mercoledì 23 luglio 2025

Il pendio dei noci, di Gianni Oliva

"La ragazza bambina moriva in segreto com'era vissuta, e forse nessuno si sarebbe ricordato che era esistita. E Giuliano nasceva così, tra le margherite e le stelle in una notte di luna, mentre sua madre lo lasciava da solo". Era il 1880, in un paese tra i monti piemontesi, Coazze. Un bambino nasceva e la sua giovanissima madre, giunta lassù con una carovana di girovaghi, moriva mettendolo al mondo. Don Fornasio, il parroco, il giorno seguente se li trovò davanti di prima mattina e celebrò insieme un battesimo e un funerale. Pensò che per quel bambino ci voleva un nome speciale, illustre, diverso da quelli comuni tra i montanari, perché quel bambino era speciale, era un dono del cielo. Giuliano, nome illustre a Roma antica, lontana reminiscenza scolastica, gli sembrò adatto. Il bambino crebbe per una decina d'anni con una famiglia del luogo a cui il parroco lo aveva affidato, poi venne avviato agli studi in seminario. Li seguì fino a tutto il ginnasio, quindi tornò in paese, a vivere nella canonica, dove c'era l'unica persona che gli voleva bene a questo mondo, e a lavorare duro. Don Fornasio, con rispettoso amore per la volontà del ragazzo, ne fu deluso, ma accettò che egli fosse diverso da lui e che la vita religiosa non fosse la sua strada. L'incontro con Maddalena, la ragazza più bella e più indipendente del paese e l'amore ricambiato aprirono al ragazzo inattesi spiragli di luce. E sarebbe stato un amore felice, se l'invidia e il bullismo di alcuni giovani del paese non fosssero intervenuti, spingendo gli eventi alla tragedia. Giuliano dovette fuggire e lo fece con la benedizione del parroco. Passato il confine, in Francia si arruolò nella legione straniera.

Lo ritroviamo tanti anni dopo, nella primavera del 1918, sul Carso dove imperversa la guerra di trincea, impetosa e tremenda. Si chiama ora Julien Vertu, il nostro Giuliano, che porta con coraggio il suo nome di legionario ed è sergente dell'esercito francese in appoggio agli italiani. Lì, sull’ultima linea di difesa italiana dopo Caporetto, i ragazzi in trincea sanno a malapena imbracciare un fucile. Vengono da piccoli paesi tranquilli, parlano il dialetto, qualcuno ha già la fidanzata. Si chiamano Gildo e Valdo, "che insieme non fanno trentasei anni", o Domenico e parlano con l'accento di Coazze. Ammirano Julien e lui inizia a provare per loro sentimenti di premura, di protezione, quasi di affetto. Quei ragazzi lo riportano al passato che aveva invano cercato di cancellare, la memoria di antichi affetti ritorna, il cinismo, la scorza con cui si era difeso durante l'esperienza crudele della legione, si dissipa a poco a poco. Se la guerra finisse, forse qualche sprazzo di felicità sarebbe ancora possibile, osa perfino immaginare Julien. Ma la guerra non perdona e falcia noncurante anche la migliore gioventù.

Gianni Oliva, storico di lunga esperienza e autore di numerosi e fortunati saggi, pubblica ora questo romanzo avvincente per l'ambientazione storica e anche per la descrizione e lo scavo psicologico dei principali protagonisti, dal parroco a Giuliano il trovatello, da Maddalena al giovanissimo Valdo percosso e traumatizzato dalla trincea, dagli spari, dall'inesperienza nell'uso delle armi. Il romanzo, ha sostenuto Oliva in una recente intervista spiegando questa sua inedita scelta di genere narrativo, ha un pubblico più ampio del saggio e, in più, "un saggio non spiega che cosa si prova veramente a combattere". Il romanzo, invece, può narrare tutta "l'ordinaria follia di guerra". 

Gianni Oliva, Il pendio dei noci, Mondadori 2024

lunedì 21 luglio 2025

Piume in libertà, di John Yeoman e Quentin Blake

Esiste da qualche parte non troppo lontano e non troppo vicino a noi un luogo strano, un grande capannone pieno all'inverosimile di galline, chiamato “Radura felice”, come è stampato su ogni scatola delle uova deposte dalla popolazione dell’immenso pollaio. Ogni mattina alle sette le lampade del capannone si accendono puntuali e le galline si svegliano, pronte a beccare il mangime che il nastro trasportatore porta davanti alle loro gabbie. Uno strano giovedì, però, succede qualcosa di inedito: da una fessura della porta del capannone fa capolino e poi entra nell’allevamento una taccola...

Spiritosa, allegra, ironica, Piume in libertà è una storia che deplora gli allevamenti intensivi? Forse anche, ma non solo. È una storia che racconta della paura delle novità e dell'ignoto? Anche, ma non solo. È forse una storia sulla consapevolezza della vita e la conquista della libertà (vera)? Anche, ma non solo. In verità è una storia che unisce tutti questi elementi in modo estremamente divertente e, insieme, estremamente profondo. John Yeoman e Quentin Blake realizzano anche in questo libro, uno dei tanti nati dalla loro collaborazione, una storia perfetta, sorridente e ironica ma anche amara e profonda. Che cosa aspettate a leggerla?

John Yeoman e Quentin Blake, Piume in libertà, Camelozampa 2022
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Trovate la recensione completa su Mangialibri, qui: Piume in libertà | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

domenica 20 luglio 2025

La fuga di Chester, di Lucy Maud Montgomery

Chester, orfano di entrambi i genitori, ha dodici anni e vive con la zia Harriet, sorellastra di suo padre. Per lei svolge diverse faccende domestiche, lavorando con impegno. Spera perciò che la zia possa ricompensare la sua diligente collaborazione esaudendo il suo più grande desiderio: andare a scuola. La donna, però, non è affatto d’accordo. Ritiene, infatti, che la scuola sia soltanto un passatempo per i pigri. A nulla vale l’insistenza del ragazzino, che, “rosso in viso per la sincerità”, proprio la sera prima dell'inizio delle lezioni, rivolge alla zia un ultimo, insistente appello: “Zia Harriet, ho quasi tredici anni e riesco a malapena a leggere e scrivere un po’. Gli altri ragazzi sono assai più avanti di me. Non so niente”. Ma né la sincerità, né l’orgoglio familiare e nemmeno il fatto che Chester prometta che ogni giorno, dopo la scuola, lavorerà il doppio, sono in grado di convincere la donna. Da quel momento Chester elabora una strategia per fuggire.

Lucy Maud Montgomery, scrittrice canadese, nata a Clifton nel 1874 e nota nel mondo per il più fortunato dei suoi romanzi, Anna dai capelli rossi, rimase orfana a soli due anni. Il padre, risposatosi, la affidò alla cura dei nonni materni, tradizionalisti e severi. Nonostante la scrittrice affermasse che il suo carattere peculiare era “la scrittura umoristica”, in molte sue opere rivive, pur in forme variegate e diverse, la storia della sua infanzia senza mamma e molti dei personaggi protagonisti sono dei piccoli orfani. Uno di questi è anche il nostro Chester.

L. M. Montgomery, La fuga di Chester, Oligo 2024. Traduzione di E. De Luca

La recensione si legge per intero su Mangialibri, al link: La fuga di Chester | Mangialibri dal 2005 mai una dieta

mercoledì 16 luglio 2025

Scaffale locale 18: Marcella Balconi

Trascrivo qui di seguito un breve testo dedicato a Marcella Balconi nel decennale della morte. Il testo apparve originariamente sul sito della Consulta delle donne di Wanda Montanelli. Lo si può ancora trovare al link che segue: LA DOTTORESSA BALCONI AMICA DEI BAMBINI - Consulta delle Donne di Wanda Montanelli

In occasione del decennale della morte sono usciti in Piemonte due libri per ricordare la figura di Marcella Balconi (1919 – 1999), pioniera della neuropsichiatra infantile nel nostro Paese, e non solo. Tra le prime laureate in medicina in Italia, ancora studentessa Marcella fece le prime esperienze professionali affiancando il padre, medico condotto a Romagnano Sesia (NO), nel suo ambulatorio. Dopo la laurea in medicina a Pavia entrò nella Resistenza come ispettrice del servizio sanitario, operò in Valtellina e successivamente presso il comitato regionale piemontese delle Brigate Garibaldi a Torino. L’esperienza resistenziale determinò le sue scelte di vita: abbandonò infatti l’ambiente accademico per dedicarsi al servizio sanitario pubblico, nel quale poteva conciliare le proprie scelte politiche e sociali (era comunista) con l’attività medico – scientifica. Dichiarò in uno scritto del 1984: “… al ritorno [dall’esperienza partigiana, n.d.r.] ho giurato che avrei fatto il possibile per rendere più facile e piacevole la vita dei bambini e per creare una generazione che non dovesse sopportare il peso della guerra e avesse la gioia di vivere. Era la mia risposta alla morte e all’angoscia di morte, con gesti che volevano essere riparativi”. Marcella Balconi dedicò dunque tutta la vita ai bambini, normalmente o diversamente dotati, con problemi psichiatrici o psicologici, con difficoltà di adattamento scolastico, con ritardi dovuti semplicemente alla loro condizione sociale – esemplari i suoi interventi sulla condizione scolastica dei bambini immigrati dal Sud d’Italia nel Novarese -. Ma si dedicò anche, senza risparmio di energie, alla formazione degli operatori del servizio di psichiatria, all’aggiornamento degli insegnanti, alle necessità delle famiglie (precorrendo di gran lunga i tempi fu a favore del tempo pieno scolastico e dell’istituzione degli asili nido). Partecipò direttamente alla vita politica come consigliera provinciale, sindaco di Romagnano Sesia, parlamentare dal 1963 al 1968.

Il primo dei due libri che ora le vengono dedicati ne fa rivivere la figura attraverso testimonianze ed interventi diversi, molti dei quali inediti, di colleghi, amici, pazienti, storici, collaboratori. Si tratta del volume Grazie Marcella. Raccolta di testimonianze in onore di Marcella Balconi. Medico, pioniera della psicanalisi infantile in Italia (1919-1999) delle edizioni A&T di Torino nella collana dei Quaderni ArsDiapason.

Il secondo libro, Una vita in forma di dialogo. Marcella Balconi 1919-1999 è pubblicato dall’Istituto Storico della Resistenza di Novara e curato da Giuseppe Veronica al quale si devono i capitoli del volume più strettamente riguardanti la biografia della Balconi. Gli altri capitoli sono firmati da Jeannot Pajetta, Claudia Banchieri, Elvira Pajetta, Giancarlo Grasso ed Enrica Crivelli. Questi ultimi sintetizzano così un aspetto fondamentale della personalità – e del fascino – di Marcella: “Un tratto peculiare in Marcella Balconi è la stretta continutà tra sfera privata personale e sfera degli interessi culturali e scientifici, un quasi immediato e spontaneo trascorrere dell’attenzione dalle fantasie ed emozioni più intime a quelle suscitate in lei dall’altro, bambino o adulto, paziente o collaboratore, passare dalle esperienze attuali a quelle connesse con la storia precedente” (pag. 123).
Per concludere, mi sia consentita una testimonianza personale. Mia madre, maestra elementare per quarantadue anni in diverse piccole località, normalmente non indirizzava volentieri le famiglie di piccoli alunni con difficoltà di apprendimento agli psicologi. Sapeva che nella maggioranza dei casi il motivo della difficoltà era dovuto all’essere figli di famiglie di recente immigrazione dal Sud, all’essere residenti in una frazione quando le comunicazioni con il centro del paese erano difficili e i due o tre chilometri di distanza si percorrevano a piedi, con qualsiasi tempo. Temeva che, in quegli anni in cui i pregiudizi nei paesi erano tanti, le conoscenze scarse, questi bambini fossero etichettati e poi emarginati definitivamente ed irrimediabilmente come “indietro” oppure “troppo originali”, “molto lenti” – si diceva così, allora, con nemmeno troppo velati eufemismi -. La sola per la quale fece eccezione, consigliando diverse volte di rivolgersi a lei con completa fiducia, fu la dottoressa Balconi: sapeva che da lei non c’erano da temere etichette, emarginazioni, diagnosi sbrigative. Sapeva che entrambe, lei cattolica praticante, la Balconi comunista (erano anni in cui queste differenze venivano fatte pesare: ricordiamo la “scomunica” ai comunisti del 1949) operavano all’insegna del motto “maxima debetur puero reverentia”.

Immagine tratta da Arsdiapason.it 


sabato 5 luglio 2025

Incontriamoci alla fine del mondo, di Nadia Mikail

Siamo in Malesia ai giorni nostri, anzi alla vigilia della fine del mondo, perché la Terra è minacciata dalla caduta, sicura e ineluttabile, di un grande asteroide. La fine è certa mentre non è certo che i bunker che qua e là qualcuno si sta costruendo possano proteggere i viventi. La gente, ormai rassegnata, impiega il proprio tempo nel modo migliore possibile, con particolare attenzione agli affetti più veri e profondi. Aisha vive con la madre Esah. Entrambe non vedono June, la sorella maggiore, da alcuni anni. June, eccentrica e testarda, se n’è andata di casa alla fine della scuola superiore per cercare se stessa, ma lasciando rabbia e sgomento sia nella madre sia nella sorella minore. Da quel momento Aisha ed Esah non hanno più nessuna notizia di lei. 

Incontriamoci alla fine del mondo è il romanzo d’esordio della giovane scrittrice malese Nadia Mikail, laureata e residente a Londra. Il romanzo, vincitore dell’importante premio Waterstones Children’s Book, ha incontrato i favori non solo della critica, ma anche di un vasto pubblico. Al tema degli affetti familiari, unica ancora di salvezza in un momento in cui la catastrofe minaccia la sopravvivenza del pianeta Terra, si unisce qui anche il tema del viaggio, che diviene per la giovanissima protagonista sia un momento catartico che un fattore di crescita interiore.

La recensione si legge per intero su Mangialibri: Incontriamoci alla fine del mondo | Mangialibri dal 2005 mai una dieta 

Nadia Mikail, Incontriamoci alla fine del mondo, Il Castoro 2025. Traduzione di Maria Bastanzetti 

lunedì 16 giugno 2025

Scaffale locale 18: Arona e il teatro sociale, di Giovanni Di Bella

Nel 1841 l'affermato architetto Giovanni Molli di Borgomanero iniziò a progettare il teatro della città di Arona realizzando ben settantadue elaborati grafici su carta con tecniche diverse: matita, china, acquarello-china. Lo riferiscono nella loro relazione (16 giugno 2014) introduttiva all'inventario del fondo - custodito alla Fondazione "Achille Marazza" di Borgomanero - Marinella Bianco, Rosanna Cosentino e Teresa Torricini. Si tratta, scrivono le archiviste, di "planimetria con il teatro di Arona del 29 aprile 1841, studi della pianta, studi di diverse sezioni, prospetti e sezioni del vestibolo, studi e schizzi di cornici e serramenti interni, sezione dell'armatura del tetto, disegno di armatura del tetto del 1842. Sono presenti anche modelli al vero di profili e sagome di particolari costruttivi e spolveri di capitelli".

Di questo prestigioso ed elegante edificio dalla lunga appassionante storia, durata un secolo e mezzo, si occupa ora un documentato e approfondito saggio di Giovanni Di Bella, che ne narra vita e spettacoli, prose e liriche, splendori e nebbie, sempre intrecciandoli alla vita culturale e sociale della cittadina lacustre.

Il volume, di oltre 500 pagine suddivise in quattordici capitoli, conduce i lettori attraverso un lungo viaggio nel tempo di vita del teatro, dalle vicende della sua costruzione all'inaugurazione (1843); dai primi restauri dopo un ventennio circa alle serate di beneficenza per i terremotati; dall'illuminazione a petrolio all'arrivo in teatro dell'energia elettrica; dagli eventi commemorativi di Felice Cavallotti alla "frizzante Belle Époque"; dagli anni della prima guerra mondiale agli spettacoli e incontri del ventennio fascista; dalla nascita del "Nuovo cinema-teatro sociale" nel secondo dopoguerra alla sua trasformazione in Cinema Lux. La struttura fu infine tristemente demolita nel 2007, non essendosi trovato, né nell'ambito pubblico né in quello privato, nessuno disposto investire sulla rinascita in chiave contemporanea di quella vita culturale della quale lo storico edificio era stato testimone e promotore attivo per oltre centocinquant'anni.

Scrive Di Bella concludendo il saggio che, oltre ai meriti storiografici e documentari, ha anche quello di restituire agli aronesi un importante elemento di memoria collettiva della vita cittadina: "quel luogo che per un secolo e mezzo era stato depositario di cultura, tradizione e spettacolo venne sostituito da un nuovo edificio residenziale che solo in alcuni elementi esterni (timpano e portichetto della facciata principale) evoca vagamente il teatro ottocentesco. Da identitario, il luogo è oggi diventato un anonimo non lieu".


                       Giovanni Di Bella, Arona e il teatro sociale, 
Compagnia della Rocca 2024 

venerdì 13 giugno 2025

Scaffale locale 17: Don't forget/ Non dimenticare, di Patrizia Martini

Europa 1992, tra Italia e Jugoslavia. L'ingegner Alija Salahovic vive a Mostar, martoriata da più di un anno dalla guerra fomentata dai più oscuri nazionalismi interni e dalle potenze esterne. Musulmano, Alija, spera che il conflitto possa terminare presto senza conseguenze per lui, la sua compagna e il bebé che attendono. Tuttavia, quando la sua casa crolla tra le fiamme, decide di cercare un luogo in cui mettersi in salvo, come gli consiglia un amico bosniaco che, in modo molto deciso, gli suggerisce di fuggire, senza indugio. La sua scelta cade sull'Italia, un Paese che conosce poco ma in cui ha la fortuna di incontrare, in un paesetto del medio novarese, Patrizia e Giuseppe, persone sulle quali può contare, "amici veri". La loro casa si apre per Alija, per sua moglie Mila e per la piccola Nila di pochi mesi. Nel libro si narra la convivenza affettuosa delle due famiglie, la scoperta reciproca di tradizioni, usanze, cibi prima ignoti e poi apprezzati a fondo. Ma si parla anche di guerra, della prima implacabile carneficina nel cuore dell'Europa dopo la seconda guerra mondiale, della rinascita dei nazionalismi più ciechi e oscuri. Spiega Alija agli amici italiani che le sei repubbliche di Slovenia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Bosnia e Croazia e le due province autonome del Kosovo e della Vojvodina, grazie alla leadership di Tito "un leader forte e carismatico, che voleva restare indipendente dall'URSS" vivevano unite e compatte in un Paese, la Jugoslavia, in cui la situazione economica era buona e il prestigio all'estero lo era altrettanto. Ma, dopo la morte di Tito, pessimi presidenti, come il serbo Milosevic e il croato Tudman, minarono alla base la politica unitaria e soffiarono sul fuoco del nazionalismo. Scoppiò una guerra atroce, che molti tra noi ricordano, e che forse a popoli e governanti distratti non ha insegnato abbastanza. Scrive Carla Carlino nell'introduzione, a proposito della distruzione del ponte di Mostar, storico legame tra persone e civiltà, che esso "è la metafora dolorosa e poetica della difficoltà di costruire coscienze e azioni di pace, rispetto alla tragica facilità di fomentare la guerra. Perché tra ponti e muri troppo spesso restano in piedi i secondi". E Patrizia Martini propone ai suoi lettori un'imprescindibile riflessione: Il Ponte Vecchio di Mostar venne abbattuto esattamente quattro anni dopo la caduta del muro di Berlino, dopo 427 anni di vita e di onesto servizio. La scelta del giorno non fu casuale, ma stava a significare che, per dividere un popolo, è sufficiente distruggere ciò che lo unisce…

È davvero da consigliare questo piccolo, agile libro che, tra autobiografia e biografia, tra cronaca e storia, tra lucida riflessione politica e appassionata narrazione propone al ricordo dei lettori persone ed eventi di un periodo con cui, forse, non abbiamo ancora fatto completamente i conti e che certamente ancora ci riguarda.

Patrizia Martini, nata a Novara, già docente di scuola primaria, è stata per dieci anni assessore alla Cultura e Istruzione del Comune di Pombia (NO). Regista teatrale, ha pubblicato testi di narrativa storica, romanzi, antologie di racconti, raccolte di poesie e novelle.

Patrizia Martini, Don't forget/ Non dimenticare, Edizioni Liberetà

giovedì 12 giugno 2025

Il mondo che verrà, di Robert Macfarlane, Johnny Flynn ed Emily Sutton

C’è un bosco ricco di vegetazione di ogni tipo e popolato da animali di ogni specie. E ci sono un padre e un figlio che lo attraversano per una lunga passeggiata. Passo dopo passo, pagina dopo pagina, scoprono una realtà stupefacente, variegata, vivace. L’inizio della passeggiata comincia come in un sogno, sul far della sera, e la natura si colora di blu, di azzurro, di ghiaccio sulla superficie del fiume, sovrastata da “alberi acrobati” che si tendono dall’una all’altra riva. Si odono il rumore dell’acqua corrente e il fruscìo ammaliante delle fronde dei salici, mentre un tenero verde invade le pagine. È l’alba. Il bosco si risveglia...

Il mondo che verrà nasce come canzone, composta da Flynn e Macfarlane per un album musicale dedicato al paesaggio, The moon also rises. Perciò il testo che leggiamo è essenziale e poetico, sintetico ed espressivo, originale e accurato, e respira nel limbo privilegiato che si estende tra musica e poesia. Le illustrazioni di Emily Sutton, vibranti di colori e di sentimento, semplici e lussureggianti insieme, accompagnano il testo, lo assecondano, ora con gioia ora con discrezione. Esaltano i particolari vicini e ampliano l’orizzonte lontano, in ogni stagione e in ogni ora del giorno, sotto il sole così come sotto la pioggia.

Un albo illustrato ricco di speranza non solo per bambini. La recensione si legge per intero su Mangialibri al link: Il mondo che verrà | Mangialibri dal 2005 mai una dieta


Robert Macfarlane, Johnny Flynn, Emily Sutton, 
                                                Il mondo che verrà, EDT Giralangolo 2025
                                                         traduzione di Anselmo Roveda

 

sabato 31 maggio 2025

She-Shakespeare. Il mondo è un palcoscenico, di Eliselle

I primi anni di vita di William Shakespeare sono avvolti dal mistero, particolarmente per quanto riguarda il periodo che va dal 1585 al 1592. Proprio in questo il lasso di tempo Elisa Guidelli colloca le vicende del suo nuovo romanzo per ragazzi, il secondo della serie di She-Shakespeare. Un tema fondamentale del libro è quello delle opportunità di genere possibili per le ragazze e per i ragazzi del XVI secolo in Inghilterra, ma non solo: molto limitate per le femmine, più ampie e variegate per i maschi. Tuttavia, ciò che domina il racconto e ne sorregge la trama è l’avventura che, unita a relazioni, sentimenti, viaggi, anima e colora le 375 pagine del libro. Judith/William, attraverso le sue vicende, accompagna i lettori dentro la storia, gli usi e i costumi del Sedicesimo secolo, non solo in Inghilterra, ma perfino in Italia, dove è ambientata la parte centrale della vicenda, che vede Judith ormai donna, sposata in gran segreto con Francesco, e madre. Nella postfazione l’autrice rivela che, nella parte dedicata alla presenza della protagonista in Italia, oltre ad avere citato le varie città presenti nelle opere di Shakespeare - Roma, Parma, Mantova, Padova, Verona e Venezia -, ha dato spazio alla fantasia.

Eliselle, She-Shakespeare. Il mondo è un palcoscenico, Gallucci 2024

Recensione integrale su Mangialibri, qui: 
She-Shakespeare - Il mondo è un palcoscenico | Mangialibri dal 2005 mai una dieta 


giovedì 22 maggio 2025

A Roma non ci sono le montagne, di Ritanna Armeni

Roma, 23 marzo 1944. I GAP, Gruppi di Azione Partigiana, hanno progettato nei minimi dettagli un attacco mirato a dei soldati tedeschi. Dovrà essere un’azione importante, esemplare, atta a smuovere le coscienze dei cittadini di Roma occupata e a dare loro fiducia nella possibilità di scacciare l’invasore. L’azione avverrà in centro, in via Rasella, e il bersaglio sarà la colonna tedesca che ogni giorno, dopo aver lasciato un poligono di tiro, passa di lì. Cantando.

Ritanna Armeni ricostruisce l’attentato di via Rasella - lo stato d'animo dei protagonisti, il contesto cittadino attorno a loro, la preoccupazione dei partigiani affinché civili innocenti non rimangano vittime dell’esplosione - narrando, passo dopo passo, quell’importante azione della Resistenza durante l’occupazione nazista. I protagonisti sono giovani intellettuali, coraggiosi e idealisti, determinati e concreti: Carla Capponi, Sasà Bentivegna, Carlo Salinari, Franco Calamandrei (figlio di Piero di cui tutti ricordiamo gli scritti resistenziali), Maria Teresa Regard, Mario Fiorentini, Lucia Ottobrini. “Colpire sempre. Non dare respiro” è il motto che presiede alle loro azioni, piccole o grandi che siano. Quella progettata in via Rasella sarà un’azione importante, “una battaglia come mai è stata combattuta nella città occupata dopo l’8 settembre”. L’attacco al battaglione Bozen sfrutterà il fattore sorpresa e, insieme, darà un segnale ai fascisti e ai loro alleati nazisti, riuniti per celebrare il venticinquesimo anniversario della nascita dei fasci: Roma non si arrende! 

Ritanna Armeni, A Roma non ci sono le montagne, Ponte alle Grazie 2025

La recensione si leggere per intero su Mangialibri al link 
A Roma non ci sono le montagne | Mangialibri dal 2005 mai una dieta