sabato 1 marzo 2014

Austerlitz, di Winfried Georg Maximilian Sebald


Nella salle des pas perdus della stazione di Anversa tra le persone in attesa c'è Austerlitz, "un uomo che allora, nel '67, aveva un aspetto quasi giovanile, con i capelli biondi singolarmente ondulati". Prende appunti e stende schizzi, scatta foto all'architettura solenne della stazione, tutto materiale che gli servirà per le sue ricerche erudite. Ma, non appena il narratore gli rivolge una domanda, Austerlitz è felice di intrattenersi a discorrere con lui, perché "chi viaggia solo è in genere contento di trovare un interlocutore dopo giorni e giorni trascorsi in completo silenzio". Nasce così una confidenza che, pian piano, si trasformerà in amicizia, itinerante in luoghi diversi d'Europa.
Jacques Austerlitz soffre un sentimento di estraneità, di erranza, fondato sulla nebbia che all'inizio del romanzo vela le sue origini e la sua travagliata infanzia, che il lettore scoprirà a poco a poco, inoltrandosi a fondo nel romanzo. Una vicenda, quella di Jacques, tragica ed appassionante insieme, parte dei tragici eventi che travagliarono la storia d'Europa negli anni del nazismo.
Jacques ha trascorso l'infanzia come figlio adottivo di un pastore del Galles e ha appreso il suo vero nome solo  al momento dell'esame sostenuto per entrare ad Oxford. La ricerca delle sue origini si impone e la seguiamo nella seconda parte del romanzo, così come si segue una ricerca di quella microstoria che s'innesta nella storia ufficiale e le dà sentimenti e sostanza, perché è la storia delle gioie, delle speranze e dei dolori dei singoli. La microstoria ha nomi e cognomi quotidiani, potrebbe essere la storia di ciascuno. Seguiamo Austerlitz da Praga, città della sua primissima infanzia (bellissima la rievocazione della lingua infantile che gli torna alla memoria, grazie alla pronuncia dei numeri che, gli ricorda una ritrovata vecchia zia, egli usava contare sui bottoncini che ornavano i guanti nel negozio di famiglia), fino a Terezin (città muta di porte chiuse), dove scoprirà che avevano trovato la morte i suoi genitori, ebrei di Boemia.
Caratteristica della narrazione di Sebald, dallo stile complesso, ricco di subordinate ed incisi e tuttavia di lettura estremamente invitante e coinvolgente, è l'inserzione nel testo di fotografie che suggeriscono al lettore ora l'impressione dell'immersione nella realtà, ora la suggestione del sogno:
"A un certo punto mi fermai lungamente davanti all'entrata di una casa, disse Austerlitz, lo sguardo rivolto verso l'alto a un mezzorilievo grande circa trenta centimetri quadrati  e montato nel liscio intonaco sopra il concio dell'arco del portone, mezzorilievo che, su uno sfondo verde mare disseminato di stelle, raffigurava un cane dipinto di blu con un bastone in bocca  che il cane medesimo - come io presentii rabbrividendo fino alla radice dei capelli - aveva portato lì dal mio passato"(pag. 165).
 
W.G. Sebald, Austerlitz, Adelphi 2002
 

sabato 15 febbraio 2014

Montale, la Liguria. A cura di Franco Contorbia

"A trent'anni dalla morte di Eugenio Montale, a venti dal convegno su La Liguria di Montale, svoltosi alla Spezia e a Monterosso dall'11 al 13 ottobre 1991 [...] la non marginale quaestio delle relazioni di Montale con il proprio milieu è tornata al centro di un altro appuntamento, questa volta, e pour cause, genovese. " Così il curatore Franco Contorbia nella premessa al volume che raccoglie gli atti del Convegno tenutosi all'Università di Genova l'11 e 12 settembre 2011.
Gli otto importanti contributi pubblicati nel libro (di Gianfranca Lavezzi, Federica Merlanti, Manuela Manfredini, Anna Calcagno, Elisabetta Goggi, Giulia Savio, Federica Isola e dello stesso Contorbia) mirano a ricostruire la complessa rete di relazioni intrattenute da Montale con l'ambiente genovese e ligure: la genesi degli Ossi di seppia con le ascendenze liguri della scrittura montaliana in versi e in prosa; il rapporto di Montale con la cultura figurativa e l'arte liguri, ma non solo; gli incontri, i dialoghi e gli ozi sulle accidentate coste del Levante.

Montale, la Liguria. A cura di Franco Contorbia, Società Editrice Fiorentina 2012

[...] io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni
[...]

lunedì 10 febbraio 2014

Vigilia di guerra 1940, di Bonaventura Tecchi


Bonaventura Tecchi nacque a Bagnoregio, in provincia di Viterbo, l’11 febbraio 1896; morì a Roma il 30 marzo 1968. Direttore fra il 1925 ed il 1931 del Gabinetto Vieusseux di Firenze, lettore nelle università di Berna e Bratislava, poi, dal 1939 professore di lingua e letteratura tedesca all'Università di Padova.
L’ultimo libro di Tecchi si intitola Antica terra, pa­gine sparse, frammenti scritti dal 1934 al 1967. Il libro è dedicato all’alto Lazio, ad una Tuscia dall’antico sapore di Etruria. Vi troviamo Montefiascone, Orvieto, Viterbo, la stessa Bagnoregio, dove talvolta tornava per le vacanze.
Ma il libro che vogliamo invitarvi a rileggere non è questo, bensì Vigilia di guerra 1940, pubblicato in una piccola collana (“Tra due guerre”) per le Edizioni Bompiani nel gennaio del 1946. Il sottotitolo della breve opera recita: “Testimonianza di uno scrittore, e insieme di tutta una classe, contro la guerra” ; e sul verso del frontespizio leggiamo: “Queste pagine rendono lo stato d’animo e il drammatico conflitto morale di un uomo di cultura, cui lo spettacolo della forza bruta scatenata e del suo momentaneo trionfo danno la spinta a rifarsi a quei valori dello spirito nei quali egli sinceramente crede. E se la sua fede può in qualche istante quasi vacillare, è non tanto per la testimonianza dei fatti brutali quanto per la profonda e tormentosa coscienza delle colpe con cui la sua classe - la classe intelletuale, colta - ha contribuito a rendere possibile lo scatenarsi della violenza. Così il fatto personale assume valore e portata di verità per tutto uno strato sociale e non dell’Italia soltanto”.
Il libretto è costituito da pagine di diario che vanno dal 9 aprile al 10 giugno 1940, due mesi soltanto, ma densi di fondati timori, di angosciose domande e di riflessioni profonde.

12 aprile 1940. […] Mi dicono che anche i francobolli polacchi siano rimasti immutati… “L’indipendenza dei francobolli”, questa è forse l’unica libertà che i tedeschi vogliono lasciare ai polacchi e ai céchi”.

Bagnoregio, 13 aprile
La cosa più umiliante è che i “popoli” (e cioè tutti e ognuno, anche le classi colte) siano trattati come pecore dai governi totalitari […]

Roma, 28 maggio
[…] “La teoria e la prassi della violenza, non tanto nelle cose esterne, nei movimenti di piazza, nelle costruzioni e innovazioni sociali, quanto nel campo delle convinzioni e delle opinioni è un’offesa all’anima. E’ risaputo, per esempio, è una “verità” che nessuno storico futuro potrà mistificare, che il novanta (almeno il novanta) per cento degli artisti, degli scrittori, degli intellettuali italiani d’oggi non sentono questa guerra […] Eppure si legge nei giornali di questi giorni che accademie e associazioni di artisti, università e scuole […] hanno votato all’unanimità telegrammi d’entusiasmo, d’approvazione, anzi d’incitamento alla guerra […].

Firenze, 10 giugno
[…] Sono stato in giro di notte per Firenze, con Pancrazi e con Palazzeschi. Firenze oscurata, credo per la prima volta. La prima notte di guerra in Italia: via Laura, via dei Servi, piazza del Duomo. Il filobus spettrale e fantomatico, come un carrozzone della Misericordia, che ci è venuto incontro all'improvviso, all'angolo di Piazza del Duomo... Non dimenticherò mai più questa notte, e la tremenda tristezza che c'invase tutti e tre. A un certo punto Palazzeschi ricordò che il 10 giugno era la data dell'assassinio di Matteotti.
Non penso che il libro sia stato riproposto in commercio (perfino alcune bibliografie di Tecchi non lo citano), ma è disponibile in diverse biblioteche italiane (si può consultare l’OPAC SBN: http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/base.jsp ), per trovare quella più vicina alla propria residenza.

(nota già pubblicata nel 2008 sul blog "Oltrepensiero" nella rubrica Invito a rileggere)


BONAVENTURA TECCHI, Vigilia di guerra 1940, Milano, Bompiani, 1946
 


giovedì 23 gennaio 2014

Il coraggio di dire no. Conversazioni e interviste con Mario Rigoni Stern

Coprono un arco di ben quarantaquattro anni le conversazioni e le interviste con Rigoni Stern che questo libro, curato e introdotto da Giuseppe Mendicino, ci ripropone. Si tratta infatti di testi già apparsi sulla stampa periodica, o in saggi e in volumi antologici, qui riordinati per temi: la vita, i libri, le guerre, la natura, le montagne, la caccia. Con grande equilibrio e saggia passione lo scrittore risponde alle semplici domande sulla sua vita privata, sul suo modo di trascorrere le giornate, sui ricordi d'infanzia, fino alle domande più grandi, quelle sulle guerre, sul significato della storia del Novecento, sull'equilibrio tra uomo e natura. Le interviste, ovviamente, non si possono riassumere. Molti concetti e molti aneddoti risaltano su altri e sono ripetuti e ribaditi in diversi tempi e luoghi. Sono i concetti fondamentali del pensiero e dell'opera di Rigoni Stern. Proviamo a delinearne qui alcuni, come anticipazione sul contenuto del libro e invito a leggerlo per intero.
LA CACCIA: "... a rompere l'equilibrio della natura, l'equilibrio ecologico in generale, non è la caccia, ma la corsa ai consumi. Le macchine che stanno avvelenando noi avvelenano anche gli animali. E' questa la verità." (p.174).
LA MONTAGNA: "Quando ti sdrai sulla montagna in silenzio, lontano dalla strada, e ti adagi sotto un larice, senti la terra che ti trasporta nell'universo. Io ho provato questa sensazione solo in due luoghi: in montagna, appunto, e nella steppa russa." (p. 195).
ANNA FRANK: "Credo di averne viste tante, nei lager tedeschi, trascinate a fare le schiave in Germania. Riscopro ora le sue sembianze nello sguardo di Caterina, mia nipote." (p. 31)
LA SCUOLA: "...no, non ci andavo volentieri. Una volta, in seconda avviamento, saltando con gli sci mi ruppi il braccio destro, me lo ingessarono e per un bel pezzo andai a scuola, ma senza fare i compiti perché non potevo. Il medico mi conosceva bene e mi dava corda, mi fece tenere quel gesso non so quanto..." (p.51)
IL SERGENTE NELLA NEVE: "Sentivo il bisogno di ricordare i mei compagni che non erano tornati dalla guerra, una cosa che oggi, con le guerre che girano per il mondo, dovrebbe far riflettere. Io ho avuto la fortuna di tornare vivo dalla Russia, forse grazie alle preghiere di mia madre, e sentivo il dovere di dire quello che avevo visto e vissuto, anche a nome dei miei compagni, la maggioranza, che non erano riusciti a tornare" (p.83)

L'ultimo capitolo, "Le stagioni perdute" (dal quotidiano La Repubblica del 21 gennaio 2007) ci offre una memorabile conversazione di Mario Rigoni Stern con Giorgio Bocca. Entrambi gli interlocutori hanno tanti inverni da ricordare, inverni in patria sulle loro montagne e inverni di guerra in terre lontane; inverni di pace, di libri ed amici, di panorami montani e di semplici cibi, di vini sinceri; inverni di ritorni ed inverni di addii. Davvero da leggere e da meditare.
 
Mario Rigoni Stern, Il coraggio di dire no. Conversazioni e interviste 1963-2007. A cura di G. Mendicino, Einaudi 2013

sabato 11 gennaio 2014

Il principio passione, di Vito Mancuso


“Il processo cosmico mostra che la forma in cui esso consiste e attraverso cui si sviluppa è la relazione. La logica ultima delle cose, quindi, è la relazione. Il che significa che quanto più si immette energia positiva nel mondo potenziando le relazioni e creando armonia tra i diversi elementi, tanto più si realizza se stessi, anzitutto come esseri naturali; si diventa cioè più reali, nel senso che si aderisce di più al reale. Per questo l’amore è la forma di esistenza più reale che c’è.”
Questa la conclusione del più recente libro di Vito Mancuso, teologo, docente universitario ed editorialista del quotidiano La Repubblica. Quasi cinquecento pagine per interrogarsi sul mondo, sul mondo e l’io, sulla creazione e sul caos, sul bene e sul male, sull’amore e il suo contrario. Noi guardiamo al mondo - il nostro pianeta e i suoi accadimenti, il nostro universo così come lo conosciamo qui ed ora - dal punto di vista dei fenomeni fisici e anche dal punto di vista etico. Giustizia e bene vengono incessantemente invocati dall’animo umano; all’ingiustizia e al male - soprattutto al male inflitto all’innocente - la coscienza si ribella. Qual è il ruolo di Dio in questo arrovellarsi della mente umana? E all’origine di tutto è proprio colui che chiamiamo Dio o siamo figli di un forse non meno provvidenziale Caos? Mancuso ripercorre la storia di queste domande attraverso quella delle religioni, delle filosofie, delle letterature, della scienza, fin dagli autori più antichi. Offre una sua personale, originale risposta che vede nell’amore “l’interazione di logos e caos”, quella che, in chi cerca vivendo armonia ed amore, genera “il principio passione”.
L’opera è dotata di una ricca Guida bibliografica, invito, per chi volesse e potesse, ad ulteriori approfondimenti.

Vito Mancuso, Il principio passione, Garzanti 2013 


martedì 3 dicembre 2013

Antologia del premio letterario nazionale "Arpalice Cuman Pertile" 2013


Gufi lettori in copertina, disegnati da Tamara Rossetto, studentessa di liceo artistico, per l'antologia che documenta la ventiseiesima edizione del Premio Nazionale "Arpalice Cuman Pertile", promossa dal Comune di Marostica. La scrittrice alla quale il premio è dedicato, Arpalice Cuman Pertile, nacque nella cittadina del vicentino il 12 Maggio 1876. Nel 1874 conseguì il diploma magistrale a Verona. Continuò gli studi al Magistero Superiore di Firenze e si laureò, unica fra le marosticensi in quegli anni nel 1898. Nel 1904 sposò il prof. Cristiano Pertile docente di lettere al Liceo di Vicenza. A Vicenza visse a contatto con il poeta Giacomo Zanella e con lo scrittore Antonio Fogazzaro. Oltre che stimata e amata insegnante, fu scrittrice cara ai piccoli lettori ed agli scolari di ogni regione italiana. Per bimbe e bimbi scrisse e pubblicò ben settanta libri, sia di libera lettura, sia testi scolastici. Allo scatenarsi della grande guerra i Pertile si schierarono dalla parte dei neutralisti. Prima conseguenza di questa presa di posizione fu il trasferimento. Col marito Arpalice fu in esilio a Novara e poi a Genova. Ritornò a Vicenza dopo la fine della prima guerra mondiale, nel 1919. Con l’avvento del fascismo la Cuman Pertile fu di nuovo vittima di persecuzioni, non avendo aderito al partito unico. Col pretesto di ridurre i posti di lavoro, nel 1923 lo Stato le tolse l’insegnamento; nel 1929 furono ritirati tutti i suoi libri dalle scuole. Da allora Arpalice si dedicò alla scrittura e  all’insegnamento in forma privata. Riuscì a festeggiare la Liberazione del 1945. Morì a 82 anni a Marostica il 30 marzo 1958. Ora questa donna, di elevate qualità morali ed intellettuali, nonché precorritrice dei tempi, viene ricordata ogni anno solennemente in occasione del premio letterario che porta il suo nome ed al quale partecipano attivamente le scuole del territorio, medie, licei, la scuola di musica e di canto, la biblioteca comunale. In giuria, oltre all'assessore alla Cultura del Comune di Marostica e alla fondatrice del concorso Lidia Toniolo Serafini, una nutrita rappresentanza di docenti dell'Università di Padova: Mariselda Tessarolo, Michele Biasutti, Silvio Ramat, Marnie Campagnaro.
Il volume antologico pubblicato in questo 2013 raccoglie tutte le opere premiate e segnalate nelle diverse sezioni del premio (poesia, narrativa, teatro) insieme a due note critiche di Mariselda Tessarolo e di Lidia Toniolo Serafini, a una breve nota biografica su Arpalice Cuman Pertile e all'albo d'oro di tutti i premiati dal 1988 ad oggi. Nell'antologia, di ben 182 pagine, possiamo dunque leggere le raccolte poetiche per i più piccini Case di Eleonora Bellini (con la seguente motivazione: "La raccolta “Case” dimostra un’ammirevole confidenza con l’arte della poesia: a cominciare da elementi naturali quali il metro e la rima, adoperati con una intelligenza e una maestria capaci di suscitare – anche in virtù della varietà e originalità della materia – l’attenzione del giovanissimo lettore a cui questi componimenti si rivolgono") e Pensieri in libertà di Luisa Bianchi; le liriche per i preadolescenti di Giovanna Gelmi e Giovanni Pigato; le fiabe Il sogno della balena di Giorgio La Scala, Maschio o femmina? di Cinzia Capitanio e La chiave dorata di Miriam Stival. Fuori concorso, in ricordo di una bimba marosticense da poco scomparsa, La foresta dei colori di Cinzia Parise. Nel capitolo dedicato alla narrativa per la preadolescenza Ti tengo viva nel cuore di Silvia Lovisetto, Gandhi e le lettere del nonno di Eleonora Bellini e I conti non contano di Mariantonietta Mentasti. Per il teatro sono presenti in antologia I colori del cielo di Kosmè De Maria e La città che aveva perso le idee di Laura Bonelli.
 
Premio nazionale Città di Marostica "Arpalice Cuman Pertile" 2013, Poesia, narrativa, teatro, Edizioni Comune di Marostica 2013
 

venerdì 29 novembre 2013

ILVA. Comizi d'acciaio, di Carlo Gubitosa e Kanjano

C'è una bambina di nove anni che vive in una delle città più inquinate d'Italia e c'è un'altra piccoletta che vive a Carajàs, Brasile. Quale è il legame tra loro? Entrambe sono vittime del siderurgico "ILVA", un gigante dell'acciaio che semina inquinamento e malattie dall'uno all'altro capo del mondo. 
L'ILVA di Taranto è stata ed è al centro di un dibattito e di indagini giudiziarie che hanno permesso di identificare con certezza i colpevoli della morte lenta della città pugliese affacciata sul mar Ionio e non priva di naturale, suggestiva bellezza. Ma la vicenda non è ancora finita: bisogna bonificare, in fretta. Chi lo farà?
Questo libro ricostruisce trent'anni di storia dell'industria siderurugica a Taranto avvalendosi di un'ampia documentazione derivante da ricerche giornalistiche, rilevazioni medico sanitarie, ricerche ambientali, dati raccolti in loco. Svela "il legame di sofferenza che unisce da un continente all'altro chi vive all'ombra dell'industria siderurgica", raccontando la tragedia di una comunità brasiliana (stati del Parà e del Maranhão) sfruttata per la ricchezza del suo sottosuolo e colpita profondamente da quelle malattie e da quella devastazione ambientale che lo sfruttamento selvaggio ed inumano porta con sé. 
In appendice alla graphic novel si può leggere una dettagliata cronologia  dei fatti principali riguardanti il siderurgico di Taranto, curata da Carlo Gubitosa e da Michele De Benedetto. Conclude l'opera una riflessione di Alessandro Marescotti sul futuro dell'acciaio; l'autore si domanda "il mondo ha proprio bisogno di tutto questo acciaio?" La documentata risposta è no. Quale allora il futuro (che i potenti NON ci dicono) di questi mastodontici e nocivi siti industriali? La soluzione possibile esiste e ne sono esempi Stoccolma e il suo quartiere di Hammarby Sjöstad, nonché l'intera area della Ruhr in Germania.

 Hammarby Sjostad (immagine tratta dal sito di PEACELINK)
La storia, le immagini, i testi di questo libro sono rilasciati con licenza Creative Commons; possono dunque essere citati, riprodotti e condivisi senza fine di lucro, citando autori e fonti.

Carlo Gubitosa e Kanjano, ILVA. Comizi d'acciaio, BeccoGiallo 2013

sabato 23 novembre 2013

Il sole dei morenti, di Jean Claude Izzo

Quando gli addetti dell'ambulanza portano via il corpo di Titi, morto di freddo sotto una panchina della stazione del metro parigino di Ménilmontant, Rico capisce che è venuta l'ora di lasciare quella città. Il suo solo amico se n'è andato e l'inverno morde e uccide. Rico decide di partire per il Sud, per Marsiglia. Pensa: morire per morire, meglio morire al sole. Il viaggio attraverso la Francia d'inverno diventa per Rico anche il viaggio attraverso la memoria della sua vita: il fallimento del matrimonio, un figlio che non ha più il diritto di vedere, la perdita del lavoro. E' infinitesimale e spietato il gradino che ti fa precipitare da una vita "normale" al marciapiede, alle giornate passate a chiedere l'elemosina, alle notti trascorse nei ripari improvvisati che celano, nell'ombra delle città, i barboni. Di questo Rico è consapevole, lucidamente convinto e, nella presente svolta finale della sua vita, nemmeno troppo disperato. La disperazione ha preso altre vie, quella del fiato che fatica ad uscirgli dai polmoni, quella dell'alcol che gli rode le viscere e gli appesantisce il passo. Rico scende verso Marsiglia e spera di incontrarvi Léa, il suo primo amore. Ma stare al mondo non è semplice e certi incontri, preziosi e profondi, non si ripetono. E poi, come sarà ora Léa? Quella fanciulla bruna e sognante dovrebbe essere ora una donna di cinquant'anni: la nozione del tempo trascorso si affaccia alla mente di Rico e tuttavia la sua mente la respinge. L'immagine della fanciulla è indelebile, immutabile nel ricordo. Rico capisce: "Sarà più facile per chi morirà per ultimo. Perché avrà già perso tutto". 
Per scrivere questo romanzo, il suo ultimo, ritenuto dalla critica il suo capolavoro, Izzo si documentò a lungo sulla vita quotidiana dei senza fissa dimora, degli emarginati, dei barboni, delle prostitute povere, degli immigrati recenti. Di tutti coloro che vivono nell'ombra e al cospetto dei quali si distoglie lo sguardo o si tace.

Jean Claude Izzo, Il sole dei morenti, E/O

mercoledì 20 novembre 2013

Anna Politkovskaja, di Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto


"Io vedo tutto, questo è il mio problema". Si apre con la citazione di consapevoli e, alla luce di quello che di lei avvenne, anche tragiche parole di Anna Politkovskaja questo fumetto che propone momenti fondamentali dell'attività della giornalista russa, nata nel 1958 a New York da due diplomatici sovietici che lavoravano all'ONU. La sua carriera giornalistica si svolse tutta nella patria d'origine e il suo imperativo categorico fu all'insegna della convinzione che "il giornalista deve dire ciò che vede", la verità dei fatti. Fortemente critica verso il regime di Putin, Anna Politkovskaja fu più volte in Cecenia per documentare le violenze e le violazioni dei diritti umani, la tragedia di un popolo. Fu in prima fila, come mediatrice, al momento dell'irruzione di 42 terroristi al teatro DUBROVKA di Mosca (23 ottobre 2002), che poi si concluse tragicamente a causa di un'azione di forza dei servizi segreti russi. Corse a Beslan il giorno in cui la scuola elementare venne presa in ostaggio da un gruppo terroristico (1 settembre 2004), ma non vi arrivò, perché fu avvelenata in aereo. Si riprese tuttavia e continuò la sua attività con la consueta passione. Fu assassinata il 7 ottobre 2006, giorno del cinquantaquattresimo compleanno di Putin, nell'androne del suo palazzo.
Questa sua coinvolgente storia a fumetti è corredata da una cronologia della vita della giornalista, da testimonianze di Andrea Riscassi e di Ottavia Piccolo, da un'intervista di Francesco Matteuzzi a Paolo Serbandini, giornalista e sceneggiatore esperto di cose russe, che ebbe contatti con la Politkovskaja.
 
 Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto, Anna Politkovskaja, Becco Giallo 2010
 

mercoledì 30 ottobre 2013

Jonas ou l'artiste au travail, di Albert Camus


Pubblicato per la prima volta nel 1957 nella raccolta di racconti "L'exil et le royaume", Jonas ou l'artiste au travail narra la vicenda di un giovane pittore che vive all'insegna della "sua buona stella". Simpatico, comprensivo, semplice e disponibile esercita il suo fascino su tutti coloro che gli vivono accanto. La sua arte viene riconosciuta, diffusa, venduta, tanto che egli riesce a viverne mantenendo la famiglia. Amici, curiosi, gente di mondo, popolano costantemente il suo studio e, quando nello studio non c'è posto, le altre stanze della casa. Finché Jonas avverte un forte bisogno di solitudine, di riflessione, su se stesso innanzitutto: "Molti artisti non sono sicuri di esistere" confida all'amico Rateau. Jonas si ritira dunque su un soppalco del suo piccolo appartamento, si isola, non dipinge più. Auto esiliatosi dal suo mondo quotidiano medita, cerca il segreto dell'arte, indaga il segreto della vita.
Nell'economicissima edizione Gallimard, della quale è qui riprodotta la copertina, la storia di Jonas è seguita dal racconto La pierre qui pousse, ambientato in un Brasile seducente e quasi selvaggio. L'ingegner D'Arrast, incaricato di costruire una diga, incontra la comunità locale, assiste ai riti religiosi ed orgiastici degli indigeni, tocca con mano il sentimento della lontananza dalla patria e dell'esilio: "La vita, qui, era raso terra e per integrarsi bisognava mettersi a letto e dormire, per anni, fosse il suolo fangoso o arido. Laggiù, in Europa, c'erano la vergona e la rabbia. Qui l'esilio e la solitudine, in mezzo a questi folli languenti e trepidanti, che danzavano per morire" (pag. 105; trad. E. Bellini).
 
Albert Camus, Jonas ou l'artiste au travail, Gallimard 2012.