domenica 13 marzo 2016

Diario minimo, di Umberto Eco

Alla fine degli anni Cinquanta Umberto Eco scrisse per la rivista "Il Verri" una serie di articoli di costume e di parodie letterarie che poi apparvero in volume nel 1963 presso Mondadori con il titolo di  Diario Minimo.  Si trattava, come osservò lo stesso autore in una nota all'edizione 1975, di "falsi saggi che hanno avuto la ventura di piacere al pubblico e di essere adattati nelle edizioni scolastiche (come è avvenuto al pamphlet su Cuore) o di entrare a far parte di un repertorio di citazioni d'obbligo, come l'analisi di Mike Bongiorno.
E' ancora molto godibile questo pezzo del 1961 sul rapporto tra conduttore televisivo e spettatore: la televisione, osserva Eco, non propone ideali elevati, mete alte e irraggiungibili, così nella bellezza, come nella cultura o nella morale. La proposta televisiva si pone sempre nell'ambito della "medietà" (allora, aggiungeremmo, perché ora la proposta televisiva, specialmente sulle reti dette "libere", è quasi sempre decisamente bassa per non dire infima). Per la tv dunque l'ideale in cui immedesimarsi è l'everyman, non il superman. Di qui il successo di Mike Bongiorno perché "in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita traspare una mediocrità assoluta unita [...] ad un fascino immediato e spontaneo". Mike Bongiorno appare al pubblico come esempio di persona mediocre, condizione comune a molti, stato facile e possibilissimo da raggiungere e da imitare - conclude Eco - "in lui si annulla la tensione tra l'essere e il dover essere" e per questo piace ed è amato.
Altro famosissimo capitolo del libro è Elogio di Franti (1962), il personaggio del libro Cuore di De Amicis, scritto, come tutti sanno in forma di diario da Enrico, bambino che incarna idealità ed obbedienze borghesi tipiche della Torino post risorgimentale. L'elogio costituisce, da parte di Eco, una rivendicazione della dignità dell'emarginato per condizioni sociali e culturali: "Il riso di Franti è qualcosa che distrugge, ed è considerato malvagità solo perché Enrico identifica il Bene con l'ordine esistente in cui si ingrassa. Ma se il Bene è solo ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si oppone...": nel romanzo Franti viene espulso, mentre nella storia i Franti possono rivendicare diritti e dignità per i più poveri.
Pezzi di costume, dunque, nel libro e parodie letterarie gustose: Manzoni letto come fosse Joyce; Milano esplorata da un antropologo; il Paradiso come i corridoi di Montecitorio. Divertissements, certo, ma anche esercizi intellettuali acuti, talvolta profetici.
 
Umberto Eco, Diario minimo, Mondadori 1975

martedì 26 gennaio 2016

Sud e magia, di Ernesto De Martino

Donzelli editore, a cinquant'anni dalla morte di Ernesto de Martino, etnologo e antropologo, pubblica una nuova edizione della sua opera più nota e fondamentale per lo studio della cultura popolare nel Mezzogiorno italiano, Sud e magia. Frutto di un soggiorno del 1952 tra le popolazioni lucane di Matera, Grottole, Ferrandina, Pisticci, Valsinni, Colobraro, Stigliano, Viggiano, Marsico Vetere, Savoia, Potenza, Tricarico il libro ebbe la sua prima edizione nel 1959 per le edizioni Feltrinelli. Ora Donzelli ne pubblica una rinnovata monumentale "edizione speciale" arricchita dalle fotografie originali di Franco Pinna, Ando Gilardi e André Martin nonché da una antologia di nuovi testi e documenti dello stesso De Martino. Curatori dell'impresa sono gli antropologi Fabio Dei e Antonio Fanelli.
La società occidentale moderna, osserva De Martino, è nata a seguito di uno sviluppo del pensiero e della pratica che ha man mano sostituito alla magia la razionalità; così che le nazioni e le popolazioni sono definite moderne nella misura in cui hanno partecipato positivamente a questo processo. In questo saggio l'autore si propone di esaminare quanto e come la vita culturale del Sud abbia partecipato a questo processo, studiando un significativo campione di popolazioni lucane.
Il primo momento della ricerca intende dunque verificare, afferma De Martino, "la struttura delle tecniche magiche, la loro funzione psicologica, il regime di esistenza che ne favorisce il perdurare" in una delle zone più povere del Meridione. Successivamente viene studiato il rapporto tra queste credenze magiche e la religione cattolica che, nella pratica meridionale, assume evidenti "note di vistosità e di esteriorità". Nella pratica quotidiana delle popolazioni rurali, dunque, la "bassa magia extracanonica" si lega con modalità di devozione popolare, ma anche con forme e orazioni della liturgia ufficiale della Chiesa. Al fine di comprendere il perdurare di queste pratiche fino all'epoca sua, l'autore analizza la partecipazione degli intellettuali del Sud alla polemica antimagica fondante il pensiero moderno, in particolare riferendosi ai limiti dell'illuminismo napoletano così come si configurò storicamente. Nacque proprio in questi ambienti illuministi, infatti, pur circondata da un'aura di distaccata ironia, la figura dello jettatore, "individuo che inconsapevolmente introduce il disordine nella sfera naturale, morale e sociale della realtà", figura di compromesso tra ragione umana consapevole e fondatrice dell'esistenza e cupa fascinazione magica medievale.
La Lucania di De Martino non è quella di Carlo Levi che, pur constatandone la povertà e la chiusura, vide in essa il paese del mito, vivo e fascinoso perché lontano dai grandi e piccoli movimenti e sommovimenti della storia, vivo perché attento agli "spiriti che sono nell'aria", alle misteriose potenze che animali e uomini possono celare in sé. De Martino, invece, è convinto del fatto che, se Cristo si è fermato a Eboli, "ciò costituisce un fatto storico che deve trovare i suoi limiti all'interno dell'umanesimo cristiano" e osserva inoltre che "proprio quelle realtà contadine che sembrano fuori dal tempo, e quasi al riparo dalla storia, rinviano in realtà a drammi storici concreti".  
 
H. Cartier Bresson, Strada di Pisticci (fine anni Cinquanta)
"Ciò di cui abbiamo bisogno è un'opera che abbia l'efficacia, l'unità e il calore di Cristo si è fermato a Eboli, e che, al tempo stesso, sia opera di scienza e non di letteratura", scrisse Da Martino su "Il rinnovamento d'Italia" del 15 settembre 1952. Il lettore di Sud e magia verificherà, pagina dopo pagina, che questo bisogno vi è stato esaudito.
 
Ernesto De Martino, Sud e magia, Donzelli 2015

giovedì 14 gennaio 2016

Pecorelle la petite brebis e le sue sorelle


Une petite brebis a perdu son troupeau, 

elle suit l'étoile tout là-haut...

 

così comincia la traduzione francese di Ninna nanna per una pecorella (Topipittori), che ha visto la luce nello scorso mese di dicembre grazie alla casa editrice corsa Albiana.

Paghjina una, un tintu agneddu sbanditu 

cerca a so strada suvitendu una stedda...

 

e così prende inizio la traduzione in lingua corsa della stessa poesia. Le due due nuove lingue per la piccola pecorella si aggiungono al delicato verseggiare in spagnolo dell'edizione uscita tempo fa per Océano Travesía, editore latino americano. 

E, infine, poco prima di Natale sul blog ZeBuk è apparso questo bel consiglio di lettura: Vietato leggere?
Un articolo che si aggiunge ad altri per un blog (e non sono pochi, ormai in Italia, anche se spesso poco conosciuti) utile per entrare a fondo nel corpo e nello spirito dei libri  dedicati ai più piccoli lettori.


Si è parlato della pecorella (e di altri libri) anche sul blog della Biblioteca Pública Municipal do Saviñao.

lunedì 11 gennaio 2016

Una nuova biblioteca per la poesia

E' stata inaugurata nella scorso mese di novembre a Terzo (AL), minuscolo paese di 900 abitanti, una nuova biblioteca di poesia, che va ad aggiungersi alle altre (poche) aperte in Italia. I volumi sinora disponibili, sia per il prestito locale che per quello interbibliotecario nazionale, sono tremila e il catalogo è consultabile su Librinlinea. Biblioteche piemontesi on line.
Una sezione speciale è dedicata alle opere per bambini.
Aperta ogni sabato pomeriggio, la biblioteca è dedicata a Guido Gozzano, del quale in questo 2016 ricorre il centenario della morte.
 
 
 
Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono state...
Vedo la casa; ecco le rose
del bel giardino di vent'anni or sono!
Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia...

(Guido Gozzano, versi da Cocotte)


giovedì 24 dicembre 2015

La stella sul tetto, di Eleonora Bellini

L'uomo pedalava lentamente lungo le strade della città che nella notte imminente si sfollavano in fretta. Nell'aria volteggiavano fiocchi bianchi, un accenno di neve, indeciso, che svaniva nell'aria mentre la strada restava sgombra e grigia.
Sotto il tabarro l'uomo reggeva una grossa sacca con i regali e, nel risvolto della giacca, un gatto che aveva trovato smarrito appena fuori città, sulla strada del ritorno.
- E siamo già a Natale – disse l'uomo – anche questo 1926 se n'è andato -.
- Miao, sì! - rispose il gatto.
- Passano in fretta – aggiunse l'uomo.
- Miao, io ne ho già cinque, di anni – continuò il gatto.
- E io cinquanta, dieci volte più – replicò l'uomo.
Arrivarono alla casa dell'uomo. Dalla finestra al piano terreno si vedeva danzare la luce del fuoco nel camino. La bambina era in piedi davanti al tavolo del presepe, guardava attentamente le statuine e il paesaggio. Una donna dall'aspetto stanco era seduta su una poltroncina accanto al fuoco.
- Anche la bambina ha cinque anni – mormorò l'uomo.
- Miao. Entriamo, che cosa aspetti? - lo esortò il gatto.
- La bambina ha paura dei gatti – sussurrò l'uomo.
- Miao! - sussurrò anche il gatto e sgattaiolò sul tetto. Si distese al tepore delle tegole accanto al camino.
- Miao, Miao! Entra, Entra! -
L'uomo aperse piano la porta. La bambina lo guardò e non si mosse. La donna alzò piano la mano in un cenno di saluto.
- Ecco qua! – esclamò l'uomo posando la grossa sacca sul tavolo – Ecco le strenne! -
Tolse dalla sacca due manciate di noci, un torrone, tre grosse arance, un barattolo di mostarda, un grosso cacio e un sacchetto di biscotti e lunghi grissini e miele e zucchero avvolto in carta azzurra e un fiasco di vino rosso e un piccolo, sottile, parallelepipedo di carta dorata. Tutto profumava di freddo.
Tese alla bambina lo stecchetto di carta dorata:
- Assaggialo, mangia. Questo è speciale! – le disse.
- Che cosa è? - chiese la bambina.
- Cioccolato, è speciale – disse l'uomo – fallo assaggiare anche alla mamma -.
Mentre masticavano piano, l'uomo si avvicinò al fuoco, versò del vino in un pentolino, vi aggiunse un poco di zucchero e un legnetto che tolse dalla tasca.
- Perché metti un legnetto nel pentolino? – chiese la bambina.
- Non è un legnetto, è una stecca di cannella. Preparo il vin brulé. Sentirai com'è buono. Lo berremo dopo cena, prima di uscire -.
- Perché dobbiamo uscire, se è notte? - chiese la bambina.
- Perché è Natale, nasce il bambinello. Si fa festa. - rispose l'uomo.
La donna accanto al camino si strinse più stretta nello scialle.
La bambina disse: - Il cioccolato è buono -.
Il babbo le sorrise e la esortò: - Allegria, allegria, nasce il bambinello.
Versò il vin brulé fumante e lo porse alla donna:
- Bevi, che questo ti fa bene.
- Penso all'Annetta, Luigi – mormorò la donna.
Non ti preoccupare, Maria – la rassicurò l'uomo – l'Annetta è una donna, ha marito e non ha bisogno di noi -.
-  Assaggiane poco anche tu – disse poi alla bambina porgendole la tazza piccola – è dolce, ti farà bene. Non avrai freddo quando usciremo -.
Frugò poi ancora nella sacca e molto delicatamente, lentamente, sorridendo tra sé, ne tolse una bambola, una bambola con l'abito rosa, la cuffietta ornata di fiori e il volto di porcellana.
- Tieni, è tua – disse alla bambina – Allegria, che stanotte nasce il bambinello e noi andiamo a vederlo! -
La bambina prese in braccio la bambola e l'accarezzò stupita: com'era bella!
- Grazie, papà – disse – Io non voglio uscire, però, voglio restare qui con la bambola.
- Ti porterò in braccio – disse l'uomo, non ti stancherai. La bambola resterà ad aspettarti -.
Cenarono con le cose buone che il babbo aveva portato. Quando fu tardi, molto tardi:
- Andiamo - disse l'uomo – è ora.
Uscirono. La mamma avvolta nello scialle pesante, le mani chiuse nel manicotto, il capo chino, la bimba in braccio al babbo, con il naso sopra la stoffa ruvida del tabarro.
Si udì uno scricchiolio sul tetto. Era il gatto che voleva salutare l'uomo. Ma:
- Che cosa c'è che si muove sul tetto? Ho paura! - piagnucolò la bambina.
- Non è nulla, è una stella – disse il babbo mentre il gatto immobile chiudeva stretto un occhio e spalancava l'altro il più possibile.
- E' vero, papà – vedo una stellina sul nostro tetto – disse la bambina guardando in su. E sorrise.
 
 
© Eleonora Bellini, 24 dicembre 2015. Per Maria e Luigi, i nonni sconosciuti.

lunedì 21 dicembre 2015

I racconti del maresciallo, di Mario Soldati

Gigi Arnaudo, maresciallo dei Carabinieri, è in servizio in paesi e borghi diversi, tra valle padana e prealpi piemontesi. E' persona integerrima e riflessiva, il lato del suo mestiere che più gli dà piacere sta "nell'investigazione, nella ricerca, nello sforzo di capire e scoprire". Nei quindici racconti di questo libro, che ispirarono l'omonima serie televisiva la cui prima puntata venne trasmessa nel gennaio 1968, possiamo leggere storie poliziesche ambientate nel variegato quotidiano di cittadine di provincia nelle quali il maresciallo dei carabinieri, per quanto  timido e riservato sia, come è il caso di Arnaudo, è comunque personaggio in vista. Deve dunque saper dosare abilmente vita privata e amicizie, lavoro d'investigazione e cura dell'ordine pubblico.
 
 
Arnaudo incontra piccoli malfattori, talvolta pittoreschi: ladruncoli, millantatori, infedeli, truffatori. Figure che rispecchiano, non senza ironia, il mondo della provincia italiana degli anni del boom, della quale questi brevi racconti polizieschi tracciano un ritratto quanto mai realistico, non trascurandone, quando vi si manifestino, né la povertà culturale, né la meschinità: "... esistono alcuni atti umani che mi hanno fatto sempre andare in bestia e che non esito a definire criminosi, anche se, codice alla mano, non siano, forse, nemmeno punibili: non siano, insomma, vere infrazioni alla legge. Il peggiore di tutti questi atti, secondo me, è quando alcuni individui, trovandosi insieme riuniti, si divertono e godono alle spalle di un loro simile che, in quel momento, dà spettacolo della propria sofferenza". (pag. 219).
 
Mario Soldati, I racconti del maresciallo, Mondadori 1967. (Ristampati nel 2004 da Sellerio Editore)


domenica 20 dicembre 2015

Dell'aggressione a biblioteche (e bibliotecari)

Da circa otto anni sono, insieme ad altri, periodicamente (due tre volte l'anno) sottoposta a colpi di mitraglia che spietatamente martellano: le biblioteche sono istituzioni del passato, i libri sono inutili, tra un anno o poco più i libri spariranno tutti e la lettura (se resisterà) sarà solo su supporti digitali, ma ci vuol proprio un impiegato per catalogare, cioè per mettere un libro lì sullo scaffale?, i sistemi bibliotecari (le reti bibliotecarie) son cosa vecchia, le piccole biblioteche si dotino di LIM (!!!) per i ragazzini, invece di mandare in giro casse di libri, e altre amenità, che vi risparmierei, miei 25(mila) lettori, se non fosse che provengono da sede istituzionale.
 
 
"Le biblioteche sono il filo rosso posto tra civiltà e barbarie" scrisse Neil Gaiman, autore di romanzi, sceneggiature (Coraline, Stardust), fumetti: non un barbogio.
"Il luogo in cui ho saputo chi ero e chi sarei diventato: è la biblioteca municipale" ebbe ad affermare Jerzy Kosinski (L'uccello dipinto, Passi, Oltre il giardino) scrittore polacco vissuto negli States. Si è poi suicidato, ma non prima di aver visto il mondo.
"La sola cosa che avete assolutamente bisogno di conoscere è l'indirizzo di una biblioteca" affermava Albert Einstein ed era uno scienziato, non (perdonate il secondo termine, ma sto citando) "uno sfigato cultore di materie umanistiche".
"Qualunque sia il costo delle nostre biblioteche non è nulla se paragonato a quello di un popolo ignorante" affermò il giornalista e conduttore televisivo statunitense Walter Cronkite, personaggio acuto e sereno. Già, ma se non contassero su quella parte di cittadini che è incolta, supponente e arrogante, quanti amministratori di un certo tipo sarebbero eletti? mi chiedo io.
"Che cosa potremmo fare di buono senza le biblioteche?" ebbe a domandarsi Katharine Hepburn, attrice dotata di corpo e di mente, non certo una "bibliotecaria dimessa con occhiali" (cito, ma questa volta cito solo una convinzione ed un pensiero, non una voce udita").
"Scavo nelle biblioteche comunali, spesso ricolme di tesori sommersi" diceva Virginia Wolf, scrittrice acuta. Eh, nonnò Wolf! Qui  invece si dice, ammonisce, aggredisce: "Quante volte è stato letto questo libro? Due? E allora lo butti!". Qui così mitraglia la mitraglia. Fortunatamente, non essendo io gerarchicamente sottoposta alla sferza mitragliante, non lo faccio. Altrimenti, seguendo questo principio, dovrei disfarmi di tutte le Cinquecentine e dei volumi dei secoli seguenti fino a... Chi lo giudica? E come? Dobbiamo forse istituire una "dittatura temporanea per l'eliminazione del libro?". C'è già stata, ogni tanto ritorna. Finora, per fortuna, è poi fallita.
"Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una specie di biblioteca" scrisse Borges, ma era un sognatore di poca vista e coi piedi per aria, commenterebbe la mitraglia.
"Le nazioni civili costruiscono biblioteche, i Paesi che hanno perso l'anima le chiudono" si lasciò scappare Toby Forward, creatore di Dragonborn, neanche lui un barbogio incollato al passato.
 
 
E qui torniamo alla nostra (quasi) miseranda realtà: una biblioteca ricevuta in dono (palazzo, giardini che lo circondano, isolato di altri palazzi per trarne proventi e sostenerla) costantemente sottoposta a colpi di mitraglia nel silenzio (quasi) generale: ristrutturazioni invasive e adatte più ad obitori, hangar, depositi che alla tipologia ideale per ambienti di lettura; noncuranza (esposizione e polveri, resine, rischi di furto) per i documenti e i libri, anche preziosi, che la biblioteca custodisce (della noncuranza nei confronti del personale taccio, perché "meno ce ne sono, meno costano"); vagheggiamenti per l'utilizzo alternativo degli spazi  per belle attività ("bei pranzi" cito e non vorrei dover citar ma cito); proposta di chiusura della rete bibliotecaria medio novarese, premessa della chiusura di ogni rete bibliotecaria, perché come è possibile la catalogazione on line senza un sistema coerentemente inserito in una rete regionale e nazionale?
Non è sogno, né incubo, ragazzi: è realtà. Di fronte alla realtà bisogna fare qualcosa. Che cosa? Mantenere ogni attività nell'ambito della legalità e denunciare; continuare a lavorare molto a servizio dei cittadini come da 35 anni si fa; non gettare né la spugna, né la sedia in testa alla mitraglia come verrebbe di fare; cercare di essere i migliori, senza preoccuparsi di essere capiti (d'altra parte avete mai visto un  asino mangiare un bignè o danzare sotto la luna al suono dei valzer di Chopin?); fare riferimento al proprio superiore diretto e basta: il municipio è lontano, in ogni senso.
Achille Marazza ebbe ad affermare, a un congresso sulle biblioteche italiane del primo dopoguerra (cito a memoria e un po' parafraso): "La storia ci ha donato biblioteche antiche ed illustri, ecclesiastiche o nobili aperte solo a studiosi e dotti. Ora occorrono le biblioteche per Renzo e Lucia, biblioteche decentrate, aperte a tutti, adatte alla formazione permanente, con ampio orario e personale disponibile e accogliente, con spazi dedicati a bambini e ragazzi, attente alle tradizioni locali." 
Marazza fondò dunque la Biblioteca Pubblica e Casa di Cultura che porta il suo nome. Attenendomi alla sua volontà, ai principi (modernissimi) che pose a fondamento dell'istituzione, al bene comune, all'intelligenza della ragione io lavoro.
 
 
@Eleonora Bellini

giovedì 10 dicembre 2015

Caterina e l'orso a zonzo per il mondo, di Christiane Pieper



Quale bambino non vorrebbe avere come guida e maestro un orso, un orso, grande e forte, allegro e bonario? Caterina è proprio fortunata, perché può andare a spasso per il mondo in compagnia di un grosso orso. Può seguirlo, ma, soprattutto, imitarlo. Eccoli dunque che passeggiano tra le case della città, sconfinano nei campi fino alle dune in vista del mare, corrono sul prato e strisciano nella sabbia e tante altre cose. Caterina è piccola, magra e ha due grandi orecchie. E' anche allegra, sorridente e curiosa, così che i lettori, grandi e piccoli, desiderano assomigliarle.
 
 
L'albo si presta ad essere letto ad alta voce anche ai piccolissimi e, soprattutto, ad essere animato, perché Caterina e il grosso orso a volte si rotolano, a volte saltano, altre semplicemente camminano. Poi svoltano a destra, poi a sinistra, scrutano attorno e si provano perfino a muoversi su tre e quattro gambe. Ma più di ogni altra cosa camminano a testa alta, in grande libertà, con lo sguardo rivolto ad ampi orizzonti.
 
Caterina e l'orso, a zonzo per il mondo di Christiane Pieper, Kalandraka 2015

sabato 28 novembre 2015

Preghiera per Černobyl', di Svetlana Aleksievič

"Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole per raccontare della gente che aveva paura dell'acqua, della terra, dei fiori degli alberi. Perché niente di simile era accaduto prima. Le cose erano le stesse - i fiori avevano la solita forma, il solito odore - eppure potevano uccidere. Il mondo era il solito e non era più lo stesso" (p. 9)
Non è più lo stesso, il mondo, non è più lo stesso l'uomo. L'euforia della tecnica assassina, la fiducia nell'onnipotenza  e perfezione di marchingegni velenosi, la perdita del senso della misura, l'ignoranza della condizione umana sulla terra - l'uomo, piccolo essere tanto fragile quanto tracotante - hanno prodotto quella Černobyl',  e le tante piccole e grandi Černobyl' che sono seguite: da Fukushima all'aria irrespirabile di Pechino e di Città del Messico alla Samarco brasiliana; da Seveso ai fanghi rossi di Scarlino e all'ILVA di Taranto per stare nel nostro piccolo. Uomini che uccidono il genere umano. Perché? Per il profitto, per la ragion di stato, per cieca e crudele tracotanza?
In questo libro che tutti devono leggere - e non solo perché l'autrice è stata insignita del premio Nobel per la Letteratura 2015 - sono raccolte testimonianze da Černobyl'. Raccontano le persone che hanno vissuto il disastro e nelle loro storie si sentono ancora il dolore e l'orrore, l'incredulità e la rassegnazione. Ecco, proprio la rassegnazione pare essere il vero nemico dei cittadini del mondo di oggi: considerare "naturali" le catastrofi dovute all'uso di tecnologie e sostanze nocive conduce, tra l'altro, all'accettazione passiva di "nuove" malattie, come i tumori, la cui origine è ambientale. A Černobyl' i porcospini ora nascono senza aculei, così come bambini sono nati senza arti o con i tessuti già sfatti e ustionati o privi dei naturali orifizi del corpo. Si può accettarlo? Si può perdonare? Certo che no. Ma la protesta deve salire, le abitudini di vita devono cambiare, all'insano culto del profitto unito al disprezzo per le creature umane bisogna sbattere la porta in faccia. Per questo la rassegnazione è la scelta peggiore. 

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl', Edizioni E/O 2002. Traduzione dal russo di Sergio Rapetti

domenica 8 novembre 2015

Dio e il suo destino, di Vito Mancuso

 
 
Sarà in libreria il 12 novembre Dio e il suo destino di Vito Mancuso, ma ieri a Borgomanero, nel corso di un incontro organizzato dalla Fondazione Marazza se ne è parlato in anteprima alla presenza dell'autore, introdotto dal novarese Giannino Piana.
Apriamo il libro e leggiamo due dediche: "A chi ha perso Dio a causa di Deus" e "alla memoria di don Andrea Gallo che credeva in un Dio antifascista". Sono dediche e già vi è presente l'assunto del volume (463 pagine), che si apre con un breve capitolo intitolato "Personaggi principali". Chi sono costoro? Dio, la forza buona dell'essere; Deus, l'archetipo del divino nella mentalità occidentale, forza e onnipotenza; il Destino, svelamento della verità delle cose; Trinitas, la "più veritiera e la più attuale interpretazione di Dio, la prospettiva su cui camminare per rendere ragione della verità globale dell'essere e dell'esperienza umana" (pp. 13, 14).
La tesi che l'autore sostiene è che, se l'immagine di Dio non sarà liberata dalle prerogative del Deus, il suo declino, già iniziato nella mente e nel cuore degli esseri umani, anche tra molti di quelli "di buona volontà", sarà definitivo. La lontananza di questa concezione di Dio - Deus dal mondo e dall'esperienza di coloro che vivono su questa terra verrà percepita come incolmabile.
Possono la riflessione teologica - e la pratica di fede - subire questo scacco? Certo che no, afferma Mancuso, perché "in gioco non c'è l'esistenza di un essere misterioso là in alto, ma il senso dell'essere qui in basso". Il Dio del quale parlano la Chiesa cattolica e le altre religioni del mondo, tornerà ad essere orizzonte e luce della fede degli umani, solo se verrà definito (e comunicato) come speranza sotto forma di pensiero, idea del bene e libertà autentica e profonda.
"Il risultato a cui sono giunto è che il vero nemico dell'idea di Dio in Occidente non è l'ateismo, non è il relativismo, non è nessuna delle minacce di cui parlano spesso gli uomini di Chiesa: è invece l'idea di Dio prodotta nei secoli dal potere religioso e depositata nella cosiddetta dottrina, a protezione della quale vennero collocati una serie di fossati e fili spinati detti anatemi e scomuniche, senza esitare a togliere violentemente la vita a tutti coloro che la contestavano e che non potevano essere vinti con la limpida verità delle argomentazioni" (p. 29).
Il saggio è variegato e profondo, si muove tra teologia, filosofia, letteratura, scienza e conta dieci capitoli (Dichiarazione d'intenti e descrizione del protagonista; Perché ne abbiamo ancora bisogno; Deus: la sua identità nella Bibbia ebraica; Il Nuovo Testamento e il suo Dio; Sorgere dell'eresia; Il Dio della dottrina; L'aporia manifesta; Elementi per una nuova immagine di Dio; Questioni di stile). Conclude la trattazione una ricca e preziosa "guida bibliografica".
Un libro che sicuramente si farà leggere (e rileggere), che farà scoprire, riflettere, sperare, come si addice a tutte le opere autentiche, appassionate e per nulla effimere.
 
 
Vito Mancuso, Dio e il suo destino, Garzanti 2015