giovedì 16 giugno 2016

Da Nuvola rossa ad Ansciana. Letture infantili di un'estate alla fine degli anni Cinquanta



Che cosa induceva una mamma maestra a permettere che la sua bambina trascorresse le calde ore del primo pomeriggio d'estate leggendo libri di storie anziché costringerla ai compiti delle vacanze? Di sicuro un'antica saggezza: si cresce e si impara vivendo. E ogni narrazione, desiderata e attesa, letta o ascoltata, apre mondi, favorisce incontri, definendo e chiarendo a ciascuno la sua essenza unica attraverso il divenire delle esperienze e degli anni.  Dunque leggevo. Più volte lo stesso libro, due, tre anche otto volte, come avvenne, nel corso di due estati e durante l'inverno che le separava per Il cucciolo di M. K. Rawlings, nel quale la personcina che ero allora aveva trovato - e a ogni rilettura evidentemente ritrovava -  tutto ciò che può soddisfare un immaginario bambino: la casa isolata e immersa nel verde del bosco, le occupazioni condivise con gli adulti che ti fanno sentire "già grande", il sogno dell'amicizia, l'affetto per un piccolo animale, la solitudine del figlio unico, il dolore, anche, che, contrariamente a quanto pensano alcuni, non è estraneo al vissuto infantile. Avrei visto il film solo molti e molti anni dopo. Mi piacque. Tuttavia ciò che mi è rimasto scolpito nella mente è quel fondale di verde umido e profondo attorno alla radura in cui tante volte avevo "visto" la casa dei Baxter, lo sventolare del codino di Flag il cerbiatto, le corse di Jody, il fratello maggiore che avrei voluto e non avevo.
Non otto volte, ma certo almeno una mezza dozzina nel medesimo biennio, lessi Nuvola rossa e altre storie di indiani di T. W. Ressler. Gli indiani erano allora compagni costanti dei giochi dei bambini miei coetanei e, qualche volta, purtroppo confinate al ruolo di ausiliarie o di "angeli del tepee", anche delle bambine. Adesso la maggioranza dei ragazzini non conosce quasi nulla dei pellerossa: durante due laboratori ho chiesto a scolari tra gli otto e i dieci anni che cosa sapessero degli indiani e solo un paio di loro mi ha raccontato qualcosa. Peccato. Le storie che leggevo allora in quella raccolta di ventitré racconti erano meravigliose, proprio in senso letterale. Vita nei villaggi, pesca sulla canoa, copricapi di penne, villaggi di tende o di case di terracotta, sciabordare dell'acqua, mormorio dei salici, ma anche sole a picco e vento d'inverno. E come scordare i nomi dei protagonisti? Ciascuno di questi era già in sé storia, psicologia, profezia: Piccolo Coniglio, Quarto di Luna, Piccolo Alce, Piccola Volpe Bianca, Piccolo Tuono, Vitello Grigio, Piccolo Orso e tanti ancora. Piccoli e giovani protagonisti per i quali l'onestà, la verità, il coraggio costituivano virtù e comportamenti naturali, come camminare, parlare, sfamarsi e dormire. Forse proprio quest'ultimo aspetto me li ha ricondotti oggi alla memoria.
Diverso ambiente, non meno avventuroso ma questa volta europeo e cittadino, è quello de Il circo di N. Stratfeild, altro romanzo inserito nella classifica delle mie letture d'infanzia preferite. Protagonisti sono Pietro e Santa, orfani dei genitori allevati dalla zia Rebecca. Dopo la scomparsa anche di quest'ultima apprendono di essere destinati a due diversi orfanotrofi. Ma i bambini vogliono rimanere insieme e un fortunato caso fa scoprire loro una cartolina inviata a Rebecca da zio Gus, del Circo Cob. E' dunque da Gus che bisogna andare per sfuggire all'orfanotrofio e restare uniti. Inizia così l'avventura di Pietro e Santa, non facile, all'inizio, ma ricca di scoperte perché il mondo del Circo, il più grande spettacolo del mondo, non delude mai l'immaginario dei bimbi. Un racconto, questo, più vicino ai tradizionali clichés della letteratura infantile classica nella quale gli orfani abbondano e la loro sorte, attraverso prove difficili e fortunati incontri, personale coraggio e catartiche scoperte, alla fine volge al sereno.
E infine, di K. von Roeder-Gnadenberg,  Ansciana, fanciulla indiana della grande India asiatica questa volta, trapiantata in Germania. Giunta da un mondo diviso in caste, permeato da una religiosità ricca di simboli e di rituali, la fanciulla incontra abitudini e usanze tanto diverse dai suoi da sentirsi turbata e offesa, turbando e offendendo a sua volta gli ospiti europei, ignari dei costumi e della cultura indiana: è uno scontro tra mondi, causato dall'incomprensione dovuta al pregiudizio e alla mancata informazione. Perché mi piaceva tanto questo libro, storia di una fanciulla trapiantata lontano, molto lontano, da casa? Certo per solidarietà: sono sempre stata incline a pormi (anche) dalla parte dell'altro; ma forse soprattutto perché ciascuno di noi, ad ogni nuovo incontro, è straniero all'interlocutore - ed egli per noi. La comprensione si conquista piano, grazie alla disposizione all'ascolto e alla conoscenza, superando pregiudizi e paure. E si sa che anche il mondo dei bambini sa essere tagliente e crudele, duro e circospetto nei confronti del "nuovo" che arriva, anche solo dal paese vicino: incontrare qualcuno che è stato lasciato fuori dal gruppo è esperienza comune, non solo nella letteratura, ma anche nel vivere quotidiano.  
Letture infantili da fine anni Cinquanta? Forse. Certo letture capaci di condurre lontano, in altri mondi, fuori dalle ristrettezze di palazzo, quartiere, paese. Letture per viaggiare, con la testa innanzitutto, perché, come aveva detto Orazio "coelum non animum mutant qui trans mare currunt": non basta correre qua è là per capire il mondo e per capire se stessi. Letture meglio dei compiti delle vacanze, permesse - est modus in rebus - purché non sottraessero tempo ai giochi all'aperto in cortile e alla passeggiata quotidiana. Com'era strana la mia mamma-maestra, che più tardi, iniziata la scuola media, mi avrebbe consigliato I miserabili e David Copperfield e Resurrezione. Furono anni belli, perle rare nel gran baule di cianfrusaglie che è la vita.

(C) Eleonora Bellini

PS. Tranquilli non crediate che io abbia fatto solo queste letture strane: una zia mi regalò Piccole Donne e Piccole donne crescono; la mia madrina un libro di Vite di sante bambine. Li lessi tutti e mi piacquero, molto Piccole donne, meno le vite di sante. In seguito, durante un soggiorno in colonia, mi comperai Tom Sawyer.
PPS. Nell'autunno, a scuola, mi sarebbe stato donato gratuitamente  "La via migliore", un giornaletto stampato dalla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Lì si potevano leggere le prime (per me) filastrocche di Gianni Rodari, tra cui Il pellerossa nel presepe.

sabato 4 giugno 2016

Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, di Salvatore Settis

"... la costituzionalista Lorenza Carlassare ha espresso un pensiero radicale: le stesse leggi di bilancio dello Stato dovrebbero essere approvate guardando alla loro coerenza con il programma costituzionale. Se un tale principio fosse applicato, a nessun Parlamento verrebbe in mente di finanziare guerre, privatizzazioni, mastodontiche e inutili opere che distruggono il paesaggio a beneficio di pochi, perché sarebbe ritenuto incostituzionale. Viceversa, il rafforzamento della scuola e della sanità pubblica, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, la tutela del suolo e delle acque, il diritto a un lavoro e a un salario degnamente retribuito, la redistribuzione della ricchezza a vantaggio delle fasce sociali più deboli, la pianificazione di opere pubbliche realmente utili e compatibili con la fisionomia dei territori, la promozione della ricerca scientifica e umanistica e, in generale, di una cultura tanto eccellente quanto diffusa, sarebbero tra i compiti primari di ogni legislatura" (p. 243).
L'ambizioso e doveroso progetto illustrato dalla Carlassarre è in fase di rottamazione, sostiene Settis in questo suo recentissimo libro, e non da adesso ma fin dalla riforma del 2005 (Berlusconi - Bossi) - poi bocciata dal referendum popolare del 2006 - e della quale l'attuale (2016) riprende le caratteristiche.
Questo saggio non nasce principalmente dalla contingenza del referendum che si terrà nel prossimo ottobre, ma ha una genesi più antica; raccoglie infatti alcuni dei molti interventi pubblici che l'autore ha tenuto in anni recenti su temi costituzionali, ed esce grazie alla cura editoriale di Anna Fava. Il libro si struttura in trentasei capitoli che, partendo dal dettato costituzionale, trattano di numerosi e urgenti temi del vivere civile nella Repubblica: economia e tutela del patrimonio culturale, diritti civili e consumo di suolo, prepotenza dei mercati e patrimonio pubblico, partecipazione politica dei cittadini e bugie sulle riforme, scuola e cultura fondamentali beni comuni. Ogni capitolo meriterebbe una recensione e un commento propri. Ci soffermiamo un poco sul capitolo trentasei che legge il testo della Costituzione vigente dal punto di vista "della dignità più alta che il nostro ordinamento preveda, quella di cittadino" (p. 217). A margine nel capitolo sono indicati sostantivi ed espressioni fondamentali nella Carta: da "bene comune", espressione che non c'è nel testo, ma ispirazione che lo impronta per intero, a "popolo", titolare della sovranità; da "cittadino", titolare di diritti inviolabili e di precisi doveri, a "lavoro", fonte di sostentamento e condivisione di responsabilità; da "solidarietà", pilastro dello sviluppo economico, a "cultura", fonte dello sviluppo della personalità degli individui e del progresso della società; ad ambiente a proprietà, a sovranità.


Segue un intervento di Anna Fava, "Difesa dei diritti, difesa della Costituzione", e conclude il libro un'appendice fondamentale che offre al lettore il testo della Costituzione del 1948 affiancato dal testo delle riforme fin qui apportate, compreso quello della riforma attualmente in atto (Renzi - Boschi), la più ampia che sia mai stata fatta, modificando ben 47 articoli della Carta (pag. 291 - 314).     
Il libro è senz'altro da leggere, e con attenzione, con devozione, forse, perché "mentre cala la notte della democrazia, meglio vederci chiaro che lasciarsi accecare", come afferma Settis in conclusione del paragrafo "Gufi e corvi".

Salvatore Settis, Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, a cura di Anna Fava, Einaudi 2016

martedì 10 maggio 2016

Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi, di Carlo Cipparrone

Nel 1957, in occasione di una conferenza su "Il frontespizio" e altre riviste letterarie, che tenne all'Accademia Cosentina, Carlo Betocchi incontrò Cosenza, la città, i suoi cittadini e, in particolare un giovane poeta, Carlo Cipparrone, che in questo libro rievoca le ore di quell'incontro "occasionale [...] che segnò l'inizio di un'amicizia tra un aspirante poeta, quale ero io allora, e un poeta affermato, da cui ho molto appreso".
Desideroso di visitare la città, Betocchi, torinese di nascita e poi (dopo la prima guerra mondiale, una parentesi come volontario in Libia e alcuni trasferimenti lungo la penisola) per lunghi anni fiorentino, aveva annotato accuratamente ciò che più gli interessava vedere. Cipparrone e un altro giovane aspirante poeta, Nerio Nunziata, lo condussero dunque ai luoghi di quell'itinerario ideale, nato dalla lettura di Viaggio in Italia di Guido Piovene, uscito proprio in quell'anno a Milano.
Betocchi restò un poco deluso dal Duomo, ma ammirò a lungo il castello Svevo. Dinanzi all'ara dedicata ai fratelli Bandiera, nel vallone di Rovito, non seppe frenare "un moto di stizza, avendo trovato quel luogo veramente desolante per l'incuria in cui era tenuto". I trasferimenti da un luogo all'altro della città avvenivano in carrozzella e, per una di quelle vie misteriose che solo la poesia sa trovare elevando l'episodio quotidiano a frammento indimenticabile, l'esosa tariffa chiesta da un conducente truffaldino fu l'occasione per la poesia Il vetturale di Cosenza, composta di getto da Betocchi e poi confluita nella raccolta L'estate di San Martino (1961) e qui riproposta al lettore. Vale la pena rileggerne le prime due quartine, un incipit severo e denso, eppure non privo di malinconico affetto per quella terra, meta di un breve viaggio occasionale:
 
Cavallino che vai, alba che langue,
piazza meridionale cui sgomenta
un fischio solitario come sangue
che fila da una piaga sonnolenta,
 
piaga impigrita d'antica stazione
di Capovalle, dove scende il Crati
presso i cipressi e l'antica oblivione
dei fratelli Bandiera fucilati
[...]
 
Fa seguito alla lirica di Betocchi un magistrale poemetto di Cipparrone, che rievoca l'incontro col poeta-maestro, in toni che possiamo porre tra nostalgia, arguzia, meditazione. Leggiamone alcuni versi, dedicati ai "geometri poeti":
 
"Tra coloro che scrivono non siamo
un'eccezione, geometri sono anche
Quasimodo, Lisi, Bargellini" - disse,
un po' compiacendosi - aggiungendo
all'elenco gli ingegneri Gadda, Sinisgalli
e l'assistente edile Vittorini,
per dimostrare che due mestieri
tanto diversi possono convivere.
[...]
 
Cipparrone e Betocchi tennero per lunghi anni una corrispondenza, riprodotta in parte nel libro (sole lo missive di Betocchi), con riproduzione degli originali e loro trascrizione.
Il libro, infine, oltre al merito di riportare alla nostra attenzione un poeta che realizzò "il miracolo di identificare la propria vita nella poesia", come ebbe a dire Giorgio Caproni, ha anche quello di ricordare alcuni notevoli poeti calabresi, oggi scomparsi: Lorenzo Calogero solitario e visionario, Nerio Nunziata meditativo e crepuscolare nonché animatore culturale, Ermelinda Oliva eclettica e romantica, Gilda Trisolini instancabile promotrice culturale e scrittrice feconda anche se avara nel pubblicare, Silvio Vetere aspro e vitale. Poeti nei confronti dei quali Betocchi dimostrò interesse e stima, confermando disponibilità al dialogo e "alla comprensione che ha caratterizzato costantemente l'ethos dello scrittore fiorentino", come nota Pietro Civitareale nella prefazione.
 
Il castello normanno - svevo di Cosenza in una foto d'epoca
 
Carlo Cipparrone, Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi, prefazione di Pietro Civitareale, Edizioni Orizzonti Meridionali - Biblioteca di Capoverso, 2015
 

lunedì 18 aprile 2016

La contro storia dalla parte degli umiliati. Discorso al Nobel, di Albert Camus

A cura di Antonio Castronuovo è disponibile gratuitamente in nuova traduzione il discorso che Albert Camus tenne a Stoccolma il 10 dicembre 1957, quando gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura (Strade bianche libri testimonianza, emerita ormai, di quella letteratura resistente, nata negli anni Ottanta del Novecento con Stampa Alternativa di Marcello Baraghini, libri di qualità e LIBRI MILLELIRE e che ora prosegue con il laboratorio di idee di Strade Bianche). Scrive il curatore:
 
"Dopo il banchetto d’onore del Nobel è d’uso che il vincitore tenga un discorso nell’antico municipio di Stoccolma, cosa che Camus fece il 10 dicembre 1957. La densità del testo va misurata sull’epoca in cui fu pronunciato, quegli anni Cinquanta gravidi di questioni di coscienza: la guerra fredda, i processi di epurazione, lo stalinismo, l’angoscia atomica, il colonialismo tramontante. Camus guardava con attenzione a quei problemi e, semplicemente, vide che in nome della storia venivano annientati milioni di innocenti, vide che gli intellettuali giustificavano –contacito o palese assenso – il terrore staliniano, e che divinizzando la storia ne avevano fatto unanuova religione, venendo clamorosamente meno al dettato laico: si è infatti laici se,cancellata in sé l’esigenza religiosa, non la si sostituisce con nuove genuflessioni."
 
Il discorso, di grande intensità, si concentra sul ruolo dell'intellettuale e sulla solidarietà - con i poveri, gli umiliati, i diseredati - che deve contraddistinguere la sua ricerca, le sue parole e la sua azione. Camus si sentiva profondamente coinvolto perché era consapevole del fatto che "anche il silenzio ha un significato. Nel momento in cui perfino l'astensione può essere considerata una scelta, punita o lodata che sia, l'artista, che lo voglia o no, è imbarcato. Imbarcato mi pare qui più giusto che impegnato. Non si tratta infatti per l'artista di un impegno volontario, ma piuttosto di un servizio militare obbligatorio. Ogni artista oggi è imbarcato sulla galea del suo tempo" avrebbe detto quattro giorni dopo nella conferenza tenuta nel grande anfiteatro dell'Università di Uppsala.
Lucido e profondo, chiaro e forte, pacato ma non rassegnato, questo breve discorso merita veramente di essere letto, meditato, conservato, specialmente da chi ricopre ruoli di responsabilità sociale, educativa, politica. Perché "lo scrittore non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono", come si legge nel discorso a pag. 10.
 
Albert Camus, La contro storia dalla parte degli umiliati, Strade Bianche 2016
 
 

domenica 13 marzo 2016

Diario minimo, di Umberto Eco

Alla fine degli anni Cinquanta Umberto Eco scrisse per la rivista "Il Verri" una serie di articoli di costume e di parodie letterarie che poi apparvero in volume nel 1963 presso Mondadori con il titolo di  Diario Minimo.  Si trattava, come osservò lo stesso autore in una nota all'edizione 1975, di "falsi saggi che hanno avuto la ventura di piacere al pubblico e di essere adattati nelle edizioni scolastiche (come è avvenuto al pamphlet su Cuore) o di entrare a far parte di un repertorio di citazioni d'obbligo, come l'analisi di Mike Bongiorno.
E' ancora molto godibile questo pezzo del 1961 sul rapporto tra conduttore televisivo e spettatore: la televisione, osserva Eco, non propone ideali elevati, mete alte e irraggiungibili, così nella bellezza, come nella cultura o nella morale. La proposta televisiva si pone sempre nell'ambito della "medietà" (allora, aggiungeremmo, perché ora la proposta televisiva, specialmente sulle reti dette "libere", è quasi sempre decisamente bassa per non dire infima). Per la tv dunque l'ideale in cui immedesimarsi è l'everyman, non il superman. Di qui il successo di Mike Bongiorno perché "in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita traspare una mediocrità assoluta unita [...] ad un fascino immediato e spontaneo". Mike Bongiorno appare al pubblico come esempio di persona mediocre, condizione comune a molti, stato facile e possibilissimo da raggiungere e da imitare - conclude Eco - "in lui si annulla la tensione tra l'essere e il dover essere" e per questo piace ed è amato.
Altro famosissimo capitolo del libro è Elogio di Franti (1962), il personaggio del libro Cuore di De Amicis, scritto, come tutti sanno in forma di diario da Enrico, bambino che incarna idealità ed obbedienze borghesi tipiche della Torino post risorgimentale. L'elogio costituisce, da parte di Eco, una rivendicazione della dignità dell'emarginato per condizioni sociali e culturali: "Il riso di Franti è qualcosa che distrugge, ed è considerato malvagità solo perché Enrico identifica il Bene con l'ordine esistente in cui si ingrassa. Ma se il Bene è solo ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si oppone...": nel romanzo Franti viene espulso, mentre nella storia i Franti possono rivendicare diritti e dignità per i più poveri.
Pezzi di costume, dunque, nel libro e parodie letterarie gustose: Manzoni letto come fosse Joyce; Milano esplorata da un antropologo; il Paradiso come i corridoi di Montecitorio. Divertissements, certo, ma anche esercizi intellettuali acuti, talvolta profetici.
 
Umberto Eco, Diario minimo, Mondadori 1975

martedì 26 gennaio 2016

Sud e magia, di Ernesto De Martino

Donzelli editore, a cinquant'anni dalla morte di Ernesto de Martino, etnologo e antropologo, pubblica una nuova edizione della sua opera più nota e fondamentale per lo studio della cultura popolare nel Mezzogiorno italiano, Sud e magia. Frutto di un soggiorno del 1952 tra le popolazioni lucane di Matera, Grottole, Ferrandina, Pisticci, Valsinni, Colobraro, Stigliano, Viggiano, Marsico Vetere, Savoia, Potenza, Tricarico il libro ebbe la sua prima edizione nel 1959 per le edizioni Feltrinelli. Ora Donzelli ne pubblica una rinnovata monumentale "edizione speciale" arricchita dalle fotografie originali di Franco Pinna, Ando Gilardi e André Martin nonché da una antologia di nuovi testi e documenti dello stesso De Martino. Curatori dell'impresa sono gli antropologi Fabio Dei e Antonio Fanelli.
La società occidentale moderna, osserva De Martino, è nata a seguito di uno sviluppo del pensiero e della pratica che ha man mano sostituito alla magia la razionalità; così che le nazioni e le popolazioni sono definite moderne nella misura in cui hanno partecipato positivamente a questo processo. In questo saggio l'autore si propone di esaminare quanto e come la vita culturale del Sud abbia partecipato a questo processo, studiando un significativo campione di popolazioni lucane.
Il primo momento della ricerca intende dunque verificare, afferma De Martino, "la struttura delle tecniche magiche, la loro funzione psicologica, il regime di esistenza che ne favorisce il perdurare" in una delle zone più povere del Meridione. Successivamente viene studiato il rapporto tra queste credenze magiche e la religione cattolica che, nella pratica meridionale, assume evidenti "note di vistosità e di esteriorità". Nella pratica quotidiana delle popolazioni rurali, dunque, la "bassa magia extracanonica" si lega con modalità di devozione popolare, ma anche con forme e orazioni della liturgia ufficiale della Chiesa. Al fine di comprendere il perdurare di queste pratiche fino all'epoca sua, l'autore analizza la partecipazione degli intellettuali del Sud alla polemica antimagica fondante il pensiero moderno, in particolare riferendosi ai limiti dell'illuminismo napoletano così come si configurò storicamente. Nacque proprio in questi ambienti illuministi, infatti, pur circondata da un'aura di distaccata ironia, la figura dello jettatore, "individuo che inconsapevolmente introduce il disordine nella sfera naturale, morale e sociale della realtà", figura di compromesso tra ragione umana consapevole e fondatrice dell'esistenza e cupa fascinazione magica medievale.
La Lucania di De Martino non è quella di Carlo Levi che, pur constatandone la povertà e la chiusura, vide in essa il paese del mito, vivo e fascinoso perché lontano dai grandi e piccoli movimenti e sommovimenti della storia, vivo perché attento agli "spiriti che sono nell'aria", alle misteriose potenze che animali e uomini possono celare in sé. De Martino, invece, è convinto del fatto che, se Cristo si è fermato a Eboli, "ciò costituisce un fatto storico che deve trovare i suoi limiti all'interno dell'umanesimo cristiano" e osserva inoltre che "proprio quelle realtà contadine che sembrano fuori dal tempo, e quasi al riparo dalla storia, rinviano in realtà a drammi storici concreti".  
 
H. Cartier Bresson, Strada di Pisticci (fine anni Cinquanta)
"Ciò di cui abbiamo bisogno è un'opera che abbia l'efficacia, l'unità e il calore di Cristo si è fermato a Eboli, e che, al tempo stesso, sia opera di scienza e non di letteratura", scrisse Da Martino su "Il rinnovamento d'Italia" del 15 settembre 1952. Il lettore di Sud e magia verificherà, pagina dopo pagina, che questo bisogno vi è stato esaudito.
 
Ernesto De Martino, Sud e magia, Donzelli 2015

giovedì 14 gennaio 2016

Pecorelle la petite brebis e le sue sorelle


Une petite brebis a perdu son troupeau, 

elle suit l'étoile tout là-haut...

 

così comincia la traduzione francese di Ninna nanna per una pecorella (Topipittori), che ha visto la luce nello scorso mese di dicembre grazie alla casa editrice corsa Albiana.

Paghjina una, un tintu agneddu sbanditu 

cerca a so strada suvitendu una stedda...

 

e così prende inizio la traduzione in lingua corsa della stessa poesia. Le due due nuove lingue per la piccola pecorella si aggiungono al delicato verseggiare in spagnolo dell'edizione uscita tempo fa per Océano Travesía, editore latino americano. 

E, infine, poco prima di Natale sul blog ZeBuk è apparso questo bel consiglio di lettura: Vietato leggere?
Un articolo che si aggiunge ad altri per un blog (e non sono pochi, ormai in Italia, anche se spesso poco conosciuti) utile per entrare a fondo nel corpo e nello spirito dei libri  dedicati ai più piccoli lettori.


Si è parlato della pecorella (e di altri libri) anche sul blog della Biblioteca Pública Municipal do Saviñao.

lunedì 11 gennaio 2016

Una nuova biblioteca per la poesia

E' stata inaugurata nella scorso mese di novembre a Terzo (AL), minuscolo paese di 900 abitanti, una nuova biblioteca di poesia, che va ad aggiungersi alle altre (poche) aperte in Italia. I volumi sinora disponibili, sia per il prestito locale che per quello interbibliotecario nazionale, sono tremila e il catalogo è consultabile su Librinlinea. Biblioteche piemontesi on line.
Una sezione speciale è dedicata alle opere per bambini.
Aperta ogni sabato pomeriggio, la biblioteca è dedicata a Guido Gozzano, del quale in questo 2016 ricorre il centenario della morte.
 
 
 
Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state...
Vedo la casa; ecco le rose
del bel giardino di vent'anni or sono!
Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia...

(Guido Gozzano, versi da Cocotte)


giovedì 24 dicembre 2015

La stella sul tetto, di Eleonora Bellini

L'uomo pedalava lentamente lungo le strade della città che nella notte imminente si sfollavano in fretta. Nell'aria volteggiavano fiocchi bianchi, un accenno di neve, indeciso, che svaniva nell'aria mentre la strada restava sgombra e grigia.
Sotto il tabarro l'uomo reggeva una grossa sacca con i regali e, nel risvolto della giacca, un gatto che aveva trovato smarrito appena fuori città, sulla strada del ritorno.
- E siamo già a Natale – disse l'uomo – anche questo 1926 se n'è andato -.
- Miao, sì! - rispose il gatto.
- Passano in fretta – aggiunse l'uomo.
- Miao, io ne ho già cinque, di anni – continuò il gatto.
- E io cinquanta, dieci volte più – replicò l'uomo.
Arrivarono alla casa dell'uomo. Dalla finestra al piano terreno si vedeva danzare la luce del fuoco nel camino. La bambina era in piedi davanti al tavolo del presepe, guardava attentamente le statuine e il paesaggio. Una donna dall'aspetto stanco era seduta su una poltroncina accanto al fuoco.
- Anche la bambina ha cinque anni – mormorò l'uomo.
- Miao. Entriamo, che cosa aspetti? - lo esortò il gatto.
- La bambina ha paura dei gatti – sussurrò l'uomo.
- Miao! - sussurrò anche il gatto e sgattaiolò sul tetto. Si distese al tepore delle tegole accanto al camino.
- Miao, Miao! Entra, Entra! -
L'uomo aperse piano la porta. La bambina lo guardò e non si mosse. La donna alzò piano la mano in un cenno di saluto.
- Ecco qua! – esclamò l'uomo posando la grossa sacca sul tavolo – Ecco le strenne! -
Tolse dalla sacca due manciate di noci, un torrone, tre grosse arance, un barattolo di mostarda, un grosso cacio e un sacchetto di biscotti e lunghi grissini e miele e zucchero avvolto in carta azzurra e un fiasco di vino rosso e un piccolo, sottile, parallelepipedo di carta dorata. Tutto profumava di freddo.
Tese alla bambina lo stecchetto di carta dorata:
- Assaggialo, mangia. Questo è speciale! – le disse.
- Che cosa è? - chiese la bambina.
- Cioccolato, è speciale – disse l'uomo – fallo assaggiare anche alla mamma -.
Mentre masticavano piano, l'uomo si avvicinò al fuoco, versò del vino in un pentolino, vi aggiunse un poco di zucchero e un legnetto che tolse dalla tasca.
- Perché metti un legnetto nel pentolino? – chiese la bambina.
- Non è un legnetto, è una stecca di cannella. Preparo il vin brulé. Sentirai com'è buono. Lo berremo dopo cena, prima di uscire -.
- Perché dobbiamo uscire, se è notte? - chiese la bambina.
- Perché è Natale, nasce il bambinello. Si fa festa. - rispose l'uomo.
La donna accanto al camino si strinse più stretta nello scialle.
La bambina disse: - Il cioccolato è buono -.
Il babbo le sorrise e la esortò: - Allegria, allegria, nasce il bambinello.
Versò il vin brulé fumante e lo porse alla donna:
- Bevi, che questo ti fa bene.
- Penso all'Annetta, Luigi – mormorò la donna.
Non ti preoccupare, Maria – la rassicurò l'uomo – l'Annetta è una donna, ha marito e non ha bisogno di noi -.
-  Assaggiane poco anche tu – disse poi alla bambina porgendole la tazza piccola – è dolce, ti farà bene. Non avrai freddo quando usciremo -.
Frugò poi ancora nella sacca e molto delicatamente, lentamente, sorridendo tra sé, ne tolse una bambola, una bambola con l'abito rosa, la cuffietta ornata di fiori e il volto di porcellana.
- Tieni, è tua – disse alla bambina – Allegria, che stanotte nasce il bambinello e noi andiamo a vederlo! -
La bambina prese in braccio la bambola e l'accarezzò stupita: com'era bella!
- Grazie, papà – disse – Io non voglio uscire, però, voglio restare qui con la bambola.
- Ti porterò in braccio – disse l'uomo, non ti stancherai. La bambola resterà ad aspettarti -.
Cenarono con le cose buone che il babbo aveva portato. Quando fu tardi, molto tardi:
- Andiamo - disse l'uomo – è ora.
Uscirono. La mamma avvolta nello scialle pesante, le mani chiuse nel manicotto, il capo chino, la bimba in braccio al babbo, con il naso sopra la stoffa ruvida del tabarro.
Si udì uno scricchiolio sul tetto. Era il gatto che voleva salutare l'uomo. Ma:
- Che cosa c'è che si muove sul tetto? Ho paura! - piagnucolò la bambina.
- Non è nulla, è una stella – disse il babbo mentre il gatto immobile chiudeva stretto un occhio e spalancava l'altro il più possibile.
- E' vero, papà – vedo una stellina sul nostro tetto – disse la bambina guardando in su. E sorrise.
 
 
© Eleonora Bellini, 24 dicembre 2015. Per Maria e Luigi, i nonni sconosciuti.

lunedì 21 dicembre 2015

I racconti del maresciallo, di Mario Soldati

Gigi Arnaudo, maresciallo dei Carabinieri, è in servizio in paesi e borghi diversi, tra valle padana e prealpi piemontesi. E' persona integerrima e riflessiva, il lato del suo mestiere che più gli dà piacere sta "nell'investigazione, nella ricerca, nello sforzo di capire e scoprire". Nei quindici racconti di questo libro, che ispirarono l'omonima serie televisiva la cui prima puntata venne trasmessa nel gennaio 1968, possiamo leggere storie poliziesche ambientate nel variegato quotidiano di cittadine di provincia nelle quali il maresciallo dei carabinieri, per quanto  timido e riservato sia, come è il caso di Arnaudo, è comunque personaggio in vista. Deve dunque saper dosare abilmente vita privata e amicizie, lavoro d'investigazione e cura dell'ordine pubblico.
 
 
Arnaudo incontra piccoli malfattori, talvolta pittoreschi: ladruncoli, millantatori, infedeli, truffatori. Figure che rispecchiano, non senza ironia, il mondo della provincia italiana degli anni del boom, della quale questi brevi racconti polizieschi tracciano un ritratto quanto mai realistico, non trascurandone, quando vi si manifestino, né la povertà culturale, né la meschinità: "... esistono alcuni atti umani che mi hanno fatto sempre andare in bestia e che non esito a definire criminosi, anche se, codice alla mano, non siano, forse, nemmeno punibili: non siano, insomma, vere infrazioni alla legge. Il peggiore di tutti questi atti, secondo me, è quando alcuni individui, trovandosi insieme riuniti, si divertono e godono alle spalle di un loro simile che, in quel momento, dà spettacolo della propria sofferenza". (pag. 219).
 
Mario Soldati, I racconti del maresciallo, Mondadori 1967. (Ristampati nel 2004 da Sellerio Editore)