lunedì 28 settembre 2015

Parlami, dimmi qualcosa, di Manlio Cancogni

"Inutile tentare di introdurre qui dentro un principio di razionalità Questa è una casa di donne, qui manca l'uomo. Il vecchio non era un uomo, era un nume. Mio suocero è l'ultimo gentiluomo rimasto sulla terra."
Storia di un matrimonio e di un amore durato a lungo nella vita del protagonista. Sara, la moglie, è una giovane taciturna, svagata, che si sente a suo agio solo lontano dalla città, una Firenze silente, solo intravista nella narrazione, a Ripa, nella casa degli avi. Qui crescono, moderatamente viziate, le due figliolette del protagonista, straniero in questa femminile congrega nella quale le intese sorgono naturali e spontanee e non necessitano di lunghi discorsi.
Sognatore e sfaticato, egli si rifugia a Parigi con la giovane amante Margherita e con il pretesto di poter meglio scrivere, in quell'ambiente stimolante e vario, il libro della sua vita. Non lo porterà a termine, naturalmente, e tornerà in famiglia, accanto a Sara, sempre taciturna e tutta dedita ai lavori domestici. Come scuoterla, come tornare al riso dei giorni d'amore di gioventù?
Parlami, dimmi qualcosa è uno dei romanzi più significativi di Cancogni, impietoso nella sua discesa profonda nel quotidiano e nei tempi lunghi dei rapporti di coppia, disincantato nel descrivere la ricerca di quell'intesa completa e serena, forse inarrivabile, che potremmo definire felicità.
 
Manlio Cancogni, Parlami, dimmi qualcosa, Elliot 2010
 

giovedì 3 settembre 2015

Un infinito numero, di Sebastiano Vassalli


Timodemo, nato a Nauplia, in Grecia, figlio di una prostituta, è istruito affinché divenga grammatico. Sul mercato di Roma, infatti, gli schiavi greci colti sono molto ricercati e il giovane viene acquistato nientemeno che da Virgilio per divenirne il segretario. Nella casa del poeta Timodemo vede per la prima volta una biblioteca e scopre la gioia della lettura: "... tutt'attorno alle pareti, dal pavimento al soffitto, c'erano dei ripiani di legno come in una bottega di panettiere, e al posto delle pagnotte c'erano i rotoli di papiro allineati in bell'ordine: i greci da una parte, i latini dall'altra e i poeti nel mezzo, io provai una grande emozione, come se fossi stato presentato agli autori di tutti quei libri". Incontra poi gli amici di Virgilio, Mecenate e Ottaviano Augusto. La vicinanza e la comunione di vita gli rivelano difetti e manie dei grandi, mentre di Virgilio gli resta indelebile il sentimento dell'amicizia e di gratitudine per la libertà che il poeta gli dona. 
Insieme a Virgilio e Mecenate Timodemo intraprende un viaggio nelle terre degli Etruschi, alla ricerca delle origini di Roma e anche dei misteri di quel popolo (da cui trae origine lo stesso Mecenate) che conobbe la scrittura e tuttavia non lasciò nulla di scritto, fatta eccezione per "i nomi dei suoi morti, e qualche vaga indicazione sul modo di onorare gli dei e di prevedere il futuro. Sono riusciti a esistere, quei matti, e anzi a prosperare ed essere felici quasi mille anni, senza sentire il bisogno di renderci partecipi dei loro pensieri e senza mettersi in posa per noi in quella foto di gruppo che è la storia!".  
Aisna, sacerdote e incarnazione del dio etrusco Velthune, rivela ai viaggiatori l'esistenza di un'equazione fra scrittura e morte: la scrittura è, un'invenzione di Mania, la divinità delle ombre, che, tracciando nel creato i nomi di piante, animali e uomini, creò con essi la morte. I nomi esistono nel tempo, la scrittura li cristallizza, bloccando così il flusso della vita e del tempo che generano l'infinito numero dei viventi e l'avvicendarsi delle esistenze. 
Al ritorno a Roma i tre viaggiatori andranno incontro a destini diversi: Mecenate vedrà tramontare la sua stella e si ritirerà dalla scena politica; Virgilio scriverà il poema sulle origini di Roma, l'Eneide, ma farà di tutto per impedirne la pubblicazione (il "pio" Enea e i suoi si macchiarono di massacri e stupri di inaudita crudeltà: come tacerlo, come narrare il contrario?); il grammatico Timodemo attraverso l'acquisizione di una profonda saggezza supererà le barriere del tempo e dello spazio giungendo fino alle soglie del Duemila, per narrare a Vassalli la sua storia, ricca di dettagli e osservazioni poco note ai più sulla nostra penisola in epoca antica.



Sebastiano Vassalli, Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna, Einaudi 1999  

domenica 9 agosto 2015

MARAMEO!, di Eleonora Bellini

Marameo è un atto unico scritto nel 2012 per la Compagnia Teatro dei Passi. Che c'è in Marameo, rappresentato diverse volte nel Piemonte Occidentale e Orientale con le sue propaggini lombarde? C'è l'amore per il grande teatro, ci sono i brani immortali che ritemprano la nostra umanità e i nostri pensieri e c'è una Plastinetta, ragazza d'apparenza e illusione, grazioso fuoco fatuo perduto nell'immenso mondo della superficialità e della mercificazione. Dialoga la Plastinetta con suo padre, vecchio attore dal grandi fasti passati, dal presente (forse) umiliato.
Marameo è stato rappresentato venerdì 7 agosto anche a Borgomanero, sua patria, nell'ambito della rassegna "Venerdì della Marazza": un successo anche per gli attori, il maestro Guido Tonetti e la giovane Eleonora Pizzocheri.


Un assaggio del testo, che sarà presto disponibile in pdf su academia.edu:
[...]
Ragazza: la plastinetta!
Uomo: la plastinetta? Che cosa sarebbe la plastinetta?
Ragazza: eh, quello della plastinetta è il ruolo del futuro. La plastinetta è colei che si modella e, modellandosi, plasma coloro con cui viene a contatto. La plastinetta è una figura flessibile e morbida, estroversa e aperta, intrigante e promettente, insomma è... la plastinetta! 
Uomo: modellandosi plasma, ma come si modella? Che cosa plasma? 
Ragazza: modella se stessa e plasma i suoi partners, o le sue partners, anche quelle le plasma. E' un' azione scenica, no? 
Uomo: D'accordo, ma che cosa reciterai? Di chi sono i testi? Devi ballare per caso? Tu sei bravissima con la danza moderna, sei notevole quando balli. In un gruppo ben affiatato emergerai, ti noteranno di sicuro come ballerina. Per questo è importante sapere chi sono gli altri interpreti e che ruoli hanno. 
Ragazza: macché ballare, macché recitare; la danza ormai la fan tutte e recitare è superato da un pezzo. Le parole non servono. Servono i corpi e la plastinetta è appunto una ragazza plastica, flessibile, disinibita che si esprime con il corpo. Con il corpo e basta, capito? 
Uomo: Allora danza, se no come fa ad esprimersi senza parole? La plastinetta danza, ho capito bene? O forse mima?
[...]

(C) Eleonora Bellini

sabato 25 luglio 2015

LUPO (se gender dev'essere, che gender sia)


Qui lupo nascosto, lupo di pelo,
spia dalla tana una fetta di cielo
là lupo di grotta, lupo di monte, 
beve e si lava nell’acqua di fonte 

Cammina cammina il vecchio lupo

broncio brusco un poco cupo
cammina cammina finché arriva
ad un ruscello verde riva
del pascolo ricco di petali e fiori.

Lupo si sdraia, annusa i colori

annusa l’aria, odora i velli
di mamma pecora, dei teneri agnelli.
Pensa e riflette: è ora di andare,
torno alla spiaggia, torno al mio mare.

Lo ferma la pecora: amico lupo

che vaghi quassù solo e sperduto
ai miei agnellini che han fame di sonno
resta a narrare fiabe di nonno.

Ora ogni sera il lupo all’ovile,

timido l’occhio, la voce gentile
da un vecchio libro legge con stile.

Lupo di cuore, luce di fiamma
ogni sera accompagna alla nanna
i suoi agnellini dagli occhi di panna

Nanna di nonno, cuore capanna
.


 
Domande (spunti di "riflessione" per le sentinelle in piedi, sedute, semisdraiate e sdraiate et simili):


1. dov'è il padre degli agnelli?
2. e, soprattutto, chi è il padre degli agnelli?
3. qual è il sesso degli agnelli? due maschi/ due femmine/ un maschio e una femmina? 
4. gli agnelli hanno uno stesso padre o due padri diversi?
5. gli agnelli hanno forse anche un'altra madre (genitrice 2)?
6. a che titolo il lupo viene definito nonno (padre della pecora, padre del padre degli agnelli, padre della/e madre/i degli agnelli) ?
E chissà quante domande altre alcune menti contorte potranno aggiungere. 
Impossibile farsene una ragione.
Per l'altro versante della storia cliccare qui: ninna nanna per una pecorella
  
(C) Eleonora Bellini

lunedì 20 luglio 2015

La signora melograno, di Goli Taraghi


Goli Taraghi è delle maggiori scrittrici persiane contemporanee. Originaria di Teheran (1939), ha studiato negli Stati Uniti. Tornata in Iran, ha insegnato filosofia all'Università di Teheran. Si è trasferita in Francia, dove vive tuttora, nel 1979 dopo l’avvento al potere di Khomeini. 
L'esperienza dell'esilio e del viaggio sono i temi fondamentali dei suoi racconti, così come quelli del valore del passato e del ricordo, elementi della sua narrazione spesso autobiografica nella quale rivivono, non senza ironia e disincanto, le consuetudini delle classi agiate del suo Paese d'origine prima della rivoluzione islamica.
La signora melograno è una raccolta di racconti che ci trasportano tra Teheran e Parigi, città che, entrambe, ci appaiono qui ben diverse da quanto conosciamo della loro iconografia turistica tradizionale. E come potrebbe essere altrimenti?  Luogo privilegiato della narrazione è anche il luogo del viaggio intercontinentale, l'aeroporto. Qui si svolge la vicenda narrata nel primo racconto, che dà il titolo al libro: la signora Melograno è un'anziana campagnola, smarrita e confusa nel grande scalo aereo della capitale. Ha ottantatré anni e sale per la prima volta su un aereo per andare a trovare i figli, esuli in Svezia. Così racconta della sua infanzia e del suo strano nome alla compagna di viaggio che si trova, suo malgrado, ad assisterla: "Sono cresciuta all'ombra degli alberi di melograno. Non avevo genitori, ho bevuto succo di melagrana al posto del latte. Tiravo giù un ramo e schiacciavo una mela per berne il succo. Come se fosse il seno di mia madre". La signora Melograno diverrà per il lettore che apprezza Goli Taraghi un personaggio indimenticabile.
Ma ancora di più sarà difficile scordare Madame Lupo, l'inquilina del piano di sotto, capace di incutere il terrore nella giovane madre iraniana esule a Parigi con i suoi due bambini: "La vita degli esiliati, qui a Parigi, va di pari passo con mille ansie nascoste. Nutriamo un senso di colpa per essere arrivati dall'altra parte del confine, usurpando il posto dei nativi. [...] Noi, eredi di Ciro e di Dario [...] se siamo caduti in disgrazia e dei nostri antichi fasti non son rimaste che briciole, beh, è colpa vostra: di voi occidentali, di voi sfruttatori, cultori del denaro e delle apparenze. [...] La mia infelicità dipende dalla tipa del piano di sotto che si aggira nelle nostre esistenze caotiche come uno spirito infausto. Non abbiamo il coraggio di uscire, di ridere, di parlare". I diktat dell'inquilina del piano di sotto, la signora Lupo, sono duri, aggressivi, esasperanti e toccano ogni momento della vita quotidiana: vanno dalla proibizione di camminare con le scarpe a quella di uscire sul terrazzino, a quella di parlare ad alta voce o di ricevere ospiti. Ma chi è Madame Lupo? Una plenipotenziaria? L'amministratrice del condominio? La proprietaria dello stabile? Nulla di tutto questo. E solo una "povera pecora vestita da lupo", una donna che vive nell'indigenza di un quotidiano dagli orizzonti corti e meschini. Per sfogare la rabbia che cova sotto le ceneri del suo difficile vivere non trova di meglio che sfogarsi angariando chi è più debole di lei. 
Una storia esemplare, una storia amara d'ombra e rancore. Vi ricorda qualcosa?



Goli Taraghi, La signora melograno, trad. A Vanzan, Jaca Book 2014.

lunedì 13 luglio 2015

"Dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia"

Nel 1549 ci cascò anche un umanista non da poco, monsignor Della Casa, che curò un Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia. L'elenco comprendeva 149 titoli (il numero 49, come vedremo più avanti, ha certo un significato speciale nella Serenissima) e riguardava principalmente opere tacciate di eresia. La proibizione finì con il non essere applicata per l'opposizione dei librai e dei tipografi. Otto anni dopo, il commissario Michele Ghisileri indirizzò all'inquisitore di Genova una missiva nella quale, a proposito delle proibizioni di libri notava: "Di prohibire Orlando, Orlandino, cento novelle et simili altri libri più presto daressemo da ridere ch'altrimente, perché simili libri non si leggono come cose a qual si habbi da credere ma come fabule, et come si legono ancor moltri libri de' gentili come Luciano, Lucretio et altri simili".
Gran compagnia di dannati, quella, comprendente Ariosto, Boiardo, Folengo, forse Boccaccio. La proscrizione di libri considerati eretici o dannosi per la salute dell'anima in senso lato aveva una storia antica, essendo iniziata nel 325 con il Concilio di Nicea. Si perfezionò, per così dire, in epoca controriformista con l'istituzione nel 1559 dell' indice dei libri proibiti a cura del sant' Uffizio. Si trattava prevalentemente di opere di autori protestanti, ma vi trovarono posto anche Dante Alighieri (De monarchia), Machiavelli e Luciano di Samosata. L'indice rimase in vigore fino al 1965 e lungo gli anni e i secoli in cui durò vi furono inclusi, tra gli altri, Bacone e Balzac, Hugo e Defoe, Dumas, Flaubert e Zola; nonché, tra gli italiani, Alfieri e Beccaria, Galilei e Foscolo, Leopardi, Tommaseo e Rosmini. Solo qualche citazione facciamo, ovviamente, giusto per confermare che non vi furono inseriti solo i perfidissimi Marx, Voltaire e Giordano Bruno. Gran bella compagnia, vien da ripetere e da confermare.
Così, quando qualche settimana fa il sindaco di Venezia Brugnaro pensò bene di far stilare una lista di albi per l'infanzia da eliminare dalle serenissime scuole ed asili, il primo commento che mi salì alle labbra fu: "Accipicchia, che tempismo! Che modernità!". E il secondo "La storia ritorna, si ripete, s'involve. Che avesse ragione il vecchio Vico (Giovanbattista)?". E il terzo: "Non c'è mai limite al peggio".
Quindi, scorsa la lista, che potete leggere qui accanto, ed essendovi compreso anche un mio albo per piccoli, Ninna nanna per una pecorella, (Topipittori, con esemplari illustrazioni di Massimo Caccia), insieme a classici della letteratura per l'infanzia di nuovo eccomi ad esclamare (si licet parva...) : che bella compagnia!
E tuttavia l'azione del sindaco inquisitore è grave, per diversi motivi:
- dimostra una assoluta non conoscenza dei libri stigmatizzati,
- si arroga il potere di decidere che cosa i suoi concittadini, particolarmnete i più piccoli e indifesi, possano leggere e che cosa no, abusando del proprio potere e delle proprie prerogative istituzionali,
- evidenzia una assoluta ignoranza della psicologia infantile e dell'immaginario dell'infanzia.
La motivazione dell'esclusione di questi libri dalle istituzioni educative è quella che ne indica alcuni come libri "gender", cioè libri nei quali la distinzione dei ruoli maschile e femminile non sarebbe chiara, o addirittura è ambigua, non "normale" o perfino "contro natura". Anche qui l'ignoranza si rivela colossale: l'affermazione ignora, infatti, che l'antropologia ci insegna da sempre che concetti di natura, normalità, giusto e ingiusto, non sono assoluti, ma mediati da storia, civiltà, conoscenze, usi e costumi; ignora inoltre che la teoria "gender" è priva di fondamento scientifico ed è esclusivamente funzionale all'ambito del cattolicesimo più integralista e retrivo, un'invenzione contro l'uguaglianza e la tolleranza. In verità, poi, i titoli "gender" della lista sono solo tre e riguardano piccoli con due papà o due mamme, come ne esistono al mondo vivendo felici. Che cosa vorrebbero Brugnaro e i suoi sodali che si dicesse a questi bambini? Che le loro mamme e i loro papà sono "malati", malvagi, inaffidabili? Che la loro non è una "vera" famiglia? 
Maxima debetur puero reverentia, recita un antica massima di Giovenale: al bambino è dovuto il massimo rispetto. Quanto rispetto per il bambino sta nel provvedimento del Brugnaro? Evidentemente nessuno.
Quanto alla mia storia in rima che dire? Una pecorella si smarrisce, cerca il pastore, non lo trova, scende la notte e la paura l’assale. Vede luci brillare: non si tratta dell’ovile, ma di occhi di lupo. Mamma lupo e il suo bambino le si fanno incontro e l’accolgono, la nutrono, la portano a nanna con loro: accoglienza, sicurezza, abbraccio finale di un immenso cielo di stelle per i piccoli che si accingono ad andare a dormire. Qual è il pericolo nascosto in questa storia, sindaco? Forse che i lupi (neri) non sbranano la pecorella (bianca)?
Ma anche la pecorella, nella notte della sua paura, diventa nera. Questo, perché, caro sindaco, i confini tra noi e gli altri, tra il bianco e il nero, il grande e il piccolo, non sono così netti e taglienti come Lei vorrebbe. L’uguaglianza e l’umanità sono più profonde del colore, più salde delle apparenze.
O forse è condannabile il fatto che nella storia non appaiono i genitori della pecorella e nemmeno il padre del lupacchiotto? Anche Pinocchio, però, non aveva la mamma; perché non sta nella lista? Forse i Suoi consulenti non l'hanno letto? Forse conoscono solo la versione disneyana della storia del nostro diseredato e "disturbato" burattino?
Perdoni, ma non sono capace di penetrare nelle contorsioni del  pensiero, Suo o di chi ha redatto l'elenco.
In questi giorni, le reazioni da parte di bibliotecari, librai, insegnanti, scrittori, editori ed educatori, nonché le critiche puntuali e approfondite al provvedimento del primo cittadino veneziano, sono state numerose e autorevoli. E' facile trovarle sul web, meditarle, condividerle. E' anche facile trovare nelle librerie e nelle biblioteche i 49 libri della lista e leggerli. Non aggiungerò dunque nulla su questo.
Concludo riportando l’osservazione dello psicologo Diego Fernando Marin quando s'imbatte, in un centro commerciale, nell’edizione spagnola del mio piccolo albo:
Fue amor a primera vista. En primer lugar porque no se trataba de una nueva recopilación de canciones infantiles (mis preferidas creo que ya las he reseñado), si no de un sencillo poema para leer antes de dormir. Lo otro que me atrajo fue que no había un exceso de rojos, amarillos y colores primarios violentos y explosivos. En lugar de ellos habían tonalidades azules y ocres, propias del anochecer, delineadas con un negro trazo firme.  En tercer lugar, porque el texto deja a los lobo bien parados. Elizabeth rebate y discute este punto. No es un libro realista me dice entre risas, pero la verdad no me interesa que sea un libro realista. La literatura infantil está plagada de libros poco realistas. No hay un gato con botas, no hay siete enanos ni dragones. Eso no hace a ese tipo de personajes menos reales para los lectores.
Así que este pequeño volumen que se dedica a versificar sobre una pobre ovejita perdida en el bosque a quien termina acogiendo una loba, es una sencilla nana para antes de ir a dormir, que a pesar de su simplicidad no escatima el elemento literario. Son trece páginas dobles que se hallan plenas de la presencia de la literatura, bella y cautivante literatura. Un bebé, estoy seguro, agradecerá un libro como este. Tutta la recensione qui: Canción de cuna para una ovejita

(C) Eleonora Bellini

domenica 14 giugno 2015

La tripla vita di Michele Sparacino, di Andrea Camilleri

Michele Sparacino nacque a Vigàta nella notte tra il 3 e il 4 di gennaio del 1898 nell'oscura dimora di una poverissima famiglia. Come fu che divenne brigante e agitatore di folle? E lo divenne veramente o la sua condanna fu solo il frutto della fantasia di un giornalista pigro e bugiardo, Liborio Sparuto? 
In questo racconto di Andrea Camilleri, pubblicato in una bella edizione tascabile da Rizzoli nel 2009 si legge la storia di un giovane che dire sfortunato è dir poco: sempre al momento sbagliato nel posto sbagliato, Michele è impotente vittima del destino, tra la Sicilia delle proteste dei "briganti" in epoca Umbertina e il Carso della prima guerra mondiale. Una storia breve, argutamente narrata, nella tradizione di quell'epopea degli umili - rassegnata e disperata - che fu inaugurata in Sicilia da Capuana, Verga, Pirandello e prosegue ancora.
La seconda parte del libro offre una approfondita intervista di Francesco Piccolo ad Andrea Camilleri, nella quale lo scrittore svela non solo i modi e i tempi della sua scrittura ma anche le sue opinioni sull'attualità, le persone, le cose e i luoghi della nostra penisola.
 
 
Immagine di copertina: particolare da "La strada" di Balthus, 1933. Nel piatto e nell'antiporta interni riproduzione completa dell'opera

lunedì 18 maggio 2015

Se Venezia muore, di Salvatore Settis

Nel pomeriggio di domenica 17 maggio Salvatore Settis ha tenuto una mirabile conferenza al Salone del libro di Torino. Prendendo spunto dal suo più recente libro Se Venezia muore ha parlato, avvalendosi anche della proiezione di diapositive, della "morte" delle città storiche italiane così come le conosciamo (o le conoscevamo), del fenomeno delle megalopoli come agglomerati umani infelici e disumani nei quali il divario tra pochi ricchi e molti poveri si evidenzia nella struttura e nella suddivisione delle zone urbane in modo assoluto e crudele; delle nostre colpe per aver assecondato tale modernità male intesa. La proliferazione dei grattacieli, per fare un esempio, ha sostenuto Settis, si rifà alla "modernità" di un secolo fa.

Il benvenuto di Ernesto Ferrero a Salvatore Settis

Il libro, pubblicato nella collana "Vele" di Einaudi, riprende la conferenza tenuta a Venezia dall'autore nel novembre 2012, nell'ambito delle celebrazioni organizzate per i 100 anni di Morte a Venezia di Thomas Mann. Non si tratta tuttavia di uno studio sulla sola Venezia, ma di un "ragionamento universale" sulla storia delle città e sul loro attuale snaturamento, del quale Venezia è un caso emblematico. Le città muoiono, esordisce l'autore, in tre modi: quando un nemico esterno le rade al suolo, quando un popolo "barbaro" vi si insedia con la forza e quando i suoi abitanti perdono la memoria, divenendo stranieri a se stessi e dimenticando la propria dignità.
"Ogni città è viva narrazione della propria storia, ma anche volto e traduzione in pietra del popolo che la abita, la conserva e la trasforma. La città e il suo popolo sono una cosa sola, un solo nodo lega l'esperienza dei viventi e la memoria delle cose. Ma qual è il popolo di Venezia?" si chiede Settis. La città ha subito una fortissima riduzione del numero degli abitanti (statistiche a pagina 10), mentre sono lievitate le seconde case: "Domina ormai la città una monocultura del turismo che esilia i nativi e lega la sopravvivenza di chi resta e della città stessa quasi solo alla volontà di servire: di null'altro sembra più capace Venezia..."
La città ovunque nel mondo ha subito nell'ultimo secolo trasformazioni profonde, evolvendo verso la megalopoli, immenso formicaio umano in cui moltissimi  si sono trasferiti sperando in un miglioramento delle proprie condizioni di vita e in cui moltissimi semplicemente sopravvivono nella più oscura povertà. Nella megalopoli "lo spazio sociale è asservito ai processi di produzione" ed essa "risponde ad un progetto di massimo sfruttamento del singolo in funzione della produttività dell'insieme" (pag. 19); un simbolo di questo processo è Chongqing, nella Cina Centrale, che dai 600.000 abitanti del 1930 è passata ai 32 milioni di abitanti odierni; il suo profilo, apparsoci più volte nelle slides, è quello di una grigia "foresta urbana" di decine di grattacieli.
Un capitolo del libro è dedicato proprio alla "Retorica dei grattacieli", esemplificata dai casi di alcune città italiane. Citiamo Milano, dove il punto più alto di altezza della città, quello della madonnina del duomo, è stato violato con "l'orpello di grattacieli" da cui la città è stata infestata con il pretesto dell'EXPO: questa scelta edilizia "come il vestito della domenica del villano inurbato nella commedia di un tempo [...] traveste l'insicurezza, occulta la cattiva coscienza".  Porta con sé corruzione e sopraffazione. E' inutile. La popolazione di Milano è infatti significativamente diminuita negli ultimi quarant'anni (pagg. 29, 30), non necessitano dunque in città "densificazioni verticali".

Venezia nel "Civitates Orbis terrarum" del 1572 (autore Bolognino Zaltieri, 1565), al Museo Heritage
La Venezia duplicata e triplicata qua e là nel mondo (Las Vegas, Macao, Dubai) ci conduce alla constatazione del fatto che viviamo in un mondo in cui il centro della comunità è il centro commerciale, il luna park, la fabbrica del "falso" divertimento. Il luogo comune vale se investito di valore economico, se rende come merce.
La città, nella sua nascita e nella sua storia, è invece il luogo del dialogo e della comunità, della politica, del confronto e della democrazia. E' storia vivente e palpitante. Come invertire la rotta e restituire a Venezia e alle città storiche la propria dignità e la propria unicità?  "Se pensiamo Venezia come paradigma della città storica, anche la sua bellezza può diventare un argomento. La bellezza non è una merce, ma un patrimonio spirituale. [...] Pensare la città storica vuol dire pensare la comunità umana, il diritto al lavoro e il diritto alla città. [...] Perché se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l'idea stessa di città, la forma della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia" (pag. 154).
La cura della città coincide dunque con la cura del popolo che vi abita, con il riconoscimento della sua dignità di essere (e di essere riconosciuto) tale a pieno titolo. 
Un libro, denso, illuminante, profondo. E anche appassionato. Da leggere e da meditare.
Salvatore Settis, Se Venezia muore, Einaudi 2014.

lunedì 4 maggio 2015

ριζώματα radici, di Eleonora Bellini. Una recensione e un link

La recensione di Angela Costanzo, su Capoverso n. 2/2014

ριζώματα radici è stato stampato in edizione limitata e numerata in occasione della mostra d'arte, letteratura, musica Elements di Mimesis, tenutasi a Belgirate (VB) il 3 e 4 maggio 2014, un anno fa.

Le poesie, sei per ciascuno dei quattro elementi classici dell'antica filosofia della natura, si possono leggere integralmente cliccando su Academia.edu 




In anteprima ecco due liriche dalle sezioni Fuoco e Aria


Incendio

L'incendio della macchia su in collina
fa paura come ai primitivi l'ira cieca
del più crudele dio. Ma i vigili del fuoco
accorsi in stuolo raccontano che incauto
un giovane gruppo di boy scout
dimenticò di spegnere le braci della cena.
Si estingue così sotto la vampa d'acqua
l'ennesimo sogno metafisico.



Pappo  

E' quasi estate e ai bordi della strada
bianchi soffioni dondolano il capo.
Il bimbo che li vede
ne raccoglie un mazzo.
Corre via il bimbo con il braccio teso
e lo segue una scia di bianche ali
che ondeggiano nell'aria strette ai semi.
Sciamano ovunque,
cercano brandelli di terra
negli anfratti delle pietre e del cemento.
Leggeri volano e sono
di loro leggerezza assai fecondi


© Eleonora Bellini

domenica 12 aprile 2015

L'Innocence des victimes: regard sur les génocides du XXe siècle, di Yves Ternon

Ternon, medico francese e storico specializzato nello studio dei crimini contro l'umanità, dimostra come sempre il metodo messo in atto dai detentori del potere per giustificare il genocidio riposi su una base comune, alimentata come si alimenta la brace sotto il fuoco: la paura dell'altro, non importa se Armeno, Cambogiano, Ebreo o Tutsi. Per resuscitare la fiera che sonnecchia in molti tra noi basta agitare lo spauracchio della nazione oltraggiata, del territorio minacciato, della salvaguardia dell'identità culturale o religiosa. Tutti questi "pericoli", queste ventilate minacce riposano sulla menzogna. Milioni di innocenti però hanno perso la vita a causa di questa menzogna, a causa di queste manipolazioni delle coscienze di intere popolazioni.
In Ruanda la minoranza degli Hutu, favorita un tempo dai coloni Belgi, ha teorizzato e perpetrato il massacro dei Tutsi.   
Nel 1915, approfittando dello scenario cruento della prima guerra mondiale, l'Impero Ottomano decise lo sterminio degli Armeni, la cui neutralità rispetto ai Russi fu trasformata in tradimento e crimine. Il piano di sterminio e di deportazione del popolo armeno, nonché le modalità della sua esecuzione rispondono precisamente ai criteri per definire il genocidio stabiliti nel 1948 dalle Nazioni Unite. 
Le modalità per mettere in atto lo sterminio - osserva Ternon - sono semplici, come gli ingredienti di una banale ricetta. Innanzitutto bisogna alimentare dicerie sul passato: "Gli Ebrei  sono il popolo deicida, attirato dal potere del denaro". Poi ci si aggancia al presente: in Ruanda la radio e la stampa martellavano la gente con la "faccenda della razza". Infine viene il momento della "pulizia". In Cambogia i soldati ideali erano ragazzini vestiti di nero, con un kalashnikov a tracolla. Avevano tra i 10 e i 15 anni. Non temevano né la morte, né la violenza. Più tardi, al cospetto della storia, i boia giustificheranno l'ingiustificabile spogliando le vittime della loro innocenza e addirittura colpevolizzandole: basterà insinuare che le vittime furono incapaci di difendersi per inettitudine, vigliaccheria o altro.   
 
 
Yves Ternon, L'Innocence des victimes: regard sur les génocides du XXe siècle, Desclée de Brouwer 2001