venerdì 6 maggio 2011

Il libro selvaggio, di Juan Villoro

"Il lettore migliore non è quello che legge più libri, ma colui che trova più cose in quello che legge"

Possiamo considerare questa frase, presente già in copertina, l'assunto principale del romanzo, tutto giocato dentro una biblioteca immensa e strana, frutto del collezionismo librario di un personaggio alquanto bizzarro, lo zio Tito. Zio di chi? Di Juan, ragazzino un po' goffo che, in seguito alla separazione dei genitori, dovrà trascorrere un'estate con lui. Tito è alla ricerca, da anni, di un libro che gli sfugge, il libro selvaggio, appunto. E', questo, un libro speciale, che si lascia trovare solo da lettori altrettanto speciali e Tito è convinto che proprio Juanito, suo nipote, possieda tale qualità. Juanito, secondo Tito, appartiene ad una specie rara: è un lettore princeps. La ricerca è lunga e non priva di ostacoli, perché i libri sono vivi, si nascondono ai tuoi occhi o ti vengono incontro; perché i libri sono mutevoli: narrano a lettori diversi storie diverse...

Alcune citazioni:
"Una biblioteca non deve essere letta da cima a fondo, ma consultata. I libri sono qui per ogni evenienza" p. 38
"I libri si muovono da soli, ti cercano o ti sfuggono" p. 35
"La differenza tra un presuntuoso e un saggio è che il presuntuoso apprezza solo quello che già sa e il saggio cerca quel che ancora non conosce" p.38
"Ogni libro è come uno specchio: riflette quello che pensi. Non è la stessa cosa se lo legge un eroe o se lo legge un cattivo. I grandi lettori aggiungono qualcosa ai libri, li rendono migliori" p. 68

                       .... e così via, fino alla fine della storia.

Jaun Villoro è uno scrittore e giornalista messicano (cfr. http://es.wikipedia.org/wiki/Juan_Villoro)

Juan Villoro, Il libro selvaggio, Salani 2010

sabato 30 aprile 2011

Lo stivale di Garibaldi, di Marco Pizzo

"Se si consente che la fotografia supplisca l'arte in alcune sue funzioni, in breve essa l'avrà soppiantata e corrotta", scriveva Charles Baudelaire. Era l'epoca della fotografia nascente, tecnica, artigianato ma non ancora autonoma forma d'arte ed il dibattito ferveva. Ma intanto, fin da subito, la fotografia fu utilizzata per documentare, descrivere, ricordare, criticare, immortalare. Così anche per il nostro Risorgimento. Dalla Roma ferita del 1849 ai ritratti della famiglia reale, il libro di Pizzo racconta gli eventi risorgimentali attraverso le fotografie, svelando anche storie di falsi, come quello del ritratto di Garibaldi ferito al piede in Aspromonte (al posto del generale posò un sosia). E che dire dei Mille, immortalati uno per uno in piccole fotografie formato tessera, quasi a rendere la loro impresa due volte immortale?
Un bel libro, da sfogliare ed assaporare con calma, eloquente più di una lezione di storia, coinvolgente come un romanzo.

Marco Pizzo, Lo stivale di Garibaldi. Il risorgimento in fotografia, Mondadori 2011

mercoledì 13 aprile 2011

Il corpo che siamo, di Pietro Prini

"Ho detto più sopra che la 'preoccupazione possessiva' è una condizione costitutiva ed inautentica della nostra esistenza nel mondo. Perché inautentica? In realtà alla sua origine sta il fraintendimento inevitabile del rapporto che abbiamo con il nostro corpo. Essere il nostro corpo significa assumerlo come la struttura della nostra soggettività, e tuttavia il suo essere oggetto, anatomicamente, fisiologicamnte, socialmente constatabile, ci conduce a comportarci con esso come con gli oggetti o beni dei nostri bisogni vitali o culturali. L'ambito dello psichico si articola inestricabilmente con l'ambito dell'economico. Di qui deriva che l'uomo è l'unico essere che può rifiutare se stesso, che può dire di no alla vita e non soltanto anticipare le tecniche della sua fine, come avviene, secondo gli etologi, nel cosiddetto 'suicidio' di alcuni animali" (p. 99)
Il corpo che siamo fu pubblicato nel 1991, vent'anni fa. Si compone di dieci capitoli che, a partire da considerazioni sullo sviluppo della scienza (Galileo, Darwin), ma anche su antichi miti, affronta i seguenti temi: bioetica, desiderio e bisogno, piacere e gioia, lavoro, cattiva coscienza del tempo libero, l'abitare e l'edificare, la qualità della vita, imperatività della coscienza morale.
L'occasione della rilettura di questo libro viene dal recente convegno "Pietro Prini filosofo e uomo" (vedi http://www.pietroprini.org/), organizzato dalla Società Filosofica Italiana-Sezione del Verbano Cusio Ossola.

Pietro Prini, Il corpo che siamo, SEI 1991.

martedì 8 marzo 2011

Il corpo-persona della donna


L'8 marzo commemora le 129 operaie della Cotton di New York, rinchiuse dal padrone in fabbrica durante uno sciopero e morte in un incendio appiccato dolosamente nel 1908. Nella nostra Repubblica fondata sul lavoro, come afferma la Costituzione in vigore che non vogliamo né dimenticare né cambiare, che significato dare alla festa della donna?


Ricordo le prime commemorazioni dell’8 marzo, anche qui in un paese assai chiuso della periferia del Nord. Ne aveva introdotto l’abitudine un’amica che aveva quasi gli anni di mia madre, da poco trasferita da Milano. Ciclostilammo qualche centinaio di copie di un minuto giornalino con la storia della Cotton ed altre notizie, relative soprattutto alla salute delle donne e delle madri e l’andammo a distribuire dinnanzi a due fabbriche di confezioni femminili che ora non esistono più. L’amica, che aveva qualche entratura, fece arrivare un camper medico per eseguire gratuitamente il pap-test, allora visita quasi sconosciuta, a chi volesse sottoporsi; riuscì a far aprire presso locali comunali il consultorio pediatrico per un paio d’ore la settimana. Insieme ad altri inaugurammo in biblioteca un corso finalizzato al conseguimento della licenza media agli adulti che non la possedevano; e vi partecipò anche qualche uomo. Era la prima metà degli anni Settanta, l’Italia aveva davvero fervore di dignità, di uguaglianza, di conoscenza se questo fervore era giunto fin qui, in un piccolo paese.

E ora, dunque, come festeggiare l’8 marzo contro la barbarie che avanza?

Difendendo la Costituzione Italiana, certo; difendendo i principi della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo; difendendo il lavoro, la cultura, la ragione. Se rifletto, però, sull'immagine di donna che i media (pubblicità, spettacolo eccetera) ci propongono, devo constatare che l'immagine femminile è molto svilita. Addirittura alle bambine si additano modelli di donna sottomessa, legata solo alla “costruzione” della propria immagine esteriore, molto omologata alla moda corrente, da sottoporre costantemente al trucco, perfino al "ritocco" chirurgico estetico. Il corpo femminile, in questi casi e contrariamente alla prima apparenza, non è affatto valorizzato (sessualità, maternità, bellezza), ma reso oggetto di scambio, fatto merce in concorrenza con altre merci. Il corpo della donna è corpo umiliato, è corpo violato. Contro queste espressioni di grande decadenza civile e morale, bisogna dunque ripartire dal corpo della donna. E bisogna abbandonare il dualismo nel quale esso viene smembrato: corpo come oggetto di conseguimento del piacere sessuale (quello che si compra, si vende, si “lavora esteticamente”); oppure corpo come sede generatrice di figli, per sé o per il coniuge (quello che si “tutela”); ed entrambi sottratti all’unità profonda e all’unicità irripetibile del corpo-persona. Lo smembramento (una versione aggiornata della “vecchia” suddivisione schizofrenica delle donne tra madri, vergini e prostitute) è opera di propaganda politica o ecclesiastica, così martellante, però, da avere assunto i connotati di una vera e propria visione del mondo anche comunemente, tra la gente.

Il corpo è ciò che noi siamo - anche le più alte facoltà razionali, artistiche, letterarie, morali sono facoltà del corpo e nel corpo, come ci ha insegnato la scienza -. Il corpo, dunque, deve ritrovare la propria libertà e la propria sacralità. Come il corpo del neonato appena uscito dall’utero, come il corpo del morto preparato per scomparire nella terra o nel fuoco, il corpo della donna (e, insieme, dell’uomo) deve essere restituito alla propria nobiltà ed alla propria bellezza in ogni età della vita. Avete notato quanto spesso, quando si riproduce il quadro di Klimt “Le tre età della donna”, si elimina la vecchia riprodotta a sinistra? E’ il sintomo di un momento storico, il nostro, votato all’apparenza, al consumo, senza distinzione tra “prodotti” manufatti dall’uomo, viventi della natura animale e vegetale, e corpi umani. Il corpo-persona della donna sede di diritti ad ogni età, il corpo-persona della donna restituito alla dignità ad ogni età, il corpo-persona della donna sede di piacere e di bellezza in sé e per sé e non il corpo artefatto da esporre, da esibire, da “valorizzare” anche economicamente e strumentalmente, è il corpo-persona in festa dell’8 marzo. Certo, questo è un obiettivo, un utopico obiettivo per donne ed uomini, non certo la realtà dei nostri giorni.
Come ci si incammina verso questo utopico obiettivo? Con l’educazione, credo, con la testimonianza, con l’onestà, con l’esercizio della ragione, che sta dentro il corpo ed è la stessa per donne ed uomini. Ci si incammina come formiche contro il possente muro del potere, del profitto e dei media loro asserviti; ma le formiche possono fare lunghissime file, scavare grandi cunicoli, intaccare ampie fondamenta. Buon 8 marzo.

Eleonora Bellini

Una lettura (della quale parleremo prossimamente): Pietro Prini, Il corpo che siamo, SEI 1991

giovedì 17 febbraio 2011

Una biblioteca Per Renzo e Lucia. Intervista.

"Abbiamo conosciuto la  Biblioteca Marazza di Borgomanero, qualche anno fa, quando, invitati da Eleonora Bellini, sua attiva e impegnata direttrice, abbiamo presentato, nel corso di alcune giornate Nati per Leggere, la nostra casa editrice davanti a un pubblico numeroso e attento. Il luogo ci ha colpiti: una villa settecentesca al centro di un bellissimo parco...."
Per continuare a leggere...
http://topipittori.blogspot.com/2011/02/una-biblioteca-per-renzo-e-lucia.html

martedì 15 febbraio 2011

Il congresso, di Libero Bigiaretti

Direttore dell'ufficio stampa dell'Olivetti a Ivrea, fondatore a Roma del Sindacato Nazionale Scrittori, Libero Bigiaretti narra in questo romanzo le brevi giornate di un congresso, ma anche la storia dell’incontro del protagonista con una donna, Anna.
“... Anna pretende che mi accorsi di lei subito, come se ne fossi stato colpito. Invece l’ho scoperta, trovata, soltanto in una successiva occasione, molto tempo dopo. Sia lei che io, al secondo incontro, che abbiamo voluto considerare memorabile, siamo stati presi da quella strenua avidità di ricercare coincidenze e antecedenti cui si abbandonano gli innamorati, e abbiamo ricostruito una fitta serie di altri incontri mancati per poco...”
Nei pochi giorni del congresso nasce un amore più che spontaneo determinato, voluto, quasi deliberatamente perseguito dal protagonista: attrazione e trasgressione, interrogazione sulla vita presente, sguardo sulla vita possibile.
Alla storia dei due amanti si intreccia la cronaca degli incontri congressuali. All’interno di questa è memorabile il discorso del protagonista, provocatorio ed ardente, teso a mettere a nudo le ipocrisie della politica aziendale “ illuminata” del tempo: “... le nostre teorie sul tempo libero, ad esempio, erano niente altro che una sofisticata mistificazione dell’intenzione padronale di prolungare il proprio intervento e la propria influenza ideologica, oltre che economica, di là dal tempo della prestazione lavorativa. A questo solo criterio rispondevano, in effetti, secondo me, i servizi sociali, le biblioteche di fabbrica, i circoli culturali...”. E a motivo di questo discorso si trova spesso il romanzo citato come “opera che affronta il problema del rapporto tra intellettuale ed operaio”. Ma è pur vero che lo stesso protagonista afferma, all’esordio della sua prolusione pubblica: “sentii insorgere in me la tentazione di parlare per Anna, come se gli altri non ci fossero”. Il romanzo affronta dunque anche il tema del rapporto amoroso, scava tra le sue pieghe, dalle più romantiche alle più prosaiche.
Chi riesce a trovare questa o altre opere di Bigiaretti potrà rileggere con piacere una bella prosa, potrà assaporare gli scritti di un intellettuale intelligente, che meriterebbe di essere maggiormente ricordato.


   Libero Bigiaretti, Il congresso, Bompiani 1963

venerdì 4 febbraio 2011

E' non è, di Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer



C’è in questo libro una foto di famiglia con bambini, genitori, nonni, zii e perfino il cane. C’è nella foto anche Sara, che fa parte della famiglia, ma non assomiglia a nessun altro. Sara non è uguale. Sara è speciale: “è silenziosa come un gatto, rumorosa come il traffico, imprevedibile come il tempo, invisibile come un respiro, sensibile come una foglia... è come un rebus, un enigma, un labirinto”.
Sara si aggira tra le pagine del libro talvolta grigia come un’ombra, talvolta trasparente come l’aria. Si confonde con il decoro della parete, con le decorazioni floreali della tappezzeria. Abbraccia con forza e con gioia, si distrae e guarda lontano, forse il cielo.
L’albo è illustrato da Chiara Carrer, una delle più originali e conosciute illustratrici italiane, vincitrice nel 1999 del Premio Andersen – Il mondo dell’infanzia.
L’editore presenta questo libro come “approssimazione poetica vicina ai disturbi dello spettro autistico”. E’ così, perché il libro può essere utile agli educatori, ai genitori, agli stessi bambini per entrare un poco in un mondo chiuso e difficile. Ma è anche un albo da leggere per il piacere delle similitudini e delle invenzioni verbali, efficaci eppure misurate, e per il piacere delle immagini, interni quotidiani tracciati, delineati, composti da mani esperte ed arricchiti e mossi da sentimenti ed interrogativi bambini.
Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer, E' non è, Kalandraka Italia 2010

lunedì 24 gennaio 2011

Une jeunesse au temps de la Shoa, di Simone Veil

Simone Jacob vive a Nizza con i genitori - il padre è un celebre architetto parigino trasferitosi nel Midi di cui intuisce le potenzialità turistiche ed urbanistiche - le due sorelle e il fratello Jean. E' la figlia minore di una famiglia ebrea laica, molto integrata nella società e molto legata alla cultura del suo Paese. Quando scoppia la guerra in Francia, nel 1939, Simone è ancora bambina, ma già intuisce che questo evento, all'inizio poco percepibile nella vita quotidiana, potrà volgere in tragedia. Anche se Nizza in quel momento si trova in zona libera, anche se in seguito, sotto l'occupazione italiana, non conoscerà l'accanimento antiebraico che contraddistinguerà l'occupazione tedesca, la situazione di pericolo diviene man mano sempre più pressante. E infatti, a partire dallo statuto del 3 ottobre 1940, che proibisce agli ebrei di esercitare alcune professioni, fino all'obbligo di farsi registrare del 1941, la vita della famiglia diviene sempre più precaria e più insicura. Comincia così un periodo in cui figli e genitori vivono separati, in case diverse, presso amici e sono costretti a procurarsi documenti falsi. Ciò non basterà a salvarli dalla deportazione. Simone, la madre e la sorella Milou vengono internate ad Auschwitz.
"... ci adattavamo all'orrenda atmosfera che regnava nel campo, l'odore pestilenziale dei corpi bruciati, il fumo che sempre oscurava il cielo, il fango dovunque, l'umidità penetrante della palude. Oggi quando si torna su quel luogo, nonostrante l'arredo delle baracche, le torrette di guardia, il filo spinato, quasi tutto ciò che era Auschwitz è scomparso. Non si vede ciò che avvenne in quei luoghi e non si riesce ad immaginarlo. Il fatto è che nulla può dare la misura dello sterminio di milioni di esseri umani, condotti lì da ogni angolo d'Europa" (pp. 79-80).
Simone sopravviverà al campo di sterminio. Tornata in Francia si sposerà giovanissima - da allora prenderà il cognome del marito Antoine Veil - e intraprenderà la carriera di magistrato prima e quella politica poi. Sarà la prima presidente del Parlamento europeo. Ora è anche accademico di Francia.
Questo libro è un'edizione francese per ragazzi e giovani, molto economica e ben annotata; contiene i primi quattro capitoli dell'autobiografia Une vie (Stock).

Simone Veil, Une jeunesse au temps de la Shoa, Stock (Le livre de Poche) 2010.

sabato 8 gennaio 2011

Costumes d'enfants, miroir des grands

Chiuderà fra pochi giorni la mostra Costumes d'enfants, miroir des grands al museo Guimet di Parigi. Un agile opuscolo, supplemento della rivista artabsolument, e un ricco catalogo (qui ne riproduciamo le copertine) illustrano l'inedita e coinvolgente esposizione di abiti e di altri capi di abbigliamento infantile (cappellini, bavaglioli, calzette, babbucce...) delle società asiatiche antiche. La mostra propone aspetti poco noti dell'arte tessile asiatica tradizionale, ma soprattutto rivela al visitatore occidentale significati culturali, rituali, sacrali presenti nell'abbigliamento infantile orientale - naturalmente per quanto riguarda le classi privilegiate di quelle società. I capi esposti testimoniano le usanze ancestrali della Cina  e dell'India, fino a quelle della Corea, del Pakistan, del Giappone e offrono a chi li guarda un tripudio di colori, di raffigurazioni realistiche o stilizzate, di filati luminosi come le sete, preziosi come gli ori, fatati come gli specchi. La mostra costituisce anche l'omaggio del museo a Krishna Riboud, appassionata collezionista di tessuti orientali, "...che nel suo appartamento dell'avenue de Breteuil a Parigi stabilì la sede dell'associazione per lo studio e la documentazione dei tessuti asiatici" ricorda Aurélie Samuel, responsabile della mostra, in un'intervista.
La presentazione in francese, corredata da immagini di qualità, capaci di rendere con fedeltà le caratteristiche degli oggetti riprodotti, si può leggere qui http://www.guimet.fr/costumesdenfants/01-presentation.html: un'occasione di visita virtuale per chi è lontano e non può recarsi a Parigi entro il 24 gennaio.

Costumes d'enfants, miroir des grands. Hommage a Krishna Riboud, supplemento di artabsolument, trimestrale, Paris 2010.
Costumes d'enfants, miroir des grands. Hommage a Krishna Riboud, catalogo della mostra, Edizioni RMN, Paris 2010

venerdì 24 dicembre 2010

Natale scettico, di Jules Laforgue

Noël sceptique

Noël! Noël! j'entends les cloches dans la nuit...
et j'ai, sur ces feuillets sans foi, posé ma plume:
ô souvenirs, chantez! tout mon orgueil s'enfuit,
et je me sens repris da ma grande amertume.

Ah! ces voix dans la nuit chantant Noël! Noël!
m'apportent de la nef qui, là-bas, s'illumine,
un si tendre, un si doux reproche maternel
que mon coeur trop gonflé crève dans ma poitrine...

Et j'écoute longtemps les cloches, dans la nuit...
Je suis le paria de la famille humaine,
à qui le vent apporte en son sale réduit
la poignante rumeur d'une fête lointaine.


Natale scettico

Natale! Natale! sento le campane nella notte…
e abbandono la penna su carte senza fede:
cantate, ricordi! tutto il mio orgoglio sfuma,
e mi possiede un’amarezza grande.

Ah! le voci che cantano Natale nella notte
mi portano, dalla chiesa che laggiù s’illumina,
un così tenero e dolce rimprovero materno
che il mio cuore, troppo gonfio, scoppia…

E ascolto a lungo le campane nella notte…
sono il reietto della famiglia umana,
a cui porta il vento nello stambugio chiuso
il brusio struggente della festa lontana.


Jules Laforgue 1860 - 1887
(traduzione di Eleonora Bellini)