2025).

F. S. Mangone, Il giardino del padre, Il Pungitopo Editrice 2025


sabato 13 settembre 2025

Il collezionista di poesie d'amore, di Stefano Panzarasa

Marco Castelli vive a Roma. Bravo giocatore di rugby e laureato in lettere con l'hobby della fotografia, fa di quest'ultima la sua professione, pur senza abbandonare i suoi interessi letterari. In particolare lo attraggono le poesie d'amore e, dopo averle lette, ricopia le preferite, quelle che lo emozionano maggiormente, su alcuni quaderni che porta sempre con sé. Dopo che il matrimonio con Carla è finito, Marco vive da solo. La sua vita, pur senza la presenza costante di una donna, non è triste, ma aperta al lavoro, all'amicizia, alla bellezza.

Una sera, alla festa di compleanno di Giorgio, suo amico fin dai tempi del liceo, Marco incontra Irene, bella, affascinante, misteriosa. Con lei ha tempo di conversare, raccontando di sé ma anche scambiando idee su libri, cinema, viaggi. Irene ascolta, dimostra interesse ed empatia, tanto che chiede a Marco una poesia d'amore, tra quelle che lui ama tanto. Così, gli dà la sua mail e si fa promettere che, appena arrivato a casa, gliela invierà. La donna fa appena in tempo a esprimere il suo desiderio che arriva un uomo dall'aria nervosa, le si avvicina e brutalmente la trascina via. Marco resta sconvolto. Nel profondo di sé, sente qualcosa che gli fa capire di avere incontrato la donna della sua vita: un amore a prima vista è nato.
Dopo un intenso scambio di mail, però, Irene, volontariamente, scompare. Marco è sconvolto, non si capacita ma non si arrende: deve ritrovare Irene a ogni costo. Convinto dell'affidabilità della teoria junghiana della sincronicità secondo la quale "nulla accade per caso", Marco si mette sulle tracce di Irene, seguendo alcuni segnali apparentemente casuali. La ricerca lo condurrà dapprima in Abruzzo e poi sul lago di Como. E qui, tra i riflessi delle onde lariane, al soffio della breva che incalza la vela, l'enigma si risolve e tutte le tessere dell'intricato puzzle vanno a posto: Marco, finalmente, conosce la verità sulla donna che ama.

Questo secondo romanzo di Stefano Panzarasa, diversamente dal primo -un fantasy- è una storia di realtà, di persone e di affetti, che non rifugge dai toni del giallo: enigmi e suspence si uniscono alla narrazione dei pensieri, dei timori e delle speranze del protagonista che, nella sua ricerca di Irene, viene presto sorretto e affiancato dalla figlia Bianca, dall’amica Jaineba e soprattutto dal nuovo amico Teodoro. Quest'ultimo, incontrato sulle rive del lago di Como, è sia originale e temerario autista di un vecchio pulmino sulla terraferma, che temerario nocchiero di una vecchia barca sul lago e soprattutto è un valido sostegno in ogni occasione. La lettura scorre veloce mentre la storia ci conduce nei diversi luoghi che Marco, prima con affanno e poi con speranza, percorre: Roma, Roseto degli Abruzzi, Montepagano, il lago di Como e i monti che lo attorniano. Di tutte queste località l'autore descrive le caratteristiche delle strade e delle case, della natura che le circonda, degli abitanti. E noi ne scopriamo i panorami, le stagioni, le luci e le ombre.

E le poesie d'amore? Ci sono, ci sono. Costellano l'uno o l'altro capitolo, sottolineano l'uno o l'altro stato d'animo, indicano la via o solleticano la nostalgia.


S. Panzarasa, Il collezionista di poesie d'amore, LFA Publisher


giovedì 11 settembre 2025

E non scappare mai, di Annalisa Cuzzocrea

Nata a Firenze nel 1926, Miriam Mafai era figlia di Mario, importante pittore della scuola romana e di Antoinette Raphaël, ebrea lituana, fuggita bambina dai pogrom e arrivata a Roma dopo aver prima vissuto a Londra e a Parigi, anche lei apprezzata artista. Dopo le leggi razziali del 1938 Miriam e le sue sorelle avvertirono il peso e la paura dell’essere ebree e, per desiderio di giustizia e di uguaglianza, di cambiamento profondo, aderirono al Partito Comunista Italiano. Per Miriam iniziava una nuova vita di passione politica e di impegno. In questo libro, documentato come un saggio e avvincente come un romanzo, Annalisa Cuzzocrea ricostruisce e narra sogni e battaglie, scelte e condivisioni di ideali, incontri e impegno di Miriam, a pieno titolo protagonista del Novecento italiano. All’impegno, alla riflessione e alla ricerca della verità Miriam Mafai non si sottrae mai; ne è un esempio il suo atteggiamento nei confronti del rapimento Moro. Inizialmente schierata per l’intransigenza e per nessuna concessione ai rapitori, dopo molti anni rivede coraggiosamente la propria posizione e di afferma: “A nessun leader politico in tempo di pace dovrebbe essere richiesto di essere un eroe. Abbiamo sbagliato, e lo abbiamo fatto tutti, mandando a morire un innocente”. 

Una donna lucida e coraggiosa con una vita tutta da leggere.

La recensione completa si legge su Mangialibri, qui: E non scappare mai | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

A. Cuzzocrea, E non scappare mai, Rizzoli 2025


martedì 9 settembre 2025

La strada per Be'er Sheva, di Ethel Mannin

La strada per Be’er Sheva è stato il primo romanzo a narrare la nakba, l’esodo forzato del 1948, dal punto di vista dei Palestinesi. Scritto da Ethel Mannin (1900-1984), autrice inglese che si distinse per il proprio impegno politico e sociale e per aver saputo spaziare tra diversi generi letterari, il romanzo fu pubblicato nel Regno Unito nel 1963 e vede ora la luce per la prima volta in traduzione italiana. Nella sua illuminante postfazione Tiffany Vecchietti nota che “La Palestina e il suo destino sono stati per Ethel Mannin uno spartiacque. Letterario, politico, personale”, tanto che, per il fatto di essersi nettamente schierata con il popolo palestinese, la scrittrice ruppe addirittura con il partito laburista in cui militava. L’urgenza di questo romanzo nacque in lei anche in contrapposizione a Exodus (1958) di Leon Uris, dedicato alla nascita dello stato di Israele e bestseller dei tempi suoi, dopo la lettura del quale Ethel si rese conto che nessuno in Occidente aveva mai narrato la diaspora palestinese. La strada per Be’er Sheva attraverso le vicende della famiglia Mansour e, in particolare, attraverso la crescita e l’evoluzione umana e intellettuale del figlio Anton da ragazzino sradicato a giovane uomo sempre più consapevole delle proprie origini, racconta le vicende di tutto un popolo, espulso, torturato, dimenticato, perfino colpevolizzato ma soprattutto costantemente privato della propria patria, oltre che dei propri beni, e depredato perfino della speranza del ritorno. Perché ogni luogo in cui tornare è distrutto o da altri invaso e posseduto. Per questo, pur narrando fatti di settantasette anni fa, il romanzo ci conduce con forza dentro quell’attualità che affolla i nostri schermi e nei confronti della quale ci sentiamo indignati e impotenti. Perché, scrive Manning nell’introduzione: “Altri Paesi sono stati divisi, ma hanno continuato a esistere come Stati, con il loro nome sulla carta geografica e abitati dal proprio popolo; la Palestina ha cessato di esistere, sia come nome che come Paese, e i Palestinesi come nazione”.

In questo momento tragico, che ci pone tutti vicini alla torturata Palestina e ai suoi abitanti, e che, insieme, ci fa sentire, qualsiasi cosa facciamo o diciamo, impotenti a fermare il genocidio, il romanzo di Ethel Mannin è davvero un libro da leggere perché, con la sobrietà e la limpidezza della sua narrazione, non ci racconta solo le radici di un dramma, ma ci permette, attraverso di esse, di far luce anche sull'oggi. 

La recensione integrale è su Mangialibri al link: La strada per Be’er Sheva | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

E. Mannin, La strada per Be'er Sheva, Agenzia Alcatraz 2025, trad. S. Renzetti

mercoledì 23 luglio 2025

Il pendio dei noci, di Gianni Oliva

"La ragazza bambina moriva in segreto com'era vissuta, e forse nessuno si sarebbe ricordato che era esistita. E Giuliano nasceva così, tra le margherite e le stelle in una notte di luna, mentre sua madre lo lasciava da solo". Era il 1880, in un paese tra i monti piemontesi, Coazze. Un bambino nasceva e la sua giovanissima madre, giunta lassù con una carovana di girovaghi, moriva mettendolo al mondo. Don Fornasio, il parroco, il giorno seguente se li trovò davanti di prima mattina e celebrò insieme un battesimo e un funerale. Pensò che per quel bambino ci voleva un nome speciale, illustre, diverso da quelli comuni tra i montanari, perché quel bambino era speciale, era un dono del cielo. Giuliano, nome illustre a Roma antica, lontana reminiscenza scolastica, gli sembrò adatto. Il bambino crebbe per una decina d'anni con una famiglia del luogo a cui il parroco lo aveva affidato, poi venne avviato agli studi in seminario. Li seguì fino a tutto il ginnasio, quindi tornò in paese, a vivere nella canonica, dove c'era l'unica persona che gli voleva bene a questo mondo, e a lavorare duro. Don Fornasio, con rispettoso amore per la volontà del ragazzo, ne fu deluso, ma accettò che egli fosse diverso da lui e che la vita religiosa non fosse la sua strada. L'incontro con Maddalena, la ragazza più bella e più indipendente del paese e l'amore ricambiato aprirono al ragazzo inattesi spiragli di luce. E sarebbe stato un amore felice, se l'invidia e il bullismo di alcuni giovani del paese non fosssero intervenuti, spingendo gli eventi alla tragedia. Giuliano dovette fuggire e lo fece con la benedizione del parroco. Passato il confine, in Francia si arruolò nella legione straniera.

Lo ritroviamo tanti anni dopo, nella primavera del 1918, sul Carso dove imperversa la guerra di trincea, impetosa e tremenda. Si chiama ora Julien Vertu, il nostro Giuliano, che porta con coraggio il suo nome di legionario ed è sergente dell'esercito francese in appoggio agli italiani. Lì, sull’ultima linea di difesa italiana dopo Caporetto, i ragazzi in trincea sanno a malapena imbracciare un fucile. Vengono da piccoli paesi tranquilli, parlano il dialetto, qualcuno ha già la fidanzata. Si chiamano Gildo e Valdo, "che insieme non fanno trentasei anni", o Domenico e parlano con l'accento di Coazze. Ammirano Julien e lui inizia a provare per loro sentimenti di premura, di protezione, quasi di affetto. Quei ragazzi lo riportano al passato che aveva invano cercato di cancellare, la memoria di antichi affetti ritorna, il cinismo, la scorza con cui si era difeso durante l'esperienza crudele della legione, si dissipa a poco a poco. Se la guerra finisse, forse qualche sprazzo di felicità sarebbe ancora possibile, osa perfino immaginare Julien. Ma la guerra non perdona e falcia noncurante anche la migliore gioventù.

Gianni Oliva, storico di lunga esperienza e autore di numerosi e fortunati saggi, pubblica ora questo romanzo avvincente per l'ambientazione storica e anche per la descrizione e lo scavo psicologico dei principali protagonisti, dal parroco a Giuliano il trovatello, da Maddalena al giovanissimo Valdo percosso e traumatizzato dalla trincea, dagli spari, dall'inesperienza nell'uso delle armi. Il romanzo, ha sostenuto Oliva in una recente intervista spiegando questa sua inedita scelta di genere narrativo, ha un pubblico più ampio del saggio e, in più, "un saggio non spiega che cosa si prova veramente a combattere". Il romanzo, invece, può narrare tutta "l'ordinaria follia di guerra". 

Gianni Oliva, Il pendio dei noci, Mondadori 2024

lunedì 21 luglio 2025

Piume in libertà, di John Yeoman e Quentin Blake

Esiste da qualche parte non troppo lontano e non troppo vicino a noi un luogo strano, un grande capannone pieno all'inverosimile di galline, chiamato “Radura felice”, come è stampato su ogni scatola delle uova deposte dalla popolazione dell’immenso pollaio. Ogni mattina alle sette le lampade del capannone si accendono puntuali e le galline si svegliano, pronte a beccare il mangime che il nastro trasportatore porta davanti alle loro gabbie. Uno strano giovedì, però, succede qualcosa di inedito: da una fessura della porta del capannone fa capolino e poi entra nell’allevamento una taccola...

Spiritosa, allegra, ironica, Piume in libertà è una storia che deplora gli allevamenti intensivi? Forse anche, ma non solo. È una storia che racconta della paura delle novità e dell'ignoto? Anche, ma non solo. È forse una storia sulla consapevolezza della vita e la conquista della libertà (vera)? Anche, ma non solo. In verità è una storia che unisce tutti questi elementi in modo estremamente divertente e, insieme, estremamente profondo. John Yeoman e Quentin Blake realizzano anche in questo libro, uno dei tanti nati dalla loro collaborazione, una storia perfetta, sorridente e ironica ma anche amara e profonda. Che cosa aspettate a leggerla?

John Yeoman e Quentin Blake, Piume in libertà, Camelozampa 2022
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Trovate la recensione completa su Mangialibri, qui: Piume in libertà | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

domenica 20 luglio 2025

La fuga di Chester, di Lucy Maud Montgomery

Chester, orfano di entrambi i genitori, ha dodici anni e vive con la zia Harriet, sorellastra di suo padre. Per lei svolge diverse faccende domestiche, lavorando con impegno. Spera perciò che la zia possa ricompensare la sua diligente collaborazione esaudendo il suo più grande desiderio: andare a scuola. La donna, però, non è affatto d’accordo. Ritiene, infatti, che la scuola sia soltanto un passatempo per i pigri. A nulla vale l’insistenza del ragazzino, che, “rosso in viso per la sincerità”, proprio la sera prima dell'inizio delle lezioni, rivolge alla zia un ultimo, insistente appello: “Zia Harriet, ho quasi tredici anni e riesco a malapena a leggere e scrivere un po’. Gli altri ragazzi sono assai più avanti di me. Non so niente”. Ma né la sincerità, né l’orgoglio familiare e nemmeno il fatto che Chester prometta che ogni giorno, dopo la scuola, lavorerà il doppio, sono in grado di convincere la donna. Da quel momento Chester elabora una strategia per fuggire.

Lucy Maud Montgomery, scrittrice canadese, nata a Clifton nel 1874 e nota nel mondo per il più fortunato dei suoi romanzi, Anna dai capelli rossi, rimase orfana a soli due anni. Il padre, risposatosi, la affidò alla cura dei nonni materni, tradizionalisti e severi. Nonostante la scrittrice affermasse che il suo carattere peculiare era “la scrittura umoristica”, in molte sue opere rivive, pur in forme variegate e diverse, la storia della sua infanzia senza mamma e molti dei personaggi protagonisti sono dei piccoli orfani. Uno di questi è anche il nostro Chester.

L. M. Montgomery, La fuga di Chester, Oligo 2024. Traduzione di E. De Luca

La recensione si legge per intero su Mangialibri, al link: La fuga di Chester | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

mercoledì 16 luglio 2025

Scaffale locale 19: Marcella Balconi

Trascrivo qui di seguito un breve testo dedicato a Marcella Balconi nel decennale della morte. Il testo apparve originariamente sul sito della Consulta delle donne di Wanda Montanelli. Lo si può ancora trovare al link che segue: LA DOTTORESSA BALCONI AMICA DEI BAMBINI - Consulta delle Donne di Wanda Montanelli

In occasione del decennale della morte sono usciti in Piemonte due libri per ricordare la figura di Marcella Balconi (1919 – 1999), pioniera della neuropsichiatra infantile nel nostro Paese, e non solo. Tra le prime laureate in medicina in Italia, ancora studentessa Marcella fece le prime esperienze professionali affiancando il padre, medico condotto a Romagnano Sesia (NO), nel suo ambulatorio. Dopo la laurea in medicina a Pavia entrò nella Resistenza come ispettrice del servizio sanitario, operò in Valtellina e successivamente presso il comitato regionale piemontese delle Brigate Garibaldi a Torino. L’esperienza resistenziale determinò le sue scelte di vita: abbandonò infatti l’ambiente accademico per dedicarsi al servizio sanitario pubblico, nel quale poteva conciliare le proprie scelte politiche e sociali (era comunista) con l’attività medico – scientifica. Dichiarò in uno scritto del 1984: “… al ritorno [dall’esperienza partigiana, n.d.r.] ho giurato che avrei fatto il possibile per rendere più facile e piacevole la vita dei bambini e per creare una generazione che non dovesse sopportare il peso della guerra e avesse la gioia di vivere. Era la mia risposta alla morte e all’angoscia di morte, con gesti che volevano essere riparativi”. Marcella Balconi dedicò dunque tutta la vita ai bambini, normalmente o diversamente dotati, con problemi psichiatrici o psicologici, con difficoltà di adattamento scolastico, con ritardi dovuti semplicemente alla loro condizione sociale – esemplari i suoi interventi sulla condizione scolastica dei bambini immigrati dal Sud d’Italia nel Novarese -. Ma si dedicò anche, senza risparmio di energie, alla formazione degli operatori del servizio di psichiatria, all’aggiornamento degli insegnanti, alle necessità delle famiglie (precorrendo di gran lunga i tempi fu a favore del tempo pieno scolastico e dell’istituzione degli asili nido). Partecipò direttamente alla vita politica come consigliera provinciale, sindaco di Romagnano Sesia, parlamentare dal 1963 al 1968.

Il primo dei due libri che ora le vengono dedicati ne fa rivivere la figura attraverso testimonianze ed interventi diversi, molti dei quali inediti, di colleghi, amici, pazienti, storici, collaboratori. Si tratta del volume Grazie Marcella. Raccolta di testimonianze in onore di Marcella Balconi. Medico, pioniera della psicanalisi infantile in Italia (1919-1999) delle edizioni A&T di Torino nella collana dei Quaderni ArsDiapason.

Il secondo libro, Una vita in forma di dialogo. Marcella Balconi 1919-1999 è pubblicato dall’Istituto Storico della Resistenza di Novara e curato da Giuseppe Veronica al quale si devono i capitoli del volume più strettamente riguardanti la biografia della Balconi. Gli altri capitoli sono firmati da Jeannot Pajetta, Claudia Banchieri, Elvira Pajetta, Giancarlo Grasso ed Enrica Crivelli. Questi ultimi sintetizzano così un aspetto fondamentale della personalità – e del fascino – di Marcella: “Un tratto peculiare in Marcella Balconi è la stretta continutà tra sfera privata personale e sfera degli interessi culturali e scientifici, un quasi immediato e spontaneo trascorrere dell’attenzione dalle fantasie ed emozioni più intime a quelle suscitate in lei dall’altro, bambino o adulto, paziente o collaboratore, passare dalle esperienze attuali a quelle connesse con la storia precedente” (pag. 123).
Per concludere, mi sia consentita una testimonianza personale. Mia madre, maestra elementare per quarantadue anni in diverse piccole località, normalmente non indirizzava volentieri le famiglie di piccoli alunni con difficoltà di apprendimento agli psicologi. Sapeva che nella maggioranza dei casi il motivo della difficoltà era dovuto all’essere figli di famiglie di recente immigrazione dal Sud, all’essere residenti in una frazione quando le comunicazioni con il centro del paese erano difficili e i due o tre chilometri di distanza si percorrevano a piedi, con qualsiasi tempo. Temeva che, in quegli anni in cui i pregiudizi nei paesi erano tanti, le conoscenze scarse, questi bambini fossero etichettati e poi emarginati definitivamente ed irrimediabilmente come “indietro” oppure “troppo originali”, “molto lenti” – si diceva così, allora, con nemmeno troppo velati eufemismi -. La sola per la quale fece eccezione, consigliando diverse volte di rivolgersi a lei con completa fiducia, fu la dottoressa Balconi: sapeva che da lei non c’erano da temere etichette, emarginazioni, diagnosi sbrigative. Sapeva che entrambe, lei cattolica praticante, la Balconi comunista (erano anni in cui queste differenze venivano fatte pesare: ricordiamo la “scomunica” ai comunisti del 1949) operavano all’insegna del motto “maxima debetur puero reverentia”.

Immagine tratta da Arsdiapason.it 


sabato 5 luglio 2025

Incontriamoci alla fine del mondo, di Nadia Mikail

Siamo in Malesia ai giorni nostri, anzi alla vigilia della fine del mondo, perché la Terra è minacciata dalla caduta, sicura e ineluttabile, di un grande asteroide. La fine è certa mentre non è certo che i bunker che qua e là qualcuno si sta costruendo possano proteggere i viventi. La gente, ormai rassegnata, impiega il proprio tempo nel modo migliore possibile, con particolare attenzione agli affetti più veri e profondi. Aisha vive con la madre Esah. Entrambe non vedono June, la sorella maggiore, da alcuni anni. June, eccentrica e testarda, se n’è andata di casa alla fine della scuola superiore per cercare se stessa, ma lasciando rabbia e sgomento sia nella madre sia nella sorella minore. Da quel momento Aisha ed Esah non hanno più nessuna notizia di lei. 

Incontriamoci alla fine del mondo è il romanzo d’esordio della giovane scrittrice malese Nadia Mikail, laureata e residente a Londra. Il romanzo, vincitore dell’importante premio Waterstones Children’s Book, ha incontrato i favori non solo della critica, ma anche di un vasto pubblico. Al tema degli affetti familiari, unica ancora di salvezza in un momento in cui la catastrofe minaccia la sopravvivenza del pianeta Terra, si unisce qui anche il tema del viaggio, che diviene per la giovanissima protagonista sia un momento catartico che un fattore di crescita interiore.

La recensione si legge per intero su Mangialibri: Incontriamoci alla fine del mondo | Mangialibri dal 2005 mai una dieta 

Nadia Mikail, Incontriamoci alla fine del mondo, Il Castoro 2025. Traduzione di Maria Bastanzetti 

lunedì 16 giugno 2025

Scaffale locale 18: Arona e il teatro sociale, di Giovanni Di Bella

Nel 1841 l'affermato architetto Giovanni Molli di Borgomanero iniziò a progettare il teatro della città di Arona realizzando ben settantadue elaborati grafici su carta con tecniche diverse: matita, china, acquarello-china. Lo riferiscono nella loro relazione (16 giugno 2014) introduttiva all'inventario del fondo - custodito alla Fondazione "Achille Marazza" di Borgomanero - Marinella Bianco, Rosanna Cosentino e Teresa Torricini. Si tratta, scrivono le archiviste, di "planimetria con il teatro di Arona del 29 aprile 1841, studi della pianta, studi di diverse sezioni, prospetti e sezioni del vestibolo, studi e schizzi di cornici e serramenti interni, sezione dell'armatura del tetto, disegno di armatura del tetto del 1842. Sono presenti anche modelli al vero di profili e sagome di particolari costruttivi e spolveri di capitelli".

Di questo prestigioso ed elegante edificio dalla lunga appassionante storia, durata un secolo e mezzo, si occupa ora un documentato e approfondito saggio di Giovanni Di Bella, che ne narra vita e spettacoli, prose e liriche, splendori e nebbie, sempre intrecciandoli alla vita culturale e sociale della cittadina lacustre.

Il volume, di oltre 500 pagine suddivise in quattordici capitoli, conduce i lettori attraverso un lungo viaggio nel tempo di vita del teatro, dalle vicende della sua costruzione all'inaugurazione (1843); dai primi restauri dopo un ventennio circa alle serate di beneficenza per i terremotati; dall'illuminazione a petrolio all'arrivo in teatro dell'energia elettrica; dagli eventi commemorativi di Felice Cavallotti alla "frizzante Belle Époque"; dagli anni della prima guerra mondiale agli spettacoli e incontri del ventennio fascista; dalla nascita del "Nuovo cinema-teatro sociale" nel secondo dopoguerra alla sua trasformazione in Cinema Lux. La struttura fu infine tristemente demolita nel 2007, non essendosi trovato, né nell'ambito pubblico né in quello privato, nessuno disposto investire sulla rinascita in chiave contemporanea di quella vita culturale della quale lo storico edificio era stato testimone e promotore attivo per oltre centocinquant'anni.

Scrive Di Bella concludendo il saggio che, oltre ai meriti storiografici e documentari, ha anche quello di restituire agli aronesi un importante elemento di memoria collettiva della vita cittadina: "quel luogo che per un secolo e mezzo era stato depositario di cultura, tradizione e spettacolo venne sostituito da un nuovo edificio residenziale che solo in alcuni elementi esterni (timpano e portichetto della facciata principale) evoca vagamente il teatro ottocentesco. Da identitario, il luogo è oggi diventato un anonimo non lieu".


                       Giovanni Di Bella, Arona e il teatro sociale, 
Compagnia della Rocca 2024