"Abbiamo conosciuto la Biblioteca Marazza di Borgomanero, qualche anno fa, quando, invitati da Eleonora Bellini, sua attiva e impegnata direttrice, abbiamo presentato, nel corso di alcune giornate Nati per Leggere, la nostra casa editrice davanti a un pubblico numeroso e attento. Il luogo ci ha colpiti: una villa settecentesca al centro di un bellissimo parco...."
Per continuare a leggere...
http://topipittori.blogspot.com/2011/02/una-biblioteca-per-renzo-e-lucia.html
giovedì 17 febbraio 2011
martedì 15 febbraio 2011
Il congresso, di Libero Bigiaretti
Direttore dell'ufficio stampa dell'Olivetti a Ivrea, fondatore a Roma del Sindacato Nazionale Scrittori, Libero Bigiaretti narra in questo romanzo le brevi giornate di un congresso, ma anche la storia dell’incontro del protagonista con una donna, Anna.
“... Anna pretende che mi accorsi di lei subito, come se ne fossi stato colpito. Invece l’ho scoperta, trovata, soltanto in una successiva occasione, molto tempo dopo. Sia lei che io, al secondo incontro, che abbiamo voluto considerare memorabile, siamo stati presi da quella strenua avidità di ricercare coincidenze e antecedenti cui si abbandonano gli innamorati, e abbiamo ricostruito una fitta serie di altri incontri mancati per poco...”
Nei pochi giorni del congresso nasce un amore più che spontaneo determinato, voluto, quasi deliberatamente perseguito dal protagonista: attrazione e trasgressione, interrogazione sulla vita presente, sguardo sulla vita possibile.
Alla storia dei due amanti si intreccia la cronaca degli incontri congressuali. All’interno di questa è memorabile il discorso del protagonista, provocatorio ed ardente, teso a mettere a nudo le ipocrisie della politica aziendale “ illuminata” del tempo: “... le nostre teorie sul tempo libero, ad esempio, erano niente altro che una sofisticata mistificazione dell’intenzione padronale di prolungare il proprio intervento e la propria influenza ideologica, oltre che economica, di là dal tempo della prestazione lavorativa. A questo solo criterio rispondevano, in effetti, secondo me, i servizi sociali, le biblioteche di fabbrica, i circoli culturali...”. E a motivo di questo discorso si trova spesso il romanzo citato come “opera che affronta il problema del rapporto tra intellettuale ed operaio”. Ma è pur vero che lo stesso protagonista afferma, all’esordio della sua prolusione pubblica: “sentii insorgere in me la tentazione di parlare per Anna, come se gli altri non ci fossero”. Il romanzo affronta dunque anche il tema del rapporto amoroso, scava tra le sue pieghe, dalle più romantiche alle più prosaiche.
Chi riesce a trovare questa o altre opere di Bigiaretti potrà rileggere con piacere una bella prosa, potrà assaporare gli scritti di un intellettuale intelligente, che meriterebbe di essere maggiormente ricordato.
Libero Bigiaretti, Il congresso, Bompiani 1963
“... Anna pretende che mi accorsi di lei subito, come se ne fossi stato colpito. Invece l’ho scoperta, trovata, soltanto in una successiva occasione, molto tempo dopo. Sia lei che io, al secondo incontro, che abbiamo voluto considerare memorabile, siamo stati presi da quella strenua avidità di ricercare coincidenze e antecedenti cui si abbandonano gli innamorati, e abbiamo ricostruito una fitta serie di altri incontri mancati per poco...”
Nei pochi giorni del congresso nasce un amore più che spontaneo determinato, voluto, quasi deliberatamente perseguito dal protagonista: attrazione e trasgressione, interrogazione sulla vita presente, sguardo sulla vita possibile.
Alla storia dei due amanti si intreccia la cronaca degli incontri congressuali. All’interno di questa è memorabile il discorso del protagonista, provocatorio ed ardente, teso a mettere a nudo le ipocrisie della politica aziendale “ illuminata” del tempo: “... le nostre teorie sul tempo libero, ad esempio, erano niente altro che una sofisticata mistificazione dell’intenzione padronale di prolungare il proprio intervento e la propria influenza ideologica, oltre che economica, di là dal tempo della prestazione lavorativa. A questo solo criterio rispondevano, in effetti, secondo me, i servizi sociali, le biblioteche di fabbrica, i circoli culturali...”. E a motivo di questo discorso si trova spesso il romanzo citato come “opera che affronta il problema del rapporto tra intellettuale ed operaio”. Ma è pur vero che lo stesso protagonista afferma, all’esordio della sua prolusione pubblica: “sentii insorgere in me la tentazione di parlare per Anna, come se gli altri non ci fossero”. Il romanzo affronta dunque anche il tema del rapporto amoroso, scava tra le sue pieghe, dalle più romantiche alle più prosaiche.
Chi riesce a trovare questa o altre opere di Bigiaretti potrà rileggere con piacere una bella prosa, potrà assaporare gli scritti di un intellettuale intelligente, che meriterebbe di essere maggiormente ricordato.
Libero Bigiaretti, Il congresso, Bompiani 1963
venerdì 4 febbraio 2011
E' non è, di Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer
C’è in questo libro una foto di famiglia con bambini, genitori, nonni, zii e perfino il cane. C’è nella foto anche Sara, che fa parte della famiglia, ma non assomiglia a nessun altro. Sara non è uguale. Sara è speciale: “è silenziosa come un gatto, rumorosa come il traffico, imprevedibile come il tempo, invisibile come un respiro, sensibile come una foglia... è come un rebus, un enigma, un labirinto”.
Sara si aggira tra le pagine del libro talvolta grigia come un’ombra, talvolta trasparente come l’aria. Si confonde con il decoro della parete, con le decorazioni floreali della tappezzeria. Abbraccia con forza e con gioia, si distrae e guarda lontano, forse il cielo.
L’albo è illustrato da Chiara Carrer, una delle più originali e conosciute illustratrici italiane, vincitrice nel 1999 del Premio Andersen – Il mondo dell’infanzia.
L’editore presenta questo libro come “approssimazione poetica vicina ai disturbi dello spettro autistico”. E’ così, perché il libro può essere utile agli educatori, ai genitori, agli stessi bambini per entrare un poco in un mondo chiuso e difficile. Ma è anche un albo da leggere per il piacere delle similitudini e delle invenzioni verbali, efficaci eppure misurate, e per il piacere delle immagini, interni quotidiani tracciati, delineati, composti da mani esperte ed arricchiti e mossi da sentimenti ed interrogativi bambini.
Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer, E' non è, Kalandraka Italia 2010
lunedì 24 gennaio 2011
Une jeunesse au temps de la Shoa, di Simone Veil
Simone Jacob vive a Nizza con i genitori - il padre è un celebre architetto parigino trasferitosi nel Midi di cui intuisce le potenzialità turistiche ed urbanistiche - le due sorelle e il fratello Jean. E' la figlia minore di una famiglia ebrea laica, molto integrata nella società e molto legata alla cultura del suo Paese. Quando scoppia la guerra in Francia, nel 1939, Simone è ancora bambina, ma già intuisce che questo evento, all'inizio poco percepibile nella vita quotidiana, potrà volgere in tragedia. Anche se Nizza in quel momento si trova in zona libera, anche se in seguito, sotto l'occupazione italiana, non conoscerà l'accanimento antiebraico che contraddistinguerà l'occupazione tedesca, la situazione di pericolo diviene man mano sempre più pressante. E infatti, a partire dallo statuto del 3 ottobre 1940, che proibisce agli ebrei di esercitare alcune professioni, fino all'obbligo di farsi registrare del 1941, la vita della famiglia diviene sempre più precaria e più insicura. Comincia così un periodo in cui figli e genitori vivono separati, in case diverse, presso amici e sono costretti a procurarsi documenti falsi. Ciò non basterà a salvarli dalla deportazione. Simone, la madre e la sorella Milou vengono internate ad Auschwitz.
"... ci adattavamo all'orrenda atmosfera che regnava nel campo, l'odore pestilenziale dei corpi bruciati, il fumo che sempre oscurava il cielo, il fango dovunque, l'umidità penetrante della palude. Oggi quando si torna su quel luogo, nonostrante l'arredo delle baracche, le torrette di guardia, il filo spinato, quasi tutto ciò che era Auschwitz è scomparso. Non si vede ciò che avvenne in quei luoghi e non si riesce ad immaginarlo. Il fatto è che nulla può dare la misura dello sterminio di milioni di esseri umani, condotti lì da ogni angolo d'Europa" (pp. 79-80).
Simone sopravviverà al campo di sterminio. Tornata in Francia si sposerà giovanissima - da allora prenderà il cognome del marito Antoine Veil - e intraprenderà la carriera di magistrato prima e quella politica poi. Sarà la prima presidente del Parlamento europeo. Ora è anche accademico di Francia.
Questo libro è un'edizione francese per ragazzi e giovani, molto economica e ben annotata; contiene i primi quattro capitoli dell'autobiografia Une vie (Stock).
Simone Veil, Une jeunesse au temps de la Shoa, Stock (Le livre de Poche) 2010.
sabato 8 gennaio 2011
Costumes d'enfants, miroir des grands
Chiuderà fra pochi giorni la mostra Costumes d'enfants, miroir des grands al museo Guimet di Parigi. Un agile opuscolo, supplemento della rivista artabsolument, e un ricco catalogo (qui ne riproduciamo le copertine) illustrano l'inedita e coinvolgente esposizione di abiti e di altri capi di abbigliamento infantile (cappellini, bavaglioli, calzette, babbucce...) delle società asiatiche antiche. La mostra propone aspetti poco noti dell'arte tessile asiatica tradizionale, ma soprattutto rivela al visitatore occidentale significati culturali, rituali, sacrali presenti nell'abbigliamento infantile orientale - naturalmente per quanto riguarda le classi privilegiate di quelle società. I capi esposti testimoniano le usanze ancestrali della Cina e dell'India, fino a quelle della Corea, del Pakistan, del Giappone e offrono a chi li guarda un tripudio di colori, di raffigurazioni realistiche o stilizzate, di filati luminosi come le sete, preziosi come gli ori, fatati come gli specchi. La mostra costituisce anche l'omaggio del museo a Krishna Riboud, appassionata collezionista di tessuti orientali, "...che nel suo appartamento dell'avenue de Breteuil a Parigi stabilì la sede dell'associazione per lo studio e la documentazione dei tessuti asiatici" ricorda Aurélie Samuel, responsabile della mostra, in un'intervista.
La presentazione in francese, corredata da immagini di qualità, capaci di rendere con fedeltà le caratteristiche degli oggetti riprodotti, si può leggere qui http://www.guimet.fr/costumesdenfants/01-presentation.html: un'occasione di visita virtuale per chi è lontano e non può recarsi a Parigi entro il 24 gennaio.
Costumes d'enfants, miroir des grands. Hommage a Krishna Riboud, supplemento di artabsolument, trimestrale, Paris 2010.
Costumes d'enfants, miroir des grands. Hommage a Krishna Riboud, catalogo della mostra, Edizioni RMN, Paris 2010
venerdì 24 dicembre 2010
Natale scettico, di Jules Laforgue
Noël sceptique
Noël! Noël! j'entends les cloches dans la nuit...
et j'ai, sur ces feuillets sans foi, posé ma plume:
ô souvenirs, chantez! tout mon orgueil s'enfuit,
et je me sens repris da ma grande amertume.
Ah! ces voix dans la nuit chantant Noël! Noël!
m'apportent de la nef qui, là-bas, s'illumine,
un si tendre, un si doux reproche maternel
que mon coeur trop gonflé crève dans ma poitrine...
Et j'écoute longtemps les cloches, dans la nuit...
Je suis le paria de la famille humaine,
à qui le vent apporte en son sale réduit
la poignante rumeur d'une fête lointaine.
Natale scettico
Natale! Natale! sento le campane nella notte…
e abbandono la penna su carte senza fede:
cantate, ricordi! tutto il mio orgoglio sfuma,
e mi possiede un’amarezza grande.
Ah! le voci che cantano Natale nella notte
mi portano, dalla chiesa che laggiù s’illumina,
un così tenero e dolce rimprovero materno
che il mio cuore, troppo gonfio, scoppia…
E ascolto a lungo le campane nella notte…
sono il reietto della famiglia umana,
a cui porta il vento nello stambugio chiuso
il brusio struggente della festa lontana.
Jules Laforgue 1860 - 1887
(traduzione di Eleonora Bellini)
Noël! Noël! j'entends les cloches dans la nuit...
et j'ai, sur ces feuillets sans foi, posé ma plume:
ô souvenirs, chantez! tout mon orgueil s'enfuit,
et je me sens repris da ma grande amertume.
Ah! ces voix dans la nuit chantant Noël! Noël!
m'apportent de la nef qui, là-bas, s'illumine,
un si tendre, un si doux reproche maternel
que mon coeur trop gonflé crève dans ma poitrine...
Et j'écoute longtemps les cloches, dans la nuit...
Je suis le paria de la famille humaine,
à qui le vent apporte en son sale réduit
la poignante rumeur d'une fête lointaine.
Natale scettico
Natale! Natale! sento le campane nella notte…
e abbandono la penna su carte senza fede:
cantate, ricordi! tutto il mio orgoglio sfuma,
e mi possiede un’amarezza grande.
Ah! le voci che cantano Natale nella notte
mi portano, dalla chiesa che laggiù s’illumina,
un così tenero e dolce rimprovero materno
che il mio cuore, troppo gonfio, scoppia…
E ascolto a lungo le campane nella notte…
sono il reietto della famiglia umana,
a cui porta il vento nello stambugio chiuso
il brusio struggente della festa lontana.
Jules Laforgue 1860 - 1887
(traduzione di Eleonora Bellini)
mercoledì 1 dicembre 2010
Biblioteche: una storia inquieta, di Matthew Battles
"Conservare e distruggere il sapere da Alessandria a Internet" recita il sottotitolo di questo saggio che, attraverso il racconto delle vicende, casuali o intenzionali, di biblioteche famose, sfata il mito, nel quale ci piace credere, che le biblioteche conservano e custodiscono e documentano tutto o quasi il sapere accumulatosi lungo la storia umana. Se la biblioteca è un mondo, come ugualmente ci piace pensare che sia, come il mondo è imperfetta e caduca: "come un mondo ha le sue mutazioni e le sue stagioni" afferma Battles.
Se la biblioteca di rotoli di papiro, o meglio le due biblioteche quella del Museion e quella minore del tempio di Serapis, di Alessandria furono vittime di più incendi, la biblioteca di Ninive, ricca di 25.000 tavolette di argilla in scrittura cuneiforme, era a prova di incendio e molti suoi testi sono sopravvissuti e si trovano ora al Brithis Museum. Nella Roma antica, l'avvento del cristianesimo come religione dominante inaugurò un tempo oscuro per il sapere e le letterature antiche: i cristiani costruirono per sè un'identità antagonista alla cultura pagana. Tuttavia il sogno della biblioteca universale sopravvisse in Oriente, dove la Siria fu a lungo custode della cultura greca. E splendide biblioteche nacquero anche con il fiorire dell'islam: a Baghdad, Damasco, Gerusalemme. E poi, nel Medio Evo, l'amore per il libro, il bel libro curato ed elegante dei miniatori musulmani, unì Islam ed Europa cristiana: acquistati sui mercati o bottini di guerra, preziosi testi giunsero alle corti europee.
La biblioteca pubblica, poi, rinacque a Firenze nel XV secolo, per opera di Cosimo de' Medici; il suo pubblico era costituito da nobili, ricchi mercanti, clero.
E via via, attraverso i secoli e le storie di libri e biblioteche, ritroviamo note vicende, come quella del cardinal Sirleto, bibliotecario vaticano, che inserì nell'Indice dei libri proibiti l'opera di Lorenazo Valla, perché dimostrava la falsità della donazione di Costantino su cui posava il potere temporale della Chiesa. E sempre a Roma incontriamo Montaigne, che, anch'egli, visitando la Vaticana notò che "... tutti la visitano e portano via quanto desiderano".
Il viaggio giunge fino al Novecento, il secolo a noi vicino e ricorda che esso pure non fu immune da distruzioni di libri e di biblioteche, dai roghi nazisti fino a quelli nei monasteri tibetani messi a ferro e fuoco dai soldati cinesi.
E nell'era digitale quale spazio per le biblioteche? "... proprio il fatto che le biblioteche abbiano attraversato tante fasi sembra offrire una speranza. Nella sua volontà di custodia dei libri e delle parole che essi contengono, la biblioteca ha affrontato e sottomesso la tecnologia, le forze del cambiamento e spesso l'autorità dei sovrani" ricorda l'autore, con ottimismo.
Matthew Bates, Biblioteche: una storia inquieta, Carocci Editore 2004
Se la biblioteca di rotoli di papiro, o meglio le due biblioteche quella del Museion e quella minore del tempio di Serapis, di Alessandria furono vittime di più incendi, la biblioteca di Ninive, ricca di 25.000 tavolette di argilla in scrittura cuneiforme, era a prova di incendio e molti suoi testi sono sopravvissuti e si trovano ora al Brithis Museum. Nella Roma antica, l'avvento del cristianesimo come religione dominante inaugurò un tempo oscuro per il sapere e le letterature antiche: i cristiani costruirono per sè un'identità antagonista alla cultura pagana. Tuttavia il sogno della biblioteca universale sopravvisse in Oriente, dove la Siria fu a lungo custode della cultura greca. E splendide biblioteche nacquero anche con il fiorire dell'islam: a Baghdad, Damasco, Gerusalemme. E poi, nel Medio Evo, l'amore per il libro, il bel libro curato ed elegante dei miniatori musulmani, unì Islam ed Europa cristiana: acquistati sui mercati o bottini di guerra, preziosi testi giunsero alle corti europee.
La biblioteca pubblica, poi, rinacque a Firenze nel XV secolo, per opera di Cosimo de' Medici; il suo pubblico era costituito da nobili, ricchi mercanti, clero.
E via via, attraverso i secoli e le storie di libri e biblioteche, ritroviamo note vicende, come quella del cardinal Sirleto, bibliotecario vaticano, che inserì nell'Indice dei libri proibiti l'opera di Lorenazo Valla, perché dimostrava la falsità della donazione di Costantino su cui posava il potere temporale della Chiesa. E sempre a Roma incontriamo Montaigne, che, anch'egli, visitando la Vaticana notò che "... tutti la visitano e portano via quanto desiderano".
Il viaggio giunge fino al Novecento, il secolo a noi vicino e ricorda che esso pure non fu immune da distruzioni di libri e di biblioteche, dai roghi nazisti fino a quelli nei monasteri tibetani messi a ferro e fuoco dai soldati cinesi.
E nell'era digitale quale spazio per le biblioteche? "... proprio il fatto che le biblioteche abbiano attraversato tante fasi sembra offrire una speranza. Nella sua volontà di custodia dei libri e delle parole che essi contengono, la biblioteca ha affrontato e sottomesso la tecnologia, le forze del cambiamento e spesso l'autorità dei sovrani" ricorda l'autore, con ottimismo.
Matthew Bates, Biblioteche: una storia inquieta, Carocci Editore 2004
venerdì 12 novembre 2010
I terribili segreti di Maxwell Sim, di Jonathan Coe

“Più o meno ogni trenta secondi qualcuno passava davanti alla mia panchina, ma nessuno si degnò di farmi un saluto, o un cenno del capo, o mi lanciò un’occhiata. Anzi, ogni volta che io cercavo di incrociare lo sguardo di un passante, o stavo per dire qualcosa, loro si affrettavano a stornare gli occhi (ma è proprio “stornare” la traduzione italiana appropriata per questo movimento degli occhi? Non sarebbe meglio“distogliere”?), in modo esplicito, e affrettavano il passo. Ci si aspetterebbe che questo valga soprattutto per le donne, e invece no – gli uomini sembravano altrettanto allarmati di fronte alla prospettiva che un estraneo stesse cercando di entrare in contato con loro, anche solo fugacemente. Mi schiarì le idee vedere come anche la piccola scintilla di umanità che stavo cercando di accendere tra noi li gettasse nel panico, li mettesse in fuga” (p. 85). Così Maxwell Sim (“sim come la scheda telefonica” dice quando si presenta) descrive il suo ritorno da Sidney, vivace e colorata, alla cittadina di Watford, nello Hertfordshire britannico, grigia e triste. Maxwell da sei mesi, cioè da quando moglie e figlia lo hanno lasciato, non lavora più; è alla ricerca di una nuova identità, di nuovi rapporti, di nuovi impegni, ma lentamente, con cautela. Il lungo, sconsolato isolamento lo ha provato. Il viaggio a Sidney, alla ricerca di un dialogo con il padre che aveva sempre considerato estraneo, se fallisce su questo piano, gli dona però l’incontro con due figure femminili che, pur non protagoniste, avranno un ruolo fondamentale nello svolgimento delle sue romanzesche vicende: una misteriosa cinese e una fanciulla inglese, come lui. Il ritorno in patria ha in serbo per Max un nuovo lavoro - quello di rappresentante di spazzolini da denti di nuovo tipo, ecologici e indistruttibili - ed un lungo viaggio in auto, verso l’estremo lembo dell’isola. Il viaggio reale procede per Max parallelo ad un altro viaggio nei ricordi, favoriti dal passaggio attraverso i luoghi della sua infanzia, dall’incontro con persone del passato suo o dei suoi familiari. Durante il percorso Maxwell apprende molte cose su di sé e sui suoi cari, a partire dai genitori, e, al termine, in modo inaspettato, giunge a conoscere davvero la propria verità. Una verità sempre negata e rimossa, un sé molto difficile da affrontare, da accettare, ma che, dopo una piena presa di coscienza, potrà finalmente conoscere la felicità. Però il libroha in serbo, dopo questo finale un altro finale, sorprendente. Lo ha spiegato lo stesso autore durante un incontro con il pubblico al Festival Tuttestorie di Cagliari: Jonathan Coe ha affermato, infatti, di essere stato molto affascinato da Italo Calvino e, in particolare, da "Se una notte d’inverno un viaggiatore", romanzo che ne racchiude altri, infiniti, come un magico scrigno.
lunedì 1 novembre 2010
Assunta e Alessandro. Storie di formiche, di Alberto Asor Rosa

Il libro inizia con La polvere degli umili, brano tratto da L'ultimo paradosso(Einaudi, 1985). Vi si legge, tra l'altro: "Vorrei sapere invece di loro perché sono stati, visto che, apparentemente, è come non fossero stati. Vorrei sapere se, veramente, ognuno di loro potrebbe considerarsi intercambiabile con altre unità del tutto equivalenti, visto che nessuno di loro ha avuto un carattere tale da salvarlo dall'oblio. Vorrei sapere se la loro indifferenza alla storia - e l'indifferenza della storia nei loro confronti - sono una conseguenza o una causa della loro umiltà, del loro stare al margine delle grandi correnti".
Assunta e Alessandro sono i genitori di Alberto Asor Rosa, che qui ne racconta le vicende, separate prima - con un brevissimo excursus nelle vicende delle rispettive famiglie, un poco più indietro rispetto alle nascite dei protagonisti -; unite, poi, dal matrimonio e dal figlio. L'intento dell'autore è chiaro ed esplicito: raccontare e riascoltare coloro che "ogni giorno rivediamo". Il lettore trova nel libro anche momenti della storia italiana ufficiale, quella a tutti comune, però principalmente riguardo a quella sua dimensione che s'insinua, fa capolino dentro le vicende più intime di individui e famiglie, a scompigliarne le sorti, o ad arricchirle, oppure distrattamente ignorata. Ma soprattutto il lettore di oggi - e spero che ci sia anche qualche giovane lettore fra costoro - potrà ritrovare il senso profondo della dignità dell'esistere, del bene comune, del decoro di vita e di pensiero, della ragionevole speranza nell'avvenire che contraddistinse a lungo il ceto impiegatizio e la piccola borghesia del nostro Paese, e che ora pare essersi perduto. E che poteva dar luogo - anche se per poco - a momenti profondamente felici: "In quel piccolo grappolo d'anni nella Storia ci sono solo loro, Assunta, Alessandro e il piccolo. Assunta, rassettando e rigovernando di stanza in stanza per casa, canta a gola spiegata romanze d'opera [...] Sandro rientra ogni giorno in casa di corsa, come un giovane uomo baldo e ridente, con un fascio sempre nuovo di "giornaletti" sotto il braccio [...] Sono anni solari, accarezzati da un lieve venticello primaverile, sospesi in una specie di limbo dell'anima, in cui si sta benissimo, prima di essere, ahimè, giudicati e mandati. E', insomma, un caso esemplare di diffrazione epocale: il mondo, che lo si sappia o no, corre, proprio allora, verso il peggio, ma loro tre, proprio allora, sono felici".
Asor Rosa aveva già raccontato ne L'alba di un mondo nuovo (2002) la sua storia di fanciullo a Roma, durante gli anni dal 1933 al 1945; un modo per arricchire la memoria con la sostanza delle cose, dei fatti, delle persone: amati e vissuti con lo stupore e l'ingenuità di un bambino che è al centro della narrazione perché è stato appunto al centro della vita di una famiglia e dei suoi luoghi (l'appartamento, il "casermone", il paese della vacanze...). Il libro si concludeva proprio con l'"alba del mondo nuovo" radiosamente presente nel racconto della festa del primo maggio 1945 al Deposito locomotive di Roma Prenestino - il padre dell'autore era ferroviere -, col canto de L'internazionale e poi con il ballo al suono di melodie popolari: un futuro che si apriva con fondali di luce, con capitali di speranza. La storia di Assunta e di Alessandro si chiude, invece, al presente. Il presente di chi, "fermando" nella scrittura un mondo, o meglio un uomo e una donna, afferma una sua piccola, ma fondamentale verità: "ogni giorno li rivediamo".
Un libro da leggere, davvero, questo. E, a chi non l'avesse ancora letto, consigliamo anche il precedente.Alberto Asor Rosa, L'alba di un mondo nuovo, Einaudi 2002
Alberto Asor Rosa, Assunta e Alessandro, Einaudi 2010.
sabato 30 ottobre 2010
Sarà vero, di Errico Buonanno
Il titolo del libro è "Sarà vero" e il sottotitolo spiega "La menzogna al potere. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia". Tra i casi raccontati dall'autore troviamo mitici personaggi, inquietanti faccende: dagli Illuminati di Baviera ai Savi di Sion, ai Cavalieri del Graal, fino allo smascheramento della creazione di quel Nemico e di quei Complotti che fanno assai comodo a chi vuole destabilizzare ed asservire un popolo.
Il saggio si apre così, con la storia della "Donazione di Costantino": “Vinti i Franchi e gli Alamanni, valicate le Alpi dalla Gallia, sconfitto Massenzio a Ponte Milvio e diventato imperatore, a Flavio Valerio Costantino successe di prendere la lebbra. [...] Benissimo: questo non è mai avvenuto. Non ci fu lebbra, non ci fu miracolo, l’imperatore non pensò mai neppure un momento a cedere al papa le sue terre. Ma è la vicenda che racconta il Constitutum Constantini, e tanto, per ora, potrebbe bastarci. Un falso banale dell’VIII secolo, sfatato da Lorenzo Valla e forse proposto come esercizio retorico, servì da appiglio a ogni pretesa territoriale dei papi. La “Donazione di Costantino” era un fantasma, eppure riuscì in un modo o nell’altro ad attirarsi le ire di Dante e ad incidere sulla Divina Commedia”.
Errico Buonanno, Sarà vero, Einaudi 2009.
Il saggio si apre così, con la storia della "Donazione di Costantino": “Vinti i Franchi e gli Alamanni, valicate le Alpi dalla Gallia, sconfitto Massenzio a Ponte Milvio e diventato imperatore, a Flavio Valerio Costantino successe di prendere la lebbra. [...] Benissimo: questo non è mai avvenuto. Non ci fu lebbra, non ci fu miracolo, l’imperatore non pensò mai neppure un momento a cedere al papa le sue terre. Ma è la vicenda che racconta il Constitutum Constantini, e tanto, per ora, potrebbe bastarci. Un falso banale dell’VIII secolo, sfatato da Lorenzo Valla e forse proposto come esercizio retorico, servì da appiglio a ogni pretesa territoriale dei papi. La “Donazione di Costantino” era un fantasma, eppure riuscì in un modo o nell’altro ad attirarsi le ire di Dante e ad incidere sulla Divina Commedia”.
Errico Buonanno, Sarà vero, Einaudi 2009.
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