giovedì 27 dicembre 2018

Il demone del moto, di Stefan Grabiński

Stefan Grabiński, nato il 26 febbraio del 1887 a Kamionka Strumiłowa (oggi Kamianka-Buzka) nella provincia di Leopoli facente parte ai tempi della Galizia Polacca e attualmente in Ucraina, è scrittore sinora poco conosciuto in Italia, nonostante sia stato definito dal critico Karol Irzykowski “il Poe Polacco”e sia stato una delle più interessanti figure del fantastico europeo del Novecento. Per conoscere almeno una parte della sua opera narrativa merita di essere letta questa raccolta di racconti fantaferroviari, uscita per Stampa Alternativa a cura di Mariagrazia Pelaia. Scrive la curatrice nell'approfondito saggio che commenta e chiude il libro: L'aspetto piu' originale dell'opera di Grabiński è l'aver rappresentato il mondo del fantastico e del mistero attraverso medium nuovi e inconsueti come la ferrovia e attraverso l'irruzione di stati psicopatologici e di alterazione della coscienza nel mondo della quotidianita' ispirati alle nuove ricerche sulla relativita' di Einstein.
Il primo racconto, La zona morta, è un piccolo capolavoro nel quale si racconta di un controllore in pensione, Wawera, che decide di dedicarsi al recupero, del tutto volontario, di un tratto ferroviario dismesso. Solitario, devoto al dovere, instancabile e sognatore tanto commuovere il lettore, Wawera fa rivivere un passato che resta indelebile nel suo cuore, ma soprattutto combatte a suo modo disordine e caos, in attesa che qualcosa si compia, che la vecchia ferrovia torni a vivere, se non nella realta', almeno per lui, nelle immagini della mente e nella visione. 
E che dire del treno Infernal Méditerrané il cui mitico itinerario si snoda da Barcellona al Corno d'oro e che una sera, dopo il suo passaggio da Ventimiglia, sparisce nel nulla?
Maestro della letteratura fantastica europea e tra i giganti di questo genere letterario, Grabiński merita di essere scoperto anche attraverso questi racconti di viaggiatori e di treni che introducono inquietudini e mistero nell'esperienza, ormai consueta e perfino banale, del viaggio su rotaie. Non siate disattenti, aguzzate le orecchie, sentite? Le rotaie chiacchierano...



Stefan Grabiński, Il demone del moto, traduzione e cura di Mariagrazia Pelaia, Stampa Alternativa 2015

martedì 6 novembre 2018

Suburra, di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo

La suburra nella Roma antica era il quartiere abitato dal sottoproletariato urbano che viveva in condizioni miserabili. Era il quartiere nel quale le virtù erano quasi totalmente sconosciute e imperavano povertà, violenza, amoralità. Suburra, titolo evocativo più di ogni altro, è nel nostro caso il romanzo della Roma dell'anno 2011, tra fantasia e, purtroppo, molta realtà. Sono gli anni della banda della Magliana, quando allo stesso tavolo degli affari illegali sedevano, senza scrupolo alcuno, politici corrotti, prostitute, criminali della nuova e dell'antica mafia, alti prelati vaticani, speaker radiofonici e giornalisti al soldo del potere, carabinieri e magistrati sensibili al denaro e per questo corrotti e corruttibili. Coordinatore e sovrano tra tutti è il Samurai, esponente della vecchia destra fascista e violenta, sedicente uomo del destino, imperturbabile e crudele ma di raffinata intelligenza, capace di tirare i fili di una massa criminale informe, incline alla violenza e al delitto, anche quando "non necessario". Suburra è sicuramente un romanzo, ma profondamente radicato nella realtà, che appare irrimediabilmente corrotta, in una capitale di splendida bellezza, offuscata e annerita dall'abitudine al delitto pubblico e privato. Leggiamo e vediamo una Roma notturna, grigia, volgare nelle periferie nate dalla speculazione più intensa e non doma. Non tutti però sono malvagi, vi sono anche i buoni: servitori dello stato fedeli, coraggiosi e intelligenti, idealisti un po' sprovveduti, ingenua gente perbene. Costoro, nel finale provvisoriamente ristabiliscono un equilibrio, esorcizzano il (troppo) male. Anche se l'operazione di riciclaggio ai vertici degli esponenti politici, in costante e inossidabile accordo con le camaleontiche gerarchie vaticane, non fanno sperare in un orizzonte definitivamente sgombro dalla menzogna, dalla corruzione e dal male. E nel lettore rimane l'inquietante sensazione che la suburra sia, ancora e sempre, più diffusa e radicata di quanto si vorrebbe far credere e che la redenzione sia, se non impossibile, lontana.

I. Mitoraj, Ikaro. Dalla copertina del libro

    C. Bonini, G. De Cataldo, Suburra, Einaudi 2013

sabato 13 ottobre 2018

Popolocrazia, di Ilvo Diamanti e Marc Lazar

La dinamica politica è diventata elementare, povera di argomentazioni e ricca di slogan, priva di visioni di lungo periodo e serva degli umori immediati e mutevoli, e non solo in Italia. In questo saggio Diamanti e Lazar descrivono ed esaminano la genesi e le manifestazioni del fenomeno del populismo in Italia e in Francia. Il populismo, come è noto, si è nutrito e si nutre di qualunquismo, di rancore e di diffidenza nei confronti di tutti quelli che "stanno in alto", al governo ma anche in posizioni di responsabilità amministrativa o esecutiva. Richiede soluzioni immediate ed estemporanee, disprezza le procedure di garanzia, la divisione dei poteri. Nega la corresponsabilità di elettori ed eletti. Si affida a opinioni primitive e a procedure semplificate al limite della illegittimità e dell'errore. Chiede interventi veloci e miracolosi, impossibili e pericolosi. Pericolosi perché mettono in serio pericolo la democrazia, così come la conosciamo nel suo evolversi, pur perfettibile, nei Paesi occidentali. Questo saggio esamina, in sette densi e documentati capitoli, la genesi del fenomeno del populismo e il suo trasformarsi in popolocrazia. Gli autori sintetizzano, in conclusione, i risultati della loro disamina in tre punti:
1. Personalizzazione delle istituzioni e dei sistemi di governo, in modo tale da far coincidere organismi con singole persone. A causa di questo, identificate nell'uno o nell'altro volto, le istituzioni perdono la loro capacità di intermediazione tra interessi, idee, valori diversi, tutti chiamati a contemperarsi e interagire verso un fine (e un bene) comune.
2. Metodi e canali di comunicazione. La sedi istituzionali e i partiti di massa sono sostituiti dai media. Non solo la televisione, con la sua modalità di comunicazione "verticale", ma soprattutto la Rete. In quest'ultima non è detto che "uno valga uno", perché vi sono blogger più autorevoli ed abili di altri, vi sono piattaforme costruite con lo scopo non tanto di favorire il dialogo e l'informazione, ma con quello di condizionare e orientare l'opinione altrui. 
3. Adattamento di tutti gli attori politici al linguaggio e alle rivendicazioni dei populisti. Per contrastare la deriva dell'intelligenza e del pensiero, si tende spesso ad imitarla, impoverendo sia il dibattito che l'individuazione di soluzioni. 


I. Diamanti/ M. Lazar, Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie, Laterza 2018

lunedì 17 settembre 2018

Prove d’autunno, di Eleonora Bellini



"Eleonora Bellini ci conduce attraverso un viaggio che si vuole nel contempo evocazione e meditazione intimamente legata all’esperienza del vivere. Le sue Prove d’autunno hanno quindi delle “prove” sia l’accezione del “tentativo” (gli essaisdi montaigniana memoria) sia della “prova” d’autore (d’arte, l’abbozzo, la fotografia...), non senza dimenticare l’accezione più dolorosa del termine, ovvero quella di “pena” subita".
Dalla Presentazione di Fabio Scotto.

Il sottotitolo avverte : “raccolta composita e stravagante mentre già incombe l’assurdo” quasi a suggerire una chiave di lettura particolare che valga contro i luoghi comuni, che cercano di omologare impazienza e polemica , suggestioni e realtà. Un tentativo di scavo nella quotidianità con un intento pittorico di gradevole fattura tra i momenti del tempo e le immagini colorate. Questa silloge si sviluppa in molteplici figurazioni e scomparti, da brevi e concisi pensieri nelle fragili rose di ottobre a incursioni distratte per camminamenti da scoprire , da rincorse improvvise per inseguire il volo dei gabbiani a incisioni e rammendi tra i fogli dispiegati per lettere mai terminate, dalle inconsuete invasioni di una ruspa agguerrita al saltellante ultimo poemetto dal titolo invitante “dentro l’estate dei giorni”. Schiettezza e rigore sono a testimonianza di un lavoro poetico portato con salvifico intento di partecipazione.
Dalla recensione di Antonio Spagnuolo su Poetrydream

La raccolta ultima di Eleonora Bellini, che ha esordito nel 1980 con Metadizionario, si snoda in varietà di versi e di poesie, di sezioni, che in un prosieguo tutto particolare vanno ad una confluenza in cui gli elementi (memoria, paesaggio, radici, sentire, referenti, ecc.) via via si mescolano o si distinguono, emergono o vengono accennati (“Sai che è importante scegliere con cura / le parole, ad una ad una, / e che è meglio poche usarne e abusarne mai / specie in poesia”, Parole, p. 48), si dispiegano e si danno apertamente come in Sera di maggio (p. 86) nel loro significato non univoco e a raggiera. O insistono nel giro di una poesia ironica, con punte di sarcasmo, irridente e sentenziosa di verità tanto vere alla ragione quanto negate da chi si nega alla mente agli occhi alle orecchie, al cuore: così nella sezione Distici.
Dalla recensione di Maria Lenti su Literary



Eleonora Bellini col suo “Prove d’autunno” ci conduce in un universo poetico dove, ancora una volta, gli affetti familiari sono la molla del verso; dove le esperienze personali mettono in azione l’istinto poetico; dove la poesia, talvolta, s’apre a forme di narrazione. Perciò il linguaggio è sempre aperto, chiaro, lindo, levigato, elegante nel suo canto sommesso e delicato. Ma come spesso accade, la poesia sa rivelare, dietro i quadri (familiari, naturali…) apparentemente sereni, un lato oscuro non sempre rassicurante. E non c’è nulla di artificioso o di scontato in questo movimento poetico. Poesia sospesa tra la favola e la realtà, tra la Storia e la quotidianità, poesia che accompagna fedele il viaggio della vita, poesia che a volte si trasforma in libro d’ore e altre volte mostra lo sguardo fermo dell’indignazione.
Insomma un libro che, nella sua articolazione, sa proporre registri diversi, compreso quello della poesia civile. Bellini sa coniugare “una vena elegantemente crepuscolare” come ha rilevato Fabio Scotto nella prefazione, con una ironia epigrammatica pungente che sorprende, senza nulla togliere alla grazia dei versi.
Il piccolo ciliegio
L’ombra s’allunga e il bosco
spande nel giardino la rugiada.
Il piccolo ciliegio
ha già perso le foglie, nudo
dorme nei suoi quattro rami.
La tristezza avanza
con passo oscillante di tartaruga.

Al largo
Duc in altum. Il largo
del tempo plasma più intensi
colori e silenzi, fa acuto
lo sguardo salde ancorando
le voci e le parole.
Dalla recensione di Stefano Vitale su ilgiornalaccio.net
Scheda dell'editore:
http://docs.wixstatic.com/ugd/465b88_4352adad2db34059b4c9449c0f5a5cc8.pdf

domenica 9 settembre 2018

Il lupo è ritornato, di Geoffroy de Pennart


Il signor Coniglio ha paura di andare a dormire perché ha letto sul suo quotidiano preferito, "La gazzetta della carota", una notizia terrificante: il lupo è ritornato! Il giornale consiglia di chiudere bene la porta a chiave. Ma, all'improvviso, qualcuno bussa. Sarà il lupo? No di certo, sono i tre porcellini che, a loro volta, sempre sul quotidiano preferito che per loro è "Il cavatappi", hanno appena appreso del ritorno del lupo nella regione. Che sollievo per il signor Coniglio vedere che il terzetto è sano e salvo! Ma l'arrivo di ospiti non è finito perché tutti i personaggi delle più celebri fiabe dedicate al lupo e perfino l'agnello di mitologica memoria arrivano a rifugiarsi a casa di messer Coniglio. E alla fine, quando ormai più nessun ospite è atteso, arriva anche lui, il lupo tanto temuto. Che faranno gli altri protagonisti? Avranno ancora paura e si lasceranno sopraffare? Sapranno difendersi? Naturalmente il finale non si svela, ma è davvero indovinato.
Il libro è divertente, ricco di umorismo, specialmente nei titoli dei quotidiani, diversi a seconda dei personaggi che li tengono in mano, e nell'illustrazione, ricca di particolari divertenti, e narratrice tanto quanto il testo, anzi suo indispensabile complemento.
Il libro fa riferimento ai racconti tradizionali che riguardano i lupi, dai tre porcellini a Cappuccetto Rosso, e questo offre ai bambini l'occasione per leggerli o rileggerli se già li conoscono. Inoltre l'andamento della storia, con piccole sequenze ripetitive a introdurre ogni nuovo ospite, può offrire spunti di drammatizzazione se la lettura viene fatta ad alta voce dall'adulto a gruppi di bambini. In questo caso si potrà riflettere insieme sul valore dell'unione e della solidarietà (insieme è più facile vincere la paura) e sulla possibilità di modificare relazioni difficili o problematiche spiegando le proprie ragioni e ascoltando quelle degli altri. E meglio se si riesce a farlo con il sorriso.

Geoffroy de Pennart, Il lupo è ritornato!Babalibri, Milano 2017

venerdì 17 agosto 2018

Adalgiso e il mistero del maniero, di Eleonora Bellini



Adalgiso 357, un vecchio signore, abita con il gatto Nobilius nel grande castello già appartenuto ai suoi antenati. Il numero 357 posto dopo il suo nome ricorda la illustre e lunga progenie da cui discende. Oltre al gatto gli fanno compagnia solo le armature dei suoi illustri predecessori e, qualche volta, il postino Pino. Un giorno Adalgiso si accorge di alcune stranezze: ombre che corrono sugli spalti, un disegnino di recente fattura nascosto in un affresco e croste di formaggio abbandonate sul marmo degli scaloni... Riusciranno Adalgiso 357 e Nobilius a scoprire chi si nasconde dietro a questo mistero? Certamente (soprattutto grazie alle brillanti capacita' deduttive del gatto). E ne trarranno una graditissima sorpresa e grandi doni come la scoperta di nuove amicizie e della meravigliosa musica tzigana. 

Temi. Amicizia, solitudine, intelligenza animale, accoglienza, uguaglianza, storie e genti rom e anche un discreto umorismo.

Autrice Eleonora Bellini 

Illustratrice: Claudia Benassi 
Editore: La Ruota 
Collana: Mirtilli 
Data di edizione: 24 luglio 2018 
Pagine: 64 p., ill. , Brossura 
EAN: 9788899660536 
ISBN-13: 9788899660536 
euro 10,00 
Età di lettura: da 8 anni 

venerdì 27 luglio 2018

Leggendo CASA DI BAMBOLA, di Angelo Vecchi


Un saluto, un augurio e un auspicio per la biblioteca pubblica. Questo è il pezzo di Angelo Vecchi, che trascrivo qui, non certo per vanto ma sicura che possa essere una bella, meditativa lettura per tutti.

Protagonista di Casa di bambola, il dramma di Henrik Ibsen, è Nora.
Nora è fervida, gaia, generosa e appassionata, guidata da un profondo e personale senso del dovere e della giustizia a cui rimane fedele al di là delle convenienze e del calcolo immediato. Detesta la meschinità e spera in un «miracolo», in un «prodigio»: la capacità di chi le sta attorno di comprendere e apprezzare le ragioni profonde del suo agire, di vedere al di là di quelle apparenze che spingono il marito a chiamarla con aria di indulgente superiorità «passerotto sventato», «lucherino spendereccio», «strana creaturina» o a sbottare: «sei proprio una donna!»
Il marito di Nora si chiama Torvald Helmer ed è un avvocato in carriera. Dopo una lunga malattia e otto anni di un modesto ménage familiare, alla vigilia di Natale, ha ottenuto la promozione a direttore della banca in cui lavora. Helmer è “risparmioso”, non vuole «sciupar denaro»; è cauto, convinto che «non possiamo poi darci ai lussi»; aborrisce i debiti, «Debiti niente! Prestiti mai!»; è alla ricerca di «una posizione solida e sicura»; è laboriosissimo, tanto da usare la pausa natalizia per avvantaggiarsi nel lavoro, «felice di lavorare giorno e notte»; è molto attento alle «apparenze» legate al suo status e al suo nome. Il suo mondo finisce qui, è racchiuso da questi confini.
La lettura ci conduce per mano sulla strada del pensiero analogico. L’analogia, la scoperta di somiglianze nascoste, sorprendenti perfino bizzarre ha nutrito le radici delle parole e della fantasia, ha accompagnato per millenni il cammino dell’umanità, è stata la solida base della civiltà contadina, ha rappresentato il sale dell’immaginazione dei poeti e dei narratori delle nostre letterature.
Basta poco, un nonnulla, un punto di vista differente, un piccolo particolare rivelatore ed ecco che dentro al disegno di un cappello appare con evidenza cristallina «un boa che digeriva un elefante» o, per dirla con le parole di Giovanni Pascoli, ecco che è possibile parlare «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle» oppure popolare «l’ombra di fantasmi e il cielo di dèi».
Così mi sono detto: quanto assomiglia il costume di Torval Helmer a quello borgomanerese di qualche decennio fa: una sorta di calvinismo agognino fatto di previdenza e cautela, di laboriosità e accumulazione, sempre preoccupato della reputazione del nome presso la gente, una inquietudine quasi ossessiva che faceva esclamare in endecasillabi al mio poeta di famiglia, nella poesia intitolata “Lesji” (Leggere):

L’è méju léji
un libbru den par denti
ke no lèsjidrégghi
la vitta a la sjénti

Il nome di Nora invece ci conduce, per suono e per analogia, a Eleonora, alla passione, alla generosità alla coerenza con la quale ha condotto questa fondazione per trentotto anni, alla sua pazienza davanti alle piccinerie e grettezze quotidiane, al grande sogno di contribuire con la cultura a un miracolo: la costruzione di un’umanità migliore. E di passione, di coerenza e di pazienza ce n’è voluta assai a considerare quelle che erano le condizioni del nostro borgo all’incirca quaranta anni fa. Quel calvinismo agognino infatti aveva ben scarsa considerazione di quella che in senso lato possiamo chiamare la cultura. Certo la scuola era apprezzata ma soprattutto per la capacità di insegnare un mestiere e quindi migliorare le condizioni materiali. Per questo, ancora negli anni Sessanta, ci si accapigliava tra i guelfi sostenitori della necessità d’impiantare un liceo e i ghibellini partigiani dell’istruzione tecnica e professionale. Per il resto, il fabbisogno di cultura era soddisfatto – si fa per dire – da alcuni cinematografi e dalla carnevalata settembrina della sagra dell’uva. Quanto all’arte, alla musica, al teatro, all’editoria, a giornali e riviste, Borgomanero non poteva certo vantare le tradizioni secolari di cittadine simili a lei per dimensione e importanza civile ed economica.
A fecondare questo terreno in gran parte incolto o malcoltivato è venuta la Fondazione, che, con spirito veramente previdente, il suo istitutore, Achille Marazza, volle Casa della cultura. Villa Marazza è diventato il nostro Taj Mahal, un grande tesoro all’interno del quale sono passate e cresciute le generazioni, grazie al quale Borgomanero è cambiata.
Forse del valore di questa istituzione non sempre ci si rende conto e capita di sentire affermazioni azzardate: «Quanto spazio sprecato! Nell’era digitale [meglio sarebbe dire: dell’ignoranza digitale], a che cosa servono tutti questi libri?» Ebbene la risposta cercatela nelle differenze tra il presente e il passato, cercatela nella robusta crescita del livello medio di istruzione della cittadinanza, nello sviluppo di una domanda di cultura più alta e più esigente, cercatela nello sviluppo dell’economia, di nuove professionalità, di un dinamismo che ha consentito a Borgomanero di nuotare nella società liquida e di limitare gli effetti negativi di una grande crisi nella quale siamo tuttora immersi.
Dentro a questo c’è anche il lavoro culturale dei tanti operatori e sostenitori della fondazione, dentro a ciò c’è la passione, la generosità e la pazienza di Eleonora.
Casa di bambola si conclude con l’avvocato Torvald Helmer che rimane solo, seduto su di una seggiola vicino alla porta a guardarsi intorno. Nora se ne va e la porta si chiude dietro di lei. Anche Eleonora se ne va. Torna all’amore delle figlie, ai suoi adorati nipotini, alla lettura e alla scrittura che tanto ama e al suo mondo poetico. Tornerà di quando in quando a specchiarsi nella «parva gemma» della marina di Sapri che custodisce gli echi delle antiche navigazioni e delle leggende che non hanno tempo.
A Eleonora, un caldo e riconoscente grazie nella certezza che una parte di lei rimarrà qui per sempre.

Angelo Vecchi, Borgomanero, 25 luglio 2018

lunedì 23 luglio 2018

Voci di donne in versi: Maria Lenti e Barbara Pumhösel

Mettiloro

Esistono ancora i mettiloro?
mi chiede un bambino sgranata la parola dalla TV
(un programma d'arte, penso, su un quadro del passato
vero quell'oro).

No, rispondo. Invece,sì,
gli incensatori di parole
i battitori cottimisti mani spellate
i dispensatori di lodi a piena voce
                        s'ignorano i motivi
gli urlanti i declamanti gli osannanti i titolanti
i timpani-rompenti
i debordanti oltre lo schermo
gli scriventi quotidiane righe su più pagine

non durerà quest'oro.
Quello, invece, splende ancora,
lo rincuoro.

(Maria Lenti in Ai piedi del faro, La vita felice 2016)


ai primi numeri, in memoriam

il fuoco è nemico da sempre
della carta, ma rende
più dura l'argilla, sembrano
eterne le tavolette, eterni i numeri
i segni incisi d'autunno
cinquemila anni orsono
contano tori, misure di grano
conche d'olio, raccontano
un'abbondanza passata a ogni
nuovo futuro che si presenta

si presentava - fino a oggi -
ci voleva una guerra moderna
per distruggerle insieme a vite
a noi per sempre sconosciute

(Barbara Pumhösel in Prugni, Cosmo Iannone Editore 2008)

Accomunano le poesie di Maria Lenti, scrittrice urbinate, e di Barbara Pumhösel, scrittrice toscana di origine austriaca, la forza dei versi, la profondità e l'originalità dei temi. Lo dimostrano le due poesie che propongo qui a titolo di esempio e che potrebbero ben essere definite anche poesie civili. Toni civili chiari e pacati, affidati all'intelligenza anziché allo strombazzamento.
Molto ricca è la poesia delle due autrici, di temi, di forma e di stile. Scrive Gualtiero De Santi a proposito della Lenti: "La scrittura è uno degli strumenti che possiamo impiegare, giacché in essa, come mostrano i versi di Maria Lenti, vengono messi in causa corpo e mente. Questo con forme e piani definiti, e con l'ingaggio di strutture, materiali espressivi, identità e differenze che competono, nel nostro caso, al lato sperimentale dell'autrice urbinate, che non contrasta tuttavia con il coinvolgimento della biografia..."
Della raccolta di Barbara Pumhösel scrive Maria Grazia Greco:
" [le] sillogi contenute in questa antologia ci introducono nel mondo poetico dell'autrice che si snoda tra un'investigazione del reale nelle sue forme più minute con la presenza, forte, della natura da una parte e, dall'altra parte una capacità di decifrazione delle sfumature spesso impercettibili del mondo umano, i cui segni più ricorrenti sono l'attesa, l'incomunicabilità, il silenzio".

Poesia da leggere e da approfondire, senza dubbio.

(C) Eleonora Bellini

mercoledì 18 luglio 2018

Lungo cammino verso la libertà, di Nelson Mandela

“L'istruzione è il grande motore dello sviluppo personale. È attraverso l'istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, che il figlio di un minatore può diventare dirigente della miniera, che ilfiglio di un bracciante può diventare presidente di una grande nazione.” 


Presidente del Sudafrica dopo le prime elezioni democratiche a suffragio universale del 1994, leader dell'African National Congress, premio Nobel per la pace per la sua attività politica in difesa dei diritti degli africani nel 1993, Mandela è il simbolo della lunga lotta dei neri sudafricani contro l'apartheid, per la libertà e per il riconoscimento dei diritti, umani e politici di ogni uomo, lo schiavo così come il suo persecutore, come ebbe a notare in una memorabile osservazione: “Sapevo che l'oppressore era schiavo quanto l' oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell' odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L' oppressore e l' oppresso sono entrambi derubati della loro umanità. Mandela patì il carcere per 27 lunghi anni, la segregazione, il dolore negli affetti più intimi senza mai perdersi d'animo e percorrendo il lungo cammino della sua vita con coraggio e abnegazione. Oggi ricorrono 100 anni dalla sua nascita e lo ricordiamo come mito, certo, ma soprattutto come uomo: “... lentamente ho capito che non solo non ero un uomo libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libertà era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. È stato allora che sono entrato nell’African National Congress, e la mia sete di libertà personale si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente.”

Nelson Mandela Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, 2013



mercoledì 20 giugno 2018

La sposa Yemenita, graphic novel di Laura Silvia Battaglia e Paola Cannatella

In tredici capitoli (preceduti da un prologo e chiusi da un epilogo) Laura Battaglia racconta con passione ed efficacia un Paese lontano, lo Yemen, del quale abbiamo poche occasioni di avere notizie chiare ed esaustive. L’antico regno della Regina di Saba, con la sua capitale Sana’a, definita da Pasolini “una Venezia selvaggia sulla polvere”, è ora deturpato e distrutto da una guerra interminabile e crudele. 
Le autrici ci raccontano con naturalezza non priva di preoccupazione ma colma di affetto, aspetti poco noti della vita quotidiana yemenita: le celebrazioni nuziali, sfarzose e vissute in rigorosa separazione tra uomini e donne; la vanità e la civetteria delle ragazze, celate sotto lo scuro niqab in pubblico, ma pronte ad abbigliamenti moderni e seducenti in privato; il traffico di minorenni spregiudicatamente impiegati nello spaccio della droga più comune, il qat; le innocenti vitteme dei droni delle nostre forze alleate; gli scellerati attacchi kamikaze; la profonda cultura, la saggezza, l'acume e la tolleranza religiosa dello sceicco Hassan Abdullah, attraverso il quale si svela il vero Islam, fraterno e pietoso, che è poi quello della maggioranza dei suoi più autentici fedeli.
La graphic novel racconta con estrema efficacia, spiccato stile giornalistico e la forza che deriva dagli eventi vissuti in prima persona lo Yemen e il suo popolo allo stesso modo di come potrebbe farlo un saggio, ma con linguaggio - testo e immagini - alla portata di tutti.  
A. S. Battaglia/ P. Cannatella, La sposa Yemenita, Becco Giallo 2017