lunedì 18 maggio 2015

Se Venezia muore, di Salvatore Settis

Nel pomeriggio di domenica 17 maggio Salvatore Settis ha tenuto una mirabile conferenza al Salone del libro di Torino. Prendendo spunto dal suo più recente libro Se Venezia muore ha parlato, avvalendosi anche della proiezione di diapositive, della "morte" delle città storiche italiane così come le conosciamo (o le conoscevamo), del fenomeno delle megalopoli come agglomerati umani infelici e disumani nei quali il divario tra pochi ricchi e molti poveri si evidenzia nella struttura e nella suddivisione delle zone urbane in modo assoluto e crudele; delle nostre colpe per aver assecondato tale modernità male intesa. La proliferazione dei grattacieli, per fare un esempio, ha sostenuto Settis, si rifà alla "modernità" di un secolo fa.

Il benvenuto di Ernesto Ferrero a Salvatore Settis

Il libro, pubblicato nella collana "Vele" di Einaudi, riprende la conferenza tenuta a Venezia dall'autore nel novembre 2012, nell'ambito delle celebrazioni organizzate per i 100 anni di Morte a Venezia di Thomas Mann. Non si tratta tuttavia di uno studio sulla sola Venezia, ma di un "ragionamento universale" sulla storia delle città e sul loro attuale snaturamento, del quale Venezia è un caso emblematico. Le città muoiono, esordisce l'autore, in tre modi: quando un nemico esterno le rade al suolo, quando un popolo "barbaro" vi si insedia con la forza e quando i suoi abitanti perdono la memoria, divenendo stranieri a se stessi e dimenticando la propria dignità.
"Ogni città è viva narrazione della propria storia, ma anche volto e traduzione in pietra del popolo che la abita, la conserva e la trasforma. La città e il suo popolo sono una cosa sola, un solo nodo lega l'esperienza dei viventi e la memoria delle cose. Ma qual è il popolo di Venezia?" si chiede Settis. La città ha subito una fortissima riduzione del numero degli abitanti (statistiche a pagina 10), mentre sono lievitate le seconde case: "Domina ormai la città una monocultura del turismo che esilia i nativi e lega la sopravvivenza di chi resta e della città stessa quasi solo alla volontà di servire: di null'altro sembra più capace Venezia..."
La città ovunque nel mondo ha subito nell'ultimo secolo trasformazioni profonde, evolvendo verso la megalopoli, immenso formicaio umano in cui moltissimi  si sono trasferiti sperando in un miglioramento delle proprie condizioni di vita e in cui moltissimi semplicemente sopravvivono nella più oscura povertà. Nella megalopoli "lo spazio sociale è asservito ai processi di produzione" ed essa "risponde ad un progetto di massimo sfruttamento del singolo in funzione della produttività dell'insieme" (pag. 19); un simbolo di questo processo è Chongqing, nella Cina Centrale, che dai 600.000 abitanti del 1930 è passata ai 32 milioni di abitanti odierni; il suo profilo, apparsoci più volte nelle slides, è quello di una grigia "foresta urbana" di decine di grattacieli.
Un capitolo del libro è dedicato proprio alla "Retorica dei grattacieli", esemplificata dai casi di alcune città italiane. Citiamo Milano, dove il punto più alto di altezza della città, quello della madonnina del duomo, è stato violato con "l'orpello di grattacieli" da cui la città è stata infestata con il pretesto dell'EXPO: questa scelta edilizia "come il vestito della domenica del villano inurbato nella commedia di un tempo [...] traveste l'insicurezza, occulta la cattiva coscienza".  Porta con sé corruzione e sopraffazione. E' inutile. La popolazione di Milano è infatti significativamente diminuita negli ultimi quarant'anni (pagg. 29, 30), non necessitano dunque in città "densificazioni verticali".

Venezia nel "Civitates Orbis terrarum" del 1572 (autore Bolognino Zaltieri, 1565), al Museo Heritage
La Venezia duplicata e triplicata qua e là nel mondo (Las Vegas, Macao, Dubai) ci conduce alla constatazione del fatto che viviamo in un mondo in cui il centro della comunità è il centro commerciale, il luna park, la fabbrica del "falso" divertimento. Il luogo comune vale se investito di valore economico, se rende come merce.
La città, nella sua nascita e nella sua storia, è invece il luogo del dialogo e della comunità, della politica, del confronto e della democrazia. E' storia vivente e palpitante. Come invertire la rotta e restituire a Venezia e alle città storiche la propria dignità e la propria unicità?  "Se pensiamo Venezia come paradigma della città storica, anche la sua bellezza può diventare un argomento. La bellezza non è una merce, ma un patrimonio spirituale. [...] Pensare la città storica vuol dire pensare la comunità umana, il diritto al lavoro e il diritto alla città. [...] Perché se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l'idea stessa di città, la forma della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia" (pag. 154).
La cura della città coincide dunque con la cura del popolo che vi abita, con il riconoscimento della sua dignità di essere (e di essere riconosciuto) tale a pieno titolo. 
Un libro, denso, illuminante, profondo. E anche appassionato. Da leggere e da meditare.
Salvatore Settis, Se Venezia muore, Einaudi 2014.

lunedì 4 maggio 2015

ριζώματα radici, di Eleonora Bellini. Una recensione e un link

La recensione di Angela Costanzo, su Capoverso n. 2/2014

ριζώματα radici è stato stampato in edizione limitata e numerata in occasione della mostra d'arte, letteratura, musica Elements di Mimesis, tenutasi a Belgirate (VB) il 3 e 4 maggio 2014, un anno fa.

Le poesie, sei per ciascuno dei quattro elementi classici dell'antica filosofia della natura, si possono leggere integralmente cliccando su Academia.edu 




In anteprima ecco due liriche dalle sezioni Fuoco e Aria


Incendio

L'incendio della macchia su in collina
fa paura come ai primitivi l'ira cieca
del più crudele dio. Ma i vigili del fuoco
accorsi in stuolo raccontano che incauto
un giovane gruppo di boy scout
dimenticò di spegnere le braci della cena.
Si estingue così sotto la vampa d'acqua
l'ennesimo sogno metafisico.



Pappo  

E' quasi estate e ai bordi della strada
bianchi soffioni dondolano il capo.
Il bimbo che li vede
ne raccoglie un mazzo.
Corre via il bimbo con il braccio teso
e lo segue una scia di bianche ali
che ondeggiano nell'aria strette ai semi.
Sciamano ovunque,
cercano brandelli di terra
negli anfratti delle pietre e del cemento.
Leggeri volano e sono
di loro leggerezza assai fecondi


© Eleonora Bellini

domenica 12 aprile 2015

L'Innocence des victimes: regard sur les génocides du XXe siècle, di Yves Ternon

Ternon, medico francese e storico specializzato nello studio dei crimini contro l'umanità, dimostra come sempre il metodo messo in atto dai detentori del potere per giustificare il genocidio riposi su una base comune, alimentata come si alimenta la brace sotto il fuoco: la paura dell'altro, non importa se Armeno, Cambogiano, Ebreo o Tutsi. Per resuscitare la fiera che sonnecchia in molti tra noi basta agitare lo spauracchio della nazione oltraggiata, del territorio minacciato, della salvaguardia dell'identità culturale o religiosa. Tutti questi "pericoli", queste ventilate minacce riposano sulla menzogna. Milioni di innocenti però hanno perso la vita a causa di questa menzogna, a causa di queste manipolazioni delle coscienze di intere popolazioni.
In Ruanda la minoranza degli Hutu, favorita un tempo dai coloni Belgi, ha teorizzato e perpetrato il massacro dei Tutsi.   
Nel 1915, approfittando dello scenario cruento della prima guerra mondiale, l'Impero Ottomano decise lo sterminio degli Armeni, la cui neutralità rispetto ai Russi fu trasformata in tradimento e crimine. Il piano di sterminio e di deportazione del popolo armeno, nonché le modalità della sua esecuzione rispondono precisamente ai criteri per definire il genocidio stabiliti nel 1948 dalle Nazioni Unite. 
Le modalità per mettere in atto lo sterminio - osserva Ternon - sono semplici, come gli ingredienti di una banale ricetta. Innanzitutto bisogna alimentare dicerie sul passato: "Gli Ebrei  sono il popolo deicida, attirato dal potere del denaro". Poi ci si aggancia al presente: in Ruanda la radio e la stampa martellavano la gente con la "faccenda della razza". Infine viene il momento della "pulizia". In Cambogia i soldati ideali erano ragazzini vestiti di nero, con un kalashnikov a tracolla. Avevano tra i 10 e i 15 anni. Non temevano né la morte, né la violenza. Più tardi, al cospetto della storia, i boia giustificheranno l'ingiustificabile spogliando le vittime della loro innocenza e addirittura colpevolizzandole: basterà insinuare che le vittime furono incapaci di difendersi per inettitudine, vigliaccheria o altro.   
 
 
Yves Ternon, L'Innocence des victimes: regard sur les génocides du XXe siècle, Desclée de Brouwer 2001

giovedì 26 marzo 2015

Due poesie italiane di David Wright tradotte da Ariodante Marianni per "L'Europa letteraria"

A UN CAFFE’

Seduto ad un caffè
sotto i giardini di Lucullo
vedevo il cadavere del getto
e il volubile giuoco
della benefica acqua
sussistere non meno della pietra
o della scultura marmorea
come forma perpetua

e tuttavia come oggi
transitoria. Filobus con antenne
appese in alto ai fili
e balbettanti lambrette
ruotavano attorno all’obelisco
geroglifico della piazza;
estatico sotto un colonnato
un turista consultava una guida;

fondata sopra l’autentica
rosa dell’eterno
l’effimera città sorrideva.
Oltre il confine
adunavano l’Apocalisse.
Il giardino settecentesco
sul Palatino
studiatamente disordinato
 
copriva d’elegante mestizia
cipressi, colonne di pini,
i palazzi Cesarei
e le grandiose rovine.
Calmo sul Campidoglio
Aurelio stendeva un braccio
su uno stallone imbrigliato
sopra i tetti di Roma

benedicendo l’idea romana.
Oltre il confine
preparavano l’Apocalisse.
Io osservavo il giuoco del getto
e la fuggente acqua
sopravvivere non meno della pietra;
effimera successione
includere forma eterna.

(Roma, settembre 1961)

 
Roma, Via San Teodoro di fronte al Palatino, residenza di Ariodante Marianni negli anni '60

MARZO A FIESOLE

Tornando a un panorama familiare
(quegli Appennini striati di neve)
ripenso a ciò che solevo guardare
da Fiesole dodici anni fa.
Il paesaggio è mutato, come lo sono io;
era la stessa, là in basso, la città?

Non essendo contemporaneo
di queste ville, o di quel viale
dove balena impetuoso il traffico
sono sopravvissuto a un decennio
che, in realtà, non abito
ma visito come un solido fantasma.
 
Sulla terrazza il sole di marzo
e bianco ghiaccio trema nella fontana.
Poggia una mano calda sulle bandiere,
tutto è calmo; ma io sento ciò che infuria,
l’intelletto in guerra contro la natura,
per mettere ordine nel suo disordine.

Una Firenze-fenice si liscia le penne
del petto: perché quella cupola morta
e quella torre che svetta
irreali splendori contrassegnano
e nelle folli statue della piazza
è la retorica dello spirito umano:
l’illusione di ciò che perisce.
 
A quella retorica io contrappongo questa,
rendendomi conto, una calma mattina
di primavera, che né l’una né l’altra
sono del tutto serie; né quella gaia mente,
guida il cui splendido spirito
giace sepolto tra i Medici.

Quando, ieri, ho veduto la sua tomba
ho cominciato a capire il sorriso
dietro la pietra dolente
che una mano barocca ha scolpito:
la distaccata ironica boria
dell’arte e della creazione

che, liberando dal nulla
l’autoritario “io sono”,
strappa dal buio la sua idea per porla
all’effimera luce del giorno.
Tali forme distinguono lo spirito opulento.
E le idi di marzo cadono qui dolcemente.

(1962)

Traduzione di Ariodante Marianni

Nota del traduttore: “Nato nel 1920 a Johannesburg, educato a Oxford, Wright vive a Londra. Direttore della rivista di letteratura e arte X; autore di due raccolte di versi: Moral stories e Monologue of a Daef Man”.

Da “L’Europa Letteraria” n. 19, febbraio 1963, pp. 77-79.


Nota su “L’Europa Letteraria”
Rivista bimestrale, “L’Europa Letteraria” fu pubblicata a Roma tra il 1960 e il 1965. Primi direttori furono i suoi fondatori, Giancarlo Vigorelli e Domenico Javarone; a metà dell’anno 1963 si affiancò loro Davide Lajolo. Progetto del periodico era quello di superare la separatezza fra le due Europe, corrispondenti, in quegli anni di guerra fredda, ai due blocchi occidentale ed orientale. Accanto ad autori italiani (tra gli altri Barilli, Ungaretti, Levi, Luzi, Pratolini, Bertolucci, Sinisgalli) vennero dunque pubblicati poeti e scrittori stranieri (Hesse, Zelinskij, Frisch, Evtušcenko, Mendes e altri), coerentemente con il progetto editoriale e secondo la convinzione, espressa da Vigorelli, che gli intellettuali “proprio perché strutturalmente sono fatti per l'unità, non hanno mai paura delle divisioni e dei dissensi, né si perdono tra ideologie opposte”. Nel 1965 si inaugurò la nuova serie e la testata divenne "L'Europa letteraria, artistica e cinematografica", ma, proprio in quello stesso anno, cessarono le pubblicazioni. Traduzioni poetiche di Ariodante Marianni sono presenti, oltre che nel fascicolo n. 19, nel n. 20/21; i poeti tradotti in quest’ultimo sono John Lehmann e Malcom Lowry.
(Eleonora Bellini)
 

martedì 17 marzo 2015

Senza sapere. Il costo dell'ignoranza in Italia, di Giovanni Solimine

"I dati ci descrivono un'Italia priva di conoscenze e competenze, un paese senza sapere. Siamo talmente ignoranti da non comprendere perfino quanto sia grave e pericoloso il nostro livello di ignoranza, e da non correre ai ripari. [...] Socrate era grande perché sapeva di non sapere. Noi siamo a uno stadio precedente [...] perché non ci siamo accorti neppure di quanto grave e profonda sia la nostra ignoranza".
Così esordisce Giovanni Solimine nel suo recente saggio - di amena lettura, non fosse il carattere tragico del tema - dedicato al "costo dell'ignoranza in Italia". Un'ignoranza, sostiene, che ha origini lontane, se è vero che il primo censimento della popolazione aveva determinato nel 74% il tasso di analfabetismo nazionale, con punte di quasi il 90% nelle due isole maggiori. I dati attuali, se paragonati a quelli di altri Paesi europei, aggiunge ancora, non sono confortanti, né per quanto riguarda le competenze degli adulti, né per quanto riguarda il livello di preparazione degli studenti. Nota, tra l'altro, Solimine che nell'abbandono scolastico è determinante l'appartenenza di classe dei ragazzi ("è dunque tornata la scuola di classe!" aggiungo io "nonostante gli sforzi fatti nel dopoguerra dai migliori insegnanti in tutto il Paese per realizzare l'uguaglianza sancita nella nuova - allora - Costituzione dello Stato") e non è superato l'annoso divario nord-sud. Ma oltre e dopo la scuola è la partecipazione alla vita culturale a fare acqua: solo l'8% dei nostri concittadini dichiara di avere un interesse culturale "alto o molto alto". Consola, invece, il fatto che, nonostante il periodo di crisi, i dati generali sulla lettura di libri non arretrano (però i lettori in Italia sono costantemente e tradizionalmente pochi ...), mentre però crollano i dati relativi alla lettura nella fascia 15 - 17 anni, anche e soprattutto in ragazzi scolarizzati. Che significato ha questo gravissimo fatto?
Alla costanza dei dati di lettura contribuiscono "i prestiti erogati dalle biblioteche e lo scambio di libri tra amici e parenti: il 30% dei libri letti proviene da un circuito non commerciale". E questo, un poco, ci consola.
L'autore tuttavia non cede alla desolazione che i dati statistici possono indurre, ma propone una soluzione attraverso la creazione e lo sviluppo, certo non facile, di un "sistema integrato" di operatori nella diffusione della conoscenza (scuole e università, editoria, cinematografia, televisione) che possano cooperare - in comunità di intenti, se non di interessi economici, aggiungo io -  per sconfiggere la palude dell'ignoranza, grande malattia della nazione.
 
Giovanni Solimine, Senza sapere. Il costo dell'ignoranza in Italia, Laterza 2014
 
 

mercoledì 11 marzo 2015

Numero zero, di Umberto Eco

Domani è il titolo di un giornale che, prima o poi, forse uscirà. Lo finanzia il commendator Vimercati, personaggio fuori scena, il cui intento è quello di "entrare nel salotto buono della finanza, delle banche e magari dei grandi giornali". La redazione è composta da persone, dotate di qualche piccola esperienza giornalistica, che interpretano questa occasione come la possibilità di intraprendere una sicura carriera. Spiccano tra tutti Colonna, cinquantenne di una certa cultura e bravo traduttore dal tedesco, barcamenatosi sino ad allora tra "mestieri culturali" diversi, intrapresi solo per sbarcare il lunario, e Maria Fresa, giovane e coltissima laureanda. Tra i due inizia un'intesa che potrebbe presto trasformarsi in amore.
Domani è il "quotidiano del giorno dopo", il suo obiettivo sarà non tanto quello di dare le notizie, ma quello, a seconda dei casi, di "interpretarle" o addirittura di "distrarre" il lettore da esse: una grave notizia di corruzione politica, o di inquinamento ambientale, verrà messa in ombra da pagine e titoloni su un comune fatto di cronaca nera; la gravità di un'indagine della magistratura verrà incrinata dal dileggio sull'abbigliamento o le abitudini alimentari del magistrato che l'ha avviata. Si tratta, insomma, di quella "macchina del fango" alla quale certo giornalismo servo e servile ci hanno - nostro malgrado o nostra colpa? - da tempo abituato. Ma la vicenda narrata in questo romanzo si svolge nel 1992 e con l'occhio e la mente di quegli anni i protagonisti commentano tutte le violenze, le corruzioni e gli scandali che contraddistinsero la storia italiana fin dal 1945. Ci sono Gladio e la P2, il tentativo del colpo di stato di Junio Valerio Borghese e  la strage di piazza Fontana. E c'è la surreale storia di un presunto sosia di Mussolini, scovato da un redattore-detective allucinato, ma forse anche acuto. Complotti reali e complotti immaginati si susseguono, mentre l'orizzonte del cittadino si offusca.
 
 
La conclusione è amara e semplice: "Niente può turbarci, in questo Paese. [...] gli Stati Uniti, i servizi segreti di mezza Europa, il nostro governo, i giornali ci hanno mentito, [ma ...] l'unico problema per il buon cittadino è non pagare le tasse". E ancora: "ci stiamo abituando a perdere il senso della vergogna: [...] corruzione autorizzata, il mafioso ufficialmente in parlamento, l'evasore al governo, e in galera solo i ladri di pollame albanesi. Le persone perbene continueranno a votare i furfanti".
Un romanzo storico, chiaro e diretto, che, diversamente da altri dell'autore, si legge in fretta mentre ci riporta alla memoria fatti dimenticati, quasi sepolti. Se Umberto Eco in questo suo libro è stato così "semplice e diretto" significa, a mio parere, che il momento è grave. E arriva un messaggio in bottiglia, da raccogliere e da comprendere.
 
Umberto Eco, Numero zero, Bompiani 2015
© Eleonora Bellini

mercoledì 4 marzo 2015

Fermenti, rivista da collezione


Diretta da Velio Carratoni, Fermenti, rivista romana pubblicata dall'omonima casa editrice, ha concluso l'anno 2014 con il numero 242, un volume ricco di contributi diversi, com'è consuetudine ormai fin dal numero 221, che fu dedicato alla poesia italiana. In questo ultimo fascicolo (ma già è in preparazione il prossimo, n. 243) possiamo leggere contributi di Flavio Ermini e Giovanni Baldaccini nell'Anteprima. Seguono articoli sulla critica letteraria oggi in Italia (N. Borsellino, F. Muzzioli, F. Medaglia, D. Di Stasi, A. Contiliano). Poi il Bloc Notes, arguto, ironico, ben saldo di esempi e citazioni, di Gualberto Alvino. Di seguito vengono contributi di saggistica (G. Panella, V. Mucci, E. Bellini, C. De Stasio, G. De Santi, responsabile anche della successiva rubrica Parlar franco). Dopo l'intervento di Pia Argentieri leggiamo coinvolgenti racconti ( P. Sanavio, E. Villani, G. Forti, V. Carratoni) e la consueta sezione dedicata alla poesia, versi e critica (W. Pedullà, M. De Lorenzo, D. Di Stasi, B. Conte, I. Scotti, L. Riommi). Quindi le "riproposte", dedicate ad Aldo De Jaco e ad Anna Borra. Poi la rubrica di arte, con articoli di D. Cara (su Grosz), G. Colletti, B. Giacopello, e un inserto illustrato dedicato a Michelangelo Conte. Seguono ancora le rubriche di teatro (M. Palladini), Cinema (L. Gresleri), Musica (M. Pieri, G. Fontana, M. Pieri). Dopo la rubrica dedicata alle (numerose)recensioni, a cura di G. Forti e V. Carratoni, leggiamo con estremo interesse il consueto Inserto Fondazione Piazzolla che offre contributi di Maria Lenti, Canio Mancuso, Domenico Cara e Donato De Santi, nonché una esaustiva rassegna sull'attività della fondazione stessa. Le note biografiche degli autori chiudono il volume. Per altre notizie Fermenti Editrice - Riviste.

martedì 24 febbraio 2015

La banalità del male, di Hannah Arendt

Hannah Arendt, filosofa ebrea tedesca rifugiata nel 1933 in Francia e successivamente docente in diverse università degli Stati Uniti, seguì nel 1961 e 1962 il processo Eichmann a Gerusalemme, come inviata speciale del New Yorker. Pensava che si sarebbe trovata dinanzi a un mostro sanguinario e invece vide che Eichmann era soltanto un uomo banale, "grigio", un piccolo funzionario ambizioso, zelante e ottuso, incapace di distinguere, all'interno degli ordini che riceveva dai superiori, il bene dal male. Eichmann eseguiva i propri compiti, seguiva le consegne, si asteneva dal pensare. Questo fenomeno di aberrante spersonalizzazione e di abbandono di ogni  ragionamento venne definito dalla Arendt "banalità del male". Non si tratta di perdonare crimini contro l'umanità, ovviamente, ma di riflettere su quanto il male possa risiedere dentro ogni essere umano. Tra i cittadini di un regime totalitario chi compie azioni crudeli e inumane non è, nella sua essenza, molto diverso da chi si dichiara incapace di compiere simili delitti. Questo perché il totalitarismo, attraverso la propaganda e la repressione, mira a distruggere ogni indipendenza di pensiero e di azione, mira a distruggere, in definitiva, l'umanità dell'essere umano. Continuare a "pensare", cioè interrogarsi su se stessi, sulle proprie azioni, sulle leggi è la sola possibilità per non rischiare di cadere nella "banalità" del male o nell'indifferenza cieca e disumana. Socrate, con le sue continue domande sull'essere, con l'incessante suo interrogarsi sulle azioni umane, è per la Arendt il modello di pensatore per eccellenza.
 
- La mia opinione è che il male non sia mai 'radicale', ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né la dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità" [...] solo il bene ha profondità e può essere integrale."  (da La banalità del male                                          
- Il livellamento delle condizioni dei sudditi è sempre stato una delle principali preoccupazioni dei despoti e dei tiranni fin dai tempi più antichi; ma un simile livellamento non è sufficiente per il regime totalitario, perché lascia più o meno intatti certi legami non politici, come i vincoli familiari e gli interessi culturali comuni. Se tale regime vuole sul serio raggiungere il suo scopo deve far sì che "finisca una volta per tutte la neutralità del gioco degli scacchi", vale a dire l'esistenza autonoma di qualsiasi attività (da Le origini del totalitarismo
- Quel che prepara così bene gli uomini moderni al dominio totalitario è l'estraniazione che da esperienza limite, usualmente subìta in certe condizioni sociali marginali come la vecchiaia, è diventata un'esperienza quotidiana delle masse crescenti del nostro secolo.(da Le origini del totalitarismo
- Se la legalità è l'essenza del governo non tirannico e l'illegalità quella della tirannide, il terrore è l'essenza del potere totalitari (da Le origini del totalitarismo
 
 

martedì 3 febbraio 2015

De l'amour, di Stendhal

"Se avessi la possibilità di stabilire delle consuetudini, impartirei alle fanciulle la medesima educazione che si dà ai ragazzi".
"Italia, il solo Paese in cui cresce in libertà la pianta che descrivo".
"L'amore alla Werter apre l'anima a tutte le arti, a tutte le impressioni dolci e romantiche, al chiaro di luna, alla bellezza dei boschi, a quella della pittura, in una parola al sentimento del godimento del bello, sotto qualsiasi forma esso si presenti".
"Don Giovanni invece di perdersi nei sogni incantati della "cristallizzazione" (idealizzazione) pensa come un generale al successo delle sue manovre e, per dirla con una parola, uccide l'amore invece di goderne più degli altri".



Scritto tra il 1819 e il 1820, per "curarsi" dall'amore infelice per Matilde Dembowski, il trattato stendhaliano sull'amore si divide in due parti. Nella prima vengono descritte le tappe della passione amorosa: l'incontro, il colpo di fumine, gli sguardi, i timori, i pudori... E' questo il momento in cui il sentimento prende l'aspetto della "cristallizzazione", che consiste nell'idealizzare ogni aspetto della persona amata: nel momento iniziale di una relazione tutto ciò che vediamo nell'essere amato ci appare perfetto.  
Questa prima parte dell'opera contiene anche un'aspra, famosissima e lapidaria critica del matrimonio borghese: "E molto più contrario al pudore andare a letto con un uomo che si è visto solo due volte, dopo tre parole in latino pronunciate in chiesa, che cedere proprio malgrado a un uomo che si ama da due anni".
Nella seconda parte Stendhal descrive e compara i costumi amorosi e sessuali di Paesi diversi.
La prima edizione del libro fu poco venduta e molto criticata. Alle critiche, nella presentazione alla seconda edizione (1833), l'autore risponde così: "E' necessaria al lettore, per seguire la disamina filosofica di un sentimento come l'amore, una cosa diversa dall'intelligenza; è assolutamente necessario che egli abbia conosciuto l'amore".
Descrizione "scientifica di una follia molto rara in Francia", De l'amour è il libro meno letto di Stendhal e tuttavia il lettore che vorrà inoltrarsi in questa "via lattea", nebulosa composta da piccoli e piccolissimi astri, potrà esplorare meglio quel sentimento che nasce, nel genere umano, "nel momento in cui nasce la civiltà".

giovedì 29 gennaio 2015

Il presente come storia, di Luciano Canfora

Chi tra i cittadini influisce maggiormente sulla storia? I pochi, gli oligarchi, o le masse? Luciano Canfora, con il consueto acume, indaga qui il passato, discriminando tra fatti e leggende, documenti e invenzioni, perché, come recita il sottotitolo del saggio "il passato ci chiarisce le idee". La questione fondamentale è quella della definizione di ciò che deve intendersi come oligarchia e come democrazia. A proposito delle oligarchie, l'analisi di Canfora esamina le loro caratteristiche, a partire da quelle della Grecia antica fino al fenomeno del rapporto delle oligarchie capitalistiche con il nazismo e il fascismo. 
L'uso politico della storia, come è noto, ha fatto sì che spesso acuni eventi siano stati enfatizzati in modo funzionale ai detentori del potere politico di una data epoca, altri eventi occultati o deformati. "La posta in gioco di ogni discussione ... è molto alta. Si tratta o di arrendersi di fronte all'ondata che declassa la storiografia a mero racconto possibile, non molto distinguibile - tranne che per essere meno attraente - da qualunque narrazione che sia frutto di fantasia artistica, ovvero di fare quadrato intorno alla discriminante, comunque, della ricerca della verità, anche quando questa sia una verità parziale".
Un altro tema importante del libro è quello del concetto e del "valore" del termine democrazia, intesa talvolta semplicisticamente come pura maggioranza: "La maggioranza non ha necessariamente ragione. Anche se costituisce (o dovrebbe costituire) uno strumento del convivere civile, il principio di maggioranza - come bene spiegò Edoado Ruffini in un prezioso libretto ristampato da Adelphi negli anni Settanta, Il principio maggioritario - non ha alcun fondamento né logico, né razionale". E più avanti: "insufficienza della mera identificazione tra democrazia e maggior numero, a prescindere da qualunque contenuto". I contenuti contano, così come contano (o contarono) le ideologie, cioè i convincimenti, gli ideali: lo svuotamento delle ideologie ha prodotto nell'ultimo ventennio la convinzione nei semplici che la politica sia una società senza regole nella quale a ciascuno è consentito, meglio che può, farsi i propri affari.
Incontriamo in queste pagine personaggi studiati a scuola che ora possiamo riconsiderare sotto una nuova, più lucida e matura, prospettiva: Giulio Cesare, Seneca, Pericle, Tucidide, Erodoto, Alessandro, gli Scipioni e poi Dante, Machiavelli, Mazzini, Croce. Una breve capitolo è dedicato anche a Ipazia, la cui storia fu oggetto di una clamorosa (e ancora viva) falsificazione storica in campo cattolico. La filosofa alessandrina fu massacrata e torturata, su istigazione del vescovo Cirillo poi santificato, da un gruppo di monaci invasati ("ma non erano neppure uomini poiché conducevano vita da porci", scrisse Eunapio di Sardi), obbedienti alla medesima intolleranza che condusse i cristiani a distruggere a biblioteca di Alessandria, scrigno di tesori della cultura antica e perciò loro invisa: "La battaglia intorno ai libri nella quale si erano illustrate le bande al servizio di Teofilo, zio e predecessore nonché mentore di Cirillo, non ha nulla da invidiare alle gesta delle orde di Pol Pot": il passato remotissimo fa luce ancora una volta sul passato recentissimo.

Luciano Canfora, Il presente come storia, Rizzoli 2014