domenica 25 maggio 2014

L'hiver des hommes, di Lionel Duroy


Il romanzo ci conduce attraverso i paesi della ex Jugoslavia, divisi più che pacificati. Marc, il protagonista, si interroga sul suicidio della giovane figlia del generale Mladiĉ, soprannominato "il macellaio dei Balcani": che cosa provano i figli dei carnefici? Come influisce sulla loro vita la consapevolezza dei crimini dei padri? Ricordando studi e memorie dei figli di noti criminali nazisti, egli lascia la Francia per incontrare i protagonisti dell'abominevole guerra, che, negli anni Novanta, dopo la caduta del regime comunista, separò e trasformò in avversario da annientare chi prima ed a lungo era stato vicino, sodale, amico. 
Racconta Miroslav: “Vi fu un censimento nelle scuole, credo che la guerra abbia avuto inizio da qui, da noi, i bambini. Un giorno il direttore entrò in classe con un elenco che comprendeva il nome di tutti gli scolari. Spiegò che dovevamo scrivere la nostra nazionalità accanto al nostro nome e fece circolare il foglio. Quando arrivò a me, non seppi cosa scrivere e guardai che cosa avevano scritto gli altri prima di me. Valentino, il mio vicino aveva scritto 'Croato', Selma Musulmana', e Bojan 'Serbo'. Mi misi a riflettere, trattenni il foglio per due o tre minuti, finché il direttore s'innervosì. - Scrivi! - mi disse. - Non so che cosa sono, c'è una quarta categoria? - Scrivi quello che sei! - Riflettei ancora e scrissi 'Jugoslavo'. Anche il mio vicino di destra disse: - Pure io sono Jugoslavo – e scrisse come me. Il direttore se ne andò con l'elenco. Ma poco dopo ritornò: – Dovete scrivere una nazionalità diversa da Jugoslavo – disse – perché Jugoslavo non esiste più.” (pagg. 82-83, trad. E.B.) Marc percorre le nuove nazioni create da una guerra di crudeli massacri fratricidi sfidando neve e gelo di un inverno che è sui monti e le colline, nei boschi e nelle impervie strade, ma anche e soprattutto nel cuore degli uomini, specialmente dei Serbi, arroccati nel loro dolore di sconfitti, assediati dalla fame e dalla povertà e tuttavia fedeli proprio alle convinzioni che hanno causato la loro rovina, mentre la Sarajevo musulmana sta rinascendo di speranza e di timidi fiori alle finestre. L'hiver des hommes è un libro da leggere, lucido e pietoso insieme, ci apre alla conoscenza della vita di Paesi a noi vicini e tuttavia dimenticati. Ci ricorda quanto siano pericolosi i nazionalismi ottusi e violenti e quanto siano ancora presenti in Europa. 


                                  Lionel Duroy, L'hiver des hommes, Ed. Julliard 2012 

sabato 17 maggio 2014

"Il mio poeta con la penna in mano", un vecchio articolo (2005) su bambini e poesia


Cenni su alcuni laboratori di poesia condotti in una biblioteca pubblica
 
Il laboratorio di poesia della Sezione Ragazzi della Biblioteca Marazza di Borgomanero ha compiuto venti anni (nel 2005, n.d.r.). L’esperienza iniziò nell’autunno del 1985, con ispirazione ed in atmosfera rodariane.
Questo per me, allora sufficientemente giovane ed entusiasta, fu fin troppo facile, sia per ragioni geografiche (Omegna, città natale di Gianni Rodari, era vicina); sia perché mi risultava familiare rievocare le filastrocche del poeta che sulle pagine de Il pioniere, La Via Migliore, Il Corriere dei Piccoli, avevano portato aria nuova nella mia infanzia, come in quella di tanti altri nati negli anni Cinquanta e Sessanta; sia, infine, perché Rodari mi era l’autore ideale per coinvolgere e rendere protagonisti gli utenti più giovani della biblioteca, attraverso un’attività creativa, giocosa e libera. Ne avevo già avuto esperienza, pur breve, negli anni dell’insegnamento alle scuole elementari e medie.
I laboratori di poesia si sono poi radicati nel tempo, come attività quasi istituzionale fra le molte della biblioteca dei bambini e dei ragazzi e sono stati indirizzati sempre alle classi scolastiche, nell’ambito della programmazione delle diverse attività di invito alla lettura “inventate” dai bibliotecari.
               All’inizio la proposta fu molto semplice. Essa prevedeva sia che, dopo che io avessi condotto per un certo tempo un “gioco con le parole”, ogni bambino scrivesse la propria poesia, sia che, ascoltata la lettura di uno o due testi di autori famosi (non di quelli, tuttavia, abitualmente studiati a scuola), essi fossero illustrati dai bambini. Al termine dell’attività, la lettura dei testi effettuata sul palco al microfono da ciascun piccolo autore o anche la proiezione dei disegni su lavagna luminosa costituivano quasi una festa. Questa esperienza venne documentata e raccolta in parte e in modo molto sintetico nel quaderno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Borgomanero I bambini e la poesia (Borgomanero, 1987; con testi, tra gli altri, di Mario Lodi e Roberto Denti e disegni di Mauro Maulini).   
      
   Negli anni successivi l’attività proseguì collateralmente ad altre iniziative rodariane, che sfociarono poi nel convegno con mostra e pubblicazione Laboratorio per Rodari (testi di Carlo Carena, Eros Bellinelli, Roberto Cicala, Roberto Leydi; marionette e progetti di allestimento scenico per il Teatro di Gianni e Cosetta Colla, stampato a Novara nel 1991). La raccolta delle poesie e dei disegni dei bambini fu premiata con un quadernetto ad hoc, praticamente un manoscritto poi fotocopiato in un centinaio di esemplari, e recante lo stesso titolo del volumetto “adulto”, Laboratorio per Rodari, con il sottotitolo Il laboratorio della cicala.
            Successivamente, in parte in seguito all’arricchimento derivatomi  dagli interventi e dalle proposte degli stessi bambini, in parte anche esaudendo alcune richieste provenienti da insegnanti che frequentavano assiduamente i laboratori con le loro classi, le proposte di attività si ampliarono. Furono sperimentate alcune tecniche, soprattutto acrostici, mesostici e calligrammi;  fu istituito un breve percorso di “esplorazione poetica”, un manualetto per invitare i bambini a scrivere in versi – nel percorso c’erano: i suoni, i colori, le forme, le ricette della poesia –; furono proposte filastrocche a tema (le storie in versi e rime, le ricorrenze dell’anno, il tempo, la pace e la guerra (nel dicembre 1993 regalammo a tutti i nostri piccoli lettori il Calendario 1994 per un anno di pace , poesie e disegni di bambini a scandire il percorso dell’anno, mese per mese), i sentimenti e addirittura le figure geometriche - filastrocche, queste ultime, create ad hoc per una classe quinta elementare “nemica della geometria” - nonché il… riciclaggio dei rifiuti!

A partire dal 1999, tutti i testi poetici  sono esposti,  a fine anno scolastico, nelle mostre del “Maggio dei Bambini”, insieme agli scritti e ai disegni dei bambini coinvolti nelle altre attività di invito alla lettura. Per un certo periodo anche un periodico locale, La voce del laghi, che poi cessò le pubblicazioni, ospitò in una sua pagina quindicinale, riservata ai lettori più piccoli, poesie e disegni provenienti dal nostro laboratorio. Da qualche anno, finalmente, superate alcune difficoltà economiche, abbiamo potuto raccogliere una scelta significativa di testi nei Quaderni della Sezione Ragazzi, a partire da  Piccoli Libri e Piccole Rime (esaurito), fino al recentissimo I laboratori della fantasia.
Temi di successo dei più recenti laboratori di poesia sono stati “Bambini e poeti”, letture ad alta voce di testi poetici che hanno a protagonisti i bambini e poi scrittura di “poesie sul poeta” (naturalmente il poeta ideale dell’immaginario infantile o “profano”) da parte dei bambini stessi; “Libri in rima”, storie e romanzi raccontati in rima creando un testo collettivo; “Amori e colori”, dai versi d’amore colorati dei poeti famosi alle prime poesie d’amore scritte sui banchi della scuola media. A questo punto qualche esempio è d’obbligo, potrà esaudire un poco la curiosità di chi legge o stimolare l’iniziativa in chi volesse tentare l’esperienza nella propria classe o nella propria biblioteca:
 
SOGNI

Il poeta smise di poetare
perché era molto stanco.
Scriveva, scriveva e scriveva
senza rendersi conto della sua bravura.
Si addormentò,
cadde in un sogno un po’ cupo e un po’ lieto.
C’erano animali,
uomini noiosi o divertenti.
In quel sogno
tutti gli esseri umani andavano d’accordo.
Ad un tratto si svegliò,
si accorse di avere sognato,
ma il suo sogno non si era avverato.

Edoardo, classe V elementare
 
 
  FELICE

Felice come il pesce
che salta nel mare,
come un delfino
che fa acrobazie,
come un bambino
che trova il gioco perso,
come la mamma
quando le nasce il bambino,
come un pittore
quando guarda il suo quadro.

Riccardo, classe IV elementare
 
 
LA STREGA DELLA MONTAGNA
dalla storia di Gloria Cecilia Diaz

C’era una volta Alina,
una strega piccolina
che non riusciva ad atterrare
e tutti gli alberi voleva tagliare.

“Se tutti gli alberi taglierai
l’ombra più non avrai,
spariranno i fiori e i frutti
e questi monti saranno brutti.
Tacerà il canto degli uccellini
e scapperanno gli scoiattolini”,
dissero, assai inorridite,
le vecchie streghe istruite.
Le insegnarono a volare
e la scopa volante a usare.
Dopo l’ultima lezione
Alina atterrò con precisione
e le streghe stupefatte
applaudirono come matte.

Testo collettivo scritto con una classe III Elementare


COLPO DI FULMINE

Eri qui, vicino a me,
con lo zaino sulle spalle.
Provai ad avvicinarmi a te,
ma non riuscii a fare due passi.
Mi rassegnai, guardando un’altra ragazza
che ti faceva la corte.
Così i colori dell’amore si spensero
e non fu più colpo di fulmine.

Gabriella, II media

Non c’è altro da aggiungere, se non forse un mio desiderio ed una mia speranza: che, al di là di ciò che, dei nostri laboratori di poesia, è stato documentato nelle pubblicazioni o che è apparso in mostra, possa rimanere nei bambini partecipanti la gioia e insieme la fatica – talvolta persino il dolore – di stare facendo e di avere fatto/scritto qualcosa di speciale. Perché è molto speciale poter creare immagini nuove, scrivere versi propri, esprimere sentimenti, usando le parole consuete e quotidiane in un modo diverso, nel modo della poesia, grazie alla quale quelle stesse parole divengono più vere e profonde e valgono incommensurabilmente di più.
 
Eleonora Bellini (dal sito Oltrepensiero, http://www.oltrepensiero.com/modules.php?name=News&file=print&sid=55)

sabato 1 marzo 2014

Austerlitz, di Winfried Georg Maximilian Sebald


Nella salle des pas perdus della stazione di Anversa tra le persone in attesa c'è Austerlitz, "un uomo che allora, nel '67, aveva un aspetto quasi giovanile, con i capelli biondi singolarmente ondulati". Prende appunti e stende schizzi, scatta foto all'architettura solenne della stazione, tutto materiale che gli servirà per le sue ricerche erudite. Ma, non appena il narratore gli rivolge una domanda, Austerlitz è felice di intrattenersi a discorrere con lui, perché "chi viaggia solo è in genere contento di trovare un interlocutore dopo giorni e giorni trascorsi in completo silenzio". Nasce così una confidenza che, pian piano, si trasformerà in amicizia, itinerante in luoghi diversi d'Europa.
Jacques Austerlitz soffre un sentimento di estraneità, di erranza, fondato sulla nebbia che all'inizio del romanzo vela le sue origini e la sua travagliata infanzia, che il lettore scoprirà a poco a poco, inoltrandosi a fondo nel romanzo. Una vicenda, quella di Jacques, tragica ed appassionante insieme, parte dei tragici eventi che travagliarono la storia d'Europa negli anni del nazismo.
Jacques ha trascorso l'infanzia come figlio adottivo di un pastore del Galles e ha appreso il suo vero nome solo  al momento dell'esame sostenuto per entrare ad Oxford. La ricerca delle sue origini si impone e la seguiamo nella seconda parte del romanzo, così come si segue una ricerca di quella microstoria che s'innesta nella storia ufficiale e le dà sentimenti e sostanza, perché è la storia delle gioie, delle speranze e dei dolori dei singoli. La microstoria ha nomi e cognomi quotidiani, potrebbe essere la storia di ciascuno. Seguiamo Austerlitz da Praga, città della sua primissima infanzia (bellissima la rievocazione della lingua infantile che gli torna alla memoria, grazie alla pronuncia dei numeri che, gli ricorda una ritrovata vecchia zia, egli usava contare sui bottoncini che ornavano i guanti nel negozio di famiglia), fino a Terezin (città muta di porte chiuse), dove scoprirà che avevano trovato la morte i suoi genitori, ebrei di Boemia.
Caratteristica della narrazione di Sebald, dallo stile complesso, ricco di subordinate ed incisi e tuttavia di lettura estremamente invitante e coinvolgente, è l'inserzione nel testo di fotografie che suggeriscono al lettore ora l'impressione dell'immersione nella realtà, ora la suggestione del sogno:
"A un certo punto mi fermai lungamente davanti all'entrata di una casa, disse Austerlitz, lo sguardo rivolto verso l'alto a un mezzorilievo grande circa trenta centimetri quadrati  e montato nel liscio intonaco sopra il concio dell'arco del portone, mezzorilievo che, su uno sfondo verde mare disseminato di stelle, raffigurava un cane dipinto di blu con un bastone in bocca  che il cane medesimo - come io presentii rabbrividendo fino alla radice dei capelli - aveva portato lì dal mio passato"(pag. 165).
 
W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi 2002
 

sabato 15 febbraio 2014

Montale, la Liguria. A cura di Franco Contorbia

"A trent'anni dalla morte di Eugenio Montale, a venti dal convegno su La Liguria di Montale, svoltosi alla Spezia e a Monterosso dall'11 al 13 ottobre 1991 [...] la non marginale quaestio delle relazioni di Montale con il proprio milieu è tornata al centro di un altro appuntamento, questa volta, e pour cause, genovese. " Così il curatore Franco Contorbia nella premessa al volume che raccoglie gli atti del Convegno tenutosi all'Università di Genova l'11 e 12 settembre 2011.
Gli otto importanti contributi pubblicati nel libro (di Gianfranca Lavezzi, Federica Merlanti, Manuela Manfredini, Anna Calcagno, Elisabetta Goggi, Giulia Savio, Federica Isola e dello stesso Contorbia) mirano a ricostruire la complessa rete di relazioni intrattenute da Montale con l'ambiente genovese e ligure: la genesi degli Ossi di seppia con le ascendenze liguri della scrittura montaliana in versi e in prosa; il rapporto di Montale con la cultura figurativa e l'arte liguri, ma non solo; gli incontri, i dialoghi e gli ozi sulle accidentate coste del Levante.

Montale, la Liguria. A cura di Franco Contorbia, Società Editrice Fiorentina 2012

[...] io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni
[...]

lunedì 10 febbraio 2014

Vigilia di guerra 1940, di Bonaventura Tecchi


Bonaventura Tecchi nacque a Bagnoregio, in provincia di Viterbo, l’11 febbraio 1896; morì a Roma il 30 marzo 1968. Direttore fra il 1925 ed il 1931 del Gabinetto Vieusseux di Firenze, lettore nelle università di Berna e Bratislava, poi, dal 1939 professore di lingua e letteratura tedesca all'Università di Padova.
L’ultimo libro di Tecchi si intitola Antica terra, pa­gine sparse, frammenti scritti dal 1934 al 1967. Il libro è dedicato all’alto Lazio, ad una Tuscia dall’antico sapore di Etruria. Vi troviamo Montefiascone, Orvieto, Viterbo, la stessa Bagnoregio, dove talvolta tornava per le vacanze.
Ma il libro che vogliamo invitarvi a rileggere non è questo, bensì Vigilia di guerra 1940, pubblicato in una piccola collana (“Tra due guerre”) per le Edizioni Bompiani nel gennaio del 1946. Il sottotitolo della breve opera recita: “Testimonianza di uno scrittore, e insieme di tutta una classe, contro la guerra” ; e sul verso del frontespizio leggiamo: “Queste pagine rendono lo stato d’animo e il drammatico conflitto morale di un uomo di cultura, cui lo spettacolo della forza bruta scatenata e del suo momentaneo trionfo danno la spinta a rifarsi a quei valori dello spirito nei quali egli sinceramente crede. E se la sua fede può in qualche istante quasi vacillare, è non tanto per la testimonianza dei fatti brutali quanto per la profonda e tormentosa coscienza delle colpe con cui la sua classe - la classe intelletuale, colta - ha contribuito a rendere possibile lo scatenarsi della violenza. Così il fatto personale assume valore e portata di verità per tutto uno strato sociale e non dell’Italia soltanto”.
Il libretto è costituito da pagine di diario che vanno dal 9 aprile al 10 giugno 1940, due mesi soltanto, ma densi di fondati timori, di angosciose domande e di riflessioni profonde.

12 aprile 1940. […] Mi dicono che anche i francobolli polacchi siano rimasti immutati… “L’indipendenza dei francobolli”, questa è forse l’unica libertà che i tedeschi vogliono lasciare ai polacchi e ai céchi”.

Bagnoregio, 13 aprile
La cosa più umiliante è che i “popoli” (e cioè tutti e ognuno, anche le classi colte) siano trattati come pecore dai governi totalitari […]

Roma, 28 maggio
[…] “La teoria e la prassi della violenza, non tanto nelle cose esterne, nei movimenti di piazza, nelle costruzioni e innovazioni sociali, quanto nel campo delle convinzioni e delle opinioni è un’offesa all’anima. E’ risaputo, per esempio, è una “verità” che nessuno storico futuro potrà mistificare, che il novanta (almeno il novanta) per cento degli artisti, degli scrittori, degli intellettuali italiani d’oggi non sentono questa guerra […] Eppure si legge nei giornali di questi giorni che accademie e associazioni di artisti, università e scuole […] hanno votato all’unanimità telegrammi d’entusiasmo, d’approvazione, anzi d’incitamento alla guerra […].

Firenze, 10 giugno
[…] Sono stato in giro di notte per Firenze, con Pancrazi e con Palazzeschi. Firenze oscurata, credo per la prima volta. La prima notte di guerra in Italia: via Laura, via dei Servi, piazza del Duomo. Il filobus spettrale e fantomatico, come un carrozzone della Misericordia, che ci è venuto incontro all'improvviso, all'angolo di Piazza del Duomo... Non dimenticherò mai più questa notte, e la tremenda tristezza che c'invase tutti e tre. A un certo punto Palazzeschi ricordò che il 10 giugno era la data dell'assassinio di Matteotti.
Non penso che il libro sia stato riproposto in commercio (perfino alcune bibliografie di Tecchi non lo citano), ma è disponibile in diverse biblioteche italiane (si può consultare l’OPAC SBN: http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/base.jsp ), per trovare quella più vicina alla propria residenza.

(nota già pubblicata nel 2008 sul blog "Oltrepensiero" nella rubrica Invito a rileggere)


BONAVENTURA TECCHI, Vigilia di guerra 1940, Milano, Bompiani, 1946
 


giovedì 23 gennaio 2014

Il coraggio di dire no. Conversazioni e interviste con Mario Rigoni Stern

Coprono un arco di ben quarantaquattro anni le conversazioni e le interviste con Rigoni Stern che questo libro, curato e introdotto da Giuseppe Mendicino, ci ripropone. Si tratta infatti di testi già apparsi sulla stampa periodica, o in saggi e in volumi antologici, qui riordinati per temi: la vita, i libri, le guerre, la natura, le montagne, la caccia. Con grande equilibrio e saggia passione lo scrittore risponde alle semplici domande sulla sua vita privata, sul suo modo di trascorrere le giornate, sui ricordi d'infanzia, fino alle domande più grandi, quelle sulle guerre, sul significato della storia del Novecento, sull'equilibrio tra uomo e natura. Le interviste, ovviamente, non si possono riassumere. Molti concetti e molti aneddoti risaltano su altri e sono ripetuti e ribaditi in diversi tempi e luoghi. Sono i concetti fondamentali del pensiero e dell'opera di Rigoni Stern. Proviamo a delinearne qui alcuni, come anticipazione sul contenuto del libro e invito a leggerlo per intero.
LA CACCIA: "... a rompere l'equilibrio della natura, l'equilibrio ecologico in generale, non è la caccia, ma la corsa ai consumi. Le macchine che stanno avvelenando noi avvelenano anche gli animali. E' questa la verità." (p.174).
LA MONTAGNA: "Quando ti sdrai sulla montagna in silenzio, lontano dalla strada, e ti adagi sotto un larice, senti la terra che ti trasporta nell'universo. Io ho provato questa sensazione solo in due luoghi: in montagna, appunto, e nella steppa russa." (p. 195).
ANNA FRANK: "Credo di averne viste tante, nei lager tedeschi, trascinate a fare le schiave in Germania. Riscopro ora le sue sembianze nello sguardo di Caterina, mia nipote." (p. 31)
LA SCUOLA: "...no, non ci andavo volentieri. Una volta, in seconda avviamento, saltando con gli sci mi ruppi il braccio destro, me lo ingessarono e per un bel pezzo andai a scuola, ma senza fare i compiti perché non potevo. Il medico mi conosceva bene e mi dava corda, mi fece tenere quel gesso non so quanto..." (p.51)
IL SERGENTE NELLA NEVE: "Sentivo il bisogno di ricordare i mei compagni che non erano tornati dalla guerra, una cosa che oggi, con le guerre che girano per il mondo, dovrebbe far riflettere. Io ho avuto la fortuna di tornare vivo dalla Russia, forse grazie alle preghiere di mia madre, e sentivo il dovere di dire quello che avevo visto e vissuto, anche a nome dei miei compagni, la maggioranza, che non erano riusciti a tornare" (p.83)

L'ultimo capitolo, "Le stagioni perdute" (dal quotidiano La Repubblica del 21 gennaio 2007) ci offre una memorabile conversazione di Mario Rigoni Stern con Giorgio Bocca. Entrambi gli interlocutori hanno tanti inverni da ricordare, inverni in patria sulle loro montagne e inverni di guerra in terre lontane; inverni di pace, di libri ed amici, di panorami montani e di semplici cibi, di vini sinceri; inverni di ritorni ed inverni di addii. Davvero da leggere e da meditare.
 
Mario Rigoni Stern, Il coraggio di dire no. Conversazioni e interviste 1963-2007. A cura di G. Mendicino, Einaudi 2013

sabato 11 gennaio 2014

Il principio passione, di Vito Mancuso


“Il processo cosmico mostra che la forma in cui esso consiste e attraverso cui si sviluppa è la relazione. La logica ultima delle cose, quindi, è la relazione. Il che significa che quanto più si immette energia positiva nel mondo potenziando le relazioni e creando armonia tra i diversi elementi, tanto più si realizza se stessi, anzitutto come esseri naturali; si diventa cioè più reali, nel senso che si aderisce di più al reale. Per questo l’amore è la forma di esistenza più reale che c’è.”
Questa la conclusione del più recente libro di Vito Mancuso, teologo, docente universitario ed editorialista del quotidiano La Repubblica. Quasi cinquecento pagine per interrogarsi sul mondo, sul mondo e l’io, sulla creazione e sul caos, sul bene e sul male, sull’amore e il suo contrario. Noi guardiamo al mondo - il nostro pianeta e i suoi accadimenti, il nostro universo così come lo conosciamo qui ed ora - dal punto di vista dei fenomeni fisici e anche dal punto di vista etico. Giustizia e bene vengono incessantemente invocati dall’animo umano; all’ingiustizia e al male - soprattutto al male inflitto all’innocente - la coscienza si ribella. Qual è il ruolo di Dio in questo arrovellarsi della mente umana? E all’origine di tutto è proprio colui che chiamiamo Dio o siamo figli di un forse non meno provvidenziale Caos? Mancuso ripercorre la storia di queste domande attraverso quella delle religioni, delle filosofie, delle letterature, della scienza, fin dagli autori più antichi. Offre una sua personale, originale risposta che vede nell’amore “l’interazione di logos e caos”, quella che, in chi cerca vivendo armonia ed amore, genera “il principio passione”.
L’opera è dotata di una ricca Guida bibliografica, invito, per chi volesse e potesse, ad ulteriori approfondimenti.

Vito Mancuso, Il principio passione, Garzanti 2013 


martedì 3 dicembre 2013

Antologia del premio letterario nazionale "Arpalice Cuman Pertile" 2013


Gufi lettori in copertina, disegnati da Tamara Rossetto, studentessa di liceo artistico, per l'antologia che documenta la ventiseiesima edizione del Premio Nazionale "Arpalice Cuman Pertile", promossa dal Comune di Marostica. La scrittrice alla quale il premio è dedicato, Arpalice Cuman Pertile, nacque nella cittadina del vicentino il 12 Maggio 1876. Nel 1874 conseguì il diploma magistrale a Verona. Continuò gli studi al Magistero Superiore di Firenze e si laureò, unica fra le marosticensi in quegli anni nel 1898. Nel 1904 sposò il prof. Cristiano Pertile docente di lettere al Liceo di Vicenza. A Vicenza visse a contatto con il poeta Giacomo Zanella e con lo scrittore Antonio Fogazzaro. Oltre che stimata e amata insegnante, fu scrittrice cara ai piccoli lettori ed agli scolari di ogni regione italiana. Per bimbe e bimbi scrisse e pubblicò ben settanta libri, sia di libera lettura, sia testi scolastici. Allo scatenarsi della grande guerra i Pertile si schierarono dalla parte dei neutralisti. Prima conseguenza di questa presa di posizione fu il trasferimento. Col marito Arpalice fu in esilio a Novara e poi a Genova. Ritornò a Vicenza dopo la fine della prima guerra mondiale, nel 1919. Con l’avvento del fascismo la Cuman Pertile fu di nuovo vittima di persecuzioni, non avendo aderito al partito unico. Col pretesto di ridurre i posti di lavoro, nel 1923 lo Stato le tolse l’insegnamento; nel 1929 furono ritirati tutti i suoi libri dalle scuole. Da allora Arpalice si dedicò alla scrittura e  all’insegnamento in forma privata. Riuscì a festeggiare la Liberazione del 1945. Morì a 82 anni a Marostica il 30 marzo 1958. Ora questa donna, di elevate qualità morali ed intellettuali, nonché precorritrice dei tempi, viene ricordata ogni anno solennemente in occasione del premio letterario che porta il suo nome ed al quale partecipano attivamente le scuole del territorio, medie, licei, la scuola di musica e di canto, la biblioteca comunale. In giuria, oltre all'assessore alla Cultura del Comune di Marostica e alla fondatrice del concorso Lidia Toniolo Serafini, una nutrita rappresentanza di docenti dell'Università di Padova: Mariselda Tessarolo, Michele Biasutti, Silvio Ramat, Marnie Campagnaro.
Il volume antologico pubblicato in questo 2013 raccoglie tutte le opere premiate e segnalate nelle diverse sezioni del premio (poesia, narrativa, teatro) insieme a due note critiche di Mariselda Tessarolo e di Lidia Toniolo Serafini, a una breve nota biografica su Arpalice Cuman Pertile e all'albo d'oro di tutti i premiati dal 1988 ad oggi. Nell'antologia, di ben 182 pagine, possiamo dunque leggere le raccolte poetiche per i più piccini Case di Eleonora Bellini (con la seguente motivazione: "La raccolta “Case” dimostra un’ammirevole confidenza con l’arte della poesia: a cominciare da elementi naturali quali il metro e la rima, adoperati con una intelligenza e una maestria capaci di suscitare – anche in virtù della varietà e originalità della materia – l’attenzione del giovanissimo lettore a cui questi componimenti si rivolgono") e Pensieri in libertà di Luisa Bianchi; le liriche per i preadolescenti di Giovanna Gelmi e Giovanni Pigato; le fiabe Il sogno della balena di Giorgio La Scala, Maschio o femmina? di Cinzia Capitanio e La chiave dorata di Miriam Stival. Fuori concorso, in ricordo di una bimba marosticense da poco scomparsa, La foresta dei colori di Cinzia Parise. Nel capitolo dedicato alla narrativa per la preadolescenza Ti tengo viva nel cuore di Silvia Lovisetto, Gandhi e le lettere del nonno di Eleonora Bellini e I conti non contano di Mariantonietta Mentasti. Per il teatro sono presenti in antologia I colori del cielo di Kosmè De Maria e La città che aveva perso le idee di Laura Bonelli.
 
Premio nazionale Città di Marostica "Arpalice Cuman Pertile" 2013, Poesia, narrativa, teatro, Edizioni Comune di Marostica 2013
 

venerdì 29 novembre 2013

ILVA. Comizi d'acciaio, di Carlo Gubitosa e Kanjano

C'è una bambina di nove anni che vive in una delle città più inquinate d'Italia e c'è un'altra piccoletta che vive a Carajàs, Brasile. Quale è il legame tra loro? Entrambe sono vittime del siderurgico "ILVA", un gigante dell'acciaio che semina inquinamento e malattie dall'uno all'altro capo del mondo. 
L'ILVA di Taranto è stata ed è al centro di un dibattito e di indagini giudiziarie che hanno permesso di identificare con certezza i colpevoli della morte lenta della città pugliese affacciata sul mar Ionio e non priva di naturale, suggestiva bellezza. Ma la vicenda non è ancora finita: bisogna bonificare, in fretta. Chi lo farà?
Questo libro ricostruisce trent'anni di storia dell'industria siderurugica a Taranto avvalendosi di un'ampia documentazione derivante da ricerche giornalistiche, rilevazioni medico sanitarie, ricerche ambientali, dati raccolti in loco. Svela "il legame di sofferenza che unisce da un continente all'altro chi vive all'ombra dell'industria siderurgica", raccontando la tragedia di una comunità brasiliana (stati del Parà e del Maranhão) sfruttata per la ricchezza del suo sottosuolo e colpita profondamente da quelle malattie e da quella devastazione ambientale che lo sfruttamento selvaggio ed inumano porta con sé. 
In appendice alla graphic novel si può leggere una dettagliata cronologia  dei fatti principali riguardanti il siderurgico di Taranto, curata da Carlo Gubitosa e da Michele De Benedetto. Conclude l'opera una riflessione di Alessandro Marescotti sul futuro dell'acciaio; l'autore si domanda "il mondo ha proprio bisogno di tutto questo acciaio?" La documentata risposta è no. Quale allora il futuro (che i potenti NON ci dicono) di questi mastodontici e nocivi siti industriali? La soluzione possibile esiste e ne sono esempi Stoccolma e il suo quartiere di Hammarby Sjöstad, nonché l'intera area della Ruhr in Germania.

 Hammarby Sjostad (immagine tratta dal sito di PEACELINK)
La storia, le immagini, i testi di questo libro sono rilasciati con licenza Creative Commons; possono dunque essere citati, riprodotti e condivisi senza fine di lucro, citando autori e fonti.

Carlo Gubitosa e Kanjano, ILVA. Comizi d'acciaio, BeccoGiallo 2013

sabato 23 novembre 2013

Il sole dei morenti, di Jean Claude Izzo

Quando gli addetti dell'ambulanza portano via il corpo di Titi, morto di freddo sotto una panchina della stazione del metro parigino di Ménilmontant, Rico capisce che è venuta l'ora di lasciare quella città. Il suo solo amico se n'è andato e l'inverno morde e uccide. Rico decide di partire per il Sud, per Marsiglia. Pensa: morire per morire, meglio morire al sole. Il viaggio attraverso la Francia d'inverno diventa per Rico anche il viaggio attraverso la memoria della sua vita: il fallimento del matrimonio, un figlio che non ha più il diritto di vedere, la perdita del lavoro. E' infinitesimale e spietato il gradino che ti fa precipitare da una vita "normale" al marciapiede, alle giornate passate a chiedere l'elemosina, alle notti trascorse nei ripari improvvisati che celano, nell'ombra delle città, i barboni. Di questo Rico è consapevole, lucidamente convinto e, nella presente svolta finale della sua vita, nemmeno troppo disperato. La disperazione ha preso altre vie, quella del fiato che fatica ad uscirgli dai polmoni, quella dell'alcol che gli rode le viscere e gli appesantisce il passo. Rico scende verso Marsiglia e spera di incontrarvi Léa, il suo primo amore. Ma stare al mondo non è semplice e certi incontri, preziosi e profondi, non si ripetono. E poi, come sarà ora Léa? Quella fanciulla bruna e sognante dovrebbe essere ora una donna di cinquant'anni: la nozione del tempo trascorso si affaccia alla mente di Rico e tuttavia la sua mente la respinge. L'immagine della fanciulla è indelebile, immutabile nel ricordo. Rico capisce: "Sarà più facile per chi morirà per ultimo. Perché avrà già perso tutto". 
Per scrivere questo romanzo, il suo ultimo, ritenuto dalla critica il suo capolavoro, Izzo si documentò a lungo sulla vita quotidiana dei senza fissa dimora, degli emarginati, dei barboni, delle prostitute povere, degli immigrati recenti. Di tutti coloro che vivono nell'ombra e al cospetto dei quali si distoglie lo sguardo o si tace.

Jean Claude Izzo, Il sole dei morenti, E/O