giovedì 29 gennaio 2015

Il presente come storia, di Luciano Canfora

Chi tra i cittadini influisce maggiormente sulla storia? I pochi, gli oligarchi, o le masse? Luciano Canfora, con il consueto acume, indaga qui il passato, discriminando tra fatti e leggende, documenti e invenzioni, perché, come recita il sottotitolo del saggio "il passato ci chiarisce le idee". La questione fondamentale è quella della definizione di ciò che deve intendersi come oligarchia e come democrazia. A proposito delle oligarchie, l'analisi di Canfora esamina le loro caratteristiche, a partire da quelle della Grecia antica fino al fenomeno del rapporto delle oligarchie capitalistiche con il nazismo e il fascismo. 
L'uso politico della storia, come è noto, ha fatto sì che spesso acuni eventi siano stati enfatizzati in modo funzionale ai detentori del potere politico di una data epoca, altri eventi occultati o deformati. "La posta in gioco di ogni discussione ... è molto alta. Si tratta o di arrendersi di fronte all'ondata che declassa la storiografia a mero racconto possibile, non molto distinguibile - tranne che per essere meno attraente - da qualunque narrazione che sia frutto di fantasia artistica, ovvero di fare quadrato intorno alla discriminante, comunque, della ricerca della verità, anche quando questa sia una verità parziale".
Un altro tema importante del libro è quello del concetto e del "valore" del termine democrazia, intesa talvolta semplicisticamente come pura maggioranza: "La maggioranza non ha necessariamente ragione. Anche se costituisce (o dovrebbe costituire) uno strumento del convivere civile, il principio di maggioranza - come bene spiegò Edoado Ruffini in un prezioso libretto ristampato da Adelphi negli anni Settanta, Il principio maggioritario - non ha alcun fondamento né logico, né razionale". E più avanti: "insufficienza della mera identificazione tra democrazia e maggior numero, a prescindere da qualunque contenuto". I contenuti contano, così come contano (o contarono) le ideologie, cioè i convincimenti, gli ideali: lo svuotamento delle ideologie ha prodotto nell'ultimo ventennio la convinzione nei semplici che la politica sia una società senza regole nella quale a ciascuno è consentito, meglio che può, farsi i propri affari.
Incontriamo in queste pagine personaggi studiati a scuola che ora possiamo riconsiderare sotto una nuova, più lucida e matura, prospettiva: Giulio Cesare, Seneca, Pericle, Tucidide, Erodoto, Alessandro, gli Scipioni e poi Dante, Machiavelli, Mazzini, Croce. Una breve capitolo è dedicato anche a Ipazia, la cui storia fu oggetto di una clamorosa (e ancora viva) falsificazione storica in campo cattolico. La filosofa alessandrina fu massacrata e torturata, su istigazione del vescovo Cirillo poi santificato, da un gruppo di monaci invasati ("ma non erano neppure uomini poiché conducevano vita da porci", scrisse Eunapio di Sardi), obbedienti alla medesima intolleranza che condusse i cristiani a distruggere a biblioteca di Alessandria, scrigno di tesori della cultura antica e perciò loro invisa: "La battaglia intorno ai libri nella quale si erano illustrate le bande al servizio di Teofilo, zio e predecessore nonché mentore di Cirillo, non ha nulla da invidiare alle gesta delle orde di Pol Pot": il passato remotissimo fa luce ancora una volta sul passato recentissimo.

Luciano Canfora, Il presente come storia, Rizzoli 2014

sabato 17 gennaio 2015

Grazie!, di Isabel Minhós Martins e Bernardo Carvalho

Ci sono cose giuste e ci sono cose sbagliate. Ci sono anche cose e opinioni diverse, né giuste, né sbagliate. I bambini, che sono sempre un poco filosofi, lo sanno. Alle bambine e ai bambini filosofi (e a tutti gli adulti che amano leggere insieme a loro) si rivolge questo albo. 
Un bimbo narra la sua esperienza:
Mio padre mi ha insegnato ad avere pazienza.
Mia madre mi ha spiegato che non sempre è bene aspettare.
Da mia nonna Maria ho imparato che «non c’è un minuto da perdere».
Ma per mio nonno Filippo «non c’è niente di meglio riposarsi».
e così via. 
Per ogni persona che afferma o fa una cosa ce n'è un'altra che afferma o fa la cosa opposta, o semplicemente una cosa diversa. Confusione? No, semplice apprendimento concreto e quotidiano del fatto che non tutti i pensieri, i gusti, le percezioni, i passatempi sono uguali; e tuttavia tutti contribuiscono a farci crescere e a forgiare il nostro modo di pensare e il nostro comportamento. Tutti contribuiscono ad aprirci gli occhi sulla varietà delle persone che incontriamo e ci mostrano quanto sia complesso e variopinto il mondo in cui viviamo. Variopinto come le belle illustrazioni dai colori squillanti che accompagnano e illuminano, se così si può dire, il breve testo.     


Isabel Minhós Martins e Bernardo Carvalho, Grazie!, Kalandraka 2014

venerdì 26 dicembre 2014

Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, di Giacomo Leopardi

[...]
Passegere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passegere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passegere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passegere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passegere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passegere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passegere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passegere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passegere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passegere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
[...] 

Scuola francese, Le colporteur, XVII secolo

Non sappiamo che cosa ci riserverà il futuro immediato, per questo ad ogni Capodanno rinnoviamo gli auguri, per questo sfogliamo con trepidazione e speranza il calendario dell'anno che verrà. Leopardi, pacato disilluso saggio, nel breve dialogo del venditore di almanacchi e di lunari con un passante ci rappresenta l'atteggiamento degli esseri umani di fronte agli eventi noti e a quelli che il caso determinerà in futuro nella vita di ciascuno. La vita felice è attesa ad ogni svolta del tempo, mentre la vita reale trascorre nell'attesa, il presente si appanna, la disillusione si scioglie in speranza.

giovedì 18 dicembre 2014

Il vecchio Natale, di Marino Moretti


Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.

Ed alle buone mamme reca i forti
virgulti che orneran furtivamente
d'ogni piccola cosa rilucente:
ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti...

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!


 
Claude Monet, Nevicata ad Argenteuil

mercoledì 10 dicembre 2014

Gli antichi ci riguardano, di Luciano Canfora

"Tradurre è la più vitale delle attività umane. Il cammino della civiltà è una incessante traduzione. Lo capì, ad esempio, un greco d'Asia, che si chiamava Erodoto, il quale vide quanto dal mondo religioso egizio fosse passato nel pantheon greco. I popoli che non traducono, in propria lingua, la civiltà (letteraria, artistica, filosofica, religiosa, scientifica) degli altri o diventano pericolosi o, se non possono essere aggressivi, si condannano al sottosviluppo. Prima o poi se ne renderà conto (al di là dell'attuale suo euforico monolinguismo) il mondo anglosassone, nonostante la forza economico-militare con cui impone agli altri il proprio idioma. Cioè il proprio modello". Inizio con una citazione dall'appendice la recensione di questo breve, ma acuto e indispensabile, saggio di Luciano Canfora. L'autore esordisce ricordando alcuni infelici propositi di riforma della scuola, per fortuna solo in parte attuati, nel nostro Paese: dallo "scorciamento" dello studio della storia antica all'introduzione di un mostricciattolo come la "geostoria" nei primi due anni del liceo classico (ex ginnasio), al vagheggiamento di un liceo breve di quattro anni che, insieme all'accorciamento a sette anni dello studio primario (elementari + medie), sarebbe stato "una boccata di ossigeno per le casse dello Stato". Proprio così, "per le casse dello Stato", scrissero i quotidiani riferendo il proposito - dagli evidenti e primari interessi pedagogici (!) - di quei governi. Alla luce di queste "priorità" generate dalle menti di improvvisati riformatori, dei quali i diversi governi, più o meno tecnici, sono stati ricchi, Canfora si chiede che cosa significi stare al passo con i tempi e quale sia il "nuovo" di cui è giusto tenere conto. E, naturalmente, afferma che se "nuovo" nella scuola significa renderla simile alla realtà esterna "mimandola", questo vanifica il compito stesso della scuola, che è la formazione e l'istruzione dei giovani e giovanissimi, "dando loro respiro" e tempo per approfondire il conoscere, in modo che possano, fatti adulti, uscire consapevoli e corazzati (intellettualmente, ma pure moralmente) nel mondo. Canfora prosegue ricercando quale sia il significato da attribuire al binomio "cultura umanistica" ("assumere la maschera passatista di don Ferrante non porta a nulla") e suggerisce che esso è quello di "sapere storico", che abbraccia i diversi aspetti del sapere e la cognizione del loro sviluppo e della loro storicità. Cultura umanistica è, in quest'ottica globale, anche lo studio delle civiltà antiche e la loro conoscenza mediante lo studio delle lingue classiche. Continua esaminando che cosa significhi "canone" nei programmi scolastici, fin dal lontano 1867 della riforma Coppino. Ci sono autori dell'antichità che si devono leggere e conoscere perché educativi e portatori di valori imprescindibili, affermava il "canone" nel nostro Paese di allora, e questa visione resse fino agli anni Sessanta del Novecento, quando anche la scuola superiore, un tempo limitata alle élites, si aperse a più ampi ceti sociali. Ma questa visione non basta, e Canfora la amplia, affermando che gli antichi "ci riguardano perché i loro problemi insoluti e i loro conflitti sono anche i nostri..." e perché "essi non hanno scelto la via consolatoria. Ci insegnano a scartare le risposte facili e le facili consolazioni e autoassoluzioni. [...] è evidente che alla svolta, coincidente con l'affermarsi dell'era costantiniana, nel momento in cui la cultura antica si cristianizza, si elabora quella che potremmo chiamare la via d'uscita a doppia velocità: non si cambia la società sulla terra perché tanto c'è l'aldilà. [...] gli antichi ci insegnano che non è quella la via d'uscita".
Se avete vacanze a Natale o a fine d'anno, leggete questo breve saggio; acquistatelo (il prezzo è abbordabilissimo anche dai ragazzini) e regalatelo, oppure chiedetelo in lettura in bibliblioteca. Avrete soddisfazioni e lumi.


Luciano Canfora, Gli antichi ci riguardano, Il Mulino 2014

mercoledì 3 dicembre 2014

Io amo. Piccola filosofia dell'amore, di Vito Mancuso

Marc Chagall, Compleanno, 1915 (Museum of Modern Art di New York)
"Io penso che una vera storia d'amore tra due esseri umani si distingua da tutte le altre avventure o relazioni occasionali per la presenza di questo preciso elemento, la stima. A una grande storia d'amore non basta la passione del corpo e del sentimento, occorre sempre anche la passione dello spirito o dell'intelligenza, che è la stima. La stima è la devozione dell'intelligenza. E non ci può essere integrale devozione del corpo, se prima, e durante, non c'è devozione dell'intelligenza". Questa è la conclusione del nuovo saggio di Vito Mancuso, che si occupa del sentimento più noto, tormentato, glorioso, ma anche banalizzato, svilito, strumentalizzato dell'esperienza umana. Come sempre, Mancuso per costruire il suo discorso esordisce dalla vita concreta e comune dei viventi - egli stesso, noi suoi contemporanei, i maestri e i letterati del passato vicino o remoto -, vita concreta che interpreta alla luce delle scritture sacre e della più ampia sapienza, letteraria, filosofica, psicologica, artistica della storia umana.
Il saggio è suddiviso in tre parti. Nella prima l'autore si propone di descrivere l'amore "come forza primigenia" e "manifestazione privilegiata" della forza dell'universo. Nella seconda si occupa del sentimento d'amore  dal punto di vista della scelta e dell'etica individuale (la "naturalità" dell'amore negli esseri dotati di libertà, volontà e intelligenza). Nella terza, tratta dell'amore come "senso dell'esistere", sentimento che, unico, è capace di strutturare il significato della vita. 
L'opera si conclude con una trentina di pagine di approfondimenti, utili al lettore italiano, malato spesso di provincialismo cronico e dimentico della storia. Questa appendice esordisce da una breve informazione sull'amore, visto come ineluttabile forza cosmica, nel pensiero antico; seguono elementi di storia della morale sessuale cattolica, dagli antichi padri greci a Tommaso d'Aquino, passando per Sant'Agostino (tortura di vite intere per coppie di coniugi credenti praticanti, aggiungo io, vittime della sessuofobia e della misoginia di Paolo di Tarso e della sua traduzione pratica nelle omelie di parroci miopi ed ignoranti); il paragrafo successivo si occupa dell'etica sessuale nelle maggiori religioni mondiali, e, pur nella sua brevità, è tuttavia molto utile ai lettori e sfata alcuni luoghi comuni (a proposito dell'ebraismo, ad esempio). L'appendice di approfondimento si conclude con un capitolo sul "fondamento fisico dell'etica", che ci offre, tra l'altro, le formulazioni della "regola d'oro" Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te nelle diverse religioni mondiali, dall'induismo, all'islam.
Bel libro, da leggere a piccoli o grandi sorsi nelle vacanze di Natale e Capodanno, oppure in ogni stagione.

Vito Mancuso, Io amo. Piccola filosofia dell'amore, Garzanti 201

sabato 29 novembre 2014

Illustrazioni e ricordi del Lago Maggiore. Album descrittivo, pittorico e poetico musicale di Luigi Boniforti



Nel 1869 Luigi Boniforti (1817 – 1909), canonico nato ad Arona, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, per motivi di salute intraprese un viaggio a Napoli e vi soggiornò qualche tempo. Ebbe modo di osservare, con la mente curiosa del viaggiatore, ma anche con il sentimento nostalgico di chi non dimentica il paese natale, come in quella città “da geografi, da pittori e da poeti fossero magnificamente descritte e messe in mostra scene e novità di cose anche meno attraenti e dilettose di quelle che ci offre la svariata natura dei nostri laghi e monti”. In un successivo soggiorno a Firenze, poi, visitò “pinacoteche e librerie piene di album, di fotografiche imagini e d'ogni maniera incisioni e dipinture, illustrative delle varie provincie d'Italia, eccettochè del nostro Verbano”. Gli nacque allora l'idea di realizzare un album che, a imitazione di quelli che aveva sfogliato nelle biblioteche fiorentine, valorizzasse il lago Verbano. L'idea si concretizzò due anni dopo e venne alla luce l'opera Illustrazioni e ricordi del lago Maggiore. Album descrittivo, pittorico, e poetico musicale per Luigi Boniforti. Composto da prose, poesie, illustrazioni e spartiti musicali, il libro è vissuto a lungo, fino a noi, ma come nell'ombra, nonostante il suo autore fosse all'epoca personalità nota nella sua terra. E' il destino, operante ancor oggi, di quanto viene scritto e pubblicato da chi vive ed opera lontano dai centri di produzione e diffusione culturale del Paese, e quindi anche lontano dalle grandi biblioteche che raccolgono e conservano le opere destinate a durare nel tempo. Luigi Boniforti, fu protagonista per tutto il XIX secolo della vita politica e culturale di Arona e del Verbano. Interdetto dalla predicazione dall' Imperial Regio Governo Austriaco nel 1847 a causa di un suo infuocato discorso anti-austriaco, pronunciato in occasione della festa aronese dei martiri Fedele e Carpoforo (festa detta tradizionalmente Tredicino), fu poi sostenitore appassionato della candidatura al Senato del Regno di Alessandro Manzoni. Storico e geografo, ebbe fama anche come compositore e un poco come poeta.
Fu molto sollecito della crescita culturale della sua Arona caldeggiando l'apertura di una biblioteca civica (affermò in una seduta municipale del 16 maggio 1861 dopo aver presentata un dettagliato progetto di biblioteca: " Io credo che un principio, una prima sala di biblioteca pubblica si possa agevolmente avere da oggi a domani [...] fate che una bell'opera esista e vedrete tosto prendervi amore gli uomini ben fatti e culti") e anche di un asilo per l'infanzia.
Le prime quarantasei pagine del libro di cui qui si parla, dall'elegante grafica, con testo inserito in una cornice lineare arricchita da piccoli fregi agli angoli in alto e in basso, costituiscono una sintetica guida storico turistica ai luoghi, se non più celebri (Boniforti aveva già dato alle stampe negli anni precedenti più di un'opera dedicata al Maggiore e agli altri laghi prealpini, nonché ai colli e ai monti che li circondano), più curiosi ed originali del Verbano. Concludono questa prima parte del libro dieci dense pagine di “Notizie dei più illustri personaggi e delle principali famiglie che vennero in questi ultimi tempi a villeggiare sul Lago Maggiore”.
La seconda parte del libro si compone di cinque opere poetiche, accompagnate dal relativo spartito musicale, tutte composte dal Boniforti e tutte dedicate.
Un esempio? La canzone barcarola “Gita sul Lago Maggiore” dedicata ad una giovane nobile signora, Giuseppina Gautieri, nata Conelli De Prosperi, nobildonna nota a quei tempi sulle sponde lacustri e nel milanese. E' una limpida serata estiva e una navicella parte alla volta dell'isola Bella:

“E' sera placida
d'estivo dì;
in ciel la candida
luna apparì:
tranquilla l'onda
bacia la sponda [...]
La navicella
sciogli o nocchier;
sera sì bella
vogliam goder [...]”.

Conclude l'album la breve cantata “Amor di Patria”, composta e musicata in occasione delle nozze di Umberto di Savoia con Margherita di Savoia-Genova, prima regina d'Italia, che fu eseguita eccezionalmente la prima volta a Torino in occasione delle nozze reali. Oggi ci appare piuttosto convenzionale e retorica, ricondotta al suo tempo e al suo linguaggio, però, sintetizza tutta la passione patriottica del Boniforti, ecclesiastico illuminato, fautore instancabile della crescita culturale e civile della sua terra, comunicatore entusiasta, dai molteplici talenti.
L’Album è consultabile solo in alcune (poche) biblioteche.
Scrisse di lui Gino Rotondi in L'Ottocento del lago Maggiore: "Il Boniforti fu in quell'età innovatrice e singolarmente battagliera che fu l'Ottocento uno spirito eletto, meritevole di memoria, anche se la sua missione terrena ebbe strinsecazione solo nell'ambito circoscritto della propria terra che amò profondamente" (pag. 101).
Luigi Boniforti, Illustrazioni e ricordi del lago Maggiore. Album descrittivo, pittorico, e poetico musicale, Milano G. Brigola 1871 (data di stampa desunta dalla dedica).

© Eleonora Bellini

martedì 18 novembre 2014

Albert Camus, citoyen du monde

Albert Camus, citoyen du monde è il titolo di una interessante mostra - tenutasi dal 5 ottobre 2013 al 5 gennaio 2014 alla Bibliothèque Méjanes di Aix en Provence in occasione del centenario della nascita dello scrittore - e del catalogo che ne perpetua il ricordo e la disponibilità nel tempo. Depositaria del Fondo Albert Camus, la Biblioteca Méjanes ha reso omaggio allo scrittore le cui opere sono entrate nel mito per molti, nei più diversi luoghi del mondo. Sintonia per il pensiero di un intellettuale che desiderava "una vita libera per ognuno e giusta per tutti"; e viva, ragionevole speranza.
Nella presentazione del catalogo i curatori (Sophie Doudet, Marcelle Mahasela, Pierre-Louis Rey, Agnès Spiquel, Maurice Weyembergh) sottolineano che "Il mondo è una città nella quale potrebbero coabitare uomini liberi e uguali. Mostrare in Camus il cittadino del mondo significa sottolineare il suo legame con la natura, la sua sollecitudine per il presente e per l'avvenire, la sua generosità nei confronti degli altri, il suo rifiuto delle frontiere, il suo acuto senso della fratellanza universale. Noi abbiamo voluto renderlo intensamente presente attraverso documenti, foto, testi".
Suddiviso in dieci capitoli, tanti quante le sezioni dell'omonima esposizione, il libro ci offre un ritratto completo di Camus uomo, scrittore, giornalista: luoghi, amicizie, mestieri, giochi, linguaggio, guerra, storia, pensiero "du midi", amore, regno sono i titoli dei capitoli, ricchi di illustrazioni vive, suggestive, spesso rare, e di citazioni. 


"E' vero che i paesi mediterranei sono i soli nei quali io possa vivere, che amo la vita e la luce; ma è anche vero che il tragico dell'esistenza assedia l'uomo e che la parte più profonda di lui gli rimane legata" (da un progetto di prefazione per Il diritto e il rovescio).
"Se dovessi scrivere qui un libro di morale, avrebbe cento pagine e 99 sarebbero bianche. sull'ultima scriverei: (dai Carnets).
"Molti tra di noi non avevano ben compreso gli uomini del 1914. Siamo più vicini a loro, adesso, perché sappiamo che si può fare una guerra senza consentirvi. Sappiamo che a un certo punto estremo della disperazione, nasce l'indifferenza e, con lei, il senso e il gusto della fatalità" (da La guerra, settembre 1939).

Albert Camus, citoyen du monde, Gallimard 2013

martedì 11 novembre 2014

Elements. Due poesie sull'acqua, di Eleonora Bellini



L'eau de la gare
2012

Marseille st. Charles saluta
il forum mondiale dell'acqua
con una grande cascata,
una liquida torre che scroscia
alta nell’atrio giorno e notte.
Come sirena antica chiama
alla fresca sosta il viaggiatore.

“L'acqua è di tutti” mormora
“L'acqua è un diritto” canta,
ma non cela quel canto le sue lacrime:
piange la fonte sulla sete
dei poveri.



Spiaggetta a Belgirate
2012

La sirena del battello suona
alta la nota di richiamo nel silenzio
del mattino d'estate. Le brevi onde
della scia s'infrangono
sullo scivolo di sasso sotto il salice.
Trema l'acqua di lago
e trascolora.

Il mio nipote non ancora nato
beve l’azzurro
dalle acque di sua madre.

mercoledì 29 ottobre 2014

Un pedigree, di Patrick Modiano

L'infanzia e l'adolescenza di Modiano non fluirono come un fiume tranquillo: la madre, attrice di teatro, condannata a rincorrere ingaggi in scena per non morire di fame; il padre, sempre impegnato in traffici, limpidi o loschi non importa. Ciò che importa è che entrambi ebbero poco tempo per occuparsi del figlio, per amarlo, perfino. L'autobiografia dello scrittore premio Nobel per la letteratura 2014 si snoda nella Parigi dal primo dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, tra miserie e fame, ma anche su uno scena popolata da personaggi del panorama culturale di quel tempo, che sarebbero divenuti illustri, in una capitale colma di dignità e di fervore. Lo stile è scarno, estremamente essenziale, come quello di chi redige una serie di appunti per uso proprio, solo per non dimenticare. E tuttavia il lettore avverte che la scrittura è alta e non desidera abbandonare la lettura se non dopo l'ultima pagina. E anche in quel momento gli piace ritornare su alcuni passi.
"Forse tutta questa gente, incrociata negli anni Sessanta, e che non ho mai più avuto occasione di rivedere, continua a vivere in una specie di mondo parallelo, al riparo dal tempo, con la stessa faccia di allora": è il problema della percezione del tempo dentro di noi ed è anche il problema dell'essenza del tempo.
"Quella primavera del 1966, a Parigi ho notato un cambiamento di atmosfera, una variazione di clima che avevo già sentito a tredici anni nel 1958 poi ancora alla fine della guerra d'Algeria. [...] Uscivamo da un tunnel, ma quale fosse quel tunnel, io non lo so. E questa ventata di freschezza non l'avevamo conosciuta la stagione precedente. Era l'illusione di coloro che hanno vent'anni e che credono ogni volta che il mondo cominci con loro?" Forse. Ma forse erano anche le prime avvisaglie del Sessantotto, dell'immaginazione al potere, di esigenze e verità nuove: una stagione finita troppo presto, forse abortita.
Una lettura da consigliare. Un'occasione per andare oltre la storia personale dello scrittore e per riflettere su quanto peso abbiano nelle vite umane il luogo e il tempo della nascita, gli incontri e gli scontri in esso originati, la predisposizione genetica di fronte al mondo. Quel Caso, insomma, che spesso si rivela benigno. 

Patrck Modiano, Un pedigree, traduzione di Irene Babboni, Einaudi 2014