sabato 30 ottobre 2010

Sarà vero, di Errico Buonanno

Il titolo del libro è "Sarà vero" e il sottotitolo spiega "La menzogna al potere. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia". Tra i casi raccontati dall'autore troviamo mitici personaggi, inquietanti faccende: dagli Illuminati di Baviera ai Savi di Sion, ai Cavalieri del Graal, fino allo smascheramento della creazione di quel Nemico e di quei Complotti che fanno assai comodo a chi vuole destabilizzare ed asservire un popolo.
Il saggio si apre così, con la storia della "Donazione di Costantino": “Vinti i Franchi e gli Alamanni, valicate le Alpi dalla Gallia, sconfitto Massenzio a Ponte Milvio e diventato imperatore, a Flavio Valerio Costantino successe di prendere la lebbra. [...] Benissimo: questo non è mai avvenuto. Non ci fu lebbra, non ci fu miracolo, l’imperatore non pensò mai neppure un momento a cedere al papa le sue terre. Ma è la vicenda che racconta il Constitutum Constantini, e tanto, per ora, potrebbe bastarci. Un falso banale dell’VIII secolo, sfatato da Lorenzo Valla e forse proposto come esercizio retorico, servì da appiglio a ogni pretesa territoriale dei papi. La “Donazione di Costantino” era un fantasma, eppure riuscì in un modo o nell’altro ad attirarsi le ire di Dante e ad incidere sulla Divina Commedia”.
Errico Buonanno, Sarà vero, Einaudi 2009.

lunedì 4 ottobre 2010

Piccoli vagabondi, di Gianni Rodari

A metà strada tra un racconto mensile del Cuore di De Amicis e la sventura di Oliver Twist sta questo romanzo di Gianni Rodari, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1981, anno successivo alla morte dello scrittore. I lettori, sia ragazzi che adulti, dovranno tener presente che Rodari scrisse il racconto a puntate per il settimanale Il pioniere nel dopoguerra, ma, successivamente, non scelse mai di pubblicarlo in volume: troppo realista e deamicisiana la la storia? Troppo dichiarato l'intento morale? Troppo assenti l'arguzia e l'ironia che più tardi avrebbero contraddistinto l'opera rodariana? Non lo sappiamo. Ma possiamo leggere con interesse e attenzione gli eventi dei piccoli vagabondi, protagonisti di una storia fondata su elementi di vita vera e vissuta di quegli anni. Il vagabondaggio e la mendicità infantile erano ancora ben presenti in alcune realtà del nostro Paese. “Cari ragazzi, la differenza fra questa storia e un grande romanzo di avventure sta nel fatto che qui tutto è vero, dalla prima parola all’ultima” spiega ai suoi lettori lo stesso Rodari.
Francesco, Domenico e Anna sono tre bambini duramente provati dalla guerra - uno di loro è stato addirittura mutilato a causa dello scoppio di una bomba nascosta sotto il fienile della sua poverissima casa – i quali vengono affidati ad un gruppetto di girovaghi affinché, chiedendo l'elemosina, possano sostenere se stessi e le proprie famiglie. Si tratta di bambini del basso Lazio; ed affettivamente in quegli anni nei poveri paesi del Frusinate non era insolito che fanciulli venissero venduti o affittati per la mendicità in Italia e all'estero. Durante i vagabondaggi attraverso paesi e città, i tre protagonisti conoscono persone disoneste, ma anche gente comprensiva e generosa. Imparano a crescere, insomma, anche se molto dolorosamente e molto faticosamente. L'edizione del 1981 del romanzo reca in appendice due saggi: il primo è un commento di Lucio Lombardo Radice; il secondo una nota di Marcello Argilli. Lombardo Radice, prendendo lo spunto dalla storia di Rodari, prende in considerazione come la "questione meridionale" sia stata parzialmente occultata agli italiani dalla politica ufficiale - ma poi per fortuna raccontata dal cinema, dall'arte, dalla letteratura - a partire dal periodo immediatamente successivo all'Unità, poi durante il regime fascista, fino al 1980, anno di quel devastante terremoto dell'Irpinia che riportò bruscamente alla luce la discussione sulla storia, la società, le condizioni di vita del Meridione italiano. Marcello Argilli analizza invece la particolarità di questo romanzo, l'unico realista di Rodari, che, come già detto, deve la sua fama a geniali e sagaci altre opere di fantasia e di ironia.
Chi non avesse mai letto il libro e voglia farlo ora può trovarlo nell'edizione Einaudi Ragazzi, purtroppo senza i due saggi in appendice e con l'indicazione di lettura "bambini", che ci pare un po' restrittiva e non proprio adeguata. Il romanzo, proprio per le sue implicazioni realistiche, così lontane dall'esperienza di vita dei ragazzi lettori di oggi, può essere proposto fino a tutta l'età della scuola media - anzi si presta bene a una lettura storico critica proprio in quest'età - seguendo in ciò l'indicazione implicita già nella prima edizione: gli Editori Riuniti lo avevano infatti inserito nella Biblioteca Giovani, nella quale erano presenti romanzi sulla Resistenza e addirittura opere di psicologia per adolescenti.
Qui vediamo entrambe le copertine, quella della nuova e quella della precedente edizione.


Gianni Rodari, Piccoli vagabondi, romanzo con commenti e note di Lucio Lombardo Radice e Marcello Argilli, Editori Riuniti (Biblioteca Giovani 11) 1981
Gianni Rodari, Piccoli vagabondi, Einaudi Ragazzi (La Bibioteca di Gianni Rodari 7), 2010.

domenica 26 settembre 2010

Un sac de billes, di Joseph Joffo


La prima edizione di questo romanzo vero, che ha viaggiato nel mondo attraverso numerose traduzioni, è del 1973. Anche qui, come ne "Il giorno che cambiò la mia vita" che abbiamo segnalato qualche giorno fa, c'è la storia di un bimbo. E' Joseph, figlio di ebrei russi fuggiti alle persecuzioni dello zar, e vive a Parigi, rue de Clignancourt, XVIII arrondissement. Ama i giochi per strada con il fratello, anche se questi lo vince sempre al gioco delle biglie; ama le serate in famiglia e le storie avventurose della vita del babbo; non ama troppo la scuola, ma la frequenta. Quando un giorno le stelle gialle vengono imposte agli ebrei, quando nel negozio di barbiere del padre e dei fratelli maggiori entrano, anche solo come clienti, le SS, il capofamiglia comprende che si deve fuggire, e, per avere maggiori probabilità di salvezza, fuggire a due a due: prima i fratelli maggiori, poi i due bimbi, poi lui stesso con la moglie. Nel libro seguiremo la storia dei due piccoli ebrei fuggitivi, attraverso la Francia occupata prima, poi nel loro soggiorno nel Midi, controllato da una "leggera" occupazione italiana, infine, dopo gli eventi dell'8 settembre 1943 in Italia, in un sud della Francia pure sottoposto alla dominazione tedesca. Avvenimenti reali che hanno tuttavia il sapore dell'avventura, personaggi amici o minacciosi incontrati sui treni, lungo le strade, nei paesi e nelle campagne e due ragazzini che, nel giorno della Liberazione, si ritrovano uguali negli affetti, cresciuti e maturi nella mente e nel sentimento.
Il romanzo in Italia è pubblicato nella BUR con il titolo "Un sacchetto di biglie"; in Francia da J.C Lattès. Il prezzo è di 7,13 euro per l'edizione italiana; di 5,00 per la francese.

mercoledì 22 settembre 2010

Il giorno che cambiò la mia vita, di Cesare Moisé Finzi

Cesare è un bambino nato nel 1930, un po' gracile e qualche volta pauroso. Vive a Ferrara con i genitori e un fratello. La vita della famiglia è tranquilla ed agiata. Cesare frequenta la scuola, ma ama molto le vacanze, come quelle dell'estate 1938, in montagna, a Folgaria. Proprio lì, una mattina legge sul giornale che è andato ad acquistare per il babbo: INSEGNANTI E STUDENTI EBREI ESCLUSI DALLE SCUOLE GOVERNATIVE E PAREGGIATE. . E' il 3 settembre. Cesare capisce che quella frase riguarda anche lui, che la sua vita cambierà. Così racconta: "A dire il vero non sono mai stato uno scolaro brillante, né ho avuto mai un amore particolare per la scuola, ma veramente non mi sarà più permesso di andarci? Mi si velano gli occhi. Piango? No, forse no, ma quando raggiungo i miei a casa, mi precipito fra le braccia della mamma. I grandi mi si fanno intorno, sbigottiti, frastornati, offesi. Perfino increduli. Leggono e rileggono i titoli, poi tutti gli articoli. Così, papà, che nel maggio 1915 è scappato di casa per arruolarsi nell'esercito italiano e combattere per l'unità d'Italia, non sarebbe più un italiano di tale nome solo perché appartiene a una religione diversa? Cosa c'entra la religione con la cittadinanza?" (p. 27)


Il libro di Cesare Finzi è inserito in una collana per ragazzi dal mitico nome de "Gli anni in tasca" (editore Topipittori di Milano). Ma ne consiglio a tutti la lettura. Non potrà che aiutare a ricordare e molto anche ad adoperarsi affinché mai più un giorno di vacanza divenga per un bambino di otto anni il giorno buio "che cambia la vita".
Una video testimonianza di Cesare Finzi, qui.

lunedì 2 agosto 2010

Non deve accadere, di Anne Holt

"Oggi la morte è l'unica vera notizia per la gente" afferma Joanne, la protagonista del romanzo "Non ricordo chi l'ha detto, ma è vero. La morte è l'eccitazione più estrema, la più esclusiva..."
Qui la morte è delitto, come in ogni giallo. Delitto gratuito, anche. Delitto come antidoto alla noia. E, se Lafcadio ne "I sotterranei del vaticano" commette un assassinio immotivato e gratuito, qui l'assassina elabora e porta a termine addirittura una serie di delitti tanto perfetti che nessuna indagine è in grado di trovare prove tangibili o almeno indizi certi. Così, al contrario di quanto accade di solito, la colpevole, non sappiamo se più intelligente e prudente o più crudele e criminale, rimane libera fino all'ultima pagina. E oltre, perché il finale ci fa temere nuovi crimini e nuove crudeltà. Ci fa tremare dinanzi alla constatazione che la verità è difficile da affermare, talvolta impossibile, e che un efferato colpevole può andare libero e trionfante.
E, infine, per sdrammatizzare un po': a proposito di Jessica Fletcher qualcuno mi ha detto che, considerato che, ovunque ella vada, ci scappa il morto per morte violenta, forse l'assassina è lei stessa. Mah. I colpevoli individuati da Jessica, alla fine confessano tutti quanti. Però: e se un'autore di gialli volesse non solo individuare trame fittizie, ma anche tradurle in realtà?

Anne Holt, "Non deve accadere", Einaudi 2009

domenica 18 luglio 2010

Niccolò Machiavelli, di Lucio Villari


"Il suo tempo è lontano, ma al nostro appartengono molti problemi che Machiavelli ha vissuto e analizzato; vi appartengono per ragioni culturali, stilistiche e psicologiche prima che genericamente storiche o politiche. Machiavelli viene infatti dal centro del Rinascimento italiano ed europeo, ma la sua orbita è irregolare. Percorre le linee estreme del Rinascimento procedendo con un metodo intellettuale che trova riscontro in alcuni pochi compagni di idee. La sua orbita sfiorerà quelle di altri grandi della sua epoca: Francois Rabelais, Francesco Giucciardini, il più lontano pianeta Michel De Montaigne, la magia poetica di Ludovico Ariosto", così introduce il libro Villari. E questo ritratto di Machiavelli è consigliabile per diversi motivi: il linguaggio scorrevole, la trattazione ed il commento delle opere -anche di quelle che i ricordi scolastici ci han fatto considerare "minori" - del Nostro, la narrazione di umanissimi episodi biografici, l'analisi dell'attività diplomatica di Niccolò. Lontano dai banchi di scuola, lontano dalla fretta e dall'ansia per le interrogazioni e le verifiche al quale il suo nome, per i più, rimane legato, Machiavelli ci parla una linguaggio appassionato ed attuale; come in questo passo dei "Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio": - Sono infami e detestabili gli uomini [...] dissipatori de' regni e delle repubbliche, inimici delle virtù e delle lettere e d'ogni altra arte che arrechi utilità e onore all'umana generazione -.

Lucio Villari, Niccolò Machiavelli. Storia di un intellettuale "italiano" in un'Italia dilaniata e divisa, Piemme 2003.

martedì 29 giugno 2010

2022 destinazione Corno d’Africa, di Maurilio Riva. Recensione di Francesco Omodeo Zorini


Maurilio Riva, ci conferma che oggi, quantunque le luci sembrino spente, è ancora più che mai tempo di racconto e di storia. Il passato si può riaprire, sia un passato di famiglia sia il passato dell’umanità, ché, quasi sempre, hanno più di un punto di contatto, o, per meglio dire, tendono a specchiarsi e a chiarirsi l’un l’altro. Sì, si può riaprire il passato, pergamena nella bottiglia; basta stapparla. La vita come acqua di un fiume di presenze riempie ogni vuoto d’insaputo, di non detto, di rimasto in ombra inchiavardato in soffitta o in fondo allo stipo.
La lingua batte dove il dente duole. Noi storici indy-free-lance che ci incaponiamo a far scaturire il racconto dalla storia e la storia dal racconto, da decenni ci misuriamo attorno a questo assunto cruciale. Dice bene Sandro Portelli, quando afferma che “il contrario di un romanzo è solo un romanzo fatto in un altro modo” e che “un romanzo non è necessariamente raccontare una storia inventata”. E, di rimando, si potrebbe aggiungere che chi racconta in cerca di verità sa che la vita non ha né trama né senso e che la storia non è, non è necessariamente racconto.
Rino Riva sembra tenersi sospeso tra i due dettami e in forza di uno stato di neutralità teorica, ma di partecipazione affettiva coinvolta e coinvolgente, riesce a impaginare una narrazione convincente. La colloca in un tempo a venire, sicché aprire il passato fa dischiudere simultaneamente il futuro, e in tal modo par di assaporare, per paradosso, memoria di futuro alimentata da attesa del passato.
Nonno Ri(no?)ri(va?), con accanto la “terza nonna” Graziana sepolto in meditazione e in adorazione del nipote Augusto nella casetta foderata di libri e quadri sul naviglio, consegna post mortem proprio a lui, la missione, a lungo accarezzata, di ripercorrere il viaggio di suo padre Luca, bisnonno di Augusto, compiuto nel 1935, firmaiolo aviere nella guerra coloniale fascista d’Abissinia, insieme ad altri due milioni di connazionali.
Per mezzo e in virtù di una mappa del Corno d’Africa (ramid in lingua Afer radice, culla dell’umanità), da sè medesimo per culto pazientemente cartografata e disegnata, nonno Riri si fa tracciatore di piste, ufficiale di rotta, diviene maestro di transito al pellegrinaggio iniziatico del ventiquattrenne nipote. Missione posticipata in un fantastorico 2022, allorché il novello Telemaco – sulle tracce dei passi perduti del bisavolo quasi a metabolizzarne il lutto e con intenzione di risarcimento scaravoltando lo scopo del viaggio – avrà la stessa età che aveva costui nell’intraprendere l’avventura di Faccetta nera.
Granbel modo di fare Storia e insieme racconto a tre livelli di scrittura, sovrimpressi e intrecciati: quello di due-tre vite prima di Luca, alter ego del sergente Luciano Riva, (per puntiglio filologico reso in corsivo ornato nel testo!) portato alla stampa da lettere, cartoline snidate dall’armadio a muro e annotazioni e fotografie – “i dagherrotipi del bisavolo” – scattate ad Harar, Neghelli, Gorrahei, Borana. Un secondo livello di scrittura è quello messo in bocca al migrante del futuro e poi c’è quello dell’autore presente, effettivo protagonista di Destinazione Corno d’Africa nel 2009, quasi reporter affiancato a missioni umanitarie di aiuto alle popolazioni più oppresse del globo. Ad “Acqua per la vita onlus” volontari di Alba, da notare, vanno i diritti d’autore del libro. Suoi gli incontri d’amicizia sul “Bisagno”, cargo che lo conduce a Gibuti, con l’archeologa franco-marocchina esperta di architetture rupestri copte (la cui “avvenente e cordiale giovinezza” dà il la alla stesura del libro) e con il franco-algerino (entrambi sangue misto, alla faccia di chi si ostina a deprecare l’ineluttabilità di una società multiculturale e interetnica) affiliato a Medici senza frontiere. Schizzato carboncino il ritratto di don Lorenzo, prete operaio figlio di un comunista della Falk di Sesto San Giovanni, in missione tra i Galla, nella terra delle “genti del mattino”.
Percorso a ritroso della memoria mentre il bordereau di viaggio si dipana in avanti. Comprimendo e dilatando il tempo si fa esplodere lo spazio, spazio d’esplorazione del continente africano umiliato e offeso, devastato, cancellato, e dei suoi abitanti, e dei loro desolanti problemi di sopravvivenza. Spazio irredento inconciliato inespiato.
Ammirevole coraggio dell’A. d’immaginare il futuro, di trasporlo nella carta, di presumere di volersene fare gli affari. Backstage di un’epoca ventura con un Papa cinese succeduto al Papa Nero, banditore di un Vaticano III all’insegna della rigorosa inflessibile uguaglianza evangelica. Eppure mondo di suprematismo neoliberista feroce, che spregna mostri, ormai in bilico sull’estremo lembo del piano inclinato dello sprofondo, guerre multiple persistenti, accaparrazione e uso criminale delle risorse, cicli naturali ed economici stravolti, espilazione della ricchezza e esasperazione della disuguaglianza, caldere di crateri sociali in eruzione, ma nello stesso tempo universo creolo, metecio, a partire dalla famiglia del protagonista, giacché Augusto Cervantes navigatore, generato da esiliato sudamericano, appartiene già lui alla generazione meticcia dell’agire hic et nunc, nelle cui mani – messaggio di speranza e fiducia – è il futuro. O tragicamente non sarà. Come dire: purché tutto ritorni al futuro.
Una prova, questa di Riva, che oltrepassa la pur notevole precedente ardua impresa di confronto a distanza e di incontro ravvicinato tra il partigiano vergantino sui generis Tito e Fenoglio-Johnny, e che, adottando, percosidire, l’identico schema tripartito, si presenta con maggior leggibilità e attrattività e, a gusto e giudizio di chi scrive, è decisamente meglio riuscita. Ci sono passaggi lungo tragitti memoriali denfatizzati con corollari di deviazioni possibili e mai realizzate, di incontri ed eventi, di strade e soste in luoghi dell’infanzia, in canzoni della giovinezza, giochi di sguardi, di nostalgie e gioie minute, offerti in palmo di mano con cortesia antica, nel cellofan di uno schermo protettivo pedagogico di tenerezza. Il futuro, dicono, è come un neonato.
E’ un libro di poeti e scrittori a fare da contraltare letterario, ci informa il risvolto di copertina. Rimbaud, innanzi tutto: il poeta calatosi due volte all’enfer e per due volte risalito a favoleggiarlo con la propria cetra. I classici sono enzimi che circolano nel nostro sangue e ancora i loro versi risuonano nelle nostre parole e ne animano le immagini mentali. Autodidatta di qualità, Maurilio Riva, non desiste dal disseminare la sua opera di riferimenti didascalici, storici, sociologici, economici, geografici (ab ovo: da Pangea-Panthalassa tutta terra-tutto mare del giorno della creazione…) che gli vengono dalla smisurata passione per le buone letture, perché crescere è leggere, e dalla solida formazione politica e sindacale. Sgrana dati, chiosa, apre parentesi, pone in calce note biografiche.
Ha dell’altro in serbo, ci fa sapere, l’A., e rimaniamo compiaciuti in attesa.
(F.O.Z) 19 maggio 2010

MAURILIO RIVA, 2022 destinazione Corno d’Africa, Milano, Libribianchi, 2010, pp. 338, € 18.00.

mercoledì 23 giugno 2010

Il ragazzo è impegnato a crescere, di Roberto Denti


Un'infanzia vissuta tra la fine degli anni Venti e quella degli anni Trenta non è molto diversa da un'infanzia vissuta negli anni Cinquanta - fatte salve le differenti condizioni politico sociali dell'Italia e di conseguenza il diverso stato d'animo delle persone nel considerare la propria vita ed il mondo circostante. Me lo ha svelato questo bel libro di Roberto Denti, il quale, oltre che scrittore, è il fondatore della Libreria dei Ragazzi di Milano, un punto di riferimento sicuro per tutti coloro che si occupano di letture per bambini, ragazzi, adolescenti.
La lettura di questo suo racconto autobiografico sarà bella per gli adulti, ai quali ricorderà la propria infanzia, ma lo sarà ancora di più per i ragazzini, ai quali farà scoprire momenti di vita quotidiana così lontani da sembrar loro perfino avventurosi. Penso di non sbagliare ipotizzando addirittura che in un bambino di oggi la lettura de “Il ragazzo è impegnato a crescere” potrà suscitare gli stessi stati d’animo e lo stesso stupore che suscita la lettura delle avventure di Pinocchio o di quelle di Giamburrasca: innocenza e stupore, marachelle e punizioni, cose dolci e buone come la liquirizia e la marmellata e cose nauseabonde come l’olio di fegato di merluzzo.
E appunto su quest’ultimo eccovi quello che si legge a pag. 14:
- Un ricordo sgradevole dei miei anni di scuola elementare è dovuto al ritorno a casa per il pasto del mezzogiorno, prima del quale dovevo bere un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, una medicina oleosa dal sapore nauseante. L’aveva ordinato il medico perché ero un bambino considerato “linfatico” cioè avevo certe ghiandole del collo che funzionavano male. Versavo dalla bottiglia sempre unta la dose di olio di fegato di merluzzo nel cucchiaio e ingoiavo con grande senso di schifo. Quando il cucchiaio era vuoto, lo infilavo nella cenere del camino e mangiavo due spicchi di mandarino per “pulirmi la bocca”. -


Roberto Denti, Il ragazzo è impegnato a crescere, Edizioni Topipittori 2009, Collana “gli anni in tasca” [la collana,che prende il nome dall'omonimo film di Truffaut, racconta storie vere di bambini e ragazzi attraverso voci adulte che non hanno perso l'incanto], pagg. 103, euro 10,00.

PS: e l’olio di ricino era ancora peggio...

(C)Eleonora Bellini

venerdì 23 aprile 2010

25 aprile , Festa della Liberazione

















25 aprile 2008

Per i sopravvissuti che la notte
rivivono gli incendi dei paesi,
per i fucilati caduti sui monti
o nelle piazze, per gli scampati
nascosti nelle viscere nere dei camini,
per chi il giorno della strage
incontrò una donna e prese
un'altra via - lo ricorda
oggi come miracolo di pianto -
questo è il giorno della festa

(nel tempo dell'uomo, relativo,
per un mattino chi è morto torna vivo,
appare in un corteo, svolta
dietro l'angolo, salta
una transenna, si perde
come il pensiero dentro un'emozione)

"festa d'aprile", passi sulla strada,
musica e bandiere: minoranze
in marcia. Si ode
il battito d'ali della dignità.

Eleonora Bellini
Borgo Ticino, 25 aprile 2008

***

25 aprile 2010

Bandire Bella ciao dal corteo
della festa di Liberazione: questo
ci propone l’arricchito Nord Est
che ignora i suoi suicidi.
Beato chi non vede questo tempo,
le orme dei padri cancellate, l’Italia
triste, le speranze strangolate.

[E come potremmo noi cantare
con il piede padano sopra il cuore?
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore?]

Della festa d’aprile rimangono
i peschi fioriti nei giardini, il fiore
del taràssaco sul ciglio delle strade.
Ma a Milano non si pianteranno più alberi.

Eleonora Bellini
Borgo Ticino, 22 aprile 2010

martedì 13 aprile 2010

Fleurs d'avril di André Lemoyne

Le bouvreuil a sifflé dans l’aubépine blanche ;
Les ramiers, deux à deux, ont au loin roucoulé,
Et les petits muguets, qui sous bois ont perlé,
Embaument les ravins où bleuit la pervenche.

Sous les vieux hêtres verts, dans un frais demi-jour,
Les heureux de vingt ans, les mains entrelacées,
Echangent, tout rêveurs, des trésors de pensées
Dans un mystérieux et long baiser d’amour.

Les beaux enfants naïfs, trop ingénus encore
Pour comprendre la vie et ses enchantements,
Sont émus en plein cœur de chauds pressentiments,
Comme aux rayons d’avril les fleurs avant d’éclore.

Et l’homme ancien qui songe aux printemps d’autrefois,
Oubliant pour un jour le nombre des années,
écoute la voix d’or des heures fortunées
Et va silencieux en pleurant sous les bois.