giovedì 18 febbraio 2010

Amore e speranza, di Gian Luigi e Julia Banfi. Recensione di Francesco Omodeo Zorini

Mi è presente la sera alla Triennale di Milano quando nell’aula gremita all’inverosimile, stretto tra due autentici “giganti” di un parterre intellettuale di prim’ordine quali Vincenzo Consolo e il mio concittadino Vittorio Gregotti, ascoltavo Giuliano Banfi presentare con pudore e commozione questo piccolo grande libro. Vinto l’incomprimibile impulso affettivo di rimozione, senza dribblare i sentimenti, annunciava d’essersi risoluto a dare alle stampe il carteggio di intima e trepidante tenerezza, intercorso tra i suoi genitori, Julia Bertolotti e Giangio. Corrispondenza, seppur in senso letterale, mai come in questo caso “d’amorosi sensi” e, insieme pathos di speranza, allorché quest’ultimo si trovava internato a San Vittore e poi al campo di concentramento di Fossoli, nel lasso temporale che, per esattezza, va dal 9 aprile al 4 agosto 1944. Il percorso di morte di Giangio si consumerà nelle tappe della traduzione a Bolzano e definitivamente a Mauthausen, nel cui sottocampo di Gusen II si spegnerà all’alba della liberazione il 10 aprile 1945.
Un epistolario di 87 messaggi: “Toi et moi”. Bigliettini fitti fitti di microscopica grafia filiforme, ripiegati a strisce sottili come appunti proibiti di studenti per il compito in classe. Pizzini clandestini scambiati in manciate di attimi tra ansia e sgomento, negli intermittenti contatti strappati al destino. Epistolario di straordinaria completezza giacché, al momento della spedizione in Germania, a premonizione forse del definitivo congedo, Giangio ha la prontezza di mettere in salvo, facendoli scivolare tra le mani di quell’adorata moglie, di superiore intelligenza e bergmaniano charme, tanto amata fin dall’acerbezza adolescenziale, quelli da lei ricevuti.
Se l’averli conservati si deve al culto di risarcimento dell’assenza, dapprima di Julia e poi della famiglia, ora il renderli pubblici è merito della consapevolezza civile di tradurli in testimonianza da condividere per farne vero riconoscimento e renderne vera riconoscenza a chi ha sofferto l’atrocità estrema per la libertà di noi tutti, in un tempo ormai lontano eppure mai passato. La morte non è non essere più, ma essere ancora, nella memoria e nella considerazione degli altri. Operazione di conoscenza, preziosa e necessaria, che ci sottopone uno spaccato inusuale della cospirazione antifascista, della tragedia della deportazione e dei suoi protagonisti dall’esistenza sinistrata e perigliosa nella Milano occupata dai tedeschi. Quando ci volevano cinquecentomila euri odierni per riscattare la vita di un antifascista destinato all’eliminazione.
Missive d’amore intenso, di passione accesa e di delicata vicendevole cura che, pur nella fuggevole apprensività della penna e nella forzosa cripticità, sono anche d’inestimabile valore culturale e tangenzialmente politico, e non soltanto morale ed affettivo, perché riflettono la comunione d’intenti e di progettualità di due lucidi intellettuali travolti dalla guerra.
L’architetto Gian Luigi Banfi, fratello di Arialdo, è un brillante intellettuale trentaquattrenne affermato professionista, “spavaldo e colto” nel pieno delle facoltà creative. Nel 1932 ha fondato con Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers lo storico studio di architettura urbanistica BBPR. Nel 1942 stringe legami con il partito d’azione e si dedica intensamente all’attività cospirativa nel movimento “Giustizia e Libertà” dei federalisti europei Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, di Riccardo Lombardi, Leopoldo Gasparotto, Brenno Cavallari, Arturo Martinelli, Peppino Pugliesi. Il 21 marzo 1944 è arrestato con Lodo Belgiojoso, l’amico di sempre. Vengono condannati senza processo alla deportazione per spionaggio e distribuzione di stampa clandestina. Lodo, smistato a Gusen I, avrà la fortuna di far ritorno e di darci testimonianza, specie in Notte, nebbia e Frammenti di una vita, insieme ad Aldo Carpi in Diario di Gusen, delle ultime stazioni del calvario di Giangio. Mi sia consentito, a proposito di Belgiojoso, notare come la rivista del nostro Istituto“Ieri Novara oggi” (5/1981) si sia potuta fregiare, a corredo del Diario da un lager di Enrico Piccaluga e Otello Vecchio, dei clichés di suoi disegni originali dal campo di Gusen, della serie di quelli raffigurati in questo libro.
Julia si è laureata in lettere con un taglio estetico figurativo, allieva di Rogers, Antonio Banfi ed Enzo Paci, fenomenologi husserliani. E’ entrata nell’entourage di Gillo Dorfles, Raffaele De Grada, Gio Ponti e Vittorio Sereni. Ha lavorato a “Domus” occupandosi di design, grafica, architettura. Sposatisi nel 1939, l’anno successivo ha messo al mondo Giuliano. La sua poliedrica formazione la porta ad interagire con ottica autonoma in dialettica complementare con Giangio. Un sodalizio di vita e di lavoro traumaticamente interrotto. Da quando Giangio è stato razziato per la Germania ella tiene un diario fino al marzo ’45, qui pubblicato in appendice alle lettere, in cui ce la mette tutta per tenere la barra a dritta.
Grazie alla “puntigliosa sollecitazione di Susanna Sala Massari che ha compiuto un difficile lavoro, non solo di lettura, decrittazione, trascrizione, datazione, ma anche di identificazione di tutte le persone che sono citate in modo assai prudente per il pericolo di intercettazioni” nelle postille alle lettere è ospitata la folta galleria dei personaggi dell’intelligentia, dell’imprenditoria e dell’antifascismo dei ceti emergenti quando Milano era a pieno titolo “capitale della Resistenza”.
Dal parergo di Maria Vittoria Capitanucci si evince infine una puntuale sistematizzazione del contesto specialistico in cui operano i protagonisti. Caratterizzato dalla dimensione civile che si stanno dando questi architetti, dall’apporto collegiale come principio metodologico, dalla matrice razionalistica proiettata alla libertà innovativa fondata sull’analisi del territorio per la pianificazione urbanistica guardando a Le Corbusier. Dall’autonomia espressiva tesa al superamento dei vincoli più schematici delle strettoie della scuola di provenienza alimentata dalla modernità di regime, dal tema pervasivo dell’abitare in cui ci si imbatte nella personalità eclettica di Adriano Olivetti.
Avamposti culturali di una “generazione tradita” che hanno cementato l’antifascismo nel pensiero e nell’azione, proseguendo negli anni della ricostruzione l’impegno ispirato ai Congrés Internationaux d’Architecture Moderne. Ai principi radicati sia nei contenuti sociali e culturali dell’esperienza sia nella memoria storica, per la disarticolazione della città monocentrica e nella contestazione dello “sfruttamento delle aree a vantaggio di pochi e contro il benessere collettivo”. Ma per fare ancora un po’ di quella malvoluta memoria storica, della quale oggi par bellamente si voglia fare a meno, un nome ancora dei sodali di Julissa e Giangio, desidero spendere. Quello dell’architetto Giuseppe Pagano, passato da Villa Triste della Banda Koch di sadici tossici come Valenti e Ferida, anche lui a Fossoli e poi a Mauthausen, dove lascia la vita sotto il bastone di un guardiano il 22 aprile 1945. (Francesco Omodeo Zorini)


GIAN LUIGI e JULIA BANFI, Amore e speranza. Corrispondenza tra Julia e Giangio dal campo di Fossoli aprile-luglio 1944, a cura di Susanna Sala Massari, prefazione di Vittorio Gregotti, postfazione di Maria Vittoria Capitanucci, Milano, Archinto, 2009, pp. 205, € 18.00.

sabato 6 febbraio 2010

Due romanzi sul genocidio degli Armeni

Le rose di Ester di AHNERT MARGARET AJEMIAN e Le stanze di lavanda di ONDINE KHAYAT sono entrambi romanzi che trattano il tema del genocidio degli Armeni, consumatosi in Turchia all'inizio del secolo scorso. Li accomuna anche l'essere narrazioni scritte da figlie e nipoti di donne che, ancora ragazzine, furono testimoni e vittime della persecuzione.
Ester, la protagonista del primo libro, è solo una fanciulla quando è costretta ad intraprendere una lunga marcia di deportazione durante la quale vede morire gran parte della sua famiglia ed innumerevoli suoi correligionari. Costretta a sposare un turco, non si adatta alla nuova vita a cui è costretta e fugge da lui per trovare una nuova patria in America.
Louise, la protagonista de Le stanze di lavanda appartiene ad una facoltosa famiglia armena: il nonno è imprenditore e banchiere, benefattore e fondatore di scuole ed istituzioni di assistenza nella sua città nonché in relazione con influenti membri del parlamento turco. Ma ciò non basta a risparmiare la famiglia dalla persecuzione e dall'eccidio. Solo Louise e la sorellina Marie, pur stremate da una lunga deportazione, sopravvivono. Ma il trauma della persecuzione subita le accompagnerà durante tutto il resto della vita, fino all'età adulta e addirittura alla vecchiaia: orrore perdurante anche nei momenti sereni.
Due letture che si raccomandano, anche perché nel nostro Paese le vicende del popolo Armeno sono ancora poco note. Peccato soltanto che si riscontrino nei libri refusi e défaillances di traduzione più di quanto ci si attenderebbe.

AHNERT MARGARET AJEMIAN, LE ROSE DI ESTER. UNA MADRE RACCONTA IL GENOCIDIO ARMENO, RIZZOLI


ONDINE KHAYAL, LE STANZE DI LAVANDA. IL ROMANZO DI UN'INFANZIA ARMENA, PIEMME.

domenica 10 gennaio 2010

Accabadora, di Michela Murgia

"- Anche io avevo la mia parte da fare, e l'ho fatta.
- E quale parte era?
- L'ultima. Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto."
Così Bonaria Urrai, l'accabadora, colei che, in un vilaggio della Sardegna, dà la morte misericordiosa ai malati senza speranza. Lo fa con il loro consenso, talvolta, quando sono in grado di chiedere, e sempre con quello della famiglia. Perché, come per nascere è necessario l'aiuto di qualcuno, anche per morire talvolta è necessaria una mano che aiuti. Un'ultima madre, un'ultima levatrice, così definsce se stessa Bonaria, donna sola. Già anziana adotta una bimba, Maria, la "figlia d'anima", alla quale assicura vitto sufficiente, buona istruzione, affetto riservato ma profondo. Eppure Maria, quando verrà a conoscere il segreto dell'accabadora, non lo accetterà e si allontanerà da lei e dal paese con dura determinazione. La vedremo così istitutrice a Torino, in una casa molto diversa da quelle delle sue origini, alle prese con la difficile educazione di una bimba e di un ragazzo dell'alta borghesia. E lì Maria avrà una caduta, commetterà un errore, grave, tanto da perdere il posto. Il finale del libro ricomporrà, ma solo in parte, fratture ed errori, all'insegna del ritorno da una lontananza che forse non era mai stata.

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi Editore 2009

lunedì 4 gennaio 2010

La vita autentica, di Vito Mancuso

Discorso sintetico e chiaro, riferimenti ai grandi pensatori (da Platone a Descartes, a Kant), ma anche a letterati e teologi - minacciato ed offuscato il ricordo di tutti costoro dalle faccende ed abitudini ed incombenze quotidiane per i più tra noi -, interrogativi incalzanti, risposte in assetto di ricerca continua caratterizzano questo nuovo libro di Vito Mancuso. E' noto che un libro di filosofia è difficilmente riassumibile e tanto meno nelle poche righe di un post, tuttavia si può dare, con l'aiuto dell'indice, notizia degli argomenti proposti al lettore: la prima parte tratta de "La vita come libertà", attraverso esame di punti come "contraddizioni bibliche, contraddizioni filosofiche, scienza, principio contraddizione e principio libertà". La seconda parte si intitola "L'autenticità", vi si leggono riflessioni sul sé, a partire dalle neuroscienze trattando poi dell'inautenticità e menzogna, quindi di fedeltà a se stessi e di verità, autenticità, speranza. Il capitolo conclusivo si intitola "Perché la vita autentica" e conclude le riflessioni precedenti all'insegna della "relazione" ("La mia tesi è che la relazione con il mondo sia costitutiva, originaria, essenziale per l'Io, il quale esiste in quanto frutto delle sue relazioni. Ovvero: io=relazione". p. 151). Una frase a p. 170 coinvolge particolarmente il lettore profano, il non filosofo che tuttavia non si vuole sottrarre alla riflessione sui grandi temi: "Per questo la vita autentica è all'insegna del viaggio, dell'uscita da sè verso la realtà, fino a farsi compenetrare totalmente dalla realtà e diventare un autentico frammento di realtà che, come una pietra o come una pianta, esiste senza la minima traccia di menzogna". "Una pietra o una pianta" che dicono di sé il puro sé, vibrano e soffrono e gioiscono (forse) senza necessità di quelle parole che sono spesso così soggette ad essere svendute e deturpate nei loro significati più profondi dagli umani.

(Eleonora Bellini, 4 /01/ 2010)

mercoledì 30 dicembre 2009

La notte efferata, di Fred Vargas

"Così, se la gente non facesse tante storie con il Natale, ci sarebbero meno tragedie. E' delusa, la gente, per forza. E questo scatena dei drammi. Solo in ufficio, Adamsberg scarabocchiava (...) Era il 24 dicembre, una sera speciale, tutti gli altri erano fuori. Si accingevano a festeggiare l'entrata in scena dell'inverno. Alcuni non se la sarebbero persa per nulla al mondo, i più non erano riusciti a sottrarsi. Per Jean-Baptiste Adamsberg era diverso: temeva il Natale e si teneva pronto. Natale e la sua sfilza di incidenti. Natale e la sua legione di drammi. Natale, la notte efferata. (...) Si alzò lentamente e andò ad appoggiare la fronte contro il vetro appannato. Fuori, ghirlande di lampadine gettavano brevi lampi sui corpi dei barboni, congelati, rintanati negli angoli. Tentò di calcolare quanti soldi si fossero polverizzati così, per tre settimane, nel cielo di Parigi, senza che una sola moneta finisse in tasca ai vagabondi. Natale, la notte della condivisione" (pag. 51).

Una delle tre storie poliziesche contenute in Scorre la Senna, tutte con un unico protagonista, l'amato commissario Jean-Baptiste Adamsberg.

Fred Vargas, Scorre la Senna, Einaudi Editore 2009.

sabato 26 dicembre 2009

L'étoile, di Edmond Rostand

Ils perdirent l'Etoile, un soir; pourquoi perd-on
L'Etoile ? Pour l'avoir parfois trop regardée.
Les deux rois blancs étant des savants de Chaldée,
Tracèrent sur le sol des cercles au bâton.

Ils firent des calculs, grattèrent leur menton.
Mais l'étoile avait fui, comme fuit une idée.
Et ces hommes dont l'âme eut soif d'être guidée
Pleurèrent, en dressant des tentes de coton.

Mais le pauvre Roi noir, méprisé des deux autres
Se dit : " Pensons aux soifs qui ne sont pas les nôtres,
Il faut donner quand même à boire aux animaux. "

Et, tandis qu'il tenait son seau par son anse,
Dans l'humble rond de ciel où buvaient les chameaux
Il vit l'Etoile d'or, qui dansait en silence.


***

La stella
Perdettero la Stella, una sera. Perché si perde
la Stella ? Forse per averla troppo guardata.
I due re bianchi, che erano dotti di Caldea,
tracciarono cerchi per terra col compasso.

Fecero calcoli, si grattarono il mento.
Ma la stella era fuggita, come fugge un'idea.
E quegli uomini, anime assetate di una guida,
piansero piantando tende di cotone.

Ma il povero Re nero, dagli altri disprezzato,
si disse: "Pensiamo alla sete che non è nostra,
bisogna almeno dar da bere gli animali. "
E mentre reggeva il secchio per il manico
nell'umile cerchio di cielo in cui bevevano i cammelli
vide la Stella d'oro, che in silenzio danzava.

(Traduzione di Eleonora Bellini)


lunedì 14 dicembre 2009

Una poesia di Natale per i bambini

Poesia sulla carta da pacco

Pensate per Natale
a qualcosa di speciale?
Prendete la scatola delle matite,
ma che siano bene appuntite,
un foglio di carta marrone
(la carta da pacco, quella
che ha lo stesso colore del sacco
dei doni di Babbo Natale,
se no il gioco non vale)
e poi sulla carta tracciate
strofe e rime colorate,
versi allegri e buoni
per avvolgere i doni.
Per la mamma sul pacchetto
scrivete la poesia del bacetto
della buonanotte, con tante scuse
per le sue belle tazzine rotte.
Sul regalo di papà
la filastrocca del gol che fa
la sua squadra del cuore,
e anche un rombo di motore
per tornare a casa prima la sera
a raccontarvi una storia vera.
Per avvolgere il dono di Piero,
la storia in versi dell'uomo nero
(che non esiste, è tutta una finta
questa fandonia di fosca tinta,
ed è certo che non verrà,
questa è la pura verità).
Sopra il pacchetto di zia Rita
ci sarà un grande via vai di dita
a significare la velocità
con cui un maglione sferruzza e fa.
Sopra il pacchetto di nonno Michele
disegnate api d'oro ed un vaso di miele
per combattere quella sua tosse...
E contro il freddo pantofole rosse
saranno il dono per nonna Pia,
in carta d'argento con poesia.
Se poi di regali ancora ne avete
continuate le rime finché stanchi non siete.

da "Una scatola piena di treni, margherite, triangoli" di Eleonora Bellini

giovedì 26 novembre 2009

Il canto del diavolo di Walter Siti

Un libro da leggere. Siti racconta il suo soggiorno di un mese negli Emirati Arabi, in particolare a Dubai: "Il canto del diavolo", opera a metà tra il reportage giornalistico e il saggio, si legge come un romanzo. L'autore ha visitato la Dubai della ricchezza sfrenata e anche quella degli immigrati addetti ai più umili lavori, degli studenti, dei giovani già sviati e corrotti dai miti dell'Occidente e di quelli cullati dall'illusione di un sicuro riscatto nel futuro.
Qualche citazione per esemplificare:
" Dubai sta vendendo soprattutto promesse, quello che non c'è: Perfino nelle mappe, nelle guide turistiche, molte zone sono indicate con la sigla u.c., under construction; stranamente, invece che produrre insoddisfazione o ironia, questa incompiutezza genera fascino - perché quel che i turisti vengono ad ammirare qui non sono i monumenti ma la fede nell'onnipotenza del denaro" (pag. 84,85).
"La prima tappa è a Dubai Marina, un comparto di residenze e uffici eretto in due anni attorno a un lago artificiale, con gli yacht già parcheggiati davanti ai primi grattacieli; il lago è scarso d'acqua, un limo grigiastro ricopre le sponde, devono esserci difetti di impermeabilizzazione. Tutto è sorto così in furia che spesso non si sono adottate le misure più elementari; nella Palma ad esempio non hanno aspettato che la sabbia si assestasse, sicché le ville rischiano di sprofondare" (pag. 79).
"Avete perso la maestà e il silenzio, in cambio di cosa? Questo è il deserto che ha dato agli uomini l'idea che Dio fosse uno solo, e ora vi perdete anche questo: ma sì, vendetevi all'entertainement, il consorzio umano è la sola cosa che vi meritate. Alla fine forse hanno ragione loro: l'Assoluto ormai annoia e se si vuole vivere in un flusso continuo di relazioni bisogna puntare sulla stipidità" (p. 144).
W. Siti, Il canto del diavolo, Rizzoli 2009.

lunedì 16 novembre 2009

La strada, di Cormac Mc Carty

Un libro profetico, questo di Mc Carty, che ci racconta il mondo come sarà quando il mondo non esisterà più: solo cenere, tronchi neri e bruciati, luce grigia, colori spogliati,polvere e vento, vento e polvere. Freddo. In questo desolato e tremendo paesaggio, un padre e un figlio bambino vagano alla ricerca di un rifugio, si dirigono verso sud, ricercando strade e direzioni su una vecchia carta geografica a brandelli. Incontrano scheletri di paesi e di città, gusci vuoti di fabbriche, camion, treni, tecnologie depredate ed inutili. E vanno, tuttavia. Perché loro sono "i buoni", quelli che portano il fuoco, e i buoni non si fermano, non si arrendono, trovano la loro ragione d'essere in sé stessi, nei loro affetti, profondi e taciuti, nelle loro paure, sempre più acute e sempre più vere, concrete, carnali.
"E dall'altra parte cosa c'è?
Niente.
Ci deve pur essere qualcosa.
Magari ci sono un bambino e il suo papà seduti sulla spiaggia.
Non sarebbe male.
E magari anche loro portano il fuoco, no?
Sì, magari sì.
Però non lo sappiamo.
Non lo sappiamo, no.
Quindi dobbiamo tenere gli occhi aperti.
Dobbiamo tenere gli occhi aperti. Esatto." (pag. 165).
Il libro non finisce bene, a consolazione del lettore; ma non finisce neppure male. Mette le cose al loro posto, ci riconduce al concreto della condizione umana e dell'esistenza del "mondo": "Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell'uomo, e vibrava di mistero".
Un libro da leggere, dunque.
(Eleonora Bellini)
C. Mc Carty, La strada, Einaudi 2007.

sabato 24 ottobre 2009

1909. Un testimone del massacro degli armeni

E' uscito lo scorso anno un libro che narra, attraverso il ritrovamento del diario di un missionario francese, il massacro degli Armeni nella città turca di Adana nel 1909. Si tratta di: Stainville Raphaël, Grande male Medz Yeghern. Turchia 1909. Un testimone del massacro degli Armeni, San Paolo Edizioni 2008, Traduzione e nota introduttiva di Eleonora Bellini.
Riportiamo qui una parte della nota introduttiva:
- Adana è una città turca della Cilicia, regione dell'Anatolia sud-orientale, ed è situata al centro della fertile piana del fiume Seihan. La sua storia risale all'epoca degli Ittiti e fu posta successivamente sotto la dominazione di greci, assiri, persiani, romani. In epoca cristiana, è documentata la partecipazione del suo vescovo Paolino al Concilio di Nicea; poi di Ciriaco a quello di Costantinopoli. Al successore di quest'ultimo, Anatolio, Giovanni Crisostomo scriveva apprezzamenti per il fatto che Adana si presentava come “città tranquilla e felice”. Nel 395, dopo la morte di Teodosio, la città fece parte dell'Impero Bizantino; poi, verso il 650, venne conquistata dagli arabi per ritornare ai bizantini nel 964 con Basilio II. Da questo momento in poi vi si sarebbero insediati molti armeni (la chiesa armena si era distinta dalle altre cristiane nel VI secolo). Ad Adana, nel 1097, gli armeni accolsero i paladini della Prima Crociata. La città fece quindi parte del regno della Piccola Armenia o Armenia Minor, fino all'annessione all'Impero Ottomano, con Selim I, nel 1517.
Nell'aprile del 1909, quando si svolsero i terribili fatti raccontati in questo libro, la città contava circa trentamila abitanti: musulmani per poco meno della metà, poi circa dodicimila armeni, qualche migliaio di greci e pochi altri. La popolazione lievitava d'estate con gli stagionali che vi giungevano per la lavorazione del cotone. Cominciava ad insediarvisi l'industria tessile ed Adana era apprezzata per la lavorazione artigianale di tessuti, tappeti, ceramiche, oreficeria. Altre sue ricchezze erano gli oliveti, gli aranceti, i vigneti della campagna circostante, nonché la pescosità del Sehian. Tutte qualità che sembravano legittimare la leggenda secondo la quale il suo nome, considerata la fertilità e la bellezza del territorio, poteva derivare da Eden,.
Sul versante politico esistevano forti tensioni, nella città come nel resto del Paese, fin dall'autunno del 1908. La presa del potere da parte dei Giovani Turchi, che proclamavano di muoversi guidati dagli ideali di liberté, egalité, fraternité, aveva creato la convinzione che l'epoca cruenta di Abdul Hamid, il “sultano rosso” responsabile delle stragi di armeni avvenute tra il 1894 ed il 1896, fosse stata una triste parentesi, chiusa per sempre. Tuttavia le tensioni serpeggiavano ancora fra le diverse fazioni - gli stessi Giovani Turchi, i liberali, i nostalgici dello stato islamico – soggette, tra l'altro, alle interferenze delle potenze straniere. E queste tensioni si estendevano dal versante politico a quelli economico, etnico, religioso. In realtà, la Costituzione del nuovo Stato Turco, laico, garantiva a tutte le confessioni pari libertà religiosa e pari diritti. Ma da alcuni mesi, ad Adana, correvano voci su una presunta rivolta organizzata dagli armeni. Ai primi di marzo dell'anno 1909 un grave oltraggio alla Grande Moschea, la cui porta venne cosparsa di escrementi, contribuì ad irritare gli animi dei musulmani, e questo anche se l'innocenza degli armeni, e dei cristiani in generale, fu provata. [...]
Il reportage di Stanville si snoda su due piani temporali diversi e che tuttavia procedono paralleli. All'inizio della narrazione il giovane autore, in viaggio a piedi da Parigi a Gerusalemme, viene ospitato da alcune suore italiane che si occupano della chiesa di San Paolo in Adana. Le suore, stabilitesi nella città nel 1996, appartengono all'ordine delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria di Parma. Una di loro gli affida in lettura un manoscritto trovato tra le carte disordinate della povera biblioteca della chiesa. All'apertura del manoscritto, incredulità e sgomento dapprima, indignazione ed orrore poi, si impadroniscono di Stainville e la primavera del 1909, nella quale si scatenarono i massacri degli armeni nella città di Adana e nella sua provincia, torna a rivivere. La narrazione procede quindi per una parte nel presente e per l'altra nel passato, attraverso la trascrizione delle pagine del diario contemporaneo all'eccidio[...]
Per il lettore italiano può essere interessante citare un passo tratto da un articolo de La Civiltà Cattolica contemporaneo a quei fatti (E. Rosa, “Le recenti stragi di Adana”, 1909, II, p. 740): “...a poche miglia da una rada ove sorgevano corazzate di nazioni civili, da una città dove erano i loro consoli ed i loro rappresentanti, succedeva per mezzo mese un macello di popolazioni innocenti senza che una mano di uomini risoluti o un passo vigoroso di potenze europee valesse ad impedirlo”. La rivista dei gesuiti, che utilizzava informazioni provenienti dai propri religiosi missionari in Turchia (nel collegio maschile di Adana insegnavano in quell'anno una trentina di padri), aveva dato spazio già nel 1896 alla condanna delle violenze contro gli armeni e lo avrebbe fatto anche successivamente, nel 1915, sempre facendo notare le responsabilità dei governi occidentali, che si concretavano, se non nell'assoluto silenzio, in proteste tardive, distaccate, inefficaci.
E sul versante degli oppressori? Il governo turco negò che le stragi e le deportazioni di armeni obbedissero alla logica del genocidio. Affermò piuttosto che queste costituirono la risposta al fatto che, in diversi momenti critici nella politica interna o estera - ad esempio allo scoppio della prima guerra mondiale -, manipoli armeni si fossero organizzati per muovere in rivolta contro lo stato turco. E questo giudizio, ad oltre un secolo dalle prime stragi, non è stato sostanzialmente modificato, come nota Stainville negli ultimi capitoli, che dedica alle difficili condizioni di vita attuali delle comunità cristiane in Turchia. Nonostante alcune aperture e il tentativo di avvicinamento all'Europa, il genocidio degli armeni viene negato dalle fonti ufficiali turche. Oggi come nel 1909 di Adana.
Ma la repressione e la punizione di armeni ribelli ed armati esigevano davvero, per essere efficaci, i lattanti infilzati sulle scimitarre, le fanciulle affogate nel Seihan, le madri con il ventre squarciato?
Al capitolo 10 di questo libro si fa cenno ad un rozzo poliziotto che legge in ufficio il Mein Kampf di Hitler. E torna così alla mente un'altra domanda, anch'essa retorica, che lo stesso Führer, nell'agosto del 1939, poco prima di aggredire la Polonia, pose ai suoi collaboratori, per vincere ogni loro titubanza di fronte ai piani di sterminio: "Chi si ricorda più del massacro degli Armeni ?" -.
(Tutti i diritti riservati Ed. San Paolo)