giovedì 14 maggio 2009

Proviamo a cambiare le parole, di Eleonora Bellini

Proviamo a cambiare le parole
e anziché clandestino, immigrato
e straniero ed extracomunitario
diciamo Mohamed e Alina e Ivan
e Irina e Omar e Igiaba.
Poi facciamo scorrere
dinanzi agli occhi luoghi e storie
e fughe e speranze ed amori
e risa e pianto e dolori.
La storia di un uomo che nel buio incerto
del mattino pedala e va al cantiere,
il sorriso della donna che consuma
il suo veloce pasto nell’attesa
dell’autobus. Fatti di gente
e gente fatta di voce
e di occhi e di carne e di pensieri.
Poi torniamo
indietro negli anni quando erano
grigie e rare le foto e lì incontreremo
Rocco e Rosa e Luigi e Maria col fardello
dei figli, stretti al baule per il viaggio,
commossi e assai tremanti
al pensiero dell’incontro con lingue
sconosciute, con ignote geografie.
Paure da poveri e coraggio.
Poi guardiamo
nello specchio di casa il nostro volto,
figura d’altri volti antichi e nuovi,
volti sconosciuti - chi sa i nomi ed i luoghi
di qualcuno che risalga oltre i bisnonni? –
e lo vedremo figlio
di gente ignota e venuta da lontano:
antenati
a ciascuno comuni e clandestini
ci scorrono nel corpo, dentro il sangue.

Eleonora Bellini

lunedì 11 maggio 2009

da IL CODICE DELL'ANIMA di James Hillman

Morte è una parola troppo pesante e incompatibile per associarla alle intense vibrazioni dell'amore romantico; ma l'amore romantico più di tutti riverbera del senso dell'eterno e insieme della brevità e fragilità della vita, come se sulla passione romantica fossero sempre sospesi l'ombra e il respiro della morte, con il suo richiamo a un altrove che è "oltre" e senza confini. Si affrontano rischi pazzeschi. E quando la letteratura unisce gli amanti romantici, unisce anche il loro amore con la morte. L'occhio del cuore che "vede" è anche l'occhio della morte che vede al di là dell'apparenza visibile fino a un invisibile cuore. Michelangelo, quando scolpiva ritratti di personaggi del suo tempo o statue di figure della religione o del mito, cercava di vedere quella che chiamava l'immagine del cuor, una prefigurazione di quello che stava scolpendo, come se lo scalpello che intagliava la pietra seguisse l'occhio che penetrava il soggetto fino al cuore. Il ritratto mirava a rivelare l'anima intima del suo soggetto. In ciascuno di noi è racchiusa un'immagine del cuore. E l'autentica rivelazione si ha quando cadiamo in preda all'amore, perché allora siamo aperti a mostrare chi più autenticamente siamo, lasciando intravedere il genio della nostra anima [...] Quando l'amore smuove il cuore, si percepisce un qualcos'altro, nell'oggetto idoleggiato, che la lingua della poesia cerca di catturare. Michelangelo cercava di esprimere quell'immagine nella forma scolpita. Le categorie di natura e cultura non arrivano fino al cuore né vedono attraverso il suo occhio. [...] L'incontro tra amante ed essere amato avviene da cuore a cuore, come l'incontro tra scultore e modello, tra mano e pietra.

martedì 28 aprile 2009

S'i fossi foco, di Cecco Angiolieri

S'i' fossi foco, arderei lo mondo;
s'i' fossi vento, lo tempestarei;
s'i' fossi acqua, i' l'annegherei;
s'i' fossi Dio, mandereil' en profondo.

S'i' fossi papa, sarei allor giocondo,
ché tutt'i cristiani imbrigherei;
s'i' fossi 'mperator, sa che farei? a tutti taglierei lo capo a tondo.

S'i' fossi morte, andarei a mi' padre;
s'i' fossi vita, fuggirei da lui,
similemente faria da mi' madre.

S'i' fossi Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.

sabato 28 marzo 2009

Il bambino senza nome, di Mark Kurzem

Se non vi aspettate uno stile brillante né una traduzione ineccepibile, ma volete scoprire, attraverso un romanzo, un periodo di storia sinora pressoché ignorato, leggete Il bambino senza nome (Piemme, 2009). L'autore narra la storia di suo padre, ebreo russo, fuggito di casa a cinque anni nella notte che precedette l'eccidio di tutti gli ebrei del suo villaggio (Koidanov, in Bielorussia) da parte dei nazisti e delle milizie lituane fiancheggiatrici del nazismo. Il bimbo fu trovato e cresciuto dai militari delle SS - che lo trasformarono in bambino soldato, ignara ed irrequieta mascotte testimone di stragi - e da una famiglia lituana loro fiancheggiatrice. Poi emigrato in Australia, nella piena maturità della sua età adulta il "bambino senza nome" trova la forza di superare il trauma e di raccontare la propria storia: dapprima a frammenti, poi sempre più chiaramente. Inizia così il suo viaggio a ritroso per riscoprire le proprie origini e, soprattutto, per fare la pace con il proprio passato. Il libro, inoltre, al di là del racconto di una vicenda individuale, fa luce su un periodo infausto della storia della Lituania complice del nazismo, poco nota al pubblico dei lettori italiani.
Ed ecco il contenuto del famoso filmato - famoso e breve: poco più di due minuti. Si apre con mio padre che marcia sul prato seguito dagli altri bambini - un piccolo ebreo soldato al comando di un gruppetto di bambini ariani! La voce fuori campo narra in tedesco la storia del "bambino in divisa", il bambino "trovato da un drappello di SS Lettoni, che lo hanno salvato dai pericoli del fronte".
 

domenica 15 marzo 2009

La porta, da Mircea Eliade

"Certi temi della nostra letteratura popolare sono estremamente ricchi dal punto di vista drammatico. Così la porta (elemento dell'architettura tradizionale del villaggio romeno: scolpita in legno, è posta al suo ingresso, n.d.r.) il cui ruolo nella vita del popolo romeno è quella di un'entità magica che veglia sugli atti più importanti dell'esistenza umana. Il primo passaggio sotto la porta equivale quasi a un ingresso nella vita reale, esterna. Essa veglia sul matrimonio, e sotto di essa è solennemente condotto il defunto, verso l'estrema dimora. E', dunque, un ritorno al mondo degli inizi; il ciclo è concluso, e la porta resta nel tempo, con un uomo in meno, a vegliare su altre nascite, altre nozze, altre morti. Si provi a pensare a quale superbo dramma potrebbe svolgersi all'ombra di una porta."
da L'isola di Euthanasius, scritti letterari di Micea Eliade (p. 298)

domenica 8 marzo 2009

Le due ragazze con gli occhi verdi, di Giorgio Montefoschi

"Pietro amava suo nonno. Amava gli occhi celesti, miti, offuscati da un velo acquoreo impercettibile sempre sul punto di disfarsi; le macchie brune sul dorso delle mani e sulle tempie; i capelli grigi, morbidi, accompagnati oltre la fronte dal pettine imbevuto in due gocce d'acqua. Amava il profumo di carta e di libri che si respirava nella sua stanza. Amava la sagoma di legno sulla quale appendeva la giacca prima di infilarsi il golf; la luce bassa del tavolo sul quale campeggiava la fotografia della nonna che non aveva conosciuto; il profumo e il calore del golf; la protezione delle sue braccia" (p. 14).
"- Io ti amo - disse Pietro tra sé e sé. Amava i suoi occhi trasparenti, verdi adesso come le chiome lontane dei pini; il suo profilo, misteriosamente infantile e adulto; la macchia di lucido sulla calza; la piega della gonna in grembo; il profumo del burro di cacao; come aveva detto, chinando il viso: - Lo so -. Quindi, le prese la mano.
- Io - disse - vorrei scrivere un libro bellissimo -.
Lei non replicò.
- Un libro - proseguì da solo, dunque - nel quale ci deve essere tutto -. [...]
- Se in un libro - disse Pietro sciogliendo le dita - uno non ci mette tutto quello che ha dentro, tutto quello che pensa, è inutile farlo...-" (109-110).
Bello, vero, questo romanzo di Montefoschi, nel quale gli eventi si avvicendano mescolati alle più minute azioni quotidiane, consueti e speciali come nella vita, in ogni vita; dove la città, Roma, le sue luci, i suoi colori, i suoi profumi si susseguono nelle stagioni dell'anno e nelle storie dei protagonisti, familiari ed indelebili; dove l'amore può possedere e vivificare, ma anche sconvolgere e perdere. Pietro, il protagonista principale, porta con sé, attraverso tutta la vita, la presenza del suo amore: Laura, una contraddittoria ragazza dagli occhi verdi, ritrovata poi donna e infine perduta. Quando ne conoscerà la figlia, uguale negli occhi e nella voce, stupore e dolore, attrazione e fuga non gli lasceranno scampo.
G. Montefoschi, Le due ragazze con gli occhi verdi, Rizzoli
Grazie a Corrado Augias per avere segnalato il libro nella trasmissione "Le storie"

domenica 1 marzo 2009

da "Carambole", di Hakan Nesser

"Non era un'occupazione spiacevole girare per quell'antica dimora borghese [...] e sfogliare vecchi libri. Si sarebbe preso tutto il tempo necessario: la gotta ereditaria impediva a Krantze, il suo socio, di svolgere qualsiasi lavoro che non potesse essere eseguito da seduti o da sdraiati. Naturalmente prima Krantze si era voluto assicurare che la biblioteca non comprendesse nessuno scritto scientifico del Seicento o del primo Settecento, quel ristretto campo che nell'autunno dell'esistenza era diventato il suo autentico ossigeno vitale (e l'unico, aveva dovuto constatare Van Veeteren)."
Il commissario Van Veeteren è un fortunato personaggio creato dallo scrittore svedese Hakan Nesser. Carambole (Guanda Editore) è il settimo romanzo della serie di cui Van Veeteren è protagonista e vale la pena di leggerlo: all'intreccio della trama e alle storie dei personaggi si uniscono interessanti riflessioni sugli intrecci della vita, le carambole appunto, che determinano incontri e scontri di esseri umani con la stessa indifferente casualità con la quale fanno scivolare le bianche palline sul tappeto verde di un biliardo.
Grazie alla bibliotecaria Debora Casagranda per aver segnalato il libro

martedì 3 febbraio 2009

Elogio della tolleranza, di Voltaire

“Se l’intolleranza è di diritto naturale o di diritto umano”
Il diritto naturale è quello che la natura indica a tutti gli uomini. Avete allevato vostro figlio, egli vi deve rispetto perché siete suo padre, riconoscenza perché siete suo benefattore. Avete diritto ai prodotti della terra che avete coltivato con le vostre mani. Avete dato e ricevuto una promessa, questa deve essere mantenuta. Il diritto umano non può in nessun caso fondarsi su questo diritto di natura e il grande principio, il principio universale dell’uno e dell’altro, è su tutta la terra: “Non fare ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Ebbene, non si vede come, se si segue questo principio, un uomo possa dire a un altro: “Credi quello che io credo e che tu non puoi credere, altrimenti morrai”. E’ ciò che si dice nel Portogallo, in Spagna, a Goa. Ci si accontenta adesso, in alcuni altri Paesi, di dire: “Credi, o ti aborrisco; credi, o ti farò tutto il male che potrò; mostro, tu non hai la mia religione, tu non hai dunque religione alcuna, bisogna che i tuoi vicini, la tua città, la tua provincia abbiano orrore di te!” Se questa condotta fosse conforme al diritto umano, bisognerebbe dunque che il giapponese esecrasse il cinese, che a sua volta esecrerebbe il siamese; questi perseguiterebbe i gangaridi, che si getterebbero sugli abitanti dell’Indo; un mongolo strapperebbe il cuore al primo malabaro che incontrasse; il malabaro potrebbe strozzare il persiano, il quale potrebbe massacrare il turco; e tutti insieme si precipiterebbero sui cristiani, che così a lungo si sono divorati tra di loro. Il diritto dell’intolleranza è dunque assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri; è anzi ben più orrido, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi”. (dal Trattato sulla tolleranza, Cap. 6, 1763)

giovedì 15 gennaio 2009

Come si prevengano i delitti, di Cesare Beccaria

È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d'ogni buona legislazione, che è l'arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d'infelicità possibile, per parlare secondo tutt'i calcoli dei beni e dei mali della vita. Ma i mezzi impiegati fin ora sono per lo piú falsi ed opposti al fine proposto. Non è possibile il ridurre la turbolenta attività degli uomini ad un ordine geometrico senza irregolarità e confusione. Come le costanti e semplicissime leggi della natura non impediscono che i pianeti non si turbino nei loro movimenti cosí nelle infinite ed oppostissime attrazioni del piacere e del dolore, non possono impedirsene dalle leggi umane i turbamenti ed il disordine. Eppur questa è la chimera degli uomini limitati, quando abbiano il comando in mano. Il proibire una moltitudine di azioni indifferenti non è prevenire i delitti che ne possono nascere, ma egli è un crearne dei nuovi, egli è un definire a piacere la virtú ed il vizio, che ci vengono predicati eterni ed immutabili. A che saremmo ridotti, se ci dovesse essere vietato tutto ciò che può indurci a delitto? Bisognerebbe privare l'uomo dell'uso de' suoi sensi. Per un motivo che spinge gli uomini a commettere un vero delitto, ve ne son mille che gli spingono a commetter quelle azioni indifferenti, che chiamansi delitti dalle male leggi; e se la probabilità dei delitti è proporzionata al numero dei motivi, l'ampliare la sfera dei delitti è un crescere la probabilità di commettergli. La maggior parte delle leggi non sono che privilegi, cioè un tributo di tutti al comodo di alcuni pochi.
Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impiegata a distruggerle. Fate che le leggi favoriscano meno le classi degli uomini che gli uomini stessi. Fate che gli uomini le temano, e temano esse sole.
Il timor delle leggi è salutare, ma fatale e fecondo di delitti è quello di uomo a uomo. Gli uomini schiavi sono piú voluttuosi, piú libertini, piú crudeli degli uomini liberi. Questi meditano sulle scienze, meditano sugl'interessi della nazione, veggono grandi oggetti, e gl'imitano; ma quegli contenti del giorno presente cercano fra lo strepito del libertinaggio una distrazione dall'annientamento in cui si veggono; avvezzi all'incertezza dell'esito di ogni cosa, l'esito de' loro delitti divien problematico per essi, in vantaggio della passione che gli determina. Se l'incertezza delle leggi cade su di una nazione indolente per clima, ella mantiene ed aumenta la di lei indolenza e stupidità. Se cade in una nazione voluttuosa, ma attiva, ella ne disperde l'attività in un infinito numero di piccole cabale ed intrighi, che spargono la diffidenza in ogni cuore e che fanno del tradimento e della dissimulazione la base della prudenza. Se cade su di una nazione coraggiosa e forte, l'incertezza vien tolta alla fine, formando prima molte oscillazioni dalla libertà alla schiavitù, e dalla schiavitù alla libertà.
da Dei delitti e delle pene, cap. XLI. Anno di pubblicazione 1764.

venerdì 9 gennaio 2009

Scorrettezza delle copie, di Cesare Cantù

I lamenti per la scorrettezza delle copie cresceano quanto più cresceva il desiderio di leggere; e il Petrarca esclamava: "Chi recherà efficace rimedio all'ignoranza e viltà dei copisti che tutto guasta e sconvolge? Né fo querela dell'ortografia, già da lungo tempo smarrita... Costoro, confondendo insieme originali e copie, dopo aver promesso una, scrivono un'altra cosa affatto diversa, sì che tu stesso più non riconosci quanto hai dettato. Se Cicerone, Livio, altri egregi antichi, singolarmente Plinio Secondo, resuscitassero, credi tu che intenderebbero i propri libri? o che non piuttosto, ad ogni pié sospinto esitando, or opera altrui, or dettatura dei Barbari li crederebbero? Non v'ha freno nè legge alcuna per tali copisti, senza esame, senza prova alcuna trascelti: pari libertà non si dà pei fabbri, per gli agricoltori, pei tesserandoli, per gli artigiani".
(C. Cantù, Storia della letteratura italiana)