« Sarei fuggito - gli risposi – già tre mesi fa. Ebbene ! Tre civiltà non vi bastano, ne volete una quarta ? Roma è il Walhalla italiano : non resuscitate questo cimitero faticoso e sublime. Non cercate di trasformarlo in una città viva e moderna. Fareste svanire i fantasmi di quei tremendi trapassati ai quali tento di sfuggire, ma dai quali proviene l’incomparabile magnificenza di Roma. Il solo governo che le conviene è il governo dei preti, tradizione rancida, scheletro del passato, anacronismo nella civiltà contemporanea, barbarie per il filosofo progressista, ma prezioso custode dei secoli passati per lo storico e l’artista » così argomentava Camillo Boito, architetto e scrittore, in una lettera a Ippolito Caffi, pubblicata poi in Scultura e pittura d’oggi (Torino, 1877). Cita il Boito Catherine Brice dell’École Française de Rome in un interessante articolo («Riferimenti all’antico nell’architettura romana dall’Unità al fascismo ») pubblicato all’interno del volume collettivo Antiquités imaginaires (Presses de l’ École Normale Superiéure, 1996, pp. 127 – 140). La Brice esamina alcune delle più importanti realizzazioni architettoniche del neonato Regno d’Italia nella «nuova » capitale e ne nota gli elementi eclettici. Il Vittoriano, ad esempio, realizzato sul progetto del marchigiano G. Sacconi « combina il repertorio accademico con elementi decorativi di stile preromano o orientaleggiante : l’altare di Zeus a Pergamo per il podio e il grande scalone monumentale; l’acropoli di Atene nella sopraelevazione ; il tempio della Fortuna a Palestrina per le terrazze ed il portico ad emiciclo ; le porte dei musei, infine, sono l’esatta citazione della porta dell’Erechtheion sull’acropoli di Atene .[…] Il gusto della citazione archeologica erudita nei dettagli decorativi, il ricorso sistematico a tutte le declinazioni dello stile antico, dall’Etruria alla Magna Grecia, costituisce senza dubbio l’originalità del Vittoriano » conclude la Brice (Trad. E. Bellini). E, se il Palazzo di Giustizia offre un chiaro esempio di «romanità manierista», quando si giungerà agli anni del fascismo, l’esaltazione retorica e celebrativa della romanità prenderà a poco a poco il sopravvento sulle proposte di modernità, razionalismo e funzionalismo, che il nuovo secolo recava con sé.
lunedì 20 maggio 2013
martedì 16 aprile 2013
"Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank" di Nathan Englander e "Il muro invisibile" di Harry Bernstein
Mi sono imbattuta per caso, e quasi contemporaneamente, in questi due libri. Entrambi sono opera di scrittori ebrei ed in entrambi si affronta il tema dell'antisemitismo. Nel primo, Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank, che è una raccolta di racconti, Englander (nato a New York nel 1970, ha vissuto in Israele e si è poi definitivamente stabilito negli Stati Uniti), ci stupisce con una narrazione ironica, capace perfino di muovere al riso. I protagonisti sono sempre ebrei contemporanei, figli e nipoti dei sopravvissuti all'Olocausto; non ne sono ignari, ma spesso considerano quegli eventi lontani con distacco. Nel primo racconto, che dà il titolo al libro, due coppie di ebrei molto diverse tra loro trascorrono un fine settimana in compagnia. La prima coppia è di americani non praticanti, l'altra è formata da ultraortodossi residenti a Gerusalemme, ritornati in vacanza negli States per poche settimane. I primi hanno un figlio, i secondi ne hanno dieci. Le confidenze tra le due coppie, aiutate da alcool e marijuana, si fanno via via più intime e profonde. Finché si giunge alla domanda finale, l'interrogativo cruciale per tutti coloro che provengono da una progenie di perseguitati: in caso di una nuova persecuzione chi sarà il Gentile che ci salverà? E', questo, il terribile "gioco di Anna Frank".
La guerra dello Yom Kippur è l'evento da cui prende le mosse un altro racconto, "Le colline sorelle", nel quale un'indomita donna, dopo aver perso in diversi eventi, bellici e non, tutta la famiglia, s'impadronirà senza pietà di una fanciulla destinata, contro la sua volontà, ad essere per lei un "nuova figlia", e per tutta la vita, senza scampo.
Il muro invisibile narra la storia di Harry e della sua numerosa famiglia. Siamo a Manchester agli inizi del Novecento (Bernstein è nato nel 1910) e la vita è assai dura. Il padre, ebreo polacco taciturno ed attaccabrighe, lavora in una grande sartoria e la sera si beve quasi tutto il salario della giornata. La madre è votata completamente a crescere i cinque figli per i quali sogna un avvenire migliore, magari in America, terra del miraggio e della speranza, in cui già una parte dei parenti è emigrata. La strada di perifieria nella quale Harry abita ha una particolarità: "ciò che la distingueva da tutte le altre era il fatto che noi vivevamo da una parte e loro dall'altra. Noi eravamo gli ebrei e loro i cristiani". Non si verifica nessun movimento di persone da un lato all'altro della strada: è proprio l'assenza di scambi quotidiani, la mancanza di attraversamenti da un marciapiede a quello opposto, il "muro invisibile" che dà il titolo alla storia. I pregiudizi sono difficili da eliminare, le proibizioni impediscono contatti ed amori tra ragazzi e ragazze di fedi diverse, attacchi violenti sono mossi dai bambini cristiani ai loro coetanei ebrei. Tuttavia una certa tolleranza esiste, soprattutto nella scuola, la St. Peter's, scuola per poveri. E' la povertà, infatti, ad accomunare i residenti dei due opposti lati della via, a volte nemici giurati, ma altre volte, quelle in cui il dolore bussa più forte, anche capaci di solidarietà e comprensione.
mercoledì 20 marzo 2013
E' andata così, di Meir Shalev
Tonia, colona in Israele negli anni Venti del Novecento, è la nonna ucraina dello scrittore. Il libro narra, infatti, con affetto ed ammirazione, ma anche con sapida ironia la storia della famiglia di Shalev. La vicenda si svolge principalmente nella colonia agricola di Nahalal, nella parte settentrionale di Israele, in Galilea, e ha origine negli anni Trenta del Novecento.
Nonna Tonia è maniaca per la pulizia, gira con uno straccio sulle spalle e addirittura avvolge con panni le maniglie delle porte affinché non si anneriscano al contatto con le mani. Un giorno, dal cognato emigrato in America, le giunge un dono inatteso: uno sweeper, un robusto e massiccio aspirapolvere della General Electric. Ad una casalinga maniaca per la pulizia l'oggetto dovrebbe essere gradito, invece esso finisce relegato in una stanza e lì rimane inutilizzato per anni. Perché? Perché "è andata così". Ma quel "così" può avere differenti versioni, come insegnano le storie che si rispettano...
Meir Shalev è uno tra i maggiori esponenti della letteratura israeliana contemporanea. Nato a Nahalal nel 1948, è figlio del poeta Itzhak Shalev. Ha studiato arte e psicologia all'università di Gerusalemme ed è poi divenuto giornalista ed autore radiotelevisivo. Si è dedicato intensamente alla letteratura ed ha scritto molti saggi, romanzi ed opere di narrativa per l'infanzia.
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| Nahal, i carri dei contadini |
"Tonia era mia nonna, la madre di mia madre, e a me non sembrava per niente matta. Era diversa. Era strana. Era quel che da noi si definiva come un "tipo". Era una donna non facile, per dirla con un eufemismo. Matta? Direi proprio di no. Ma come capita sempre, anche a questo proposito non tutti sarebbero d'accordo con me. Tanto in paese quanto in famiglia c'è chi la pensa diversamente" (p. 16)
Mair Shalev, E' andata così, Feltrinelli 2010
giovedì 7 marzo 2013
Storie di lupi e altri animali
Ieri mattina, così come il lunedì precedente, ero alla biblioteca comunale di Borgo Ticino per leggere ai bambini di prima elementare alcune "storie di lupi ed altri animali". Si trattava degli ultimi quattro laboratori della serie "La biblioteca in valigia". Grande attenzione ed entusiasmo sincero si sono manifestate da parte dei piccoli, che già conoscevano alcune "storie di lupi cattivi", ma tutte - ahimè! - nella versione disneyana. Ieri mattina, però, hanno avuto modo di ascoltare altre versioni di quelle favole e di vedere sui libri "figure" diverse da quelle a cui erano abituati. I bimbi hanno poi affrontato molto seriamente il compito di presentare una delle storie, la preferita, attraverso i loro disegni. Ne vedete due esempi qui sopra, esposti in una tasca della valigia-biblioteca ed altri qui di seguito.
I libri letti (o soltanto "raccontati") sono stati quelli dell'elenco che segue:
-
Almodóvar A. R. e Taeger M. – La vera storia di Cappuccetto Rosso –
Kalandraka 2009.
Cappuccetto Rosso è una bambina
molto bella che vive vicino a un bosco. Come la protagonista de “La bambina e
il lupo” (vedi sotto), quando incontrerà un vecchio lupo briccone, saprà
cavarsela grazie all’intelligenza e all’intuizione.
-
Bellini E. e Caccia M. – Ninna nanna per una pecorella – Topipittori 2009
Una pecorella abbandona il gregge
per seguire una stella. Tutto attorno lei è la notte e nella notte si possono
fare incontri imprevisti, ma non tutti sono tristi. Ci sono anche incontri
capaci di sciogliere dentro un abbraccio la paura.
-
Blegvad E. – La vera storia dei tre porcellini – E Elle 1990.
Attenzione! Questa è la VERA storia dei tre
porcellini e ci rammenta che anche i porcelli sono carnivori, mica solo i
lupi...
-
Carrer C. - La
bambina e il lupo – Topipittori 2005
Bzou, il lupo mannaro, è in
agguato nel bosco. Arriva una bimba che porta la focaccia alla nonna. La storia
comincia come Cappuccetto Rosso, ma questa bimba si salverà senza l’aiuto del
cacciatore...
-
Galé A. e Tow J. – Ululò il lupetto che non vuole andare a letto – Lo Ed. 2012
Ululò al mattino ha sempre sonno,
ma appena scende la sera diventa vivacissimo e non c’è verso di farlo
addormentare. Che cosa faranno i suoi genitori?
-
Howker J. e S. Fox-Davies – A spasso con i lupi – Editoriale Scienza 2008
Qui si tratta di lupi veri,
ritratti e raccontati nel loro habitat
durante le diverse stagioni dell’anno.
-
Jacques B – Aprite
quella porta! – Orecchio acerbo 2009
Una nonnina sorda nella sua
casetta sperduta nel bosco sente bussare alla porta. E’ già notte: chi sarà? Ed
è davvero molto sorda la nonnina oppure...
-
Lecaye O. – Dottor
Lupo – Babalibri 2010
Un coniglietto si sveglia col mal
di pancia. Mamma Coniglia consulta molti medici diversi, ma nessuno trova il
rimedio adeguato. Solo il Dottor Lupo avrà successo.
-
Ramos M. – Il
lupo che voleva essere una pecora – Babalibri 2008
Un lupetto vuole uscrire dal
bosco e volare nel cielo, ma non la le ali. Nemmeno le pecore hanno le ali,
eppure certe volte le vediamo volare nel cielo...
-
Vaugelade A. – Una zuppa di sasso – Babalibri 2003.
E’ notte, è inverno e scende la
neve. Un vecchio lupo con un sacco sulle spalle arriva al villaggio e bussa
alla porta della gallina. Che succederà?
Il più alto gradimento è andato a La bambina e il lupo, Una zuppa di sasso, Il
lupo che voleva essere una pecora, Aprite
quella porta!, Ninna nanna per una pecorella, letta quest'ultima, grazie alla signora Silvina, bibliotecaria argentina, anche in lingua castigliana (Canción de cuna para una ovejita).
"Non tutti i lupi sono cattivi, però" mi ha confidato una bimba all'uscita. e "La nonnina è piccola dentro la casa" ha sussurrato un altro.
Merita un'osservazione la reazione dei bambini alla lettura de "La bambina e il lupo", perché, quando il libro uscì, alcuni adulti osservarono questa edizione con perplessità, classificandola, senza molto approfondire, come poco adatta ai bambini. Il libro riprende una versione popolare della fiaba di Cappuccetto, nella quale la bimba si salva grazie alla prontezza e all'intelligenza, ma non vi è salvezza per la nonna. Nelle illustrazioni di Chiara Carrer prevalgono il rosso ed il nero. Durante la lettura l'attenzione dei bimbi sale costantemente e raggiunge il massimo quando la bambina si corica insieme alla "nonna" e ne osserva le caratteristiche. Qui alle tre domande abituali nelle versioni più note ("Che occhi grandi hai" eccetera) se ne aggiungono altre tre ( riguardano il pelo lungo, le unghie, le spalle): la tensione dei piccoli ascoltatori sale insieme al numero delle domande. Però, subito voltata la pagina, quando la bimba protagonista dice "Esco a fare la pipì", tutto ritorna ad un più rassicurante orizzonte quotidiano e già si preannuncia la via della salvezza. La tensione scende e grande è la soddisfazione dei bimbi quando, nel finale, la protagonista, rientrata a casa, sbatte la porta in faccia a Bzou, il lupo mannaro. Questo libro, dunque si può tranquillamente leggere e mostrare ai bambini, anche proponendo loro di drammatizzarlo. Ne colgono benissimo, infatti, il messaggio che valorizza la forza dell'intelligenza e la conquista dell'autonomia con le proprie forze; ne ignorano (ed è giusto che sia così) i richiami al cannibalismo e alla violenza, che, non estranei alla comune esperienza di vita durante momenti bui della storia dell'umanità, tanto turbano gli adulti (ed è altrettanto giusto che sia così). Una versione simile della storia è nel libro di Almodóvar e Taeger, che si rifà ad una versione francese della favola; qui, però, le illustrazioni, coloratissime e dai tratti quasi infantili sdrammatizzano immediatamente il racconto. Quale versione della fiaba scegliere, dunque? Forse tutte, in momenti diversi, dalla Cappuccetto Rosso più tradizionale a queste ultime e ad altre che certo verranno ancora.
Leggete, leggete che qualcosa resterà!
Merita un'osservazione la reazione dei bambini alla lettura de "La bambina e il lupo", perché, quando il libro uscì, alcuni adulti osservarono questa edizione con perplessità, classificandola, senza molto approfondire, come poco adatta ai bambini. Il libro riprende una versione popolare della fiaba di Cappuccetto, nella quale la bimba si salva grazie alla prontezza e all'intelligenza, ma non vi è salvezza per la nonna. Nelle illustrazioni di Chiara Carrer prevalgono il rosso ed il nero. Durante la lettura l'attenzione dei bimbi sale costantemente e raggiunge il massimo quando la bambina si corica insieme alla "nonna" e ne osserva le caratteristiche. Qui alle tre domande abituali nelle versioni più note ("Che occhi grandi hai" eccetera) se ne aggiungono altre tre ( riguardano il pelo lungo, le unghie, le spalle): la tensione dei piccoli ascoltatori sale insieme al numero delle domande. Però, subito voltata la pagina, quando la bimba protagonista dice "Esco a fare la pipì", tutto ritorna ad un più rassicurante orizzonte quotidiano e già si preannuncia la via della salvezza. La tensione scende e grande è la soddisfazione dei bimbi quando, nel finale, la protagonista, rientrata a casa, sbatte la porta in faccia a Bzou, il lupo mannaro. Questo libro, dunque si può tranquillamente leggere e mostrare ai bambini, anche proponendo loro di drammatizzarlo. Ne colgono benissimo, infatti, il messaggio che valorizza la forza dell'intelligenza e la conquista dell'autonomia con le proprie forze; ne ignorano (ed è giusto che sia così) i richiami al cannibalismo e alla violenza, che, non estranei alla comune esperienza di vita durante momenti bui della storia dell'umanità, tanto turbano gli adulti (ed è altrettanto giusto che sia così). Una versione simile della storia è nel libro di Almodóvar e Taeger, che si rifà ad una versione francese della favola; qui, però, le illustrazioni, coloratissime e dai tratti quasi infantili sdrammatizzano immediatamente il racconto. Quale versione della fiaba scegliere, dunque? Forse tutte, in momenti diversi, dalla Cappuccetto Rosso più tradizionale a queste ultime e ad altre che certo verranno ancora.
Leggete, leggete che qualcosa resterà!
giovedì 28 febbraio 2013
Ipazia, di Silvia Ronchey
- "Il vescovo cristiano
doveva avere il monopolio della parrhesia" si è scritto,
proponendo, appunto sul caso Ipazia, un sillogismo storico fin troppo
immediato: se nella fase di trapasso dal paganesimo al cristianesimo il ruolo
del filosofo e del vescovo vengono a sovrapporsi, che cosa fa il vescovo se non
eliminare il filosofo? - (pag. 41)
Invidia per l'eccellenza altrui e
brama di potere esclusivo condussero il vescovo Cirillo a scatenare un gruppo
di cristiani oltranzisti e di monaci violenti contro la filosofa Ipazia, fino a
teorizzare la necessità del suo assassinio e al crudele infierire sul suo
corpo, letteralmente fatto a pezzi, lei ancora viva, dagli assalitori.
La vicenda di Ipazia è stata
ri-portata all'attenzione del più vasto pubblico nel 2009 dal film Agorà (http://it.wikipedia.org/wiki/Agora_%28film%29).
Silvia Ronchey in questo saggio
molto documentato ripercorre la vicenda della “celebre e troppo sventurata
Ipazia” (Diderot) attraverso le cronache di fonte sia pagana che cristiana più
vicine a lei, e poi esaminando come la sua personalità sia stata studiata dalla
filosofia e dalla letteratura occidentali fino all’Ottocento. Come è intuitivo,
Ipazia fu tenuta in grande considerazione in ambito illuminista (Diderot, Voltaire),
ma anche il cattolico Chateaubriand le dedicò pagine di alta considerazione. E in
Italia Vincenzo Monti (“l’innocente ombra di Ipazia”) e Giacomo Leopardi nella
sua produzione giovanile ne rammentarono il martirio. Ugualmente la pensatrice
dell’antica Alessandria venne tenuta in considerazione in ambito anglicano e protestante.
Bertrand Russel, ricorda la Ronchey, apre la sua Storia della filosofia occidentale con questa frase sul vescovo
Cirillo: “La sua principale pretesa di fama è il linciaggio di Ipazia, distinta
signora che in un’epoca di bigotteria professava la filosofia neoplatonica e
applicava i suoi talenti alla matematica”.
E’ un libro, questo, di quelli
che non passano affatto di moda. E’ assolutamente da leggere e la sua lettura
offrirà spunti per altre letture e per numerosi approfondimenti. Tra questi, ad
esempio, la sovrapposizione del culto di santa Caterina d’Alessandria (della
cui esistenza c’è una leggenda, ma nessuna attestazione storica) alla vicenda
del martirio di Ipazia (che non si convertì mai al cristianesimo), fino alla
dedicazione di una chiesa in Laodicea a “sant’Ipazia Caterina”. Nel 1969 Paolo
VI tolse la memoria di Santa Caterina d’Alessandria dal calendario liturigico
della Chiesa Cattolica “per mancanza di scientificità delle fonti”. La memoria
fu poi ripristinata da Benedetto XVI per il 25 novembre. Un bel dotto giallo,
non è vero?
Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia, Rizzoli 2010
![]() |
| Masolino Da Panicale, Santa Caterina (?) tra i filosofi, Roma- chiesa di S. Clemente |
sabato 23 febbraio 2013
Resistere non serve a niente, di Walter Siti
“Le escort gestiscono il loro
capitale con la stessa flessibilità con cui la finanza gestisce gli azzardi e
le insicurezze, e non si percepiscono come prostitute esattamente come i maghi
della finanza non si percepiscono come truffatori pur evitando i controlli e
mettendo in circolazione prodotti dal contenuto non limpido”. Diversamente da
quanto accade nella concezione della femminista, il corpo per la escort è un
prodotto da vendere al più alto prezzo possibile prima che deperisca: con
riflessioni di questo tipo (e con una assassinio gratuito di inaudita crudeltà)
si apre il libro.
Tuttavia il romanzo di Walter
Siti non è (solo) un racconto sulla prostituzione, femminile o maschile che
sia. E’ di più: una storia nostra contemporanea che si svolge nelle stanze del
potere, soprattutto economico, ma anche politico, e che vorremmo fosse solo una
storia d’invenzione. Però dell’improbabilità della pura invenzione ci avverte
subito, in esergo, una citazione di Graham Greene: “La narrativa è più sicura: tanti editori avrebbero paura a pubblicare
saggi su questi temi”.
Il protagonista, Tommaso, ragazzo
romano di borgata vagamente introverso, affetto da obesità patologica e genio
matematico, per quello che sembra un colpo di fortuna - ma che si rivelerà
un’oculata manovra ricattatoria – è preso a benvolere ed aiutato da un ricco ed
autoritario anziano signore: prima l’intervento chirurgico che lo aiuterà a
dimagrire, poi il finanziamento degli studi, per trasformare il ragazzo di
borgata in un oculatissimo mago della finanza. Ricchezza, grande appartamento
al centro di Roma e Gabry, una modella, fidanzata da esibire in pubblico
“all’altezza” di tanta fortuna.
Una fiaba finirebbe qui. Invece,
trattandosi di romanzo e non di fiaba, la vicenda continua e svela, oltre ai
personali tormenti amorosi e sessuali del protagonista, “di che lacrime grondi
e di che sangue” l’alta finanza, la politica corrotta, la televisione “libera”,
tutte manovrate da un potere arrogante e spregiudicato, in parte visibile, e in
parte - la più crudele e inespugnabile - invisibile. L’invisibile ai semplici
si chiama mafia. Delibera ed agisce senza confini. Può essere truculenta e
volgare, ma può anche mostrarsi con sembianze pacate ed amichevoli. E’
sicuramente più esperta di paradisi fiscali che di colpi di lupara.
La scrittura di Siti è chiara,
sagace, talvolta ironica, talvolta preoccupata, sempre disincantata. Libro
assolutamente da leggere.
Walter Siti, Resistere non serve a niente, Rizzoli 2012
martedì 19 febbraio 2013
La gallinella rossa, di Pilar Martínez e Marco Somà
Il valore psicologico delle fiabe
tradizionali è provato: dagli studi di Jung, secondo il quale nella fiaba è
racchiusa “l'espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio”, alle
opere della von Franz, fino a Bettelheim, che analizza il significato
psicologico delle fiabe e l'aiuto che il loro ascolto può offrire alle
personalità in crescita, per citare solo gli studiosi più noti che se ne sono
occupati.
Anche alcuni progetti locali di
lettura ad alta voce per l’infanzia, come Nati Per Leggere, tornano talvolta
alla lettura di fiabe tradizionali, privilegiando, quando possibile, edizioni
recenti, dal linguaggio semplice, dalle illustrazioni curate.
Proprio pensando a questi
progetti, vi suggerisco oggi, dunque, di sfogliare e di leggere con i più piccini,
La gallinella rossa, racconto
tradizionale inglese, riadattato da Pilar Martinez e ben illustrato da Marco
Somà per le Edizioni Kalandraka.
Una gallinella tenace e volitiva
vive, con i suoi pulcini, in una fattoria insieme a un cane fannullone, a un gatto
dormiglione e a un’anatra festaiola. Lavora, la gallinella, seguendo il ritmo
della natura e delle stagioni. Troverà qualcuno disposto ad aiutarla?
Le illustrazioni di Somà, dai
toni caldi e ricche di particolari – antichi utensili da cucina e da giardino, vecchi
mobili di legno rustico, tessuti a fiori e a quadrotti per gli animali
abbigliati come umani – evocano l’atmosfera della vita in una campagna che
ormai non c’è più. O c’è per sempre, nel tempo immortale della fantasia.
Pilar Martínez e Marco Somà, La gallinella rossa, Kalandraka 2012
giovedì 7 febbraio 2013
Su un vecchio appunto, di Giorgio Caproni
Ora, sazio della città - delle sue tentazioni e dei suoi crimini -
mi sono ritirato al limitare del bosco. Ad appagarmi la vista
poco mi basta: lo scintillio del fiume nel sole del mattino, giù
a fondo valle. Un albero...
Un albero...
Com'è leggero
un albero, tutto ali
di foglie - tutto voli
verdi di luci azzurre nel celeste
dell'aria...
E com' forte,
un albero, com'è saldo
e fermo, "abbarbicato
al suo macigno (1)"...
Viene
l'autunno, e come
la Fenice s'accende
nel rosso del suo rogo.
Viene
primavera, e splende
d'altro suo verde...
Ma noi,
noi, al paragone,
che cosa e chi siamo, noi,
senza radici e senza
speranza - senza
alito di rigenerazione?
Da Il franco cacciatore (1973-1982)
"Il franco cacciatore non è un libro di massime e riflessioni messe in versi. Possiamo leggerlo come un taccuino di viaggio, come un romanzo, un dramma a più voci, un libretto d'opera che nasconde in sè la propria musica. Tutto vi è chiuso, serrato, geometrico: la linea vi domina superbamente. Ma, d'altra parte, queste poesie affondano nello spazio, non hanno principio né fine, grandi buchi dividono le strofe, dividono le parole, traforano le parole, come se una mano d'aria avesse disegnato ogni lettera sul fondo del vuoto" (Pietro Citati, in Corriere della sera, 25 luglio 1982)
(1) Libera citazione da Le stagioni di Giuseppe Ungaretti: "E’ nuda anche la quercia, /ma abbarbicata sempre al suo macigno."
giovedì 10 gennaio 2013
Michela Ponzani, Guerra alle donne
Poco visibili, coperte d’infamia, vittime di una tragedia che, anche quando sopravvivono, è meglio resti non detta, sono le donne violate dagli stupri di massa e comunque da ogni stupro teorizzato, programmato, spietatamente usato come “arma di guerra”. Nel 1992 si stimò che fossero almeno venticinquemila le donne bosniache musulmane vittime delle violenze perpetrate dalle truppe serbe durante il conflitto interetnico dei Balcani. Non tanto vittime di un malinteso “istinto virile”, queste donne, quanto creature immolate a seguito di precisi ordini militari, di una strategia finalizzata ad umiliare il nemico fin nel più intimo delle sue case, dei suoi affetti, dei suoi corpi più innocenti. L’Europa, almeno quella che ancora è in grado di riflettere, rimase attonita dinanzi al fatto che simili violenze potessero avvenire nel continente che aveva generato i diritti dell’uomo e del cittadino e nella "civile" realtà contemporanea.
Questo libro, però, ritorna più indietro: si occupa delle memorie di donne comuni nell’Italia del secondo conflitto mondiale, fra il 1940 e il 1945. Attinge alla ricca documentazione raccolta dall’Archivio della memoria delle donne del Dipartimento Discipline storiche dell’Università di Bologna. Riannoda fili di memoria umile, la più a rischio di oblio.
Per la donna violata nulla sarà più come prima, e perfino l'avvento di un periodo di pace le apparirà spento e povero di futuro: "La guerra aveva risparmiato le nostre vite ma cancellato l'identità, l'anima; quella di prima era sepolta per sempre" scrive Annamaria, negli anni Novanta, quando è ormai anziana e sola nella sua casa romana. “La guerra alle donne è stata una lotta oscura, che ha assorbito energie, devastato sogni, speranze e sentimenti”, conclude l’autrice, ricercatrice all'Istituto Storico germanico di Roma.
Per la donna violata nulla sarà più come prima, e perfino l'avvento di un periodo di pace le apparirà spento e povero di futuro: "La guerra aveva risparmiato le nostre vite ma cancellato l'identità, l'anima; quella di prima era sepolta per sempre" scrive Annamaria, negli anni Novanta, quando è ormai anziana e sola nella sua casa romana. “La guerra alle donne è stata una lotta oscura, che ha assorbito energie, devastato sogni, speranze e sentimenti”, conclude l’autrice, ricercatrice all'Istituto Storico germanico di Roma.
Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupri, amanti del nemico. 1940-45, Einaudi 2012.
sabato 22 dicembre 2012
"Trentatre meravigliosi giorni" sull'autostrada Parigi-Marsiglia
Tra la fine di maggio e quella di giugno del 1982, Julio Cortázar e Carol Dunlop realizzarono un viaggio che avevano da lungo tempo programmato. Un viaggio in autostrada da Parigi a Marsiglia: ottocento chilometri da consumare pian piano, da vivere nelle aree di sosta, da annotare minuziosamente, da assaporare come moderni esploratori, capaci di interpretare e di vivere a fondo quel nastro anonimo che è, per tutti i viaggiaotori “comuni”, l’autostrada.
Questo libro è il racconto a due voci di quel viaggio. Carol, chiamata anche l’Orsetta e Julio, chiamato anche il Lupo, annotano ogni momento della giornata, dalla colazione del mattino alla cena serale, alla temperatura, alle caratteristiche di ogni area di sosta, ai rari incontri con altri viaggiatori o con piccoli animali. I due scrittori viaggiano su un pulmino Volkswagen che chiamano Fafner, come il drago Wagneriano de L’anello del Nibelungo. Mezzo di trasporto e rifugio, animale da compagnia e testimone d’amore, il drago è elemento fondamentale nel racconto di un viaggio nel quale l’avventura è venata di malinconia: entrambi i protagonisti sono malati. Carol il 2 novembre dello stesso anno 1982 “è scivolata via come un filo d’acqua” dalle braccia di Julio che la assisteva. Julio vivrà ancora due anni e partirà per il suo ultimo viaggio da Parigi il 12 febbraio 1984.
Questo libro è il racconto a due voci di quel viaggio. Carol, chiamata anche l’Orsetta e Julio, chiamato anche il Lupo, annotano ogni momento della giornata, dalla colazione del mattino alla cena serale, alla temperatura, alle caratteristiche di ogni area di sosta, ai rari incontri con altri viaggiatori o con piccoli animali. I due scrittori viaggiano su un pulmino Volkswagen che chiamano Fafner, come il drago Wagneriano de L’anello del Nibelungo. Mezzo di trasporto e rifugio, animale da compagnia e testimone d’amore, il drago è elemento fondamentale nel racconto di un viaggio nel quale l’avventura è venata di malinconia: entrambi i protagonisti sono malati. Carol il 2 novembre dello stesso anno 1982 “è scivolata via come un filo d’acqua” dalle braccia di Julio che la assisteva. Julio vivrà ancora due anni e partirà per il suo ultimo viaggio da Parigi il 12 febbraio 1984.
Non pensate però di leggere un libro triste, perché non lo è. E’ ricco di immaginazione, di annotazioni sul tempo, lo spazio, i panorami talvolta solo intravisti, il traffico. E’ il racconto di una vera avventura, insomma, e non è privo di umorismo. Lo corredano poi molte fotografie e molti disegni (di Stéphan Hébert).
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