venerdì 30 settembre 2011

Le notti bianche

Copertina dell'edizione Fabbri, Milano 1975
Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani, mio caro lettore. Il cielo era così stellato, così luminoso che, guardandolo, ci si chiedeva istintivamente: è mai possibile che sotto un simile cielo vivano uomini collerici e capricciosi? Anche questa, caro lettore, è una domanda da giovani, molto da giovani...
Così comincia Le notti bianche, che Dostoevskij stesso definì "romanzo sentimentale", storia delicata e fiabesca ambientata in una Pietroburgo gentile e poetica. Leggetelo, se non l'avete già fatto (è breve, tanto che potremmo definirlo anche racconto lungo), e poi procurate di vedere l'omonimo film di Luchino Visconti, che rende perfettamente e sapientemente l'atmosfera del romanzo. Il film è del 1956, ha la sceneggiatura dello stesso Visconti e di Suso Cecchi D'Amico; gli attori sono, tra gli altri, Marcello Mastroianni e Maria Schell; il commento musicale è di Nino Rota.

domenica 7 agosto 2011

La scrittrice novarese Pina Ballario nel libro "Les enfants de Mussolini" di Mariella Colin


Nel 1998 redassi per la pubblicazione Il Novarese: pianura, laghi e monti (Regione Piemonte - Centro Studi Piemontesi - Centro Novarese di Studi Letterari, Torino 1998) la scheda relativa alla scrittrice Pina Ballario, che si può ora leggere in rete anche qui: http://www.novara.com/letteratura/bibliografia900/ballario.htm
Trattandosi di un repertorio sintetico, nella trattazione degli autori era di norma la brevità. Tuttavia nella mia scheda sulla Ballario sarebbe stato bene un commento - pur lapidario - sui due periodi nei quali si può suddividere la produzione della scrittrice: il primo, quello fascista (guerra compresa) e il secondo, quello repubblicano. Mi dà ora l’occasione per due ancora brevi annotazioni sul primo periodo la lettura di un bellissimo libro, Les enfants de Mussolini. Littérature, livres, lectures d’enfance et de jeunesse sous le fascisme. De la Grande Guerre à la chute du régime di Mariella Colin (Presses universitaires de Caen, 2010). La novarese Ballario vi è citata in più di un’occasione. La più significativa, anche alla luce dell’attualità, è quella relativa al libro Nassubi, aquilotto del Tigrai. Romanzo coloniale per ragazzi (Milano, 1936; che nella scheda di cui sopra, per un refuso credo dell’editor, appare come Nassuloi ecc.). Nassubi è un bimbo abissino che la guerra separa dalla famiglia. Ferito, viene raccolto e curato da missionari italiani. La sua storia è sintetizzata dalla Colin in questo modo (pp. 283-284): “Nassubi scopre il Dio dei Bianchi e la cultura europea; comprende che quella civiltà è superiore e che l’Etiopia sarà prospera soltanto (e qui seguono le parole della Ballario) . Il ragazzo apprende però che suo padre è stato fucilato per avere ucciso un ufficiale italiano, ritorna dunque al villaggio per fare vendetta: il compito che gli viene assegnato è quello di spiare gli italiani e di riferirne le mosse al suo popolo. Nassubi accetta, ma poi non ce la fa a tradire persone della stessa nazionalità di quelle che lo hanno curato quand’era ferito. E fin qui l’evolversi dei fatti è psicologicamnte comprensibile, se non che il romanzo si conclude con l’uccisione del fanciullo, “un piccolo selvaggio che aveva imparato ad amare l’Italia” (sono parole della Ballario), proprio da parte dei suoi compatrioti, ancora allo stato di “selvaggi”. Il libro è del 1936 e si comenta bene da sé. Nel 1938 Pina Ballario vince il Premio Bologna per la letteratura dedicata alla gioventù con una storia sulla spedizione di Fiume.



Del 1941 è Quartiere Corridoni. Libro di lettura per la II classe delle scuole dei centri urbani (Roma, 1941).  Protagonista è una famiglia numerosa e fedelissima al regime. Nel libro, nota la Colin (pag. 332), “la novità è la presenza della guerra mondiale, che serve da sfondo a molti aneddoti che danno al conflitto armato una colorazione infantile: un barboncino, nascosto sulla nave, segue il padrone in Albania; una bambola, trovata per terra e riportata in Italia da un padre soldato, serve per parlare della guerra di Grecia. Sulla penisola, la guerra si manifesta in modo diverso: il maestro spiega agli scolari che, a causa del razionamento, i pasti serviti alla mensa della scuola sono meno variati, ma sempre ugualmente sani e nutrienti…”  Le illustrazioni del libro sono di Bruno Angoletta, l’autore di Marmittone per il Corriere dei Piccoli, ma qui ci appaiono meno vivaci, meno ironiche, molto statiche e rigide. Tornando alla nostra Ballario: la sua attività di scrittrice è fertilissima, pubblica pressoché ininterrottamente dal 1924 al 1984, viene ugualmente premiata dal regime fascista prima e da istituzioni della Repubblica nata dalla Resistenza poi. E non perché abbia scritto, la Ballario, prevalentemente di argomenti “neutri” (il solo suo libro per così dire “neutro” raccoglie le leggende delle Dolomiti ed è ancora in commercio), ma perché ha sempre scritto opere organiche ai governi in carica. Quand’ero bambina, ad esempio, era altamente raccomandato L'erba cresce d'estate. Storia della Repubblica dell'Ossola (Firenze, 1962, Premio Piemonte 1965); l’idea che all’epoca mi ero fatta dell’autrice - e che mantenni a lungo - era che fosse donna della Resistenza. E’ un caso complesso, dunque, quello della Ballario, che mi propondo di approfondire. Per ora un gigantesco grazie a Mariella Colin ed al suo libro (del quale pure mi propongo di parlare ancora) che mi ha fatto ripensare alla scrittrice novarese e a tante altre cose sui libri per ragazzi nella storia e sempre.

Mariella Colin. Les enfants de Mussolini, Presses Universitaires de Caen 2010 

sabato 6 agosto 2011

Te lo dico, è sparito del tutto...

Te lo dico, è sparito del tutto, ma proprio del tutto, il dottore di una volta che curava tutte le malattie: ora ci sono soltanto gli specialisti e si fanno tutti pubblicità sui giornali. Ti fa male il naso, ti spediscono a Parigi: "Là, dice "uno specialista europeo cura i nasi". "Arrivi a Parigi, ti visita il naso: "Vi posso curare solo la narice destra" dirà "perché non curo le narici sinistre, non è la mia specialità; andate a Vienna, là c'è uno specialista speciale che finirà di curarvi la narice sinistra". Che fai? Sono ricorso ai metodi naturali: un dottore tedesco mi ha suggerito di strofinarmi nel bagno con miele e sale. Io, unicamente per andare una volta di più al bagno, ci sono andato: mi sono sporcato tutto, ma nessun giovamento. Disperato scrissi al conte Mattei a Milano: mi ha spedito un libro  e delle gocce."
Da I fratelli Karamazov, di F. Dostoevskij, Mondadori, 1994. Trad. di Paola Cotta

Il diavolo, Spazio Teatro 89, Milano

venerdì 5 agosto 2011

A proposito di Giona, di Alexander Langer

"E' un tempo, questo, in cui non passa giorno senza che si getti qualche pietra sull'impegno pubblioco, specie politico. Troppa è la corruzione, la falsità, il trionfo dell'apparenza e della volgarità. Troppo accreditati i finti rinnovamenti, moralismi abusivi, demagogia e semplicismo. Troppo evidente la carica di eversione e deviazione che caratterizza mansioni che dovevano essere di estrema responsabilità. Troppo tracotanti si riaffacciano durezza sociale, logica del più forte, competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà magari più saggio abbandonare un campo talmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare - semmai - altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano?
O dobbiamo forse riandare alla storia di Giona, precettato per recarsi a Ninive, a raccontare agli abitanti di quella città una novella pesante e sgradevole, tanto da indurlo alla diserzione, imbarcandosi sulla prima nave che andava in direzione lontana e contraria pur di non protare il messaggio? Sappiamo com'è andata a finire: la tempesta, il rischio di naufragio, Giona scoperto, identificato come causa dell'ira degli elementi e gettato dalla nave, inghiottito dal pesce enorme e riportato esattamente là dove aveva abbandonato e doveva quindi proseguire il suo compito."

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961 - 1995, Sellerio 2011 (pag. 397)

martedì 2 agosto 2011

Morte apparente, di Thomas Enger

Il romanzo, pur attraverso “l’invenzione”, testimonia spesso realtà tangibili; avverte su pericoli magari non ancora evidenti ai più; analizza frammenti della società nascosti, ma insidiosamente operanti. E’ stato il caso di Stieg Larsson, che in Svezia lottò attivamente contro i rigurgiti neonazisti – forse sottovalutati – fin dal 1995 e ora, alla luce della recente abominevole strage di Oslo, intravediamo un monito contro il razzismo e il fanatismo anti-islamico anche in questo Morte apparente di Thomas Enger. Il romanzo, un giallo a tutti gli effetti, inizia con il ritrovamento del cadavere di una fanciulla ventitreenne, norvegese, uccisa per lapidazione. Le indagini si indirizzano subito verso il fidanzato di lei, un pachistano: che si tratti di shari’a? Di punizione per una vera o presunta infedeltà della giovane donna? Henning Juul, giornalista, non ne è completamente convinto e indaga a fondo. Indaga tra i familiari del fidanzato, nella scuola della vittima, tra le organizzazioni criminali e dedite allo spaccio. La realtà gli si rivelerà ben più complessa di quanto gli elementi iniziali dell’indagine facessero sospettare. E il pregiudizio razzista, presente tra persone giovani ed apparentemente insospettabili nonché pago di chiudere senza tanti approfondimenti l’indagine, sarà da lui svelato, se non sconfitto. Il libro è un thriller come si deve, di avvincente lettura, non un pamphlet contro il razzismo, il neonazismo, la xenofobia; è stato pubblicato in Norvegia nel 2010 (e fosse stata solo invenzione!). Tuttavia, pur implicitamente, avverte il lettore sensibile ed attento di un pericolo: il pericolo del razzismo in un’Europa che pensavamo definitivamente convinta paladina dei diritti dell’uomo, di tutti gli uomini. Per chi vuole approfondire, al di là del romanzo, la realtà, indichiamo che sul sito de L’ESPRESSO si trova una mappa dei movimenti neonazisti, xenofobi e razzisti in Europa e in Italia:


http://espresso.repubblica.it/dettaglio/neonazisti-xenofobi-e-razzisti-ecco-dove-cresce-il-virus/2157377/11

Thomas Enger, Morte apparente, Iperborea 2001

sabato 2 luglio 2011

Giulia Colbert di Barolo marchesa dei poveri, di Angelo Montonati

Dopo la monumentale biografia documentaria scritta da Ave Tago (Giulia Colbert di Barolo, madre dei poveri, Libreria Editrice Vaticana 2007) ci voleva coraggio ad affrontare di nuovo il tema della vita e delle opere della marchesa di Barolo. Angelo Montonati ha avuto questo coraggio. Esce ora dunque un nuovo volume di oltre duecento pagine che racconta la vita di questa donna straordinariamente lungimirante e generosa a partire dall'infanzia travagliata degli anni della Rivoluzione francese, attraverso il passaggio dalla corte di Napoleone, il matrimonio con Tancredi di Barolo, l'amicizia con Cavour e con Lamartine, fino alle battaglie per la restituzione della dignità alle donne carcerate e devianti, alla fondazione di asili infantili e di case per l'educazione di ragazze a rischio. "Una delle caratteristiche di Giulia era la capacità di stare sempre con le antenne tese, per captare ogni segnale che le venisse dalle aree del bisogno", afferma l’autore, e racconta di quando, di passaggio a Recoaro per le cure termali, la marchesa notò in una sala di quel Comune numerosi utensili da cucina in rame sequestrati a famiglie bisognose che non avevano potuto pagare le tasse e si affrettò a pagarne il riscatto. Tutto nel più rigoroso anonimato, per non essere ringraziata, perché - era una sua convinzione - chi ha avuto di più deve dare, "restituire" diceva, di più.


Angelo Montonati, Giulia Colbert di Barolo. Marchesa dei poveri, Paoline 2011

martedì 14 giugno 2011

La glorie de mon père, di Marcel Pagnol

"Sono nato nella città di Aubagne, sotto il Garlaban incoronato di capre, al tempo degli ultimi caprai.
Garlaban è un'enorme torre di rocce blu, piantata sul bordo del Plan de l'Aigle, immenso altopiano roccioso che domina la verde vallata dell'Huveaune.
La torre è un po' più larga che alta: ma, poiché esce dalla roccia a seicento metri di altitudine, si eleva molto alta nel cielo di Provenza e spesso una nuvola bianca di luglio va lì a riposarsi un momento.
Non è dunque una montagna, ma non è più una collina: è Garlaban, dove gli esploratori di Mario, quando videro, nel profondo della notte, un fuoco che brillava sulla mantagna Sainte Victoire, accesero un fuoco di sterpaglie: quell'uccello rosso volò di collina in collina nella notte di giugno e, posandosi infine sulla rupe del Campidoglio, annunciò a Roma che le sue legioni di Gallia avevano trucidato, nella piana di Aix, i centomila barbari di Teutobocuhs.
Mio padre era il quinto figlio di un tagliatore di pietra di Valréas, vicino a Orange."

La gloire de mon père, la cui prima edizione risale al 1957, è la storia dei primi anni d'infanzia di Pagnol (1895 - 1974), scrittore, drammaturgo e cineasta francese. Il libro, la cui stesura l'autore iniziò dopo l'elezione all'Académie Française, è il primo della serie dei "ricordi d'infanzia". Dopo un'introduzione dedicata alla storia di famiglia, il romanzo narra una mitica estate in collina, durante la quale Marcel e il fratellino Paul scoprono cortili brulicanti d'insetti, boschi avventurosi, monti e vallate, libertà dei giochi all'aperto. E tutto è narrato con lo stupore ed il candore dell'infanzia, quando dietro ogni albero si cela un'avventura, ogni adulto a cui si vuol bene è un gigante meraviglioso e invincibile.

venerdì 6 maggio 2011

Il libro selvaggio, di Juan Villoro

"Il lettore migliore non è quello che legge più libri, ma colui che trova più cose in quello che legge"

Possiamo considerare questa frase, presente già in copertina, l'assunto principale del romanzo, tutto giocato dentro una biblioteca immensa e strana, frutto del collezionismo librario di un personaggio alquanto bizzarro, lo zio Tito. Zio di chi? Di Juan, ragazzino un po' goffo che, in seguito alla separazione dei genitori, dovrà trascorrere un'estate con lui. Tito è alla ricerca, da anni, di un libro che gli sfugge, il libro selvaggio, appunto. E', questo, un libro speciale, che si lascia trovare solo da lettori altrettanto speciali e Tito è convinto che proprio Juanito, suo nipote, possieda tale qualità. Juanito, secondo Tito, appartiene ad una specie rara: è un lettore princeps. La ricerca è lunga e non priva di ostacoli, perché i libri sono vivi, si nascondono ai tuoi occhi o ti vengono incontro; perché i libri sono mutevoli: narrano a lettori diversi storie diverse...

Alcune citazioni:
"Una biblioteca non deve essere letta da cima a fondo, ma consultata. I libri sono qui per ogni evenienza" p. 38
"I libri si muovono da soli, ti cercano o ti sfuggono" p. 35
"La differenza tra un presuntuoso e un saggio è che il presuntuoso apprezza solo quello che già sa e il saggio cerca quel che ancora non conosce" p.38
"Ogni libro è come uno specchio: riflette quello che pensi. Non è la stessa cosa se lo legge un eroe o se lo legge un cattivo. I grandi lettori aggiungono qualcosa ai libri, li rendono migliori" p. 68

                       .... e così via, fino alla fine della storia.

Jaun Villoro è uno scrittore e giornalista messicano (cfr. http://es.wikipedia.org/wiki/Juan_Villoro)

Juan Villoro, Il libro selvaggio, Salani 2010

sabato 30 aprile 2011

Lo stivale di Garibaldi, di Marco Pizzo

"Se si consente che la fotografia supplisca l'arte in alcune sue funzioni, in breve essa l'avrà soppiantata e corrotta", scriveva Charles Baudelaire. Era l'epoca della fotografia nascente, tecnica, artigianato ma non ancora autonoma forma d'arte ed il dibattito ferveva. Ma intanto, fin da subito, la fotografia fu utilizzata per documentare, descrivere, ricordare, criticare, immortalare. Così anche per il nostro Risorgimento. Dalla Roma ferita del 1849 ai ritratti della famiglia reale, il libro di Pizzo racconta gli eventi risorgimentali attraverso le fotografie, svelando anche storie di falsi, come quello del ritratto di Garibaldi ferito al piede in Aspromonte (al posto del generale posò un sosia). E che dire dei Mille, immortalati uno per uno in piccole fotografie formato tessera, quasi a rendere la loro impresa due volte immortale?
Un bel libro, da sfogliare ed assaporare con calma, eloquente più di una lezione di storia, coinvolgente come un romanzo.

Marco Pizzo, Lo stivale di Garibaldi. Il risorgimento in fotografia, Mondadori 2011

mercoledì 13 aprile 2011

Il corpo che siamo, di Pietro Prini

"Ho detto più sopra che la 'preoccupazione possessiva' è una condizione costitutiva ed inautentica della nostra esistenza nel mondo. Perché inautentica? In realtà alla sua origine sta il fraintendimento inevitabile del rapporto che abbiamo con il nostro corpo. Essere il nostro corpo significa assumerlo come la struttura della nostra soggettività, e tuttavia il suo essere oggetto, anatomicamente, fisiologicamnte, socialmente constatabile, ci conduce a comportarci con esso come con gli oggetti o beni dei nostri bisogni vitali o culturali. L'ambito dello psichico si articola inestricabilmente con l'ambito dell'economico. Di qui deriva che l'uomo è l'unico essere che può rifiutare se stesso, che può dire di no alla vita e non soltanto anticipare le tecniche della sua fine, come avviene, secondo gli etologi, nel cosiddetto 'suicidio' di alcuni animali" (p. 99)
Il corpo che siamo fu pubblicato nel 1991, vent'anni fa. Si compone di dieci capitoli che, a partire da considerazioni sullo sviluppo della scienza (Galileo, Darwin), ma anche su antichi miti, affronta i seguenti temi: bioetica, desiderio e bisogno, piacere e gioia, lavoro, cattiva coscienza del tempo libero, l'abitare e l'edificare, la qualità della vita, imperatività della coscienza morale.
L'occasione della rilettura di questo libro viene dal recente convegno "Pietro Prini filosofo e uomo" (vedi http://www.pietroprini.org/), organizzato dalla Società Filosofica Italiana-Sezione del Verbano Cusio Ossola.

Pietro Prini, Il corpo che siamo, SEI 1991.