lunedì 20 luglio 2020

Arcorass-Rincuorarsi, di Maria Lenti


Arcorass nel dialetto urbinate significa rincuorarsi, quel sollevarsi dallo scoramento, dalla stanchezza o dalla delusione, che ridona forza e lucidità. Anche il lettore non urbinate non troverà difficile la lettura di queste poesie e scoprirà molto di cui rincuorarsi lui stesso in questa raccolta nella quale dialetto di Urbino e lingua italiana convivono, giocano, dialogano per raccontare un percorso di vita che si delinea limpido di coerenza e di passione. Passione per la poesia e la letteratura, ma anche passione politica e civile emergono da questi versi, esperti eppure spontanei, colti eppure spigliati, acuti e non privi di ironia. Urbino è la città di Maria Lenti, la culla e lo spazio della sua personale storia di vita, degli affetti presenti e di quelli perduti, dei passi quotidiani, degli spazi accoglienti e familiari, del sole e della neve. Città delle origini e del cuore, Urbino è anche città di grande storia, di letteratura, di arte e illustri studi. Chi vi nasce e vi trascorre la vita, non solo li conosce, ma li assorbe e li porta in sé, elementi profondi dello sguardo e del pensiero quotidiano, panorami della mente. Naturale bellezza. E naturali nascono in Arcorass i riferimenti e le citazioni di poeti amati (Leopardi, Foscolo, Pascoli, Ovidio, Shakespeare, Ungaretti, Rilke, Montale, Cardarelli, Caproni, Whitman), compagni di viaggio fedeli, interlocutori di un dialogo profondo.
La raccolta è introdotta da una nota tecnica di Sanzio Balducci, docente all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” che illustra alcune caratteristiche peculiari tipiche del dialetto urbinate, appartenente al gruppo delle lingue galliche. In chiusura, l'appassionata postfazione di Manuel Cohen approfondisce temi ed elementi e suggerisce percorsi di lettura.
Eccovi, a titolo di esempio, la prima delle tre poesie eponime

Arcorass 1

arcorass vol dì rincuorarsi
di più e meglio
secondo contesto cadenza intonazione
liberarsi dalla stanchezza
dalla noia dalla fatica
uscire all’aria da una stanza al chiuso
alla fine di un convegno noioso
di un infinito elenco penoso
lasciare alle spalle una pesantezza
un amore senza più mordente
una relazione incomunicante
incontrare una persona cara
avere un corpo vicino dopo l’amore
un bacio sfiorato sulle labbra
riparare dal freddo dell’inverno nella casa calda
dall’afa estiva al fresco dello studio
scorgere la luce nel buio di un inghippo
tenere al collo le braccia di un bambino
giungere alla fine di un lavoro lungo
terminare un impegno gravoso
salutare una persona creduta in collera
spegnere la tv e il tumf-tumf di musica in un bar-pizzeria
ascoltare il silenzio della notte
dormire un sonno giusto
fresca me so’ svejata
tutta arcorata 

E felice sia chi leggerà l'intera raccolta.

Eleonora Bellini

Maria Lenti, Arcorass, Puntoacapo Editrice 2020

 

lunedì 29 giugno 2020

Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila, di Carlo Zanda

La mattina del 22 agosto 1966 il signor Malabaila entrò per la prima volta nella vita di Primo Levi. Ma chi era questo Malabaila? Era, certo, il proprietario di un'officina elettromeccanica di Corso Giulio Cesare a Torino, corso che lo scrittore percorreva ogni mattina per andare al lavoro. Ma non fu costui ad accompagnare Levi quel giorno nell'ufficio di Roberto Cerati, potente responsabile commerciale dell'Einaudi. Ma non fu di costui che Levi e Cerati discussero quella mattina, bensì di un Malabaila nom del plume con il quale sarebbero dovuti uscire a settembre gli originali e acuti racconti fantascientifici raccolti sotto il titolo Storie naturali. A questi racconti Primo Levi affidava il suo desiderio e la sua fiducia di poter essere ''uno scrittore vero'', non un memorialista e testimone soltanto come, dopo il successo di Se questo è un uomo e de La tregua, la maggior parte dei lettori, e forse anche alcuni della sua casa editrice, lo consideravano. Avrebbe preferito poter pubblicare le fantascientifiche storie con il suo vero nome, ma Cerati pensava che il pubblico non avrebbe compreso il cambio di registro dello scrittore e che, per questo, le vendite non sarebbero state soddisfacenti. Meglio dunque affidare ironia e fantascienza al Malabaila, che di nome avrebbe fatto Damiano. Le storie sarebbero uscite finalmente col nome di Primo Levi in copertina e frontespizio solo tredici anni dopo, nel 1979.
Carlo Zanda esamina con ben documentata intelligenza la storia editoriale di questi racconti, che tanto erano piaciuti a Italo Calvino, e la inserisce nel contesto della Torino intellettuale ed einaudiana degli anni Sessanta. Si chiede, inoltre, come mai Levi, le rare volte nelle quali ebbe a parlare dello pseudonimo, si assunse sempre la responsabilità di quella scelta, che non fu né sua, né subito da lui spontaneamente accettata, mentre Ernesto Ferrero, grande amico di Primo, asserì: ''Siamo stati noi einaudiani a chiedergli questa precauzione superflua. In realtà non avevamo capito allora quel che è diventato chiaro in seguito: che non ci sono due Levi, il memorialista e il libero narratore, ma uno soltanto, in cui tutto si tiene''.
Il saggio, arricchito anche dall'analisi delle Storie naturali, da illustrazioni, note e da un ricco indice dei nomi è senz'altro da leggere, con piacere.

Carlo Zanda, Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila, Neri Pozza


sabato 13 giugno 2020

RODARI IN BIBLIOTECA 4. I bambini e la poesia




''Nelle poesie dei bambini troviamo questi momenti d'incanto, di tenerezza e anche di dolore, l'insieme dell'esperienza esistenziale. E' vera poesia? Noi diciamo di sì'' scriveva Mario Lodi nel contributo intitolato ''Cambiare il mondo banale in luogo fantastico'' e inviato per il Quaderno n. 4 (1987) dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Borgomanero che usciva in quel maggio, a cura di Eleonora Bellini, a conclusione di un intenso periodo di laboratori di poesia, tenuti durante tutto l'anno scolastico alla biblioteca ''Achille Marazza''. Ai laboratori di poesia in biblioteca, tenuti dalla stessa curatrice, parteciparono le bambine e i bambini delle scuole elementari della Città e di sedici Comuni del Sistema Bibliotecario del Medio Novarese, istituito appena due anni prima, quasi un migliaio di scolari, dunque.
Una selezione di circa 200 poesie fu esposta in mostra e un'ulteriore selezione fu pubblicata nel quaderno omonimo che, oltre e sopra la città e la provincia, propose ai lettori anche brevi ma intensi contributi di Roberto Denti e Mario Lodi, maestri veri per chi scrive e per tutti.
Ma perché poesia in biblioteca? Non sarebbero potute bastare le bibliografie, le proposte di lettura, i bollettini? In quel momento no. In quel momento si dovevano cercare i lettori e ricucire i rapporti con le scuole, specialmente con quelle dell'obbligo. Questo si doveva fare, come notavo allora - e vale ancora – con modalità e in una prospettiva che intendesse ''il libro come compagno oltre l'istruzione d'obbligo, oltre i doveri scolastici, proponendo un libro amico, un libro simpatico approdo di ricerche e di scoperte tutte personali''. Un libro che sappia divertire, accarezzare e che diventi solo nostro, che giri in noi tra testa e cuore. Gianni Rodari, nato a Omegna, a pochi chilometri da Borgomanero, l'autore della ''fantastica'', delle filastrocche nuove, allegre e profonde insieme, era l'ispiratore del nostro lavoro, era lo scrittore che ci restava accanto. E poi chi altro meglio di Roberto Denti e di Mario Lodi avrebbe potuto confortarci nel cammino?
Partirono i laboratori, fiorirono le poesie, tutte rigorosamente scritte in biblioteca durante i laboratori (unico intervento dell'adulto consentito la correzione dell'ortografia).
Cosa scrivevano i bambini in quel lontano anno scolastico 1986-1987? Che cosa avevano ispirato alcune poesie d'autore, Rodari in primis, ma anche Formentini, Garcia Lorca, Scialoja, Majakovskj, Éluard lette loro in apertura del laboratorio?



L' ALBERO di Alessandro recita

Io fiorisco con tanti colori

sono libero nell'aria

ma tutti i bambini dispettosi

mi tolgono sempre le braccia



e LA NUVOLETTA di Enrica

La nuvoletta rosa

vola nel cielo spensierata,

ma poi incontra una tempesta

che la rabbuia lesta lesta.



LE FARFALLE di Ambra si conclude con un grido profondamente rodariano, ma non solo

Le farfalle volano libere

nell'aria

le farfalle volano verso

la libertà.

Le farfalle gridano contente

''W la libertà''.



ARCOBALENO di Stefania scopre che una cosa piccina può essere specchio di una grande

In un cesto c'era

una mora

e un fiorellino

di tanti colori

Tanti colori

in quel bel cestino

che sembrava

un arcobaleno.



SERA di Enrica ripropone parole e immagini antiche

E viene la sera

s'ode soltanto

il canto dei grilli,

il fruscio delle foglie,

l'acqua che scorre.

E la luna

sembra una palla d'oro

lanciata lassù dai bambini.



E così proseguendo, fino alla proposta finale di una bibliografia di libri di poesia per bambini disponibili alla biblioteca dei ragazzi o presenti tra i libri circolanti della biblioteca centro rete di sistema, una settantina di titoli, in quegli anni. Tre musicisti disegnati da un collaboratore generoso ed entusiasta, il maestro Mauro Maulini, e ispirati a Gelsomino nel paese dei bugiardi di Rodari coloravano il quaderno.

In esergo, come testo ispiratore del lavoro di tutti, IL CALAMAIO di Gianni Rodari



Che belle parole

se si potesse scrivere

con un raggio di sole.

Che parole d'argento

se si potesse scrivere

con un filo di vento.

Ma in fondo al calamaio

c'è un tesoro nascosto

e chi lo pesca scriverà

parole d'oro

col più nero inchiostro.



Ma c' è ancora qualcuno, ditemi, che sa che cosa sia un calamaio?


(C) Eleonora Bellini

mercoledì 3 giugno 2020

Rodari in biblioteca 3. Parole colorate


La biblioteca civica di un piccolo paese può ideare, promuovere e organizzare un'iniziativa originale, esemplare e ben curata su e per Gianni Rodari? Certamente. E' accaduto sedici anni fa a Borgo Ticino (provincia di Novara, Piemonte Orientale). 
Punto di partenza il percorso didattico che "ha permesso ai ragazzini delle scuole elementari di conoscere meglio un personaggio come Gianni Roadri, considerato dai critici il più importante scrittore italiano per ragazzi", scrisse nella presentazione Silvio Folino, allora assessore alla cultura. Lo spettacolo "Marionette in libertà" del Rufus Teatro di Torino, promosso e diffuso dal Sistema Bibliotecario del Medio Novarese, accompagnò e arricchì il percorso, che culminò con la mostra dell'artista Mauro Maulini, pittore, grafico, incisore e marionettista di fama non solo nazionale, nato come Rodari sul lago d'Orta. Un agile libretto con contributi di Walter Fochesato, Lorella Giudici, Silvio Folino ed Eleonora Bellini, rimane a documentare il felice lavoro svolto in spirito rodariano.
Ci piace ricordarlo anche qui, oggi, in occasione del centenario rodariano, riportando i contributi in filastrocca presenti nello scritto, indirizzato ai bambini, di Eleonora Bellini. Vi incontriamo i personaggi rodariani rappresentati da Maulini,  Gelsomino, il barone Lamberto. il ragioniere pesce del Cusio (altro nome del lago d'Orta).

1
Gelsomino  era un ragazzo di buon cuore,
con gran voce squillante da tenore,
che cercando nel mondo la sua via
arrivò un giorno al Regno di Bugia.
Tutto era falso in quel brutto Paese:
a palazzo una ciurma di pirati pretese
di far da re, ministri e ciambellani,
di far abbaiare i gatti e miagolare i cani.
Quella vita bugiarda era tortura
di viltà, di vergogna e di paura.
Ma bastò una verità scritta sul muro
con un pezzo di gesso e il cuore puro
a far fuggire tiranni e tirannia
a far cantare la gente in ogni via.

2
C'era due volte il barone Lamberto,
il nobiluomo che aveva scoperto
un arcano segreto dell'Egitto antico:
l'uomo rivive se il suo nome dico.
In questa storia sentirete invocare
"Lamberto, Lamberto" da chi non può cessare
di ripetere il nome del barone.
Poi incontrerete altre persone:
banchieri, banditi e un nipotastro
avido e infido, un vero giovinastro.

3
Non ha piedi ma pinne, lo potete vedere,
il signor Polaroli di Omegna ragioniere
il quale ha un solo scopo nella vita:
diventar pesce di lago. E con pazienza infinita
eglo ogni giorno si allena a nuotare
affinché pinne di pesce gli possano spuntare.
Qual è il motivo di così grande ardire?
Chi leggerà la storia lo potrà scoprire.



Concludiamo con una citazione dal testo di Fochesato sulle opere rodariane di Maulini: "Maulini si rivela attentissimo ad evitare ogni ridondanza, ogni banale ripetizione del testo: Piuttosto le sue sono letture - interpretazioni tese a catturare l'essenza e lo spirito del libro".

Il libretto (Comune di Borgo Ticino - Biblioteca Comunale, febbraio 2004), fuori commercio, è disponibile in diverse biblioteche italiane. Per sapere quali consultate l'OPAC SBN.

sabato 9 maggio 2020

Mamma paura, poesia per bambini spiritosi e le loro mamme



Mamma paura aveva due mani
larghe ed inquiete, piene di dita
(mica mi acchiappa,
mi stringe, mi strappa?)

aveva due gambe
assai lunghe e snodate
(mica mi insegue,
mi prende, mi stende?)

aveva una bocca
più aperta di un forno
(mica mi mangia,
mi ciuccia, mi sfrangia?)

aveva due occhi
al laser di fuoco
(mica mi vede
che dietro il quaderno
faccio il mio gioco?)

aveva due orecchie enormi e tese
(mica mi ascolta,
mi gira, mi volta?)

aveva un naso molto appuntito
(mica mi punge,
mi spinge, mi cinge?).

Ma mamma paura,
sul muro nera,
non era che l'ombra
di mamma vera

(forse forse mi ride,
forse forse mi abbraccia,
sicuro sicuro che non mi scaccia,
lo vedo bene dalla sua faccia
di pupa, di pazza, di luce, di luna
e di mamma ragazza).

@Eleonora Bellini







domenica 22 marzo 2020

VIRUS, poesie di Eleonora Bellini


VIRUS 1
Poesia estremamente sgradevole
 
Non fu una cosa grande, un incommensurabile
volume, un ponte che crolla, un meteorite,
nemmeno una guerra (le guerre sono tante,
ci sarebbe solo da scegliere per quale
provare pena o sdegno) a fermarci, ma l'essere
più piccolo a noi noto. Un virus, uno dei tanti,
ma ancora sconosciuto. Un imprevisto (ma invisibile)
sul palco, a scena aperta. Come si reagisce
all'invisibile? Come in ogni questione di coscienza,
ciascuno ha il modo suo: uno deplora,
l'altro condanna, l'altra ha cieca fede, le vecchie
signore disertano le opere di assistenza
ai bisognosi, i pensionati non presidiano
i cantieri, le ragazze e i ragazzi si ubriacano
perchè "l'alcol, è noto, disinfetta". Le poete
e i poeti poetano, questi sfaccendati. D'altra
parte la stagione è propizia: primavera. La prima
margherita, la seconda farfalla, il terzo
narciso, le sette note degli uccelli e così via.
Il virus intanto, l'inscalfibile, di poesia
certo non si cura e guadagna territorio.
Ci ricorda che anche i bambini vorrebbero spazi
da conquistare, ora che tutti più che mai si occupano
delle loro occupazioni. "Non c'è scuola,
ma non è vacanza!", quindi affacendiamoli
con lezioni a distanza, favole al cellulare
(chissà mai che le potenti onde radio
si friggano anche il virus), l'importante
è poterli affidare all'onnivoro mago del virtuale,
il diversamente virus. Che fare dunque
al cospetto all'invisibile? Non ci sono
consigli validi per tutti, quaggiù il mondo
è piccolo, la vista corta, l'udito falsato dal frastuono
e il nemico non ci viene incontro con falangi
ben equipaggiate, ma sguazza fin dentro
il nostro sangue. Non innalza vessilli
e non stila cataloghi di salvezza. Esiste.
E noi allora che faremo? Saremo sconfitti,
vinceremo? Ciascuno custodisce in sè
la sua risposta e a tutti è data una certezza:
siamo una specie sulla terra, una specie
non eterna.


 
VIRUS 2
Beni non essenziali
Quando il pestilente HUB spense le luci,
il traffico fu ridotto all'essenziale e un poco
dell'essere cominciò a vedersi grattando
via la crosta all'apparire
e le polveri fuggirono dall'aria come stormi
di uccelli dallo schioppo, i bambini
compresero che era iniziata, chissà come,
una vacanza. I nomi dei giorni non contavano
e la carta dei quaderni stava per finire
e così l'inchiostro delle stampanti, i fogli
sciolti e forse anche le penne e le matite.
(Beni non essenziali, e certo non
commestibili).
E se fossero serviti per giocare? Nacque
così la nobile schiera dei ritagli, barchette
e areoplanini, pupazzi e pezzettini, case
di bambole, maschere e farfalle, giochi
di pensiero. Si rimpicciolì la stanza, dispiegò
le ali e i colori l'orizzonte.





domenica 26 gennaio 2020

Tutte le mie mamme, di Renata Piatkowska

Szymon vive rinchiuso con la sua famiglia nel ghetto di Varsavia. Le rappresaglie naziste gli portano via il babbo e la sorella e il bambino rimane solo con la mamma malata. L’infermiera Jolanta porta loro un po' di cibo e qualche vestito caldo, finché, un giorno, propone alla donna di affidarle Szymon, per portarlo in salvo fuori dal ghetto. Il bambino viene nascosto presso diverse famiglie e sopravvive grazie al coraggio delle nuove mamme che, di volta in volta, lo accolgono. Dopo molti anni, sopravvissuto alla Shoah, Szymon Bauman verrà a sapere che l’infermiera Jolanta in realtà si chiamava Irena Sendler e che lavorava come impiegata nell'assistenza sociale. Grazie al suo ruolo, che le permetteva di avere un lasciapassare per il ghetto, Irena, mettendo a rischio la propria vita, aveva organizzato, insieme ad altri membri della Resistenza, numerose fughe dal ghetto, riuscendo a mettere in salvo più di 2.500 bambini e molti adulti. Come furono ritrovati e identificati, alla fine della guerra, i bambini salvati? Grazie ''ad un barattolo di vetro sotterrato sotto il melo nel giardino di viale Lekarska 9 a Varsavia. In questo barattolo Irena Sendler aveva messo delle striscioline di carta arrotolate. Su queste aveva scritto i nomi e cognomi dei bambini, quelli veri e quelli falsi, e, sotto i nomi, aveva annotato gli indirizzi cifrati delle famiglie che si occupavano di loro''.
Nel 1965 il Memoriale di Yad Vashem conferì alla Sendler il titolo di “Giusta tra le Nazioni”. Al Senato Polacco, che nel 2007 la insignì del titolo di ''eroe nazionale'', Irena scrisse: «Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria». Il libro, splendidamente illustrato da Maciej Szymanowicz, narra senza retorica, attraverso la vicenda di un solo bambino, un momento tragico della storia del Novecento. Da consigliare a bambini,  genitori e insegnanti.


Renata Piatkowska, Tutte le mie mamme, Giuntina 2018

mercoledì 22 gennaio 2020

Forse ho sognato troppo, di Michel Bussi

Nathalie, hostess su voli intercontinentali, ha due figlie Laura e Margot e un bravo marito che la adora. Al momento di partire su un aereo per Montreal scopre che l'equipaggio è identico a quello di un altro volo, di vent'anni prima, sempre diretto alla stessa città canadese. E altri due voli, che le sono stati assegnati a breve, sono nella stessa successione di allora, verso Los Angeles e Giacarta, e sempre con il medesimo equipaggio. Nathalie s'inquieta. Vent'anni prima infatti, proprio in quell'occasione aveva conosciuto Ylian, giovane chitarrista dall'indiscusso fascino, e con lui l'amore nella sua forma più completa e travolgente. Le coincidenze del presente turbano la donna, ansia e speranze indefinite e confuse le fanno temere il ripetersi degli eventi di allora e soprattutto si domanda se sia il caso ad averle teso un tranello, o un complotto o addirittura un rito magico. Il romanzo si snoda, tra turbamenti e ricordi, tra passato e presente, a Parigi e a Montreal, a Los Angeles e a Barcellona, a Giacarta e chi legge segue, con passione e tensione sempre crescente, le vicende di Nathalie e di Ylian che scopriamo essere un genio della musica, ma troppo timido e modesto per sfondare.
In questa storia originale e coinvolgente hanno un posto importante le canzoni, quelle degli idoli del Rock amati da Ylian e quella che innesca il giallo: la canzone da lui composta per Nathalie, parole e suoni d'amore intimi e privati. 
"Lasciami un po' di te,
una fettina, un ramo, un petalo del tuo fiore,
una briciola, tre pagliuzze, un pezzettino di cuore,
una lentiggine contro la fuliggine
e di sangue una goccia per la pioggia"   
Il romanzo, che unisce una storia d'amore immortale a un enigma da risolvere e al delitto, terrà i suoi lettori avvinti alla vicenda fino all'ultima pagina.
Forse ho sognato troppo è il dodicesimo romanzo di Bussi, scrittore i cui romanzi occupano il secondo posto nella graduatoria dei libri più venduti in Francia  e professore di geografia politica all'Università di Rouen.
M. Bussi, Forse ho sognato troppo, E/O. Traduzione di Alberto Bacci Testasecca
 

martedì 14 gennaio 2020

Elena, Ecuba e le altre, di Maria Lenti



Lungo le infinite strade percorse dalle donne dei miti si snoda questa nuova, complessa raccolta poetica di Maria Lenti. Quasi cento pagine di figure femminili che, fuori dai libri di scuola, affascinano per i tratti distintivi della loro personalità, definita in versi misurati, essenziali eppure coinvolgenti. Soprattutto perché, in questi versi, queste donne vivono in piena autonomia tra amore della conoscenza e affermazione della libertà di agire, come volendo, finalmente, essere pienamente se stesse.
Leggiamo una delle liriche dedicate a Elena, ''Elena a Menelao'': ''Non tornerò a Sparta./ Quale che sia/ veloce o lento/ il verso il giro il senso/ che imporrai alla spada,/ Menelao,/ resto con la mia ombra''.
E leggiamo anche ''Ecuba a Priamo'' la prima delle poesie dedicate a Ecuba, al pari di Elena citata nel titolo della raccolta. Si tratta di una lirica lucida, forte, magistrale e attuale, che riecheggia, per la capacità di esprimere concetti profondi in essenzialità di stile, i versi di Giorgio Caproni: ''come i pensieri si sono fatti bianchi/ che sfiato mattinale attorno al cuore/ periti i figli, in mare – alto – le figlie/ i letti vuoti spente le vigilie''.
Le donne presenti nella silloge parlano agli uomini, mariti, compagni, amanti, divini o terreni che siano, in modo assolutamente nuovo rispetto all'immagine tramandata, un poco sbrigativamente, dalla tradizione scolastica e ci offrono una diversa prospettiva secondo cui considerare le loro vite e le loro storie. Una prospettiva che può perfino mostrare a noi, così lontani dal tempo in cui quei miti nacquero, un inedito paesaggio, un nuovo cammino. Come in ''Eufrosine al mondo tutto'': ''Conforto o letizia/ auguro porto spando:/ chi chiude la porta/ chi non se ne cura/ chi ha dorso girato./ Chi riconosce il nome/ si concede giorni felici''.
O anche in ''Pandora difesa dalle donne'': ''Rifiuta il divieto del coperchio/ e scopre Pandora il vaso:/ la curiosità le fa onore.// Epimeteo ha fallito, atteso alla scaltrezza/ ora non vale/ dare a Pandora l’origine del male''.
I brevi ma profondi monologhi delle donne di Maria Lenti, sempre fondati sulla solida conoscenza della tradizione, posseggono dunque la voce del contemporaneo. Le loro parole provengono da un femminino universale e incoercibile, pur se spesso negato da una storia e da un'organizzazione sociale che hanno lasciato la quasi totalità dello spazio e dell'ascolto al maschile, come è noto.
Godrà pienamente della raccolta, solidamente radicata nell'antico e sugli archetipi del mito eppure aperta a inedite interpretazioni e nuovi ri-conoscimenti, chi sa affinare l'orecchio e aprire la mente. Lo suggerisce la lirica di (quasi) congedo della poetessa, ''Io a chi ama l’arte'': ''Giocando con la gelosia/ chissà chi mi ha fatta giovenca di Zeus./ Assurda la mitologia./ Guardatemi nella pittura parietale di Pompei/ o nel Vaso di Ruvo a Maddaloni:/ quella io sono''. L'appuntamento è là, in quel passato che sa farsi futuro.

Eleonora Bellini 


Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre, Arcipelago Itaca 2019. Prefazione di Alessandra Pigliaru

lunedì 13 gennaio 2020

Rodari in biblioteca 2. Il laboratorio della cicala


Durante l'anno scolastico 1990-1991 alla Sezione Ragazzi della Biblioteca ''Achille Marazza'' di Borgomanero (NO) direzione e bibliotecarie si assunsero il piacevole compito di celebrare il settantesimo compleano di Gianni Rodari e la decima ricorrenza dalla sua morte. Con l'aiuto economico e l'adesione convinta degli allora assessori alla Cultura della Provincia di Novara e del Comune Borgomanero, il tempo trascorse veloce, fecondo e ricco di idee, di lavoro, di scambi intellettuali e umani. In questa seconda tappa di ''Rodari in biblioteca'' mi proverò a raccontarvi IL LABORATORIO DELLA CICALA, la parte bambina e poetica dell'insieme delle iniziative rodariane di quell'anno, intitolate LABORATORIO PER RODARI.
La parte bambina del programma, dunque, fu dedicata ai laboratori di poesia, già appuntamenti abituali di incontro tra bambini e poesia in biblioteca, ma questa volta tutti dedicati a Gianni Rodari. Il punto di partenza fu la lettura di filastrocche (Alla formica, Mi piacerebbe un giorno, Filastrocca di primavera, Il treno dei bambini), ad alta voce e non una sola volta. Leggere una filastrocca o una poesia, qualsiasi filastrocca o poesia, ma ancor più se è del ''favoloso Gianni'', significa ascoltare con le orecchie, riprodurre con le labbra, facendo bene schioccare le parole, specialmente quelle importanti, assaporare il significato di tutto il testo e di ogni singola parola. Questo facemmo con i bambini, anche quella volta. Fu divertimento e fu intelligenza, nel suo significato etimologico di ''guardare dentro'', che i bambini, se messi in condizioni di esprimersi spontaneamente (tempo, benevolenza, ascolto), sempre manifestano.
Dai laboratori nacquero una mostra e un opuscolo, intitolati per unanime comune volontà IL LABORATORIO DELLA CICALA, liberamente parafrasando il titolo di un'emblematico testo di Rodari, ''Alla formica''.
Ancora una volta la mirabile, incontenibile e poi negli anni per sempre perduta creatività dei bambini esplose e prese parzialmente forma nelle filastrocche e nelle poesie, tutte rigorosamente redatte in biblioteca durante i laboratori e raccolte nel quadernetto omonimo, e nei fantasmagorici disegni che le accompagnavano. Queste filastrocche, quasi sempre allegre, ma talvolta malinconiche, spesso umoristiche, ma talvolta perfino didascaliche, sopravvivono alla lettura anche oggi, trent'anni dopo. Miracoli della poesia, miracoli dell'infanzia, certamente, queste composizioni che continuano a confortarci e a regalarci qualche gioia. Tuttavia viene da chiedersi che cosa sia accaduto, quali mostri abbiano deviato le parole, quali arpie abbiano rubato i sogni e il senno, quali ladri abbiano saccheggiato la naturale innocenza delle menti, se ora, divenuti adulti i piccoli di allora, le cose vanno come vanno, si confondono e degradano, volgono al peggio. Chi era adulto già allora ci pensa spesso. E non se ne capacita.
 

Leggiamo ora, leggiamo
1
''C'è un paese dove i bambini
hanno per loro tanti bacini,
bacini veri che mamma gli dà.
Bacini amorosi
di mamme premurose.
Così il bambino diventa un ragazzetto
simpatico e perfetto.
(Maruska, fine psicologa nativa)
2
Vorrei che un mattino
in questa città
ogni bambino
avesse la libertà.
La libertà è un bene di tutti
anche dei bambini più piccini.
(Marco, che guardava lontano)
3
C' è un paese dove i bambini
sono così monelli che in soggiorno
fanno chiasso tutto il giorno.
Tutti i soprammobili hanno rotto,
sia di sopra che di sotto.
I genitori dei bambni
sono diventati anche loro ragazzini.
(Gianpaolo, che vedeva lontano)
4
Mi piacerebbe un giorno
cantare in girotondo
con la pace tutta intorno.
Girare in tondo
intorno al mondo.
Con la pace toccare
il fondo del mare.
(Oriana, che pensava in grande)
5
Mi piacerebbe un giorno parlare
con un abitante lunare.
Vi pare strano?
Chissà come parlano,
se tedesco o australiano?
Vivranno nei crateri
o nei poderi?
Questo non si sa,
ma se un astronauta lo vedrà,
lo prego se dirmelo potrà.
Forse là
non è come qua.
Chissà! Avranno occhi sopra,
occhi sotto, ma le mani?
Forse una,
forse cinquemila.
(Giovanna, la fantascientifica)

(C) Eleonora Bellini