Noël sceptique
Noël! Noël! j'entends les cloches dans la nuit...
et j'ai, sur ces feuillets sans foi, posé ma plume:
ô souvenirs, chantez! tout mon orgueil s'enfuit,
et je me sens repris da ma grande amertume.
Ah! ces voix dans la nuit chantant Noël! Noël!
m'apportent de la nef qui, là-bas, s'illumine,
un si tendre, un si doux reproche maternel
que mon coeur trop gonflé crève dans ma poitrine...
Et j'écoute longtemps les cloches, dans la nuit...
Je suis le paria de la famille humaine,
à qui le vent apporte en son sale réduit
la poignante rumeur d'une fête lointaine.
Natale scettico
Natale! Natale! sento le campane nella notte…
e abbandono la penna su carte senza fede:
cantate, ricordi! tutto il mio orgoglio sfuma,
e mi possiede un’amarezza grande.
Ah! le voci che cantano Natale nella notte
mi portano, dalla chiesa che laggiù s’illumina,
un così tenero e dolce rimprovero materno
che il mio cuore, troppo gonfio, scoppia…
E ascolto a lungo le campane nella notte…
sono il reietto della famiglia umana,
a cui porta il vento nello stambugio chiuso
il brusio struggente della festa lontana.
Jules Laforgue 1860 - 1887
(traduzione di Eleonora Bellini)
venerdì 24 dicembre 2010
mercoledì 1 dicembre 2010
Biblioteche: una storia inquieta, di Matthew Battles
"Conservare e distruggere il sapere da Alessandria a Internet" recita il sottotitolo di questo saggio che, attraverso il racconto delle vicende, casuali o intenzionali, di biblioteche famose, sfata il mito, nel quale ci piace credere, che le biblioteche conservano e custodiscono e documentano tutto o quasi il sapere accumulatosi lungo la storia umana. Se la biblioteca è un mondo, come ugualmente ci piace pensare che sia, come il mondo è imperfetta e caduca: "come un mondo ha le sue mutazioni e le sue stagioni" afferma Battles.
Se la biblioteca di rotoli di papiro, o meglio le due biblioteche quella del Museion e quella minore del tempio di Serapis, di Alessandria furono vittime di più incendi, la biblioteca di Ninive, ricca di 25.000 tavolette di argilla in scrittura cuneiforme, era a prova di incendio e molti suoi testi sono sopravvissuti e si trovano ora al Brithis Museum. Nella Roma antica, l'avvento del cristianesimo come religione dominante inaugurò un tempo oscuro per il sapere e le letterature antiche: i cristiani costruirono per sè un'identità antagonista alla cultura pagana. Tuttavia il sogno della biblioteca universale sopravvisse in Oriente, dove la Siria fu a lungo custode della cultura greca. E splendide biblioteche nacquero anche con il fiorire dell'islam: a Baghdad, Damasco, Gerusalemme. E poi, nel Medio Evo, l'amore per il libro, il bel libro curato ed elegante dei miniatori musulmani, unì Islam ed Europa cristiana: acquistati sui mercati o bottini di guerra, preziosi testi giunsero alle corti europee.
La biblioteca pubblica, poi, rinacque a Firenze nel XV secolo, per opera di Cosimo de' Medici; il suo pubblico era costituito da nobili, ricchi mercanti, clero.
E via via, attraverso i secoli e le storie di libri e biblioteche, ritroviamo note vicende, come quella del cardinal Sirleto, bibliotecario vaticano, che inserì nell'Indice dei libri proibiti l'opera di Lorenazo Valla, perché dimostrava la falsità della donazione di Costantino su cui posava il potere temporale della Chiesa. E sempre a Roma incontriamo Montaigne, che, anch'egli, visitando la Vaticana notò che "... tutti la visitano e portano via quanto desiderano".
Il viaggio giunge fino al Novecento, il secolo a noi vicino e ricorda che esso pure non fu immune da distruzioni di libri e di biblioteche, dai roghi nazisti fino a quelli nei monasteri tibetani messi a ferro e fuoco dai soldati cinesi.
E nell'era digitale quale spazio per le biblioteche? "... proprio il fatto che le biblioteche abbiano attraversato tante fasi sembra offrire una speranza. Nella sua volontà di custodia dei libri e delle parole che essi contengono, la biblioteca ha affrontato e sottomesso la tecnologia, le forze del cambiamento e spesso l'autorità dei sovrani" ricorda l'autore, con ottimismo.
Matthew Bates, Biblioteche: una storia inquieta, Carocci Editore 2004
Se la biblioteca di rotoli di papiro, o meglio le due biblioteche quella del Museion e quella minore del tempio di Serapis, di Alessandria furono vittime di più incendi, la biblioteca di Ninive, ricca di 25.000 tavolette di argilla in scrittura cuneiforme, era a prova di incendio e molti suoi testi sono sopravvissuti e si trovano ora al Brithis Museum. Nella Roma antica, l'avvento del cristianesimo come religione dominante inaugurò un tempo oscuro per il sapere e le letterature antiche: i cristiani costruirono per sè un'identità antagonista alla cultura pagana. Tuttavia il sogno della biblioteca universale sopravvisse in Oriente, dove la Siria fu a lungo custode della cultura greca. E splendide biblioteche nacquero anche con il fiorire dell'islam: a Baghdad, Damasco, Gerusalemme. E poi, nel Medio Evo, l'amore per il libro, il bel libro curato ed elegante dei miniatori musulmani, unì Islam ed Europa cristiana: acquistati sui mercati o bottini di guerra, preziosi testi giunsero alle corti europee.
La biblioteca pubblica, poi, rinacque a Firenze nel XV secolo, per opera di Cosimo de' Medici; il suo pubblico era costituito da nobili, ricchi mercanti, clero.
E via via, attraverso i secoli e le storie di libri e biblioteche, ritroviamo note vicende, come quella del cardinal Sirleto, bibliotecario vaticano, che inserì nell'Indice dei libri proibiti l'opera di Lorenazo Valla, perché dimostrava la falsità della donazione di Costantino su cui posava il potere temporale della Chiesa. E sempre a Roma incontriamo Montaigne, che, anch'egli, visitando la Vaticana notò che "... tutti la visitano e portano via quanto desiderano".
Il viaggio giunge fino al Novecento, il secolo a noi vicino e ricorda che esso pure non fu immune da distruzioni di libri e di biblioteche, dai roghi nazisti fino a quelli nei monasteri tibetani messi a ferro e fuoco dai soldati cinesi.
E nell'era digitale quale spazio per le biblioteche? "... proprio il fatto che le biblioteche abbiano attraversato tante fasi sembra offrire una speranza. Nella sua volontà di custodia dei libri e delle parole che essi contengono, la biblioteca ha affrontato e sottomesso la tecnologia, le forze del cambiamento e spesso l'autorità dei sovrani" ricorda l'autore, con ottimismo.
Matthew Bates, Biblioteche: una storia inquieta, Carocci Editore 2004
venerdì 12 novembre 2010
I terribili segreti di Maxwell Sim, di Jonathan Coe

“Più o meno ogni trenta secondi qualcuno passava davanti alla mia panchina, ma nessuno si degnò di farmi un saluto, o un cenno del capo, o mi lanciò un’occhiata. Anzi, ogni volta che io cercavo di incrociare lo sguardo di un passante, o stavo per dire qualcosa, loro si affrettavano a stornare gli occhi (ma è proprio “stornare” la traduzione italiana appropriata per questo movimento degli occhi? Non sarebbe meglio“distogliere”?), in modo esplicito, e affrettavano il passo. Ci si aspetterebbe che questo valga soprattutto per le donne, e invece no – gli uomini sembravano altrettanto allarmati di fronte alla prospettiva che un estraneo stesse cercando di entrare in contato con loro, anche solo fugacemente. Mi schiarì le idee vedere come anche la piccola scintilla di umanità che stavo cercando di accendere tra noi li gettasse nel panico, li mettesse in fuga” (p. 85). Così Maxwell Sim (“sim come la scheda telefonica” dice quando si presenta) descrive il suo ritorno da Sidney, vivace e colorata, alla cittadina di Watford, nello Hertfordshire britannico, grigia e triste. Maxwell da sei mesi, cioè da quando moglie e figlia lo hanno lasciato, non lavora più; è alla ricerca di una nuova identità, di nuovi rapporti, di nuovi impegni, ma lentamente, con cautela. Il lungo, sconsolato isolamento lo ha provato. Il viaggio a Sidney, alla ricerca di un dialogo con il padre che aveva sempre considerato estraneo, se fallisce su questo piano, gli dona però l’incontro con due figure femminili che, pur non protagoniste, avranno un ruolo fondamentale nello svolgimento delle sue romanzesche vicende: una misteriosa cinese e una fanciulla inglese, come lui. Il ritorno in patria ha in serbo per Max un nuovo lavoro - quello di rappresentante di spazzolini da denti di nuovo tipo, ecologici e indistruttibili - ed un lungo viaggio in auto, verso l’estremo lembo dell’isola. Il viaggio reale procede per Max parallelo ad un altro viaggio nei ricordi, favoriti dal passaggio attraverso i luoghi della sua infanzia, dall’incontro con persone del passato suo o dei suoi familiari. Durante il percorso Maxwell apprende molte cose su di sé e sui suoi cari, a partire dai genitori, e, al termine, in modo inaspettato, giunge a conoscere davvero la propria verità. Una verità sempre negata e rimossa, un sé molto difficile da affrontare, da accettare, ma che, dopo una piena presa di coscienza, potrà finalmente conoscere la felicità. Però il libroha in serbo, dopo questo finale un altro finale, sorprendente. Lo ha spiegato lo stesso autore durante un incontro con il pubblico al Festival Tuttestorie di Cagliari: Jonathan Coe ha affermato, infatti, di essere stato molto affascinato da Italo Calvino e, in particolare, da "Se una notte d’inverno un viaggiatore", romanzo che ne racchiude altri, infiniti, come un magico scrigno.
lunedì 1 novembre 2010
Assunta e Alessandro. Storie di formiche, di Alberto Asor Rosa

Il libro inizia con La polvere degli umili, brano tratto da L'ultimo paradosso(Einaudi, 1985). Vi si legge, tra l'altro: "Vorrei sapere invece di loro perché sono stati, visto che, apparentemente, è come non fossero stati. Vorrei sapere se, veramente, ognuno di loro potrebbe considerarsi intercambiabile con altre unità del tutto equivalenti, visto che nessuno di loro ha avuto un carattere tale da salvarlo dall'oblio. Vorrei sapere se la loro indifferenza alla storia - e l'indifferenza della storia nei loro confronti - sono una conseguenza o una causa della loro umiltà, del loro stare al margine delle grandi correnti".
Assunta e Alessandro sono i genitori di Alberto Asor Rosa, che qui ne racconta le vicende, separate prima - con un brevissimo excursus nelle vicende delle rispettive famiglie, un poco più indietro rispetto alle nascite dei protagonisti -; unite, poi, dal matrimonio e dal figlio. L'intento dell'autore è chiaro ed esplicito: raccontare e riascoltare coloro che "ogni giorno rivediamo". Il lettore trova nel libro anche momenti della storia italiana ufficiale, quella a tutti comune, però principalmente riguardo a quella sua dimensione che s'insinua, fa capolino dentro le vicende più intime di individui e famiglie, a scompigliarne le sorti, o ad arricchirle, oppure distrattamente ignorata. Ma soprattutto il lettore di oggi - e spero che ci sia anche qualche giovane lettore fra costoro - potrà ritrovare il senso profondo della dignità dell'esistere, del bene comune, del decoro di vita e di pensiero, della ragionevole speranza nell'avvenire che contraddistinse a lungo il ceto impiegatizio e la piccola borghesia del nostro Paese, e che ora pare essersi perduto. E che poteva dar luogo - anche se per poco - a momenti profondamente felici: "In quel piccolo grappolo d'anni nella Storia ci sono solo loro, Assunta, Alessandro e il piccolo. Assunta, rassettando e rigovernando di stanza in stanza per casa, canta a gola spiegata romanze d'opera [...] Sandro rientra ogni giorno in casa di corsa, come un giovane uomo baldo e ridente, con un fascio sempre nuovo di "giornaletti" sotto il braccio [...] Sono anni solari, accarezzati da un lieve venticello primaverile, sospesi in una specie di limbo dell'anima, in cui si sta benissimo, prima di essere, ahimè, giudicati e mandati. E', insomma, un caso esemplare di diffrazione epocale: il mondo, che lo si sappia o no, corre, proprio allora, verso il peggio, ma loro tre, proprio allora, sono felici".
Asor Rosa aveva già raccontato ne L'alba di un mondo nuovo (2002) la sua storia di fanciullo a Roma, durante gli anni dal 1933 al 1945; un modo per arricchire la memoria con la sostanza delle cose, dei fatti, delle persone: amati e vissuti con lo stupore e l'ingenuità di un bambino che è al centro della narrazione perché è stato appunto al centro della vita di una famiglia e dei suoi luoghi (l'appartamento, il "casermone", il paese della vacanze...). Il libro si concludeva proprio con l'"alba del mondo nuovo" radiosamente presente nel racconto della festa del primo maggio 1945 al Deposito locomotive di Roma Prenestino - il padre dell'autore era ferroviere -, col canto de L'internazionale e poi con il ballo al suono di melodie popolari: un futuro che si apriva con fondali di luce, con capitali di speranza. La storia di Assunta e di Alessandro si chiude, invece, al presente. Il presente di chi, "fermando" nella scrittura un mondo, o meglio un uomo e una donna, afferma una sua piccola, ma fondamentale verità: "ogni giorno li rivediamo".
Un libro da leggere, davvero, questo. E, a chi non l'avesse ancora letto, consigliamo anche il precedente.Alberto Asor Rosa, L'alba di un mondo nuovo, Einaudi 2002
Alberto Asor Rosa, Assunta e Alessandro, Einaudi 2010.
sabato 30 ottobre 2010
Sarà vero, di Errico Buonanno
Il titolo del libro è "Sarà vero" e il sottotitolo spiega "La menzogna al potere. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia". Tra i casi raccontati dall'autore troviamo mitici personaggi, inquietanti faccende: dagli Illuminati di Baviera ai Savi di Sion, ai Cavalieri del Graal, fino allo smascheramento della creazione di quel Nemico e di quei Complotti che fanno assai comodo a chi vuole destabilizzare ed asservire un popolo.
Il saggio si apre così, con la storia della "Donazione di Costantino": “Vinti i Franchi e gli Alamanni, valicate le Alpi dalla Gallia, sconfitto Massenzio a Ponte Milvio e diventato imperatore, a Flavio Valerio Costantino successe di prendere la lebbra. [...] Benissimo: questo non è mai avvenuto. Non ci fu lebbra, non ci fu miracolo, l’imperatore non pensò mai neppure un momento a cedere al papa le sue terre. Ma è la vicenda che racconta il Constitutum Constantini, e tanto, per ora, potrebbe bastarci. Un falso banale dell’VIII secolo, sfatato da Lorenzo Valla e forse proposto come esercizio retorico, servì da appiglio a ogni pretesa territoriale dei papi. La “Donazione di Costantino” era un fantasma, eppure riuscì in un modo o nell’altro ad attirarsi le ire di Dante e ad incidere sulla Divina Commedia”.
Errico Buonanno, Sarà vero, Einaudi 2009.
Il saggio si apre così, con la storia della "Donazione di Costantino": “Vinti i Franchi e gli Alamanni, valicate le Alpi dalla Gallia, sconfitto Massenzio a Ponte Milvio e diventato imperatore, a Flavio Valerio Costantino successe di prendere la lebbra. [...] Benissimo: questo non è mai avvenuto. Non ci fu lebbra, non ci fu miracolo, l’imperatore non pensò mai neppure un momento a cedere al papa le sue terre. Ma è la vicenda che racconta il Constitutum Constantini, e tanto, per ora, potrebbe bastarci. Un falso banale dell’VIII secolo, sfatato da Lorenzo Valla e forse proposto come esercizio retorico, servì da appiglio a ogni pretesa territoriale dei papi. La “Donazione di Costantino” era un fantasma, eppure riuscì in un modo o nell’altro ad attirarsi le ire di Dante e ad incidere sulla Divina Commedia”.
Errico Buonanno, Sarà vero, Einaudi 2009.
lunedì 4 ottobre 2010
Piccoli vagabondi, di Gianni Rodari
A metà strada tra un racconto mensile del Cuore di De Amicis e la sventura di Oliver Twist sta questo romanzo di Gianni Rodari, pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1981, anno successivo alla morte dello scrittore. I lettori, sia ragazzi che adulti, dovranno tener presente che Rodari scrisse il racconto a puntate per il settimanale Il pioniere nel dopoguerra, ma, successivamente, non scelse mai di pubblicarlo in volume: troppo realista e deamicisiana la la storia? Troppo dichiarato l'intento morale? Troppo assenti l'arguzia e l'ironia che più tardi avrebbero contraddistinto l'opera rodariana? Non lo sappiamo. Ma possiamo leggere con interesse e attenzione gli eventi dei piccoli vagabondi, protagonisti di una storia fondata su elementi di vita vera e vissuta di quegli anni. Il vagabondaggio e la mendicità infantile erano ancora ben presenti in alcune realtà del nostro Paese. “Cari ragazzi, la differenza fra questa storia e un grande romanzo di avventure sta nel fatto che qui tutto è vero, dalla prima parola all’ultima” spiega ai suoi lettori lo stesso Rodari.
Francesco, Domenico e Anna sono tre bambini duramente provati dalla guerra - uno di loro è stato addirittura mutilato a causa dello scoppio di una bomba nascosta sotto il fienile della sua poverissima casa – i quali vengono affidati ad un gruppetto di girovaghi affinché, chiedendo l'elemosina, possano sostenere se stessi e le proprie famiglie. Si tratta di bambini del basso Lazio; ed affettivamente in quegli anni nei poveri paesi del Frusinate non era insolito che fanciulli venissero venduti o affittati per la mendicità in Italia e all'estero. Durante i vagabondaggi attraverso paesi e città, i tre protagonisti conoscono persone disoneste, ma anche gente comprensiva e generosa. Imparano a crescere, insomma, anche se molto dolorosamente e molto faticosamente. L'edizione del 1981 del romanzo reca in appendice due saggi: il primo è un commento di Lucio Lombardo Radice; il secondo una nota di Marcello Argilli. Lombardo Radice, prendendo lo spunto dalla storia di Rodari, prende in considerazione come la "questione meridionale" sia stata parzialmente occultata agli italiani dalla politica ufficiale - ma poi per fortuna raccontata dal cinema, dall'arte, dalla letteratura - a partire dal periodo immediatamente successivo all'Unità, poi durante il regime fascista, fino al 1980, anno di quel devastante terremoto dell'Irpinia che riportò bruscamente alla luce la discussione sulla storia, la società, le condizioni di vita del Meridione italiano. Marcello Argilli analizza invece la particolarità di questo romanzo, l'unico realista di Rodari, che, come già detto, deve la sua fama a geniali e sagaci altre opere di fantasia e di ironia.
Chi non avesse mai letto il libro e voglia farlo ora può trovarlo nell'edizione Einaudi Ragazzi, purtroppo senza i due saggi in appendice e con l'indicazione di lettura "bambini", che ci pare un po' restrittiva e non proprio adeguata. Il romanzo, proprio per le sue implicazioni realistiche, così lontane dall'esperienza di vita dei ragazzi lettori di oggi, può essere proposto fino a tutta l'età della scuola media - anzi si presta bene a una lettura storico critica proprio in quest'età - seguendo in ciò l'indicazione implicita già nella prima edizione: gli Editori Riuniti lo avevano infatti inserito nella Biblioteca Giovani, nella quale erano presenti romanzi sulla Resistenza e addirittura opere di psicologia per adolescenti.
Qui vediamo entrambe le copertine, quella della nuova e quella della precedente edizione.

Gianni Rodari, Piccoli vagabondi, romanzo con commenti e note di Lucio Lombardo Radice e Marcello Argilli, Editori Riuniti (Biblioteca Giovani 11) 1981
Gianni Rodari, Piccoli vagabondi, Einaudi Ragazzi (La Bibioteca di Gianni Rodari 7), 2010.
Francesco, Domenico e Anna sono tre bambini duramente provati dalla guerra - uno di loro è stato addirittura mutilato a causa dello scoppio di una bomba nascosta sotto il fienile della sua poverissima casa – i quali vengono affidati ad un gruppetto di girovaghi affinché, chiedendo l'elemosina, possano sostenere se stessi e le proprie famiglie. Si tratta di bambini del basso Lazio; ed affettivamente in quegli anni nei poveri paesi del Frusinate non era insolito che fanciulli venissero venduti o affittati per la mendicità in Italia e all'estero. Durante i vagabondaggi attraverso paesi e città, i tre protagonisti conoscono persone disoneste, ma anche gente comprensiva e generosa. Imparano a crescere, insomma, anche se molto dolorosamente e molto faticosamente. L'edizione del 1981 del romanzo reca in appendice due saggi: il primo è un commento di Lucio Lombardo Radice; il secondo una nota di Marcello Argilli. Lombardo Radice, prendendo lo spunto dalla storia di Rodari, prende in considerazione come la "questione meridionale" sia stata parzialmente occultata agli italiani dalla politica ufficiale - ma poi per fortuna raccontata dal cinema, dall'arte, dalla letteratura - a partire dal periodo immediatamente successivo all'Unità, poi durante il regime fascista, fino al 1980, anno di quel devastante terremoto dell'Irpinia che riportò bruscamente alla luce la discussione sulla storia, la società, le condizioni di vita del Meridione italiano. Marcello Argilli analizza invece la particolarità di questo romanzo, l'unico realista di Rodari, che, come già detto, deve la sua fama a geniali e sagaci altre opere di fantasia e di ironia.
Chi non avesse mai letto il libro e voglia farlo ora può trovarlo nell'edizione Einaudi Ragazzi, purtroppo senza i due saggi in appendice e con l'indicazione di lettura "bambini", che ci pare un po' restrittiva e non proprio adeguata. Il romanzo, proprio per le sue implicazioni realistiche, così lontane dall'esperienza di vita dei ragazzi lettori di oggi, può essere proposto fino a tutta l'età della scuola media - anzi si presta bene a una lettura storico critica proprio in quest'età - seguendo in ciò l'indicazione implicita già nella prima edizione: gli Editori Riuniti lo avevano infatti inserito nella Biblioteca Giovani, nella quale erano presenti romanzi sulla Resistenza e addirittura opere di psicologia per adolescenti.
Qui vediamo entrambe le copertine, quella della nuova e quella della precedente edizione.


Gianni Rodari, Piccoli vagabondi, romanzo con commenti e note di Lucio Lombardo Radice e Marcello Argilli, Editori Riuniti (Biblioteca Giovani 11) 1981
Gianni Rodari, Piccoli vagabondi, Einaudi Ragazzi (La Bibioteca di Gianni Rodari 7), 2010.
domenica 26 settembre 2010
Un sac de billes, di Joseph Joffo

La prima edizione di questo romanzo vero, che ha viaggiato nel mondo attraverso numerose traduzioni, è del 1973. Anche qui, come ne "Il giorno che cambiò la mia vita" che abbiamo segnalato qualche giorno fa, c'è la storia di un bimbo. E' Joseph, figlio di ebrei russi fuggiti alle persecuzioni dello zar, e vive a Parigi, rue de Clignancourt, XVIII arrondissement. Ama i giochi per strada con il fratello, anche se questi lo vince sempre al gioco delle biglie; ama le serate in famiglia e le storie avventurose della vita del babbo; non ama troppo la scuola, ma la frequenta. Quando un giorno le stelle gialle vengono imposte agli ebrei, quando nel negozio di barbiere del padre e dei fratelli maggiori entrano, anche solo come clienti, le SS, il capofamiglia comprende che si deve fuggire, e, per avere maggiori probabilità di salvezza, fuggire a due a due: prima i fratelli maggiori, poi i due bimbi, poi lui stesso con la moglie. Nel libro seguiremo la storia dei due piccoli ebrei fuggitivi, attraverso la Francia occupata prima, poi nel loro soggiorno nel Midi, controllato da una "leggera" occupazione italiana, infine, dopo gli eventi dell'8 settembre 1943 in Italia, in un sud della Francia pure sottoposto alla dominazione tedesca. Avvenimenti reali che hanno tuttavia il sapore dell'avventura, personaggi amici o minacciosi incontrati sui treni, lungo le strade, nei paesi e nelle campagne e due ragazzini che, nel giorno della Liberazione, si ritrovano uguali negli affetti, cresciuti e maturi nella mente e nel sentimento.
Il romanzo in Italia è pubblicato nella BUR con il titolo "Un sacchetto di biglie"; in Francia da J.C Lattès. Il prezzo è di 7,13 euro per l'edizione italiana; di 5,00 per la francese.
mercoledì 22 settembre 2010
Il giorno che cambiò la mia vita, di Cesare Moisé Finzi

Cesare è un bambino nato nel 1930, un po' gracile e qualche volta pauroso. Vive a Ferrara con i genitori e un fratello. La vita della famiglia è tranquilla ed agiata. Cesare frequenta la scuola, ma ama molto le vacanze, come quelle dell'estate 1938, in montagna, a Folgaria. Proprio lì, una mattina legge sul giornale che è andato ad acquistare per il babbo: INSEGNANTI E STUDENTI EBREI ESCLUSI DALLE SCUOLE GOVERNATIVE E PAREGGIATE. . E' il 3 settembre. Cesare capisce che quella frase riguarda anche lui, che la sua vita cambierà. Così racconta: "A dire il vero non sono mai stato uno scolaro brillante, né ho avuto mai un amore particolare per la scuola, ma veramente non mi sarà più permesso di andarci? Mi si velano gli occhi. Piango? No, forse no, ma quando raggiungo i miei a casa, mi precipito fra le braccia della mamma. I grandi mi si fanno intorno, sbigottiti, frastornati, offesi. Perfino increduli. Leggono e rileggono i titoli, poi tutti gli articoli. Così, papà, che nel maggio 1915 è scappato di casa per arruolarsi nell'esercito italiano e combattere per l'unità d'Italia, non sarebbe più un italiano di tale nome solo perché appartiene a una religione diversa? Cosa c'entra la religione con la cittadinanza?" (p. 27)
Il libro di Cesare Finzi è inserito in una collana per ragazzi dal mitico nome de "Gli anni in tasca" (editore Topipittori di Milano). Ma ne consiglio a tutti la lettura. Non potrà che aiutare a ricordare e molto anche ad adoperarsi affinché mai più un giorno di vacanza divenga per un bambino di otto anni il giorno buio "che cambia la vita".
Una video testimonianza di Cesare Finzi, qui.
lunedì 2 agosto 2010
Non deve accadere, di Anne Holt
"Oggi la morte è l'unica vera notizia per la gente" afferma Joanne, la protagonista del romanzo "Non ricordo chi l'ha detto, ma è vero. La morte è l'eccitazione più estrema, la più esclusiva..."
Qui la morte è delitto, come in ogni giallo. Delitto gratuito, anche. Delitto come antidoto alla noia. E, se Lafcadio ne "I sotterranei del vaticano" commette un assassinio immotivato e gratuito, qui l'assassina elabora e porta a termine addirittura una serie di delitti tanto perfetti che nessuna indagine è in grado di trovare prove tangibili o almeno indizi certi. Così, al contrario di quanto accade di solito, la colpevole, non sappiamo se più intelligente e prudente o più crudele e criminale, rimane libera fino all'ultima pagina. E oltre, perché il finale ci fa temere nuovi crimini e nuove crudeltà. Ci fa tremare dinanzi alla constatazione che la verità è difficile da affermare, talvolta impossibile, e che un efferato colpevole può andare libero e trionfante.
E, infine, per sdrammatizzare un po': a proposito di Jessica Fletcher qualcuno mi ha detto che, considerato che, ovunque ella vada, ci scappa il morto per morte violenta, forse l'assassina è lei stessa. Mah. I colpevoli individuati da Jessica, alla fine confessano tutti quanti. Però: e se un'autore di gialli volesse non solo individuare trame fittizie, ma anche tradurle in realtà?
Anne Holt, "Non deve accadere", Einaudi 2009
Qui la morte è delitto, come in ogni giallo. Delitto gratuito, anche. Delitto come antidoto alla noia. E, se Lafcadio ne "I sotterranei del vaticano" commette un assassinio immotivato e gratuito, qui l'assassina elabora e porta a termine addirittura una serie di delitti tanto perfetti che nessuna indagine è in grado di trovare prove tangibili o almeno indizi certi. Così, al contrario di quanto accade di solito, la colpevole, non sappiamo se più intelligente e prudente o più crudele e criminale, rimane libera fino all'ultima pagina. E oltre, perché il finale ci fa temere nuovi crimini e nuove crudeltà. Ci fa tremare dinanzi alla constatazione che la verità è difficile da affermare, talvolta impossibile, e che un efferato colpevole può andare libero e trionfante.
E, infine, per sdrammatizzare un po': a proposito di Jessica Fletcher qualcuno mi ha detto che, considerato che, ovunque ella vada, ci scappa il morto per morte violenta, forse l'assassina è lei stessa. Mah. I colpevoli individuati da Jessica, alla fine confessano tutti quanti. Però: e se un'autore di gialli volesse non solo individuare trame fittizie, ma anche tradurle in realtà?
Anne Holt, "Non deve accadere", Einaudi 2009
domenica 18 luglio 2010
Niccolò Machiavelli, di Lucio Villari

"Il suo tempo è lontano, ma al nostro appartengono molti problemi che Machiavelli ha vissuto e analizzato; vi appartengono per ragioni culturali, stilistiche e psicologiche prima che genericamente storiche o politiche. Machiavelli viene infatti dal centro del Rinascimento italiano ed europeo, ma la sua orbita è irregolare. Percorre le linee estreme del Rinascimento procedendo con un metodo intellettuale che trova riscontro in alcuni pochi compagni di idee. La sua orbita sfiorerà quelle di altri grandi della sua epoca: Francois Rabelais, Francesco Giucciardini, il più lontano pianeta Michel De Montaigne, la magia poetica di Ludovico Ariosto", così introduce il libro Villari. E questo ritratto di Machiavelli è consigliabile per diversi motivi: il linguaggio scorrevole, la trattazione ed il commento delle opere -anche di quelle che i ricordi scolastici ci han fatto considerare "minori" - del Nostro, la narrazione di umanissimi episodi biografici, l'analisi dell'attività diplomatica di Niccolò. Lontano dai banchi di scuola, lontano dalla fretta e dall'ansia per le interrogazioni e le verifiche al quale il suo nome, per i più, rimane legato, Machiavelli ci parla una linguaggio appassionato ed attuale; come in questo passo dei "Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio": - Sono infami e detestabili gli uomini [...] dissipatori de' regni e delle repubbliche, inimici delle virtù e delle lettere e d'ogni altra arte che arrechi utilità e onore all'umana generazione -.
Lucio Villari, Niccolò Machiavelli. Storia di un intellettuale "italiano" in un'Italia dilaniata e divisa, Piemme 2003.
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