lunedì 24 maggio 2021

L'occhio del ciclone, di Maria Luisa Spaziani

"Ho scritto L'occhio del ciclone, una raccolta di poesie ispirate alla Sicilia, ma non una Sicilia folcloristica bensì una Sicilia primordiale, quando non esistevano le case, le persone, nemmeno le religioni, dunque colta nel momento germogliante della nascita di una civiltà. Ho amato e amo moltissimo la Sicilia" ebbe a dire Maria Luisa Spaziani, poetessa nata a Torino nel 1922 che a lungo visse a Messina dove era docente all'Università. L'occhio del ciclone, uscito nella Collana "Lo specchio" di Mondadori nel 1970, è la sua quinta raccolta. L'occhio del ciclone è il luogo nascosto della calma e della tranquillità mentre fuori infuriano gli elementi, imperano violenza e distruzione. Esso somiglia al luogo della poesia, allo sguardo del poeta, ma, soprattutto, in questa silloge, è il punto dal quale la poetessa contempla i propri versi e li sottrae alla tempesta. Si incontrano tuttavia tra le sue pagine, paesaggi reali e luoghi ben identificati, come un viaggio attraverso città, paesi e campagne amati, come riflessione sul mondo e come specchio del sé.

Hai visto come tacciono sul mare

buio, stasera, le dieci lampare?

Tutto con loro tace, tutto aspetta

cenni lontani dal fondo del mare.

Aspettano quel cenno le radici

dei campi della terra, i nostri sciolti

e pallidi pensieri, i nostri gridi

che come sfilacciati in queste arie

di palude si perdono nel vuoto.

Tutto il mondo ha una pausa, il cielo ha pause

più lunghe di una vita, e tutto attende

quel cenno o quel prodigio: tizzo, boccio,

linfa che sale, pianto che discende,

stelo che appena crede alla sua gloria

che regge l'universo.

Il libro è composto da tre sezioni, due in versi ("Il mare", ricca di suggestioni messinesi, e "La terra", viaggio tra città e misteri) e una composta da poemi in prosa (Intermezzo), su quest'ultima, posta in mezzo, come una pausa o un intervallo, si innestano le altre due.

Ciò che gli altri raccolgono è negato

a noi, esperti di un altro linguaggio.

Se altri per noi semina, noi siamo

eternamente in viaggio.

Che senso ha approdare se approdiamo

sempre a porti diversi?

Restano i versi, fuochi fatui in fuga

sulla città dei morti.


Maria Luisa Spaziani, L'occhio del ciclone, Mondadori 1970


sabato 22 maggio 2021

La paura di Montalbano, di Andrea Camilleri

La paura di Montalbano, pubblicato nel 2002 da Mondadori, raccoglie sei racconti di Camilleri, uno dei quali dà il titolo al libro. Incontriamo il celeberrimo commissario in tre storie brevi, che non possono definirsi poliziesche in senso stretto, nelle quali egli vive incontri occasionali con personaggi degni di nota, in situazioni inedite e strane. Gli altri racconti sono invece polizieschi classici in cui lo scrittore Camilleri brilla forse più del suo personaggio. Nel primo, Ferito a morte, assistiamo alla morte di un usuraio la cui giovane nipote nasconde dietro un aspetto semplice e perfino umile "una mente diabolica". Nel secondo, Il quarto segreto, un sogno del quale è protagonista Catarella si trasforma presto in un incubo nella notte, e soprattutto nei giorni, del commissario, tra immaginazione e realtà. In La paura di Montalbano, durante una breve vacanza con Livia, vacanza che egli accetta a fatica perché si tratta di trascorrere una settimana in una baita di montagna, tra valli e silenzi, arduo impegno per un uomo di mare qual è il nostro commissario, spunta inopinatamente un caso da risolvere, perché un investigatore coi fiocchi non può mai essere inerte. Meglio lo scuro, che chiude il volume, è una storia che esordisce da un delicato segreto reso in confessionale da una vecchia signora, giunta alla fine della sua vita. E' un racconto raffinato e profondo in cui dal passato emerge uno strano delitto, viene rimossa la nebbia dell'oblio che lo aveva fatto dimenticare ai più e affiora la solitudine dei vecchi insonni nelle case di riposo.

martedì 11 maggio 2021

Poesie, di Hermann Hesse

Linguaggio limpido e sognante, in bilico tra utopia e malinconia, quello delle poesie di Hermann Hesse affascina e coinvolge il lettore perfino in traduzione. E incontriamo versi che riflettono un cammino etico e filosofico nei quali, se lo stile è elegante e raffinato, il linguaggio nitido, profonda e complessa emerge la ricerca di comprensione del mondo attraverso la riflessione, l'autocoscienza, l'elevazione spirituale e lo sguardo solidale. Nato Calw in Germania nel 1877 da un padre missionario pietista al quale la madre faceva da assistente, Herman ricevette un’educazione molto rigida che, nell'adolescenza, gli causò disagi psicologici non lievi finché, trasferitosi a Tubinga, dove divenne assistente libraio, trovò la libertà e, insieme, la sua strada di letterato e scrittore. Il pensiero orientale, in particolare la conoscenza e frequentazione dei pensatori indiani e cinesi, influenzò profondamente la sua opera, così come il pacifismo e la solidarietà nei confronti degli oppressi. Nel 1946 Hesse fu insignito del Premio Goethe e del Premio Nobel, riconoscimenti ai quali fece seguito nel 1955 il Premio della Pace. Negli anni Sessanta, poi, la sua critica all'economia capitalista, unita alla rivendicazione della pace universale, fece molta presa sui giovani contestatori americani ed europei che si opponevano alla guerra del Vietnam. E' curioso notare ciò che un passo di Hesse, presente in una lettera da lui indirizzata al dottor Jordan nel 1932, faceva notare a proposito delle sue opere in prosa, distinguendole da quelle in poesia:

"Di fronte a queste manifestazioni legate al momento e piuttosto occasionali (le prose giornalistiche, d'occasione ma non solo) stanno altre mie opere, soprattutto le mie poesie, in cui è lasciato gran posto alla tragica problematicità dell’essere umano, ma è anche espressa una fede […] fede non in un senso […] che si possa formulare dogmaticamente una volta per tutte, ma nella possibilità che ha ogni anima di afferrare per via di intuizione tale senso e di liberarsi e di elevarsi al suo servizio". 

In questa raccolta di poesie, tradotte e introdotte da Ervino Pocar, acuto germanista e traduttore, e uscita a Milano per le edizioni de L'insegna del pesce d'oro nel 1965, possiamo leggere ventidue liriche di Hesse, con testo a fronte. Riportiamo qui quella che conclude il piccolo, prezioso, libro.

Gli ultimi versi

Irto di schegge, un ramo scavezzato

da gran tempo già pende

(secco scricchiola al vento il suo canto)

senza foglie, scortecciato,

nudo, grigio e di troppo lunga vita,

di troppo lunga morte stanco. Canta

tenace, duro,

canta in segreto,

ostinato, inquieto,

per un'estate ancora,

per un inverno ancora.


Hermann Hesse, Poesie, traduzione di Ervino Pocar, All'insegna del pesce d'oro 1965.

lunedì 3 maggio 2021

Lettere agli amici della Società Operaia, di Max Salvadori

Nato a Londra il 16 giugno 1908 da genitori italiani, Max Salvadori fu un antifascista, storico e giornalista. Ancora studente di quinta ginnasiale a Firenze subì, nel 1923, un'aggressione da parte di compagni di scuola fascisti. L'anno successivo difese coraggiosamente suo padre, Guglielmo, violentemente attaccato e percosso da un folto gruppo di camicie nere; riuscì a salvargli la vita, pur rimanendo egli stesso ferito. Dal 1924 al 1929 Max fu esule con il padre in Svizzera, dove si laureò in Scienze economiche e sociali all'Università di Ginevra. Aderì poco dopo a "Giustizia e Libertà" e tornò in Italia per organizzarvi la propaganda antifascista. Nel 1932 fu arrestato insieme ad altri appartenenti a GL. Fu avviato, con loro, per cinque anni al confino a Ponza. Prosciolto, con gli altri, nel 1933, espatriò clandestinamente. Nel 1937 mentre era a New York apprese dell'assassinio dei fratelli Rosselli. Durante la seconda guerra mondiale prese parte agli sbarchi di Salerno e Anzio. Nel 1944 fu nominato ufficiale di collegamento tra il Comando delle armate alleate e il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. Paracadutato nelle Langhe, raggiunse poi Milano, dove fu in contatto con Pertini, Marazza, Valiani e gli altri componenti del Comitato. Dopo la Liberazione ritornò negli Stati Uniti dove riprese l'insegnamento allo "Smith College" di Northampton. Fu sempre idealmente legato alla sua terra d'origine, le Marche, e, in particolare, la Marca meridionale, il Piceno, essendo il padre di Porto San Giorgio e la madre di Torre San Patrizio. Il profondo legame di Salvadori con la sua "piccola patria" è testimoniato anche dalle lettere, più di trenta, da lui indirizzate tra il 1982 e il 1992 agli amici della società operaia di Porto San Giorgio, oltre che dai suoi studi sulla Resistenza nell'Anconetano e nel Piceno. Le lettere sono state pubblicate nel volume "Lettere agli amici della Società Operaia", edito nel 2019 dalla Società Operaia "G. Garibaldi" di Porto San Giorgio e a cura di Alfredo Luzi e Fabrizio Annibali. Scrive Luzi nella presentazione "La corrispondenza epistolare con Max diventa più intensa nel 1982, quando egli decide di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti [...] Resta tuttavia un forte contatto, attraverso aerogrammi preaffrancati, con gli amici della Società Operaia "Giuseppe Garibaldi", i cui ideali di solidarietà, tolleranza, uguaglianza, democrazia, Salvadori condivide". Nell'epistolario si incontrano e si incrociano storia personale e storia collettiva: ricordi di amici, aneddoti di famiglia, eventi della storia recente, riflessioni di politica attiva fin dagli anni della formazione e giovinezza di Max. Nella lettera all'Annibali del 25 novembre 1991 Salvadori ricorda momenti fondamentali della sua formazione politica e ideale: "...fu a Firenze che, nel mio piccolo, da spettatore divenni attore; ed è in Toscana che nacquero, prima ('24-'25) il socialismo liberale salveminiano/ rosselliano, poi (anni Trenta) il liberalsocialismo di Codignola e di tanti altri, fusi più tardi insieme al socialismo democratico di Valiani ed il liberalismo progressista di Tarchiani...". Fanno seguito all'epistolario una serie di immagini fotografiche e un'appendice di testi inediti o rari presenti nel Fondo Salvadori, testi riferibili a temi presenti nelle lettere.


 Max Salvadori, Lettere agli amici della Società Operaia, Livi Editore 2019


venerdì 30 aprile 2021

Le campane che Gianni Rodari non suonò

Da qualche tempo si trova in rete una poesia intitolata "Campane di Pasqua" che molti siti attribuiscono a Gianni Rodari. Leggiamola:

Campane di Pasqua festose

che a gloria quest’oggi cantate,

oh voci vicine e lontane

che Cristo risorto annunciate,

ci dite con voci serene:

Fratelli, vogliatevi bene!

Tendete la mano al fratello,

aprite la braccia al perdono;

nel giorno del Cristo risorto

ognuno risorga più buono!

E sopra la terra fiorita,

cantate, oh campane sonore,

ch’è bella, ch’è buona la vita,

se schiude la porta all’amore".

A chi abbia letto anche un solo libro delle filastrocche di Rodari l'attribuzione appare subito stonata, per diversi motivi. Lo stile, certo, ma soprattutto una certa aura confessionale, quasi di ammaestramento tra catechismo e dogma (Cristo risorto, aprite le braccia al perdono), che da essa traspare e anche per il vocabolario, qua e là aulico, un po' di maniera. Elementi che paiono del tutto estranei al Rodari che conosciamo, i cui toni, a proposito di ingiustizia e riscatto, di uguaglianza e speranza sono sempre molto concreti, storici e umani, come, per fare un solo esempio, ne "Il pellirossa nel presepe" o in "Don Chisciotte". Quale può essere allora il significato dell'attribuzione di queste campane a Rodari? Lo immagina Pino Boero, in un suo post, apparso su facebook il 20 aprile 2019: - il nome di Gianni Rodari "tira" e quindi "tirarlo" per la giacchetta da tutte le parti anche attribuendogli vecchie poesie può diventare garanzia di modernità -. A chi va restituita la paternità o la maternità di questi versi, dunque? Alcuni siti, in genere di maestre che con Rodari hanno più dimestichezza di quanta ne abbiano i comuni mortali, li firmano così: anonimo, Nerina Ghirotti, Dina Mc Arthur Rebucci. 

Se dell'anonimo non so dir nulla, grazie alla preziosa collaborazione dei bibliotecari delle biblioteche "Sormani" di Milano, "Bertoliana" di Vicenza, Civica di Bassano del Grappa e dell'Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Modena, ho appreso alcuni elementi utili sia sulla Ghirotti che sulla Rebucci. Nerina Ghirotti, poetessa vicentina, ha pubblicato un solo libro di poesie, "Stagioni" (1985), ma tutte le sue liriche sono in dialetto. La produzione letteraria di Dina Mc Arthur Rebucci, invece, è ampia (quarantuno sue opere, edite tra il 1941-1994, sono presenti nell'OPAC SBN). La Rebucci ha scritto racconti e poesie sia per adulti che per bambini e ha tradotto in italiano Rousseau, Emily Dickinson, Florence Montgomery, Charles Dickens. Anche tra le sue raccolte poetiche una si intitola "Stagioni" e mi pareva promettente, dal punto di vista delle nostre campane non rodariane. Ma non è stato così.

Qui finiscono i dati che sono sinora riuscita a raccogliere da lontano. La ricerca tuttavia non è terminata, anche se pare di dover escludere, allo stato delle cose, che l'autrice della nostra poesia sia Nerina Ghirotti. Quanto a Dina Mc Arthur Rebucci, la pista che rinviava alla sua opera sembrava promettente. Anche se nessuna delle sue raccolte attualmente presenti nell'OPAC SBN contiene le nostre campane, dato che la Rebucci collaborò a lungo con l'Editrice La Scuola potrebbe questo suo semplice testo potrebbe essere stato scritto appositamente per un libro scolastico, un "libro di lettura" per le scuole elementari. A questo punto, se la ricerca non termina, si fa però più lunga e difficile. 

P.S. Il sito "Campanari bergamaschi" riporta i primi quattro versi di "Campane di Pasqua" attribuendoli a C. Gasparini, che ha scritto diverse poesie sulle ricorrenze dell'anno, presenti in diversi siti e tra le quali ne figura una sulle campane di Pasqua. Ma neppure questa è quella che andiamo cercando.

sabato 17 aprile 2021

Voci femminili della poesia del Novecento, di Pietro Civitareale

Nella collana Biblioteca di Capoverso, "rivista di scritture poetiche"esce ora la seconda edizione del saggio critico-antologico dedicato alle "voci femminili" nella poesia italiana del Novecento e oltre. A cura di Pietro Civitareale, poeta, narratore, traduttore e critico di riconosciuto acume, il saggio si propone di "dedicare alla poesia femminile un discorso critico autonomo, un'attenzione specifica". Operazione delicata, tanto che l'autore avverte nella premessa che il suo lavoro intende restituire alla poesia femminile la posizione che merita come poesia tout court, tenuto conto anche del fatto che, in passato, più di un lettore professionale di poesia e più di un antologista sembra non essersi dimostrato imparziale "e di giuste vedute nei confronti della poesia femminile, come se essa fosse una forma d'arte di secondaria importanza" nota ancora Civitareale. Il saggio procede in ordine cronologico a partire dai primi trent'anni del Novecento, periodo in cui operano ancora poetesse nate  nel secolo precedente, come Ada Negri e Sibilla Aleramo, fino a giungere alle protagoniste della scrittura poetica nate negli anni Cinquanta e oltre. Per ogni decennio preso in considerazione una breve introduzione relativa alle caratteristiche di quel periodo storico letterario nel suo complesso, lascia poi spazio alla trattazione dell'opera di ogni singola poetessa, a proposito della quale si riportano titoli e date delle raccolte pubblicate e una essenziale, ma acuta e motivata, scheda critica che delinea caratteristiche, motivazioni, stile, "colori" del suo fare poesia. Accanto al nome una piccola fotografia ne completa il ritratto. Al termine un utilissimo indice dei nomi aiuta la ricerca, sia del curioso che dello studioso, così come la bibliografia essenziale. 

Pietro Civitareale, Voci femminili della POESIA del Novecento, Edizioni Alimena-Orizzonti Meridionali 2021 (seconda edizione).
 


venerdì 16 aprile 2021

La bambina e il nazista, di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli

Nella tranquilla cittadina di Osnabrüc in Germania corre l'anno 1943 e Hans Heigel, ufficiale di complemento delle SS, destinato ad attività d'ufficio, non comprendendo la ferocia delle truppe hitleriane, si ritiene fortunato ad essere lontano dal fronte e dai lager e di potersi vivere giorni tranquilli con la sua famigliola composta dalla moglie Ingrid e dalla figlioletta Hanne. Ma le difficoltà della Germania in guerra aumentano e tutti gli uomini, anche quelli considerati meno brillanti come Hans, vengono chiamati al servizio attivo: il campo di sterminio di Sobibór sarà la nuova sede del nostro ufficiale. Il dolore della separazione dalla moglie si somma alla recente perdita della figlioletta, alla quale il Reich ha negato un medicinale che avrebbe potuto salvarla: tutte le risorse, gli è stato risposto, vanno riservate a chi sta combattendo, le altre vite non contano. Nel lager Hans assiste all'arrivo di tanti e tanti prigionieri, alcuni destinati a non vivere più di un giorno o di una notte. Tra loro c'è Leah, una bambina ebrea identica ad Hanne. In quell'inferno disumano ora il nostro uomo ha una missione: salvare dalla morte quella bimba, come avrebbe voluto fare con la sua figlioletta. Esponendo al pericolo la sua stessa vita, Hans trova scuse di ogni tipo, si inventa lavoretti da affidare alla piccola, falsifica documenti pur di proteggerla, le trova un angolo sicuro nel campo, tutto nell'intento di sottrarla alla camera a gas. La vicenda narrata nel libro viene riferita da diversi recensori sul web come emblematica, ma totalmente di pura invenzione. In realtà Franco Forte, facendo una ricerca tra le carte del processo di Norimberga, si è imbattuto in un documento di poche righe in cui si parla della testimonianza di una bambina ebrea a favore di un soldato nazista, che l'aveva protetta e salvata in ben due campi di sterminio. Il fatto, rielaborato e accresciuto dagli autori in forma di romanzo, ha dunque radice in un evento storicamente accertato, come avverte a pag. 303 un post scriptum.

mercoledì 14 aprile 2021

L'air est les yeux, di Bernard Noël

L'air est les yeux ( à Jean-Pierre Sintive)

On pose quatre mots
un piège

le monde tourne le dos

silence
silence et rumeur

la nuit en plein jour
les yeux partis loin

la tête à l'envers

et plus bas que tout
le ciel sous les pieds

tout à coup trop
de voix dans la main

la main aérée

et moi l'embrumé
me voilà hors je

alors couché là
le blanc de soi-même

et là-haut debout

et soi de soi
l'aube

puis tout projeté
pour combler l'espace

tout vers l'un tout vers l'autre

et l'empreinte d'air
tombant sur la page


L'aria è gli occhi (a Jean Pierre Sintive)

Posiamo quattro parole

una trappola

il mondo ci dà le spalle

silenzio

silenzio e rumore

la notte in pieno giorno

gli occhi andati lontano

la testa al contrario

e più in basso di ogni cosa

il cielo sotto i piedi

all'improvviso troppa

voce in mano

la mano aerea

e io frastornato

eccomi escluso io

allora disteso là

il bianco di sé

e là in alto in piedi

e il sé del sé

l'alba

poi tutto progettato

poi riempire lo spazio

tutto verso uno tutto verso l'altro

e l'impronta d'aria

che cade sulla pagina

(traduzione di Eleonora Bellini)


Bernard Noël (19 novembre 1930 - 13 aprile 2021) è stato poeta, saggista, romanziere, drammaturgo, traduttore e critico d'arte. Tutta la sua opera si volge all'indagine di ciò che lega pensiero e creazione artistica e letteraria, parola e ricerca di senso. Noël elabora il concetto di "sensure", cioè di privazione di senso, parola omologa di "censure", cioè privazione della parola. In L’Outrage aux mots (L'oltraggio alle parole, 1992) egli nota che "le pouvoir bourgeois fonde son libéralisme sur l’absence de censure, mais il a constamment recours à l’abus de langage [...] L’abus de langage est lui à l’origine de la sensure, puisqu’il violente [la langue] en la dénaturant". Questa operazione di eccesso, di accumulazione esorbitante di parole, che toglie loro profondità e significato, è la "sensure": là dove la censura toglieva e cancellava ora la sensura esibisce e sovraespone. Il risultato sulle coscienze è il medesimo. 

Di Noël è recentemente uscito in Italia Il poema dei morti nella traduzione di Fabio Scotto, con testo a fronte (Book Editore 2020). Scrive Scotto nella prefazione: "proporre oggi al pubblico italiano una raccolta come Il poema dei morti [...] significa ricondursi alle ragioni profonde e originarie della poesia di questo autore, oggi ritenuto uno dei maggiori del nostro tempo, non solo per l'ampiezza e la qualità della sua opera, ma anche per la fedeltà mai venuta meno a un coerente percorso di ricerca..." Confidiamo che presto altri libri di Noël possano essere messi a disposizione dei lettori italiani. 

lunedì 5 aprile 2021

Amrita, di Banana Yoshimoto

Sakumi ha poco più di vent'anni ed è soddisfatta della sua famiglia, strana ma serena. Nella stessa casa vivono lei, la mamma, una giovane cugina studentessa universitaria, la migliore amica della mamma e, unico maschio, il fratellino Yoshio: "E' una strana combinazione, ma ci siamo adattate bene a questa specie di gineceo, e tutto sommato il nostro ménage mi piace. E poi la presenza di un bambino piccolo, come un cucciolo in giro per casa, ci raddolcisce e ci tiene più unite". Così riflette la ragazza, convinta che, anche se non ci sono legami di sangue, gli individui che vivono sotto lo stesso tetto finiscono per diventare una vera famiglia perfino più affiatata di alcune tra le famiglie fondate sui legami di sangue. La forte e rassicurante personalità della mamma funge da fattore di equilibrio per tutti e aiuta Sakumi a superare il trauma per la tragica morte della sorella Mayu, attrice bellissima che il successo non ha reso felice. A sua volta Sakumi diviene amica, confidente e sostegno per il fratellino Yoshio, bimbo di elevata sensibilità, forse dotato di poteri paranormali che si sente emarginato dai compagni e per questo rifiuta la scuola. Dopo una caduta dalle scale apparentemente banale, ma che le fa a lungo mancare la memoria, la ragazza impara a considerare il mondo attorno a lei con sguardo nuovo, a conoscere, riconoscere e accettare emozioni sconosciute o negate, prima fra tutte l'amore per Ryūichirō, scrittore, viaggiatore ed ex compagno della sorella. Una lunga vacanza a Saipan, la maggiore delle Isole Marianne Settentrionali, insieme a Ryūichirō e la conoscenza con Saseko e Kozumi, una coppia di amici che ha scelto di lasciare il Giappone per vivere nell'isola, contribuisce alla nascita in Sakumi di una consapevolezza nuova, fatta di apertura verso gli altri, di fiducia in se stessa e nel futuro, senza tuttavia farsi troppe domande sulla vita che, solo apparentemente uguale e monotona, continua a scorrere giorno dopo giorno, regalandole una convinzione tenera e inedita: "che l'uomo abbia dentro di sé qualche cosa di piccolo, fragile, tremante, che ogni tanto ha bisogno di un po' di cura, di un po' di lacrime".


Banana Yosimoto, Amrita, Feltrinelli UE 1999.

mercoledì 31 marzo 2021

Un'estate con la strega dell'Ovest, di Kaho Nashiki

Mai ha tredici anni e da qualche tempo la scuola le è divenuta insopportabile perché le compagne l'hanno ferita ed esclusa e la sua asma è peggiorata. I genitori pensano che le farà bene, sia al corpo che allo spirito, trascorrere qualche mese a casa della nonna materna, una signora inglese trasferita in Giappone per amore. La nonna vive in una piccola casa di campagna al limitare dei monti. La sua vita è regolare e serena, la sua arguzia e la sua saggezza si rivelano subito un toccasana per la nipotina, che, per ringraziarla le dice spesso: "Ti voglio bene, nonna". E l'anziana signora le risponde con un sorriso d'intesa: "I know". Mai impara dalla nonna a organizzare con saggezza il proprio tempo: non si alzerà più di pomeriggio per poi andare a letto alle tre di notte, collaborerà alle mansioni di casa e del giardino, farà lunghe passeggiate tra campi e boschi, fino a scoprire un posto che sente solo suo, un posto speciale, un regalo della natura. La ragazzina si apre con fiducia alla nonna, non teme di deluderla, come invece talvolta le accadeva con la mamma. Un pomeriggio l'oggetto di conversazione sono le streghe, non quelle che volano sulle scope di saggina, ma tutte le donne che nel tempo acquisirono la conoscenza delle erbe e dei rimedi naturali, che si rivelarono capaci, con saggezza e lungimiranza, di evitare o di superare problemi e calamità di ogni genere. "Gli antichi erano più esperti degli uomini moderni, quanto a saggezza e conoscenze intime, profonde" racconta la nonna, aggiungendo che alcune persone possono possedere capacità extrasensoriali in modo più sviluppato della media. Mai è affascinata da queste considerazioni e si propone di diventare una strega, senza scopa e cappellaccio, ma in saggezza e chiaroveggenza, secondo il modello presente nelle storie della nonna che, a suo avviso, è proprio una di quelle streghe saggie, coraggiose, consapevoli. Non per nulla la ragazzina e la sua mamma, quando parlano della nonna tra loro, si riferiscono a lei come alla "Strega dell'Ovest". La nonna indica dunque a Mai un serio percorso di addestramento grazie al quale potrà diventare una strega. Si tratta di un addestramento fatto di cose semplici, anche noiose, di metodo, di attenzione a ciò che la circonda, alle erbe dell'orto e a quelle selvatiche, alle fragoline di bosco, alle ninfee, al fungo fantasma. Quando giunge il momento di lasciare la casa della nonna e di tornare a vivere insieme ai genitori in una nuova città e in una nuova scuola, Mai parte portando con sé il regalo prezioso di una consapevolezza nuova, grazie alla quale sarà capace di lasciarsi avvolgere, in ogni circostanza, dall'amore della nonna, chiaro e visibile, sempre, "come un fascio di luce".

Il romanzo ha conosciuto un grande successo in Giappone e nel 2008 ne è stato tratto il film omonimo con la regia di Shunichi Nagasaki.




Kaho Nashiki, Un'estate con la strega dell'Ovest, Feltrinelli 2019