"Oggi la morte è l'unica vera notizia per la gente" afferma Joanne, la protagonista del romanzo "Non ricordo chi l'ha detto, ma è vero. La morte è l'eccitazione più estrema, la più esclusiva..."
Qui la morte è delitto, come in ogni giallo. Delitto gratuito, anche. Delitto come antidoto alla noia. E, se Lafcadio ne "I sotterranei del vaticano" commette un assassinio immotivato e gratuito, qui l'assassina elabora e porta a termine addirittura una serie di delitti tanto perfetti che nessuna indagine è in grado di trovare prove tangibili o almeno indizi certi. Così, al contrario di quanto accade di solito, la colpevole, non sappiamo se più intelligente e prudente o più crudele e criminale, rimane libera fino all'ultima pagina. E oltre, perché il finale ci fa temere nuovi crimini e nuove crudeltà. Ci fa tremare dinanzi alla constatazione che la verità è difficile da affermare, talvolta impossibile, e che un efferato colpevole può andare libero e trionfante.
E, infine, per sdrammatizzare un po': a proposito di Jessica Fletcher qualcuno mi ha detto che, considerato che, ovunque ella vada, ci scappa il morto per morte violenta, forse l'assassina è lei stessa. Mah. I colpevoli individuati da Jessica, alla fine confessano tutti quanti. Però: e se un'autore di gialli volesse non solo individuare trame fittizie, ma anche tradurle in realtà?
Anne Holt, "Non deve accadere", Einaudi 2009
lunedì 2 agosto 2010
domenica 18 luglio 2010
Niccolò Machiavelli, di Lucio Villari

"Il suo tempo è lontano, ma al nostro appartengono molti problemi che Machiavelli ha vissuto e analizzato; vi appartengono per ragioni culturali, stilistiche e psicologiche prima che genericamente storiche o politiche. Machiavelli viene infatti dal centro del Rinascimento italiano ed europeo, ma la sua orbita è irregolare. Percorre le linee estreme del Rinascimento procedendo con un metodo intellettuale che trova riscontro in alcuni pochi compagni di idee. La sua orbita sfiorerà quelle di altri grandi della sua epoca: Francois Rabelais, Francesco Giucciardini, il più lontano pianeta Michel De Montaigne, la magia poetica di Ludovico Ariosto", così introduce il libro Villari. E questo ritratto di Machiavelli è consigliabile per diversi motivi: il linguaggio scorrevole, la trattazione ed il commento delle opere -anche di quelle che i ricordi scolastici ci han fatto considerare "minori" - del Nostro, la narrazione di umanissimi episodi biografici, l'analisi dell'attività diplomatica di Niccolò. Lontano dai banchi di scuola, lontano dalla fretta e dall'ansia per le interrogazioni e le verifiche al quale il suo nome, per i più, rimane legato, Machiavelli ci parla una linguaggio appassionato ed attuale; come in questo passo dei "Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio": - Sono infami e detestabili gli uomini [...] dissipatori de' regni e delle repubbliche, inimici delle virtù e delle lettere e d'ogni altra arte che arrechi utilità e onore all'umana generazione -.
Lucio Villari, Niccolò Machiavelli. Storia di un intellettuale "italiano" in un'Italia dilaniata e divisa, Piemme 2003.
martedì 29 giugno 2010
2022 destinazione Corno d’Africa, di Maurilio Riva. Recensione di Francesco Omodeo Zorini
Maurilio Riva, ci conferma che oggi, quantunque le luci sembrino spente, è ancora più che mai tempo di racconto e di storia. Il passato si può riaprire, sia un passato di famiglia sia il passato dell’umanità, ché, quasi sempre, hanno più di un punto di contatto, o, per meglio dire, tendono a specchiarsi e a chiarirsi l’un l’altro. Sì, si può riaprire il passato, pergamena nella bottiglia; basta stapparla. La vita come acqua di un fiume di presenze riempie ogni vuoto d’insaputo, di non detto, di rimasto in ombra inchiavardato in soffitta o in fondo allo stipo.
La lingua batte dove il dente duole. Noi storici indy-free-lance che ci incaponiamo a far scaturire il racconto dalla storia e la storia dal racconto, da decenni ci misuriamo attorno a questo assunto cruciale. Dice bene Sandro Portelli, quando afferma che “il contrario di un romanzo è solo un romanzo fatto in un altro modo” e che “un romanzo non è necessariamente raccontare una storia inventata”. E, di rimando, si potrebbe aggiungere che chi racconta in cerca di verità sa che la vita non ha né trama né senso e che la storia non è, non è necessariamente racconto.
Rino Riva sembra tenersi sospeso tra i due dettami e in forza di uno stato di neutralità teorica, ma di partecipazione affettiva coinvolta e coinvolgente, riesce a impaginare una narrazione convincente. La colloca in un tempo a venire, sicché aprire il passato fa dischiudere simultaneamente il futuro, e in tal modo par di assaporare, per paradosso, memoria di futuro alimentata da attesa del passato.
Nonno Ri(no?)ri(va?), con accanto la “terza nonna” Graziana sepolto in meditazione e in adorazione del nipote Augusto nella casetta foderata di libri e quadri sul naviglio, consegna post mortem proprio a lui, la missione, a lungo accarezzata, di ripercorrere il viaggio di suo padre Luca, bisnonno di Augusto, compiuto nel 1935, firmaiolo aviere nella guerra coloniale fascista d’Abissinia, insieme ad altri due milioni di connazionali.
Per mezzo e in virtù di una mappa del Corno d’Africa (ramid in lingua Afer radice, culla dell’umanità), da sè medesimo per culto pazientemente cartografata e disegnata, nonno Riri si fa tracciatore di piste, ufficiale di rotta, diviene maestro di transito al pellegrinaggio iniziatico del ventiquattrenne nipote. Missione posticipata in un fantastorico 2022, allorché il novello Telemaco – sulle tracce dei passi perduti del bisavolo quasi a metabolizzarne il lutto e con intenzione di risarcimento scaravoltando lo scopo del viaggio – avrà la stessa età che aveva costui nell’intraprendere l’avventura di Faccetta nera.
Granbel modo di fare Storia e insieme racconto a tre livelli di scrittura, sovrimpressi e intrecciati: quello di due-tre vite prima di Luca, alter ego del sergente Luciano Riva, (per puntiglio filologico reso in corsivo ornato nel testo!) portato alla stampa da lettere, cartoline snidate dall’armadio a muro e annotazioni e fotografie – “i dagherrotipi del bisavolo” – scattate ad Harar, Neghelli, Gorrahei, Borana. Un secondo livello di scrittura è quello messo in bocca al migrante del futuro e poi c’è quello dell’autore presente, effettivo protagonista di Destinazione Corno d’Africa nel 2009, quasi reporter affiancato a missioni umanitarie di aiuto alle popolazioni più oppresse del globo. Ad “Acqua per la vita onlus” volontari di Alba, da notare, vanno i diritti d’autore del libro. Suoi gli incontri d’amicizia sul “Bisagno”, cargo che lo conduce a Gibuti, con l’archeologa franco-marocchina esperta di architetture rupestri copte (la cui “avvenente e cordiale giovinezza” dà il la alla stesura del libro) e con il franco-algerino (entrambi sangue misto, alla faccia di chi si ostina a deprecare l’ineluttabilità di una società multiculturale e interetnica) affiliato a Medici senza frontiere. Schizzato carboncino il ritratto di don Lorenzo, prete operaio figlio di un comunista della Falk di Sesto San Giovanni, in missione tra i Galla, nella terra delle “genti del mattino”.
Percorso a ritroso della memoria mentre il bordereau di viaggio si dipana in avanti. Comprimendo e dilatando il tempo si fa esplodere lo spazio, spazio d’esplorazione del continente africano umiliato e offeso, devastato, cancellato, e dei suoi abitanti, e dei loro desolanti problemi di sopravvivenza. Spazio irredento inconciliato inespiato.
Ammirevole coraggio dell’A. d’immaginare il futuro, di trasporlo nella carta, di presumere di volersene fare gli affari. Backstage di un’epoca ventura con un Papa cinese succeduto al Papa Nero, banditore di un Vaticano III all’insegna della rigorosa inflessibile uguaglianza evangelica. Eppure mondo di suprematismo neoliberista feroce, che spregna mostri, ormai in bilico sull’estremo lembo del piano inclinato dello sprofondo, guerre multiple persistenti, accaparrazione e uso criminale delle risorse, cicli naturali ed economici stravolti, espilazione della ricchezza e esasperazione della disuguaglianza, caldere di crateri sociali in eruzione, ma nello stesso tempo universo creolo, metecio, a partire dalla famiglia del protagonista, giacché Augusto Cervantes navigatore, generato da esiliato sudamericano, appartiene già lui alla generazione meticcia dell’agire hic et nunc, nelle cui mani – messaggio di speranza e fiducia – è il futuro. O tragicamente non sarà. Come dire: purché tutto ritorni al futuro.
Una prova, questa di Riva, che oltrepassa la pur notevole precedente ardua impresa di confronto a distanza e di incontro ravvicinato tra il partigiano vergantino sui generis Tito e Fenoglio-Johnny, e che, adottando, percosidire, l’identico schema tripartito, si presenta con maggior leggibilità e attrattività e, a gusto e giudizio di chi scrive, è decisamente meglio riuscita. Ci sono passaggi lungo tragitti memoriali denfatizzati con corollari di deviazioni possibili e mai realizzate, di incontri ed eventi, di strade e soste in luoghi dell’infanzia, in canzoni della giovinezza, giochi di sguardi, di nostalgie e gioie minute, offerti in palmo di mano con cortesia antica, nel cellofan di uno schermo protettivo pedagogico di tenerezza. Il futuro, dicono, è come un neonato.
E’ un libro di poeti e scrittori a fare da contraltare letterario, ci informa il risvolto di copertina. Rimbaud, innanzi tutto: il poeta calatosi due volte all’enfer e per due volte risalito a favoleggiarlo con la propria cetra. I classici sono enzimi che circolano nel nostro sangue e ancora i loro versi risuonano nelle nostre parole e ne animano le immagini mentali. Autodidatta di qualità, Maurilio Riva, non desiste dal disseminare la sua opera di riferimenti didascalici, storici, sociologici, economici, geografici (ab ovo: da Pangea-Panthalassa tutta terra-tutto mare del giorno della creazione…) che gli vengono dalla smisurata passione per le buone letture, perché crescere è leggere, e dalla solida formazione politica e sindacale. Sgrana dati, chiosa, apre parentesi, pone in calce note biografiche.
Ha dell’altro in serbo, ci fa sapere, l’A., e rimaniamo compiaciuti in attesa.
(F.O.Z) 19 maggio 2010
MAURILIO RIVA, 2022 destinazione Corno d’Africa, Milano, Libribianchi, 2010, pp. 338, € 18.00.
mercoledì 23 giugno 2010
Il ragazzo è impegnato a crescere, di Roberto Denti

Un'infanzia vissuta tra la fine degli anni Venti e quella degli anni Trenta non è molto diversa da un'infanzia vissuta negli anni Cinquanta - fatte salve le differenti condizioni politico sociali dell'Italia e di conseguenza il diverso stato d'animo delle persone nel considerare la propria vita ed il mondo circostante. Me lo ha svelato questo bel libro di Roberto Denti, il quale, oltre che scrittore, è il fondatore della Libreria dei Ragazzi di Milano, un punto di riferimento sicuro per tutti coloro che si occupano di letture per bambini, ragazzi, adolescenti.
La lettura di questo suo racconto autobiografico sarà bella per gli adulti, ai quali ricorderà la propria infanzia, ma lo sarà ancora di più per i ragazzini, ai quali farà scoprire momenti di vita quotidiana così lontani da sembrar loro perfino avventurosi. Penso di non sbagliare ipotizzando addirittura che in un bambino di oggi la lettura de “Il ragazzo è impegnato a crescere” potrà suscitare gli stessi stati d’animo e lo stesso stupore che suscita la lettura delle avventure di Pinocchio o di quelle di Giamburrasca: innocenza e stupore, marachelle e punizioni, cose dolci e buone come la liquirizia e la marmellata e cose nauseabonde come l’olio di fegato di merluzzo.
E appunto su quest’ultimo eccovi quello che si legge a pag. 14:
- Un ricordo sgradevole dei miei anni di scuola elementare è dovuto al ritorno a casa per il pasto del mezzogiorno, prima del quale dovevo bere un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, una medicina oleosa dal sapore nauseante. L’aveva ordinato il medico perché ero un bambino considerato “linfatico” cioè avevo certe ghiandole del collo che funzionavano male. Versavo dalla bottiglia sempre unta la dose di olio di fegato di merluzzo nel cucchiaio e ingoiavo con grande senso di schifo. Quando il cucchiaio era vuoto, lo infilavo nella cenere del camino e mangiavo due spicchi di mandarino per “pulirmi la bocca”. -
Roberto Denti, Il ragazzo è impegnato a crescere, Edizioni Topipittori 2009, Collana “gli anni in tasca” [la collana,che prende il nome dall'omonimo film di Truffaut, racconta storie vere di bambini e ragazzi attraverso voci adulte che non hanno perso l'incanto], pagg. 103, euro 10,00.
PS: e l’olio di ricino era ancora peggio...
(C)Eleonora Bellini
venerdì 23 aprile 2010
25 aprile , Festa della Liberazione

25 aprile 2008
Per i sopravvissuti che la notte
rivivono gli incendi dei paesi,
per i fucilati caduti sui monti
o nelle piazze, per gli scampati
nascosti nelle viscere nere dei camini,
per chi il giorno della strage
incontrò una donna e prese
un'altra via - lo ricorda
oggi come miracolo di pianto -
questo è il giorno della festa
(nel tempo dell'uomo, relativo,
per un mattino chi è morto torna vivo,
appare in un corteo, svolta
dietro l'angolo, salta
una transenna, si perde
come il pensiero dentro un'emozione)
"festa d'aprile", passi sulla strada,
musica e bandiere: minoranze
in marcia. Si ode
il battito d'ali della dignità.
Eleonora Bellini
Borgo Ticino, 25 aprile 2008
***
25 aprile 2010
Bandire Bella ciao dal corteo
della festa di Liberazione: questo
ci propone l’arricchito Nord Est
che ignora i suoi suicidi.
Beato chi non vede questo tempo,
le orme dei padri cancellate, l’Italia
triste, le speranze strangolate.
[E come potremmo noi cantare
con il piede padano sopra il cuore?
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore?]
Della festa d’aprile rimangono
i peschi fioriti nei giardini, il fiore
del taràssaco sul ciglio delle strade.
Ma a Milano non si pianteranno più alberi.
Eleonora Bellini
Borgo Ticino, 22 aprile 2010
martedì 13 aprile 2010
Fleurs d'avril di André Lemoyne
Le bouvreuil a sifflé dans l’aubépine blanche ;
Les ramiers, deux à deux, ont au loin roucoulé,
Et les petits muguets, qui sous bois ont perlé,
Embaument les ravins où bleuit la pervenche.
Sous les vieux hêtres verts, dans un frais demi-jour,
Les heureux de vingt ans, les mains entrelacées,
Echangent, tout rêveurs, des trésors de pensées
Dans un mystérieux et long baiser d’amour.
Les beaux enfants naïfs, trop ingénus encore
Pour comprendre la vie et ses enchantements,
Sont émus en plein cœur de chauds pressentiments,
Comme aux rayons d’avril les fleurs avant d’éclore.
Et l’homme ancien qui songe aux printemps d’autrefois,
Oubliant pour un jour le nombre des années,
écoute la voix d’or des heures fortunées
Et va silencieux en pleurant sous les bois.
Les ramiers, deux à deux, ont au loin roucoulé,
Et les petits muguets, qui sous bois ont perlé,
Embaument les ravins où bleuit la pervenche.
Sous les vieux hêtres verts, dans un frais demi-jour,
Les heureux de vingt ans, les mains entrelacées,
Echangent, tout rêveurs, des trésors de pensées
Dans un mystérieux et long baiser d’amour.
Les beaux enfants naïfs, trop ingénus encore
Pour comprendre la vie et ses enchantements,
Sont émus en plein cœur de chauds pressentiments,
Comme aux rayons d’avril les fleurs avant d’éclore.
Et l’homme ancien qui songe aux printemps d’autrefois,
Oubliant pour un jour le nombre des années,
écoute la voix d’or des heures fortunées
Et va silencieux en pleurant sous les bois.
lunedì 22 marzo 2010
Lungo messaggio chiuso in bottiglia
Lungo messaggio chiuso in bottiglia
da stappare o da perdere nel mare
Caro ignoto lettore e resistente
ci tocca forse attendere
in colpevole silenzio che trascorra
pure la presente vergogna
e che ancora trionfino le orde
dei barbari - però che non sia offesa
ai criniti nomadi invasori del già morente
romano impero: furono meritevoli spazzini
come le formiche e le iene sui cadaveri -.
Altri e più perfidi sono i nostri barbari.
E’ giusto restare qui ad attendere
che il presente degrado si sfarini,
attendere resistendo in dignità,
lodando la certezza
delle leggi e ribadendo inerme la ragione?
Vide innumerevoli orrori il Novecento
e toccò il fondo: testimoni
uomini e donne tornati al loro nulla.
E al nulla si portarono speranze,
rimasugli lasciandone al futuro.
Noi - i futuri - coltiviamo
capannoni, hangar, centri commerciali.
Al futuro mandiamo polluzioni
(nel senso francese di inquinanti).
Veneriamo
quei beni posseduti ed esibiti
che, marchiando l’uomo,
modellano il suo essere e il suo nulla.
La domenica nei piccoli paesi è usanza
per molti andare a messa. E la sostanza
dell’uso sta tutta nell’andare, infatti
sfilano verso il tempio sfavillanti
automobili di lusso, minacciosi
SUV e poi ne fan ritorno. Processione
di gas per quella santa e salda
e metallica fede esibita come arma
- o scudo. La carne umana, invece,
è debole, precaria,
cresce, ama, gioisce, cede, decade.
Non si lustra con un panno e una pomata.
Stiamo varcando il confine di un inverno
che ha ucciso le mimose, ma fra poco,
sciolta l’ultima tardiva neve,
torneranno le primule e i narcisi.
Spunteranno le più anonime
ed umili erbe nelle crepe
dell’onnipotente asfalto, dell’onnipresente
cemento, e le ostinate foglie
nuove sopra gli alberi
respireranno anche per noi.
Ed è superfluo dire che non torneranno
invece gli uomini e le donne
perdutisi nel nulla, non risorgeranno
poeti e resistenti
(anche solo per loro noi vorremmo
avverarsi la menzogna dei sepolcri squarciati
e della pasqua).
S’annuncia invece
il nuovo conflitto elettorale - quella che era
festa di volontà popolare
ora è conflitto, rantolo di patria sgretolata -.
Chi ci darà soccorso? Forse
dovrà arrivare qualcuno da lontano?
Senza diritti
nei campi del sud si curvano i migranti,
subiscono la stessa violenza delle zolle
che zappavano
gli antichi braccianti venduti ai bastimenti.
Chi più ricorda quel passato di sogni e di miserie?
E chi ne racconta le storie ai suoi bambini?
Chi vede nei nuovi migranti quelle stesse
promesse, quelle stesse mute nostalgie?
Caro ignoto lettore e resistente,
sto esaurendo perfino le domande
e mi congedo:
di questa carta ho fin troppo approfittato.
Se non ti garba, affida la mia lettera,
che invero è più uno sfogo,
al fuoco (ti basta un accendino) o abbandonala
all’acqua (e qui basta un tombino).
Sia chiaro e lieve almeno a te ogni sole.
Vale, amico, nel tuo giorno vale.
21 marzo 2010, giornata mondiale della poesia/ giornata mondiale contro il razzismo
Eleonora Bellini
da stappare o da perdere nel mare
Caro ignoto lettore e resistente
ci tocca forse attendere
in colpevole silenzio che trascorra
pure la presente vergogna
e che ancora trionfino le orde
dei barbari - però che non sia offesa
ai criniti nomadi invasori del già morente
romano impero: furono meritevoli spazzini
come le formiche e le iene sui cadaveri -.
Altri e più perfidi sono i nostri barbari.
E’ giusto restare qui ad attendere
che il presente degrado si sfarini,
attendere resistendo in dignità,
lodando la certezza
delle leggi e ribadendo inerme la ragione?
Vide innumerevoli orrori il Novecento
e toccò il fondo: testimoni
uomini e donne tornati al loro nulla.
E al nulla si portarono speranze,
rimasugli lasciandone al futuro.
Noi - i futuri - coltiviamo
capannoni, hangar, centri commerciali.
Al futuro mandiamo polluzioni
(nel senso francese di inquinanti).
Veneriamo
quei beni posseduti ed esibiti
che, marchiando l’uomo,
modellano il suo essere e il suo nulla.
La domenica nei piccoli paesi è usanza
per molti andare a messa. E la sostanza
dell’uso sta tutta nell’andare, infatti
sfilano verso il tempio sfavillanti
automobili di lusso, minacciosi
SUV e poi ne fan ritorno. Processione
di gas per quella santa e salda
e metallica fede esibita come arma
- o scudo. La carne umana, invece,
è debole, precaria,
cresce, ama, gioisce, cede, decade.
Non si lustra con un panno e una pomata.
Stiamo varcando il confine di un inverno
che ha ucciso le mimose, ma fra poco,
sciolta l’ultima tardiva neve,
torneranno le primule e i narcisi.
Spunteranno le più anonime
ed umili erbe nelle crepe
dell’onnipotente asfalto, dell’onnipresente
cemento, e le ostinate foglie
nuove sopra gli alberi
respireranno anche per noi.
Ed è superfluo dire che non torneranno
invece gli uomini e le donne
perdutisi nel nulla, non risorgeranno
poeti e resistenti
(anche solo per loro noi vorremmo
avverarsi la menzogna dei sepolcri squarciati
e della pasqua).
S’annuncia invece
il nuovo conflitto elettorale - quella che era
festa di volontà popolare
ora è conflitto, rantolo di patria sgretolata -.
Chi ci darà soccorso? Forse
dovrà arrivare qualcuno da lontano?
Senza diritti
nei campi del sud si curvano i migranti,
subiscono la stessa violenza delle zolle
che zappavano
gli antichi braccianti venduti ai bastimenti.
Chi più ricorda quel passato di sogni e di miserie?
E chi ne racconta le storie ai suoi bambini?
Chi vede nei nuovi migranti quelle stesse
promesse, quelle stesse mute nostalgie?
Caro ignoto lettore e resistente,
sto esaurendo perfino le domande
e mi congedo:
di questa carta ho fin troppo approfittato.
Se non ti garba, affida la mia lettera,
che invero è più uno sfogo,
al fuoco (ti basta un accendino) o abbandonala
all’acqua (e qui basta un tombino).
Sia chiaro e lieve almeno a te ogni sole.
Vale, amico, nel tuo giorno vale.
21 marzo 2010, giornata mondiale della poesia/ giornata mondiale contro il razzismo
Eleonora Bellini
lunedì 8 marzo 2010
Il gioco delle rondini, di Zeina Abirached
Il gioco delle rondini è un romanzo autobiografico a fumetti ambientato a Beirut, città divisa dalla guerra, nel 1984. Su di un muro si legge: "Mourir, partir, revenir c'est le jeu des hirondelles. Florian". Gli abitanti di un condominio minacciato dal bombardamento si riuniscono tutti nell'appartamento di Zeina, ritenuto il punto più sicuro dell'intero edificio. Ma a casa ci sono solo lei e il fratellino; i genitori sono andati dalla nonna e ora non potranno tornare tanto presto. In una città divisa dalla guerra non conta la distanza, breve, ma l'intesità del fuoco, crudele, e il pericolo per la vita. Nel racconto ci sono anche le cose di tutti i giorni, la verdura preziosa, l'acqua scarsa, i ricordi e le feste di famiglia, la storia di Cyrano che il babbo legge ai figlioletti tra un trasloco e l'altro.
"Il gioco delle rondini. Morire partire tornare" di Zeina Abirached, Ed. Becco Giallo 2009.
"Il gioco delle rondini. Morire partire tornare" di Zeina Abirached, Ed. Becco Giallo 2009.
giovedì 18 febbraio 2010
Amore e speranza, di Gian Luigi e Julia Banfi. Recensione di Francesco Omodeo Zorini
Mi è presente la sera alla Triennale di Milano quando nell’aula gremita all’inverosimile, stretto tra due autentici “giganti” di un parterre intellettuale di prim’ordine quali Vincenzo Consolo e il mio concittadino Vittorio Gregotti, ascoltavo Giuliano Banfi presentare con pudore e commozione questo piccolo grande libro. Vinto l’incomprimibile impulso affettivo di rimozione, senza dribblare i sentimenti, annunciava d’essersi risoluto a dare alle stampe il carteggio di intima e trepidante tenerezza, intercorso tra i suoi genitori, Julia Bertolotti e Giangio. Corrispondenza, seppur in senso letterale, mai come in questo caso “d’amorosi sensi” e, insieme pathos di speranza, allorché quest’ultimo si trovava internato a San Vittore e poi al campo di concentramento di Fossoli, nel lasso temporale che, per esattezza, va dal 9 aprile al 4 agosto 1944. Il percorso di morte di Giangio si consumerà nelle tappe della traduzione a Bolzano e definitivamente a Mauthausen, nel cui sottocampo di Gusen II si spegnerà all’alba della liberazione il 10 aprile 1945.
Un epistolario di 87 messaggi: “Toi et moi”. Bigliettini fitti fitti di microscopica grafia filiforme, ripiegati a strisce sottili come appunti proibiti di studenti per il compito in classe. Pizzini clandestini scambiati in manciate di attimi tra ansia e sgomento, negli intermittenti contatti strappati al destino. Epistolario di straordinaria completezza giacché, al momento della spedizione in Germania, a premonizione forse del definitivo congedo, Giangio ha la prontezza di mettere in salvo, facendoli scivolare tra le mani di quell’adorata moglie, di superiore intelligenza e bergmaniano charme, tanto amata fin dall’acerbezza adolescenziale, quelli da lei ricevuti.
Se l’averli conservati si deve al culto di risarcimento dell’assenza, dapprima di Julia e poi della famiglia, ora il renderli pubblici è merito della consapevolezza civile di tradurli in testimonianza da condividere per farne vero riconoscimento e renderne vera riconoscenza a chi ha sofferto l’atrocità estrema per la libertà di noi tutti, in un tempo ormai lontano eppure mai passato. La morte non è non essere più, ma essere ancora, nella memoria e nella considerazione degli altri. Operazione di conoscenza, preziosa e necessaria, che ci sottopone uno spaccato inusuale della cospirazione antifascista, della tragedia della deportazione e dei suoi protagonisti dall’esistenza sinistrata e perigliosa nella Milano occupata dai tedeschi. Quando ci volevano cinquecentomila euri odierni per riscattare la vita di un antifascista destinato all’eliminazione.
Missive d’amore intenso, di passione accesa e di delicata vicendevole cura che, pur nella fuggevole apprensività della penna e nella forzosa cripticità, sono anche d’inestimabile valore culturale e tangenzialmente politico, e non soltanto morale ed affettivo, perché riflettono la comunione d’intenti e di progettualità di due lucidi intellettuali travolti dalla guerra.
L’architetto Gian Luigi Banfi, fratello di Arialdo, è un brillante intellettuale trentaquattrenne affermato professionista, “spavaldo e colto” nel pieno delle facoltà creative. Nel 1932 ha fondato con Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers lo storico studio di architettura urbanistica BBPR. Nel 1942 stringe legami con il partito d’azione e si dedica intensamente all’attività cospirativa nel movimento “Giustizia e Libertà” dei federalisti europei Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, di Riccardo Lombardi, Leopoldo Gasparotto, Brenno Cavallari, Arturo Martinelli, Peppino Pugliesi. Il 21 marzo 1944 è arrestato con Lodo Belgiojoso, l’amico di sempre. Vengono condannati senza processo alla deportazione per spionaggio e distribuzione di stampa clandestina. Lodo, smistato a Gusen I, avrà la fortuna di far ritorno e di darci testimonianza, specie in Notte, nebbia e Frammenti di una vita, insieme ad Aldo Carpi in Diario di Gusen, delle ultime stazioni del calvario di Giangio. Mi sia consentito, a proposito di Belgiojoso, notare come la rivista del nostro Istituto“Ieri Novara oggi” (5/1981) si sia potuta fregiare, a corredo del Diario da un lager di Enrico Piccaluga e Otello Vecchio, dei clichés di suoi disegni originali dal campo di Gusen, della serie di quelli raffigurati in questo libro.
Julia si è laureata in lettere con un taglio estetico figurativo, allieva di Rogers, Antonio Banfi ed Enzo Paci, fenomenologi husserliani. E’ entrata nell’entourage di Gillo Dorfles, Raffaele De Grada, Gio Ponti e Vittorio Sereni. Ha lavorato a “Domus” occupandosi di design, grafica, architettura. Sposatisi nel 1939, l’anno successivo ha messo al mondo Giuliano. La sua poliedrica formazione la porta ad interagire con ottica autonoma in dialettica complementare con Giangio. Un sodalizio di vita e di lavoro traumaticamente interrotto. Da quando Giangio è stato razziato per la Germania ella tiene un diario fino al marzo ’45, qui pubblicato in appendice alle lettere, in cui ce la mette tutta per tenere la barra a dritta.
Grazie alla “puntigliosa sollecitazione di Susanna Sala Massari che ha compiuto un difficile lavoro, non solo di lettura, decrittazione, trascrizione, datazione, ma anche di identificazione di tutte le persone che sono citate in modo assai prudente per il pericolo di intercettazioni” nelle postille alle lettere è ospitata la folta galleria dei personaggi dell’intelligentia, dell’imprenditoria e dell’antifascismo dei ceti emergenti quando Milano era a pieno titolo “capitale della Resistenza”.
Dal parergo di Maria Vittoria Capitanucci si evince infine una puntuale sistematizzazione del contesto specialistico in cui operano i protagonisti. Caratterizzato dalla dimensione civile che si stanno dando questi architetti, dall’apporto collegiale come principio metodologico, dalla matrice razionalistica proiettata alla libertà innovativa fondata sull’analisi del territorio per la pianificazione urbanistica guardando a Le Corbusier. Dall’autonomia espressiva tesa al superamento dei vincoli più schematici delle strettoie della scuola di provenienza alimentata dalla modernità di regime, dal tema pervasivo dell’abitare in cui ci si imbatte nella personalità eclettica di Adriano Olivetti.
Avamposti culturali di una “generazione tradita” che hanno cementato l’antifascismo nel pensiero e nell’azione, proseguendo negli anni della ricostruzione l’impegno ispirato ai Congrés Internationaux d’Architecture Moderne. Ai principi radicati sia nei contenuti sociali e culturali dell’esperienza sia nella memoria storica, per la disarticolazione della città monocentrica e nella contestazione dello “sfruttamento delle aree a vantaggio di pochi e contro il benessere collettivo”. Ma per fare ancora un po’ di quella malvoluta memoria storica, della quale oggi par bellamente si voglia fare a meno, un nome ancora dei sodali di Julissa e Giangio, desidero spendere. Quello dell’architetto Giuseppe Pagano, passato da Villa Triste della Banda Koch di sadici tossici come Valenti e Ferida, anche lui a Fossoli e poi a Mauthausen, dove lascia la vita sotto il bastone di un guardiano il 22 aprile 1945. (Francesco Omodeo Zorini)
GIAN LUIGI e JULIA BANFI, Amore e speranza. Corrispondenza tra Julia e Giangio dal campo di Fossoli aprile-luglio 1944, a cura di Susanna Sala Massari, prefazione di Vittorio Gregotti, postfazione di Maria Vittoria Capitanucci, Milano, Archinto, 2009, pp. 205, € 18.00.
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sabato 6 febbraio 2010
Due romanzi sul genocidio degli Armeni
Le rose di Ester di AHNERT MARGARET AJEMIAN e Le stanze di lavanda di ONDINE KHAYAT sono entrambi romanzi che trattano il tema del genocidio degli Armeni, consumatosi in Turchia all'inizio del secolo scorso. Li accomuna anche l'essere narrazioni scritte da figlie e nipoti di donne che, ancora ragazzine, furono testimoni e vittime della persecuzione.
Ester, la protagonista del primo libro, è solo una fanciulla quando è costretta ad intraprendere una lunga marcia di deportazione durante la quale vede morire gran parte della sua famiglia ed innumerevoli suoi correligionari. Costretta a sposare un turco, non si adatta alla nuova vita a cui è costretta e fugge da lui per trovare una nuova patria in America.
Louise, la protagonista de Le stanze di lavanda appartiene ad una facoltosa famiglia armena: il nonno è imprenditore e banchiere, benefattore e fondatore di scuole ed istituzioni di assistenza nella sua città nonché in relazione con influenti membri del parlamento turco. Ma ciò non basta a risparmiare la famiglia dalla persecuzione e dall'eccidio. Solo Louise e la sorellina Marie, pur stremate da una lunga deportazione, sopravvivono. Ma il trauma della persecuzione subita le accompagnerà durante tutto il resto della vita, fino all'età adulta e addirittura alla vecchiaia: orrore perdurante anche nei momenti sereni.
Due letture che si raccomandano, anche perché nel nostro Paese le vicende del popolo Armeno sono ancora poco note. Peccato soltanto che si riscontrino nei libri refusi e défaillances di traduzione più di quanto ci si attenderebbe.
AHNERT MARGARET AJEMIAN, LE ROSE DI ESTER. UNA MADRE RACCONTA IL GENOCIDIO ARMENO, RIZZOLI
ONDINE KHAYAL, LE STANZE DI LAVANDA. IL ROMANZO DI UN'INFANZIA ARMENA, PIEMME.
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