lunedì 21 giugno 2021

Racconti italiani 1969, 1970, 1971

La rivista mensile Selezione dal Reader's Digest, le cui pubblicazioni iniziarono a Milano nel 1948, per decenni fu molto diffusa. Inizialmente essa proponeva i medesimi articoli della statunitense Reader's Digest, di carattere generalista e conservatore. Successivamente, a partire dagli anni Settanta, la pubblicazione propose in sempre maggior numero contenuti originali nati e redatti nel nostro Paese.

Ma non si tratta qui di proporre una storia di Selezione, delle sue caratteristiche e contenuti, dei suoi lettori, ma di rammentare l'uscita, tra il 1965 e il 1975, di una serie di volumetti annuali di narrativa, i Racconti italiani, pubblicazioni fuori commercio in omaggio per gli abbonati. In particolare accennerò qui quelli degli anni 1969, 1970, 1971 (stampati nel 1968, 1969, 1970, rispettivamente, dalle Arti Grafiche delle Venezie a Vicenza), trovati tempo fa casualmente in un mercatino.


Sulla copertina cartonata dei racconti 1969 figura un disegno di Giuseppe Ajmone (1923-2005), apprezzato pittore di origini piemontesi; i disegni che all'interno aprono ogni racconto, quasi moderne miniature, sono di Giancarlo Iliprandi, designer e grafico che esordì grazie a Bruno Munari. Si comprende, dunque, che le brevi raccolte, pur mirando a una diffusione ampia e popolare, non intendono rinunciare alla sicura dignità estetica e contenutistica. Questo elemento viene decisamente confermato quando si leggono i nomi degli autori antologizzati (in rigoroso ordine alfabetico): Raffaello Brignetti, Carlo Castellaneta, Carlo Coccioli, Sandro De Feo, Renato Ghiotto, Tommaso Landolfi, Virgilio Lilli, Gianna Manzini, Indro Montanelli, Anna Maria Ortese, Vittorio G. Rossi, Ignazio Silone. Tutti scrittori che erano, sono e rimarranno nella storia della letteratura italiana.

La lettura di un libro di racconti richiede pause, attese, ritorni; propone stili e argomenti diversi; valorizza scrittore e lettore suggerendo a quest'ultimo nuovi e inediti itinerari tra i libri perché, dopo avere amato il racconto di un autore, nasce spesso il desiderio di ricercare altre sue opere e non solo quelle in forma breve.

Gianni Renna, pittore, illustratore e fotografo è l'artista che figura sulla copertina dei racconti 1970, mentre di Giorgio De Gaspari (1927-2012), che fu definito "il più grande illustratore del Novecento", sono i disegni che introducono ciascun racconto. Le storie antologizzate qui sono opera di: Alberto Arbasino, Arrigo Benedetti, Giuseppe Cassieri, Giuseppe Dessì, Marise Ferro, Piero Gadda Conti, Grazia Livi, Milena Milani, Giovanni Mosca, Pier Maria Pasinetti, Nantas Salvalaggio, Giorgio Soavi.

La terza raccolta di cui dispongo, i racconti 1971, reca in copertian il suggestivo e pensoso volto di "Rossella", disegno di Pietro Annigoni (1910-1988), il "pittore delle regine". Le immagini nel testo sono di Bruno Faganello, illustratore sofisticato e poliedrico. I racconti sono opera di: Maria Bellonci, Carlo Bernari, Raoul Maria De Angelis, Carlo Della Corte, Luigi Malerba, Giuseppe Raimondi, Bino Sanminiatelli, Umberto Simonetta, Fabio Tombari, Fulvio Tomizza, Dante Troisi, Marcello Venturi.

Chi volesse rileggerli ancora, e ne vale di certo la pena, troverà i racconti italiani  a disposizione nelle collezioni di molte biblioteche.

mercoledì 9 giugno 2021

Meditazione e scrittura, di Nicoletta Cinotti

Dall'unione fra meditazione e scrittura può nascere una grande ricchezza, avverte l'autrice del saggio, perché "diventiamo consapevoli delle nostre narrazioni e, così facendo, possiamo iniziare a scrivere storie nuove". L'accettazione della sofferenza per ciò che non è stato significa avere il coraggio di dire a se stessi la verità e valorizzare il presente. Questo libro indica un percorso la cui destinazione è diversa per ciascuna delle diverse persone che lo intraprendono, ma che ambisce a possedere, sempre, le qualità di una crescita naturale e spontanea. Temi ed esercizi trattati nel testo sono collegati fra loro e viene anche proposta una serie di esercizi. Tuttavia, questi ultimi sono da considerare come semplici inviti, che i lettori possono, o meno, accettare. 

Perché la meditazione chiama la scrittura? Principalmente per ricostituire l'unità di mente e corpo, ma anche per assaporare a fondo le parole e i loro significati, per avvertirne il peso, quando si "riempiono di silenzio". Il saggio, che si snoda intenso e ricco di citazioni di poesia, si conclude con la sintesi degli inviti alla scrittura sparsi qua e là nel testo: qualunque cosa accada, prova a esprimerla con una metafora o una serie di metafore e solo successivamente trasformala in una storia; scrivere è un modo "per diventare goccia nel mare", perché il dolore riguarda tutti; portare l'attenzione sui verbi, intesi come azioni in divenire, per poter cogliere il continuo cambiamento dell'esperienza; imparare ad ancorarsi ad azioni quotidiane per notare ciò che avviene durante la meditazione; formulare le nostre intenzioni nei confronti della felicità con parole che esprimono augurio o preghiera, le parole che "poggiano sul cuore"; scrivere per associazioni, invece che in modo lineare contraddistinto da un prima e un dopo, può stimolare la creatività; scoprire il Retto pensiero, quello che scopre le cause del nostro dolore e conduce alla sua cessazione.

Conclude il saggio, prima dell'utile e ricca bibliografia, un'intensa lirica di Lu Ji, scrittore cinese vissuto nel terzo secolo d.C.

Considerate l'uso della parola scritta.

E' indispensabile ad ogni principio.

Essa percorre infinite distanze, 

e nulla al mondo può fermarla.

Attraversa i millenni.

[...]

Essa canta nel flauto e nelle corde,

ogni giorno ne esce rinnovata.


La lirica per intero si legge qui: 

https://nicolettacinotti.net/larte-della-scrittura-disseta/

Nicoletta Cinotti, Meditazione e scrittura, RCS Mediagroup 2020

giovedì 3 giugno 2021

Le jeune fille au pair, di Joseph Joffo

Pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dell'Europa dal nazismo, Wanda Schomberg, ragazza determinata e coraggiosa, arriva a Parigi da Zurigo. La motivazione ufficiale del suo trasferimento è quella di approfondire la conoscenza della lingua francese, che già parla discretamente bene. Per far questo si iscriverà a un corso alla Sorbona e cercherà una famiglia in cui impiegarsi come ragazza alla pari. Appena scesa alla Gare de Lyon, dopo un lungo viaggio notturno, Wanda, su consiglio dell'edicolante, acquista France soir e comincia a consultare gli annunci di lavoro. Mentre scorre le pagine un giovanotto siede al suo tavolo. E' Richard Fabre, studente di medicina. Dopo alcuni dubbi circa l'opportunità che una ragazza perbene si dimostri così disponibile a chiacchierare con uno sconosciuto al caffè di una stazione che è un porto di mare, Wanda accetta la compagnia di Richard perché ha bisogno di qualcuno che parli con lei, che si interessi a lei. E subito trova l'annuncio ideale, quello di Samuel Finkelstein, che cerca una ragazza che si occupi dei suoi due bambini. Quando Wanda suona il campanello dei Finkelstein quella stessa mattina, mezzogiorno è passato da poco. Dopo un breve colloquio con i padroni di casa, il posto è suo. Si occuperà di David e Benjamin, rispettivamente di dieci e otto anni.

"Non si tratta soltanto di bambini turbolenti" avverte Helène, la mamma "Sono bambini speciali. A lei, che ha conosciuto solo la pace, sembreranno degli extraterrestri, questi piccoli Ebrei, nati uno nel '40 e l'altro nel '42, che hanno trascorso la prima infanzia senza conoscere il loro padre. David aveva solo un anno e mezzo e Benjamin non era ancora nato quando mio marito fu deportato ad Auschwitz".

Ora che, dopo il ritorno di Samuel dal lager, la famiglia si è di nuovo riunita, i genitori, tanto occupati dal lavoro, hanno necessità di qualcuno che si occupi dei bambini, qualcuno che vegli su di loro come farebbe una sorella maggiore. Wanda ha raggiunto il suo scopo, quello di conoscere da vicino la comunità ebraica, le donne, gli uomini e i piccoli che i nazisti avevano impietosamente destinato allo sterminio. E subito l'intesa con i Finkelstein è buona, i legami con i bambini sono appaganti e affettuosi. Tuttavia ogni tanto Wanda sparisce per qualche giorno, si assenta e poi ritorna, senza dare spiegazioni. Qual è il suo segreto?

Joffo, autore, tra l'altro del famosissimo Un sacchetto di biglie (vedi anche qui la recensione), narra ancora una volta una storia di fratellanza umana, di conversione interiore, di pacificazione nella giustizia su un tema sempre dolorosamente attuale. E il suo consueto stile che unisce emozione, riflessione e sorriso avvince e conduce saldo e veloce attraverso le pagine. Purtroppo il romanzo, nel momento in cui scrivo, non è disponibile in lingua italiana.

lunedì 24 maggio 2021

L'occhio del ciclone, di Maria Luisa Spaziani

"Ho scritto L'occhio del ciclone, una raccolta di poesie ispirate alla Sicilia, ma non una Sicilia folcloristica bensì una Sicilia primordiale, quando non esistevano le case, le persone, nemmeno le religioni, dunque colta nel momento germogliante della nascita di una civiltà. Ho amato e amo moltissimo la Sicilia" ebbe a dire Maria Luisa Spaziani, poetessa nata a Torino nel 1922 che a lungo visse a Messina dove era docente all'Università. L'occhio del ciclone, uscito nella Collana "Lo specchio" di Mondadori nel 1970, è la sua quinta raccolta. L'occhio del ciclone è il luogo nascosto della calma e della tranquillità mentre fuori infuriano gli elementi, imperano violenza e distruzione. Esso somiglia al luogo della poesia, allo sguardo del poeta, ma, soprattutto, in questa silloge, è il punto dal quale la poetessa contempla i propri versi e li sottrae alla tempesta. Si incontrano tuttavia tra le sue pagine, paesaggi reali e luoghi ben identificati, come un viaggio attraverso città, paesi e campagne amati, come riflessione sul mondo e come specchio del sé.

Hai visto come tacciono sul mare

buio, stasera, le dieci lampare?

Tutto con loro tace, tutto aspetta

cenni lontani dal fondo del mare.

Aspettano quel cenno le radici

dei campi della terra, i nostri sciolti

e pallidi pensieri, i nostri gridi

che come sfilacciati in queste arie

di palude si perdono nel vuoto.

Tutto il mondo ha una pausa, il cielo ha pause

più lunghe di una vita, e tutto attende

quel cenno o quel prodigio: tizzo, boccio,

linfa che sale, pianto che discende,

stelo che appena crede alla sua gloria

che regge l'universo.

Il libro è composto da tre sezioni, due in versi ("Il mare", ricca di suggestioni messinesi, e "La terra", viaggio tra città e misteri) e una composta da poemi in prosa (Intermezzo), su quest'ultima, posta in mezzo, come una pausa o un intervallo, si innestano le altre due.

Ciò che gli altri raccolgono è negato

a noi, esperti di un altro linguaggio.

Se altri per noi semina, noi siamo

eternamente in viaggio.

Che senso ha approdare se approdiamo

sempre a porti diversi?

Restano i versi, fuochi fatui in fuga

sulla città dei morti.


Maria Luisa Spaziani, L'occhio del ciclone, Mondadori 1970


sabato 22 maggio 2021

La paura di Montalbano, di Andrea Camilleri

La paura di Montalbano, pubblicato nel 2002 da Mondadori, raccoglie sei racconti di Camilleri, uno dei quali dà il titolo al libro. Incontriamo il celeberrimo commissario in tre storie brevi, che non possono definirsi poliziesche in senso stretto, nelle quali egli vive incontri occasionali con personaggi degni di nota, in situazioni inedite e strane. Gli altri racconti sono invece polizieschi classici in cui lo scrittore Camilleri brilla forse più del suo personaggio. Nel primo, Ferito a morte, assistiamo alla morte di un usuraio la cui giovane nipote nasconde dietro un aspetto semplice e perfino umile "una mente diabolica". Nel secondo, Il quarto segreto, un sogno del quale è protagonista Catarella si trasforma presto in un incubo nella notte, e soprattutto nei giorni, del commissario, tra immaginazione e realtà. In La paura di Montalbano, durante una breve vacanza con Livia, vacanza che egli accetta a fatica perché si tratta di trascorrere una settimana in una baita di montagna, tra valli e silenzi, arduo impegno per un uomo di mare qual è il nostro commissario, spunta inopinatamente un caso da risolvere, perché un investigatore coi fiocchi non può mai essere inerte. Meglio lo scuro, che chiude il volume, è una storia che esordisce da un delicato segreto reso in confessionale da una vecchia signora, giunta alla fine della sua vita. E' un racconto raffinato e profondo in cui dal passato emerge uno strano delitto, viene rimossa la nebbia dell'oblio che lo aveva fatto dimenticare ai più e affiora la solitudine dei vecchi insonni nelle case di riposo.

martedì 11 maggio 2021

Poesie, di Hermann Hesse

Linguaggio limpido e sognante, in bilico tra utopia e malinconia, quello delle poesie di Hermann Hesse affascina e coinvolge il lettore perfino in traduzione. E incontriamo versi che riflettono un cammino etico e filosofico nei quali, se lo stile è elegante e raffinato, il linguaggio nitido, profonda e complessa emerge la ricerca di comprensione del mondo attraverso la riflessione, l'autocoscienza, l'elevazione spirituale e lo sguardo solidale. Nato Calw in Germania nel 1877 da un padre missionario pietista al quale la madre faceva da assistente, Herman ricevette un’educazione molto rigida che, nell'adolescenza, gli causò disagi psicologici non lievi finché, trasferitosi a Tubinga, dove divenne assistente libraio, trovò la libertà e, insieme, la sua strada di letterato e scrittore. Il pensiero orientale, in particolare la conoscenza e frequentazione dei pensatori indiani e cinesi, influenzò profondamente la sua opera, così come il pacifismo e la solidarietà nei confronti degli oppressi. Nel 1946 Hesse fu insignito del Premio Goethe e del Premio Nobel, riconoscimenti ai quali fece seguito nel 1955 il Premio della Pace. Negli anni Sessanta, poi, la sua critica all'economia capitalista, unita alla rivendicazione della pace universale, fece molta presa sui giovani contestatori americani ed europei che si opponevano alla guerra del Vietnam. E' curioso notare ciò che un passo di Hesse, presente in una lettera da lui indirizzata al dottor Jordan nel 1932, faceva notare a proposito delle sue opere in prosa, distinguendole da quelle in poesia:

"Di fronte a queste manifestazioni legate al momento e piuttosto occasionali (le prose giornalistiche, d'occasione ma non solo) stanno altre mie opere, soprattutto le mie poesie, in cui è lasciato gran posto alla tragica problematicità dell’essere umano, ma è anche espressa una fede […] fede non in un senso […] che si possa formulare dogmaticamente una volta per tutte, ma nella possibilità che ha ogni anima di afferrare per via di intuizione tale senso e di liberarsi e di elevarsi al suo servizio". 

In questa raccolta di poesie, tradotte e introdotte da Ervino Pocar, acuto germanista e traduttore, e uscita a Milano per le edizioni de L'insegna del pesce d'oro nel 1965, possiamo leggere ventidue liriche di Hesse, con testo a fronte. Riportiamo qui quella che conclude il piccolo, prezioso, libro.

Gli ultimi versi

Irto di schegge, un ramo scavezzato

da gran tempo già pende

(secco scricchiola al vento il suo canto)

senza foglie, scortecciato,

nudo, grigio e di troppo lunga vita,

di troppo lunga morte stanco. Canta

tenace, duro,

canta in segreto,

ostinato, inquieto,

per un'estate ancora,

per un inverno ancora.


Hermann Hesse, Poesie, traduzione di Ervino Pocar, All'insegna del pesce d'oro 1965.

lunedì 3 maggio 2021

Lettere agli amici della Società Operaia, di Max Salvadori

Nato a Londra il 16 giugno 1908 da genitori italiani, Max Salvadori fu un antifascista, storico e giornalista. Ancora studente di quinta ginnasiale a Firenze subì, nel 1923, un'aggressione da parte di compagni di scuola fascisti. L'anno successivo difese coraggiosamente suo padre, Guglielmo, violentemente attaccato e percosso da un folto gruppo di camicie nere; riuscì a salvargli la vita, pur rimanendo egli stesso ferito. Dal 1924 al 1929 Max fu esule con il padre in Svizzera, dove si laureò in Scienze economiche e sociali all'Università di Ginevra. Aderì poco dopo a "Giustizia e Libertà" e tornò in Italia per organizzarvi la propaganda antifascista. Nel 1932 fu arrestato insieme ad altri appartenenti a GL. Fu avviato, con loro, per cinque anni al confino a Ponza. Prosciolto, con gli altri, nel 1933, espatriò clandestinamente. Nel 1937 mentre era a New York apprese dell'assassinio dei fratelli Rosselli. Durante la seconda guerra mondiale prese parte agli sbarchi di Salerno e Anzio. Nel 1944 fu nominato ufficiale di collegamento tra il Comando delle armate alleate e il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Paracadutato nelle Langhe, raggiunse poi Milano, dove fu in contatto con Pertini, Marazza, Valiani e gli altri componenti del Comitato. Dopo la Liberazione ritornò negli Stati Uniti dove riprese l'insegnamento allo "Smith College" di Northampton. Fu sempre idealmente legato alla sua terra d'origine, le Marche, e, in particolare, la Marca meridionale, il Piceno, essendo il padre di Porto San Giorgio e la madre di Torre San Patrizio. Il profondo legame di Salvadori con la sua "piccola patria" è testimoniato anche dalle lettere, più di trenta, da lui indirizzate tra il 1982 e il 1992 agli amici della società operaia di Porto San Giorgio, oltre che dai suoi studi sulla Resistenza nell'Anconetano e nel Piceno. Le lettere sono state pubblicate nel volume "Lettere agli amici della Società Operaia", edito nel 2019 dalla Società Operaia "G. Garibaldi" di Porto San Giorgio e a cura di Alfredo Luzi e Fabrizio Annibali. Scrive Luzi nella presentazione "La corrispondenza epistolare con Max diventa più intensa nel 1982, quando egli decide di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti [...] Resta tuttavia un forte contatto, attraverso aerogrammi preaffrancati, con gli amici della Società Operaia "Giuseppe Garibaldi", i cui ideali di solidarietà, tolleranza, uguaglianza, democrazia, Salvadori condivide". Nell'epistolario si incontrano e si incrociano storia personale e storia collettiva: ricordi di amici, aneddoti di famiglia, eventi della storia recente, riflessioni di politica attiva fin dagli anni della formazione e giovinezza di Max. Nella lettera all'Annibali del 25 novembre 1991 Salvadori ricorda momenti fondamentali della sua formazione politica e ideale: "...fu a Firenze che, nel mio piccolo, da spettatore divenni attore; ed è in Toscana che nacquero, prima ('24-'25) il socialismo liberale salveminiano/ rosselliano, poi (anni Trenta) il liberalsocialismo di Codignola e di tanti altri, fusi più tardi insieme al socialismo democratico di Valiani ed il liberalismo progressista di Tarchiani...". Fanno seguito all'epistolario una serie di immagini fotografiche e un'appendice di testi inediti o rari presenti nel Fondo Salvadori, testi riferibili a temi presenti nelle lettere.


 Max Salvadori, Lettere agli amici della Società Operaia, Livi Editore 2019


venerdì 30 aprile 2021

Le campane che Gianni Rodari non suonò

Da qualche tempo si trova in rete una poesia intitolata "Campane di Pasqua" che molti siti attribuiscono a Gianni Rodari. Leggiamola:

Campane di Pasqua festose

che a gloria quest’oggi cantate,

oh voci vicine e lontane

che Cristo risorto annunciate,

ci dite con voci serene:

Fratelli, vogliatevi bene!

Tendete la mano al fratello,

aprite la braccia al perdono;

nel giorno del Cristo risorto

ognuno risorga più buono!

E sopra la terra fiorita,

cantate, oh campane sonore,

ch’è bella, ch’è buona la vita,

se schiude la porta all’amore".

A chi abbia letto anche un solo libro delle filastrocche di Rodari l'attribuzione appare subito stonata, per diversi motivi. Lo stile, certo, ma soprattutto una certa aura confessionale, quasi di ammaestramento tra catechismo e dogma (Cristo risorto, aprite le braccia al perdono), che da essa traspare e anche per il vocabolario, qua e là aulico, un po' di maniera. Elementi che paiono del tutto estranei al Rodari che conosciamo, i cui toni, a proposito di ingiustizia e riscatto, di uguaglianza e speranza sono sempre molto concreti, storici e umani, come, per fare un solo esempio, ne "Il pellirossa nel presepe" o in "Don Chisciotte". Quale può essere allora il significato dell'attribuzione di queste campane a Rodari? Lo immagina Pino Boero, in un suo post, apparso su facebook il 20 aprile 2019: - il nome di Gianni Rodari "tira" e quindi "tirarlo" per la giacchetta da tutte le parti anche attribuendogli vecchie poesie può diventare garanzia di modernità -. A chi va restituita la paternità o la maternità di questi versi, dunque? Alcuni siti, in genere di maestre che con Rodari hanno più dimestichezza di quanta ne abbiano i comuni mortali, li firmano così: anonimo, Nerina Ghirotti, Dina Mc Arthur Rebucci. 

Se dell'anonimo non so dir nulla, grazie alla preziosa collaborazione dei bibliotecari delle biblioteche "Sormani" di Milano, "Bertoliana" di Vicenza, Civica di Bassano del Grappa e dell'Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Modena, ho appreso alcuni elementi utili sia sulla Ghirotti che sulla Rebucci. Nerina Ghirotti, poetessa vicentina, ha pubblicato un solo libro di poesie, "Stagioni" (1985), ma tutte le sue liriche sono in dialetto. La produzione letteraria di Dina Mc Arthur Rebucci, invece, è ampia (quarantuno sue opere, edite tra il 1941-1994, sono presenti nell'OPAC SBN). La Rebucci ha scritto racconti e poesie sia per adulti che per bambini e ha tradotto in italiano Rousseau, Emily Dickinson, Florence Montgomery, Charles Dickens. Anche tra le sue raccolte poetiche una si intitola "Stagioni" e mi pareva promettente, dal punto di vista delle nostre campane non rodariane. Ma non è stato così.

Qui finiscono i dati che sono sinora riuscita a raccogliere da lontano. La ricerca tuttavia non è terminata, anche se pare di dover escludere, allo stato delle cose, che l'autrice della nostra poesia sia Nerina Ghirotti. Quanto a Dina Mc Arthur Rebucci, la pista che rinviava alla sua opera sembrava promettente. Anche se nessuna delle sue raccolte attualmente presenti nell'OPAC SBN contiene le nostre campane, dato che la Rebucci collaborò a lungo con l'Editrice La Scuola potrebbe questo suo semplice testo potrebbe essere stato scritto appositamente per un libro scolastico, un "libro di lettura" per le scuole elementari. A questo punto, se la ricerca non termina, si fa però più lunga e difficile. 

P.S. Il sito "Campanari bergamaschi" riporta i primi quattro versi di "Campane di Pasqua" attribuendoli a C. Gasparini, che ha scritto diverse poesie sulle ricorrenze dell'anno, presenti in diversi siti e tra le quali ne figura una sulle campane di Pasqua. Ma neppure questa è quella che andiamo cercando.

sabato 17 aprile 2021

Voci femminili della poesia del Novecento, di Pietro Civitareale

Nella collana Biblioteca di Capoverso, "rivista di scritture poetiche"esce ora la seconda edizione del saggio critico-antologico dedicato alle "voci femminili" nella poesia italiana del Novecento e oltre. A cura di Pietro Civitareale, poeta, narratore, traduttore e critico di riconosciuto acume, il saggio si propone di "dedicare alla poesia femminile un discorso critico autonomo, un'attenzione specifica". Operazione delicata, tanto che l'autore avverte nella premessa che il suo lavoro intende restituire alla poesia femminile la posizione che merita come poesia tout court, tenuto conto anche del fatto che, in passato, più di un lettore professionale di poesia e più di un antologista sembra non essersi dimostrato imparziale "e di giuste vedute nei confronti della poesia femminile, come se essa fosse una forma d'arte di secondaria importanza" nota ancora Civitareale. Il saggio procede in ordine cronologico a partire dai primi trent'anni del Novecento, periodo in cui operano ancora poetesse nate  nel secolo precedente, come Ada Negri e Sibilla Aleramo, fino a giungere alle protagoniste della scrittura poetica nate negli anni Cinquanta e oltre. Per ogni decennio preso in considerazione una breve introduzione relativa alle caratteristiche di quel periodo storico letterario nel suo complesso, lascia poi spazio alla trattazione dell'opera di ogni singola poetessa, a proposito della quale si riportano titoli e date delle raccolte pubblicate e una essenziale, ma acuta e motivata, scheda critica che delinea caratteristiche, motivazioni, stile, "colori" del suo fare poesia. Accanto al nome una piccola fotografia ne completa il ritratto. Al termine un utilissimo indice dei nomi aiuta la ricerca, sia del curioso che dello studioso, così come la bibliografia essenziale. 

Pietro Civitareale, Voci femminili della POESIA del Novecento, Edizioni Alimena-Orizzonti Meridionali 2021 (seconda edizione).
 


venerdì 16 aprile 2021

La bambina e il nazista, di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli

Nella tranquilla cittadina di Osnabrüc in Germania corre l'anno 1943 e Hans Heigel, ufficiale di complemento delle SS, destinato ad attività d'ufficio, non comprendendo la ferocia delle truppe hitleriane, si ritiene fortunato ad essere lontano dal fronte e dai lager e di potersi vivere giorni tranquilli con la sua famigliola composta dalla moglie Ingrid e dalla figlioletta Hanne. Ma le difficoltà della Germania in guerra aumentano e tutti gli uomini, anche quelli considerati meno brillanti come Hans, vengono chiamati al servizio attivo: il campo di sterminio di Sobibór sarà la nuova sede del nostro ufficiale. Il dolore della separazione dalla moglie si somma alla recente perdita della figlioletta, alla quale il Reich ha negato un medicinale che avrebbe potuto salvarla: tutte le risorse, gli è stato risposto, vanno riservate a chi sta combattendo, le altre vite non contano. Nel lager Hans assiste all'arrivo di tanti e tanti prigionieri, alcuni destinati a non vivere più di un giorno o di una notte. Tra loro c'è Leah, una bambina ebrea identica ad Hanne. In quell'inferno disumano ora il nostro uomo ha una missione: salvare dalla morte quella bimba, come avrebbe voluto fare con la sua figlioletta. Esponendo al pericolo la sua stessa vita, Hans trova scuse di ogni tipo, si inventa lavoretti da affidare alla piccola, falsifica documenti pur di proteggerla, le trova un angolo sicuro nel campo, tutto nell'intento di sottrarla alla camera a gas. La vicenda narrata nel libro viene riferita da diversi recensori sul web come emblematica, ma totalmente di pura invenzione. In realtà Franco Forte, facendo una ricerca tra le carte del processo di Norimberga, si è imbattuto in un documento di poche righe in cui si parla della testimonianza di una bambina ebrea a favore di un soldato nazista, che l'aveva protetta e salvata in ben due campi di sterminio. Il fatto, rielaborato e accresciuto dagli autori in forma di romanzo, ha dunque radice in un evento storicamente accertato, come avverte a pag. 303 un post scriptum.